Fortapàsc

Fortapasc

A tre anni dal suo ultimo film, Marco Risi torna sugli schermi con “Fortapasc”, film sulla storia del giornalista Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra a soli 26 anni. Soggetto non completamente nuovo; nel 2003 Maurizio Fiume aveva scritto e diretto un altro film su Siani, “E io ti seguo”.

La storia raccontata da Risi cominica con Giancarlo Siani (interpretato da Libero de Rienzo) che corre per le strade di Napoli sulla sua Citroen Méhari, mentre la voce off del giornalista preannuncia la sua morte sulle note di “Ogni volta” di Vasco Rossi. Poi l’obbiettivo narrativo corre indietro nel tempo a mostrare gli inizi della breve carriera di Siani, da una scalcinata redazione periferica de “Il Mattino”, in forze come corrispondente di nera per Torre Annunziata (rigorosamente precario), fino agli uffici centrali del giornale napoletano. In questo lasso di tempo Siani individua le dinamiche criminali di Torre Annunziata (appunto definita Fortapasc) al centro di una guerra tra clan, e disegna i rapporti d’affari tra camorra e politica locale. Gli ultimi articoli gli costano la vita.
E’ difficile guardare questo film senza avvertire l’alito di “Gomorra” da dietro le spalle. Il film di Garrone è un miracolo di narrativa e celluloide, con un realismo tale da indurre lo spettatore a chiedersi se quello che sta vedendo/vivendo non sia un film ma un’esperienza reale. Non è facile tornare a raccontare le interiora di Napoli senza fare i conti con quel capolavoro. Se l’autore di un ipotetico film post-Gomorra non riuscisse a decifrare il nuovo immaginario che la coppia Saviano/Garrone hanno co-generato, ogni elemento della storia apparirebbe finto e poco realistico. Se poi la cosa accade a Marco Risi, autore che ai tempi di “Mary per sempre” e “Ragazzi fuori” lanciò di fatto la proposta di un cinema neo-neorealista, c’è da chiedersi se poi la sorte non sia una gran bastarda. Ma a parte la sfortuna di essere nato nel momento sbagliato, “Fortapasc” è comunque un buon film. Risi si prende la responsabilità di una scelta discutibile; non dare sufficiente peso ai dettagli delle inchieste di Siani a favore della sua vita privata (con i personaggi di Daniela e Rico, interpretati da Valentina Lodovini e Michele Riondino). Libero De Rienzo si conferma attore di rara bravura, ma a disagio con l’accento e il fare partenopeo. Alcune scene sono state troncate di netto, probabili tagli dell’ultima ora, ma le forbici del montatore dimenticano una scena in cui Siani parla a degli studenti durante un seminario; la banalità delle domande e delle risposte rende la sequenza assolutamente superflua. Ma complessivamente il film trasuda umanità, specialmente nei rapporti che Siani ha con alcuni personaggi secondari, come il giornalista-impieato Sasà (Ernesto Mahieux), il Capitano Sensales (Daniele Pecci), il garzone del macellaio Ciro (Raffaele Vassallo). Tornando all’inevitabile confronto con Gomorra (al quale Risi “ruba” il volto straordinario di Salvatore ‘Sasà’ Cantalupo) c’è un elemento che fa viaggiare i due film su binari diversi, paralleli ma diversi, il raccontare da parte di “Fortapasc” la Napoli che non ci sta, cosa che nel film di Garrone (ma non nel libro di Saviano) è solo accennata, anche se in maniera sublime (col ragazzo che molla l’apprendistato di broker di rifiuti).

Il curioso caso di Benjamin Button (The Curious Case of Benjamin Button)

