Romanzo Criminale, la serie

Romanzo Criminale la serie
Romanzo Criminale la serie

Per chi non lo sapesse, dal romanzo cult di De Cataldo, non è stato tratto solo il bel film di Michele Placido, ma anche una serie prodotta da e per Sky, per la regia di Stefano Solimma. La prima stagione (13 puntate da 1 ora circa), arriva fino alla morte di Libano, quindi circa alla metà della storia. Non fatevi ingannare dal fatto di essere un prodotto televisivo, Romanzo Criminale la serie è davvero un ottimo lavoro, più aderente al romanzo di De Cataldo e quindi anche alla vera storia della Banda della Magliana, rispetto al film della Cattleya; è la riprova che la tv non è congenitamente incapace di produrre buone cose, se c’è il coraggio di investire risorse e talenti (da parte di dirigenti e amministratori vari), si possono portare a casa prodotti che non arrossiscono davanti al Cinema con la C maiuscola (forse il primo vero film seriale di dignità cinematografica fu “I Soprano”, e venendo ai giorni nostri non fatevi scappare la fortunata serie “Dexter”) .

Rispetto al film di Placido la storia diverge sin dalle prime inquadrature: Magliana 2008, un uomo di mezza età viene picchiato a sangue da dei balordi a scopo di rapina, l’uomo sanguinante si trascina in macchina, prende un “ferro” e va a farsi giustizia da solo, ma prima di dare il colpo di grazia al più animale dei suoi aggressori gli rivela all’orecchio la sua vera identità. Dopo questo incipit il regista riavvolge il nastro di più di trentanni e comincia a raccontare l’epopea della Banda delle Magliana (anche se in realtà non viene mai nominata così, per una precisa scelta di De Cataldo, tutto richiama quella pagina di cronaca attraverso delitti e crimini sovrapponibili a quelli perpetrati dalla vera Banda della Magliana).

Generalmente non mi soffermo spesso sulla recitazione, mi interessano di più sceneggiatura e regia, ma il film in questione (come quello di Placido) è un lavoro inevitabilmente recitato. Francesco Montanari è Libanese (ruolo interpretato da Favino nel film da sala) è il volto più crudele, forse troppo, si porta dietro una smorfia di digusto che sembra una paresi, ma alla fine ci sta. Vinicio Marchioni è il Freddo (Kim Rossi Stuart con Placido) che mi sa ha preso un troppo alla lettera il soprannome del suo personaggio. Alessandro Roja è il Dandi (Santamaria nell’altro film), prima bella scoperta a livello attoriale di questa serie. Marco Bocci (Accorsi dall’altra parte) è Scialoja, un volto che sembra preso direttamente da quegli anni, mi risulta che non abbia fatto nient’altro degno di nota (forse una fiction dal titolo ignobile “Ho sposato uno sbirro”) ma lascia il segno.  Tra i coprimari mi hanno colpito Andrea Sartoretti (Bufalo) che a vederlo per la prima volta è difficile immaginarselo come un uomo normale, se volete provare uno shock guardate, dopo averlo gustato in questi panni, il bellissimo “Eccomi qua” di Giacomo Ciarrapico (autore sempre per Sky della serie Boris, insieme a Luca Vendruscolo e Mattia Torre) in cui Sartoretti è il protagonista. Ora che ci penso “Eccomi qua” guardatelo comunque, perchè merita. Altro nome da segnalare è Mauro Meconi (Fierolocchio) protagonista del film di Apolloni “Fate come noi”, un film che aveva un primo tempo da antologia: due amici, interpretati da Meconi e mi pare Francesco Venditti, discutono sui progetti per l’estate, il più fortunato dei due, Venditti, se ne va a Rimini, Meconi si vorrebbe unire a lui ma non c’ha i soldi neanche per fare il pieno al motorino, così passeggiando da solo per una Roma deserta vede una finestra aperta… un colpo facile facile… si infila dentro e ci trova una vecchietta quasi cieca (Pupella Maggio) che lo scambia per il nipote e gli offre la cena. Poi la seconda metà del film diventa una pappetta melensa e sostanzialmente indipendente dalla trama raccontata fin qui.

P.S. : a chi cercasse un film ufficiale sulla banda della Magliana, consiglio un documentario recitato di Daniele Costantini del 2005, dal titolo “Fatti della Banda della Magliana”.

Burn after reading

Ho sempre pensato che i fratelli Coen fossero dei sopravvalutati, per carità gente che sa fare il suo mestiere, ma non i geni che la stampa e la critica vogliono farci credere. Fanno parte di una strana generazione (insieme a Soderbergh per esempio) che viene elogiata per le continue incursioni nei vari generi (forse una fascinazione lasciata in eredità dalla carriera di Kubrick), ma soprattutto per l’alternare cinema d’autore con il più sfarzoso e telefonato Blockbuster,  si pensi a lavori come “l’uomo che non c’era” e “Non è un paese per vecchi” contro “Prima ti sposo, poi ti rovino” e appunto “Burn after reading”, non so come facciano a convivere queste due anime nello stesso autore/i, ma se si trattasse di una mera, venale, questione di soldi io li capirei, ma proprio non mi va giù che qualcuno pensi, anzi, accetti, che esistano due figli della stessa madre, uno scemo e uno no, uno da nutrire con la qualità e l’altro con i panini del MacDonald (se non si fosse capito parlo del pubblico)… oddio penso anche io che il cielo sia diviso in due metà, ma non accetto e non voglio accettare che tutti trovino naturale che ci sia questo immenso muro di Berlino, e che anzi si divertano un mondo ad attraversarlo come se nulla fosse.

Fatta questa premessa il film è uno Spy Movie che gioca coi luoghi comuni del genere e che si lascia vedere; tutto parte dal licenziamento di Osbourne Cox (John  Malkovich) dalla Cia, vinto dalla noia decide di scrivere un memoriale, la separanda moglie Katie Cox (Tilda  Swinton) fa una copia dello scritto e il cd finisce (e francamente non ho capito come, ma ammetto potrebbe trattarsi di una mia mancanza più che una falla della sceneggiatura) in una palestra, in cui lavorano lo stralunato Chad Feldheimer (Brad Pitt) e Linda Litzke (Frances  McDormand), una donna pronta a tutto pur di pagarsi alcuni interventi chirurgici, anche a ricattare un agente dei servizi segreti, a questi si intreccia il personaggio di Harry Pfarrer (George Clooney), l’unica figura davvero interessante nella storia. Il film come dicevo si lascia vedere, ma non ho trovato nessun elemento davvero entusiasmante.

Approfitto dell’argomento “autori eclettici” per dichiarare la mia più totale incazzatura  per il successo riscosso (anche nell’appena trascorsa notte degli Oscar) dal film “The Millionaire”. Danny Boyle è un mostro, un autentico genio dell’obbiettivo, e lui sì straordinario in qualsiasi genere che ha sperimentato, dall’horror di “28 giorni dopo” alla commedia “Millions”, dal thriller “Piccoli omicidi tra amici” all’avventuroso “The beach”, senza citare l’immenso “Trainspotting”, ma “The Millionaire” no eh… nel 2009 c’è ancora qualcuno che racconta una storia in cui un ragazzo e una ragazza riescono a superare tutte le sfighe possibili ed immaginabili solo grazie all’ammmore, e questo qualcuno è DANNY BOYLE… perchè mi hai fatto questo Danny? Sicuramente ha inciso il fatto che il film è per metà indiano e il plot standard delle pellicole di Bollywood è proprio quello, ma perchè farlo fare proprio a Danny Boyle?

Deluso vado a dormire, magari sogno, e spero non sia un sogno in cui l’amore vince su tutto, non lo sopporterei, sarebbe un incubo.