Una anziana donna è in un ospedale di New Orleans durante i terribili giorni dell’uragano Katrina. Ha le ore contate; i medici le hanno detto che “può prendere tutti i sedativi che vuole”. Sua figlia sta con lei, decisa ad accompagnarla fino all’ultimo secondo della sua vita terrena. Dasiy (questo il nome del personaggio interpretato da Cate Blanchett) chiede alla figlia di leggere un vecchio diario che ha portato con sé in ospedale, così, solo per sentire la sua voce (ma la ragione in realtà e ben diversa). Inizia così un racconto che parte dalla notte in cui gli Stati Uniti appresero che la Grande Guerra era finita, ma anche la notte in cui Thomas Button (Jason Flamyng), ricco produttore di bottoni, scoprirà che la moglie ha dato la vita per mettere al mondo un bambino mostruoso, tanto da non sembrare nemmeno umano. L’uomo sconvolto prende il neonato e fugge via, via dalla casa e dalla servitù che affolla la stanza in cui giace sua moglie. In un primo momento è tentato di gettare il bambino in mare, poi si convince a lasciarlo davanti alla porta di una casa qualunque. In realtà quella non è una casa qualunque, ma un ospizio gestito dalla materna Queenie (Taraji P. Henson), che non ci pensa due volte a prendersi cura della sfortunata creatura di Dio, tanto più che lei e il suo compagno non riescono ad avere bambini nonostante li desiderino fortemente. Il medico chiamato a visitare il bambino, che nel frattempo Queenie ha chiamato Benjamin, riconosce nell’infante i tipici segni della vecchiaia, di una vecchiaia avanzata e terminale, e gli dà pochi giorni di vita. Ma il bambino non muore, e più passa il tempo più sembra ringiovanire, fino a quando, Benjamin (interpretato nella maggior parte delle scene da Brad Pitt) decide di lasciare la casa di quella donna che non smetterà mai di chiamare mamma, e parte per scoprire il mondo…

Lo sceneggiatore Eric Roth (lo stesso di “Forrest Gump” per intenderci) adatta per lo schermo un racconto di Francis Scott Fitzgerald, traslandone l’ambientazione temporale ed esaltando la storia d’amore del protagonista per una donna (donna che non abbandonerà mai Benjamin neanche quando lui, ormai quasi bambino, fuggirà per non farla assistere alla sua devoluzione), che in realtà nel racconto era in secondo piano. La storia è diretta da David Fincher (“Fight club” e “Seven” i suoi titoli più noti) che abbandona il suo stile lisergico per sposare atmosfere che ricordano a tratti Tim Burton.

Il film ha pregi e difetti. Tra i pregi c’è quello di far apparire realistica una storia che non ha nulla di verosimile. Interessanti sono anche “trovate di contorno”, come l’orologiaio cieco e l’uomo colpito sette volte da un filmine. Tra i difetti, purtroppo deturpanti, spicca l’esistenzialismo da soap opera che abbonda in certe pellicole della Warner Bross; ogni personaggio si sente in dovere di dire la sua sulla vita e sulla morte, con massime di una banalità a volte imbarazzante. Altro elemento che personalmente trovo irritante, è la propensione di molti personaggi all’arte; sono stanco di sorbirmi il talento artistico, spesso incompreso, di molti personaggi, trucchetto per dare senza troppa fatica, una bella dose di umana sensibilità ai personaggi stessi. Vizio che di fatto può rendere un film narrativamente inutile (l’arte che parla di arte è come un uomo che parla solo di sé). Tutto sommato “Il curioso caso di Benjamin Button” può essere considerato un film di qualità nella pletora dei film da botteghino, una roba tipo il nano più alto del mondo. Peccato; sceneggiatore e regista sono dei chiari talenti e il soggetto non era male.

L’amore a Londra e in altri luoghi

Ho conosciuto Flavio Soriga grazie a una bella e divertente ospitata a le Invasioni Barbariche (di cui purtroppo non ho trovato traccia nel web). Doveva essere aprile o fine marzo dello scorso anno. Non ho una grande memoria temporale, ma una data me la ricordo bene; era il 14 aprile 2008, ero in treno, Taranto-Roma, ascoltavo la radio e apprendevo che l’Italia c’era ricascata, Berlusconi aveva vinto di nuovo le elezioni. Mi tormentavo sul sedile, toglievo e rimettevo gli auricolari nelle orecchie, facendole diventare rosse, le sentivo in fiamme, probabilmente lo ero anche in faccia, rosso, come non lo sarebbe stato più nessuno scranno del Parlamento. Davanti a me un ragazzo leggeva “Sardinia Blues”, il romanzo di quello scrittore che avevo visto su La7 qualche giorno prima. Leggeva e sorrideva, sembrava godersela, la sua lettura. Li odiai entrambi; Soriga e quel ragazzo, autore e lettore. Poi però mi è passata e ho letto “L’amore a Londra e in altri luoghi” (che mi è finito nelle mani in maniera alquanto insolita), edito da Bompiani,15€ in libreria, 12 se lo ordinate su IBS.