Pranzo di Ferragosto

Ieri ho visto questo film, altri che lo hanno visto me lo hanno descritto come un “filmetto carino”, ed è così forse che appare a chi non si è mai cimentato nella scrittura, ma questa pellicola è tuttaltro che un filmetto, dal punto di vista tecnico è un atto di ribellione;  dialoghi che sembrano registrati di nascosto tanto sono naturali e privi di forzature letterarie e un plot semplice che scivola verso il finale senza grossi e decisivi conflitti, questi due elementi forse sarebbero sufficienti a far cacciare a calci nel sedere un aspirante autore dall’ufficio di un qualsiasi produttore, ed effettivamente non è una strada semplice per raccontare una storia, ma Gianni di Gregorio (che interpreta anche il protagonista della storia) ci riesce benissimo, e lo fa sembrare anche una cosa semplicissima, addirittura da indurre qualcuno a definirlo, paradossalmente, filmetto.

Giovanni è un uomo di mezza età che vive con la madre (Valeria de Franciscis), una nobile decaduta.  Le tasche di Giovanni hanno conosciuto tempi migliori, ha diverse migliaia di euro da saldare con l’amministratore di condominio, che il 14 agosto gli propone un compromesso: una parte delle spese verrà depennata se avrà il buon cuore di ospitare la madre (ma si aggiungerà anche la zia Maria) per il giorno di Ferragosto.

I dialoghi tra Giovanni e la madre sono delle vere perle.

Al termine, per i buongustai consiglio la visione di “Harold and Maude”, film d’annata (1971) di Hal Ashby: Harold, un ragazzino con uno spiccato gusto per il macabro, riempie le sue giornate fingendo di suicidarsi e frequentando funerali di gente che non conosce, in uno di questi conosce Maude, che potremmo definire una “nonna dei fiori”, i due si cominciano e frequentare e…

Seppure il film presenta qualche facile psicologismo il core del film, che non vi anticipo, rimane crudo e puro, e potrà addirittura essere percepito come fastidioso, se non immorale da qualcuno. Un soggetto che può comodamente essere definito anarchico.

Allordunque

Questa mattina (mattina si fa per dire), mentre mi lavavo i denti, consideravo le implicazioni del maschilismo nel nostro sistema culturale, e pensavo che alla fine, almeno nel linguaggio quotidiano, il sesso maschile è molto più autocritico di quanto si pensi; ad esempio le espressioni:

1 Non sai un cazzo

2 Non vali un cazzo

3 Mi hai rotto il cazzo.

Sono tutte frasi con una forte valenza negativa, di tutt’altro tono sono le espressioni che fanno riferimento all’organo sessuale femminile:

1 Questa casa è davvero fica

2 La tua idea è una ficata.

Se per un mondo migliore e più giusto ci dovessimo battere anche per le pari opportunità lessicali, forse dovremmo usare espressioni come:

1 Non sai una vagina

2 Non vali un ciclo mestruale

3 Mi hai irritato la clitoride.

E ancora:

4 Questa casa è una prostata

5 La tua è una glande idea.

Consideravo questo mentre mi lavavo i denti. Poi mi è venuta l’idea di aprire un blog.

Ed ora un pò di parole a caso per aumentare gli accessi casuali al blog: Arisa, berlusconi, Walter Veltroni, Dario Franceschini, Barabba Marlin, Adriano facci un bagher, Luca era gay (sì vabbè ma Povia una scodella di cazzi suoi no?), la Corazzata Potemkin è una cagata pazzesca (e anche The Millionaire, Danny che dolore che mi hai dato), metodi per l’eiaculazione precoce che non contemplino l’uso di nastro isolante, Chuck Palanhiuk è un grande scrittore però diaciamocelo… i finali li tira lì un po’ a caso,  Ken Shiro vs Mike Tyson, come caricare la social card coi soldi del monopoli, sbarramento al 4%, miscela al 2% (per i nostalgici del Piaggio Sì), sesso orale e sesso scritto (il ragazzo ha le capacità ma non si applica), attivismo e passivismo politico, Come diventare un campione di Texas Poker Hold’em e fare la stecca a tutti i compagni di liceo che si sono fatti un culo così all’Università, Play Station 3 per 2, Paolo Bonolis, mescalina, Nerio Norisi, Decoder digitale terrestre, i mal di pancia della sinistra, ecco un altro inutile blogger di cui potevamo fare a meno.