“L’amore a Londra e in altri luoghi” è una raccolta di otto racconti, storie di sentimenti contrastanti, fra terre di origine e città d’adozione, tra genitori persi per sempre o solo per un attimo, tra amanti e “congiacenti”. Nel primo e più lungo fra i racconti, “Aprile” (ambientato in Sicilia, anche se non viene mai specificato, tutto lo fa credere), il protagonista accompagna il lettore da un’infanzia anagrafica e geografica (“noi eravamo un isolotto di un’isola più grande”) alla maturità, con tutte le conquiste e le perdite che ciò comporta. Senz’altro è il racconto con “più roba”, malinconico e nostalgico. Andando avanti nella lettura arrivano, però, anche momenti ironici, come lo strambo matrimonio in stile simil-buddista nella campagna toscana raccontato nel “Congiacente”, mentre in “El Presidente” (storia d’amore tra un dittatore sudamericano e un’attricetta italiana), abbondano le allusioni alla tragicommedia della democrazia nel nostro Paese. L’ultima storia invece, “Candele” è un breve e delicato racconto dalle atmosfere benniane. A trequarti della lettura pensavo che ogni racconto avesse un’anima gemella, con un personaggio comune che unisse invisibilmente le storie a due a due, ma poi non sono riuscito a completare il gioco delle coppie.

Io ho un’intolleranza verso determinate parole, soprattutto nei titoli. Nello specifico la parola amore mi provoca noia e dermatite. Ma fortunatamente il mostro semantico citato nel titolo del libro non ha nulla a che vedere con i Baci Perugina. Soriga non coglie fiori di campo ai bordi dei sentieri di montagna, lui ci si infila dentro, alla montagna, nel suo ventre. Non cerca facile e inutile romanticismo, quello che interessa allo scrittore sardo è il dolore che come un fiume carsico scava la terra sotto i piedi. A livello formale c’è qualcosa, però, che nello stile di Soriga non mi convince, qualcosa che probabilmente dipende dai modelli letterari; puri quelli dell’autore, bastardi i miei. Ma gli riconosco una grande dote: il senso del finale. La supremazia dell’incipit è un mito che hanno creato quelli che i libri li vendono, ma non li scrivono. Un autore vero sa che il finale è la cosa più importante, è la porta della gabbia, che il lettore può aprire per farsi divorare dalla bestia che vive nella storia.

Colpo d’occhio

Adrian Scala (Riccardo Scamarcio) è un giovane e squattrinato scultore, vive in un capanno in riva al mare con l’amico Claudio (Flavio Parenti), anche lui artista ma più dedito alla siringa che allo scalpello. Una sera, durante una mostra in cui è esposta una sua opera, Adrian conosce Gloria (Vittoria Puccini), ed è colpo di fulmine per entrambi. Ma Gloria è l’amante del critico d’arte Lulli, un vero dio in terra dell’arte contemporanea, uno che può creare o distruggere una carriera con una sola firma, anzi più che un’amante Gloria ne è quasi la figlia adottiva, dato che lo stimato intellettuale si è preso cura di lei da quando la giovane aveva 16 anni. Ben presto i due giovani amanti fuggono insieme e vanno a vivere nel casale di campagna in cui Gloria è cresciuta, Lulli probabilmente non la prende bene e la sera stessa è vittima di un incidente stradale. Il tempo passa e Adrian tenta di vendere il proprio talento, un giorno incontra “casualmente” sulla propria strada il temuto Lulli, che invece di annientarlo, lo accoglie paterno sotto la sua ala. Ma Lulli non ha in mente solo di dare una mano a quello spaurito giovane artista…

L’ultimo film di Sergio Rubini (2007, scritto insieme a Carla Cavalluzzi e Angelo Pasquini), è un film ambizioso. Dico ambizioso perché ho l’impressione, anzi la certezza, che gli autori abbiano voluto da una parte raccontare una storia universale, dall’altra impacchettare un prodotto esportabile sugli altri mercati cinematografici (per carità… nulla di male), depurandolo dall’italianità, e dalla sua naturale attrazione verso la commedia (meglio se amara), dalle inflessioni dialettali (sovrabbondanti nelle precedenti opere di Rubini), da ogni riferimento sociale (e politico) sul nostro Paese; ma poi è davvero questa la strada giusta per tali intenti? Il film italiano che nel 2008 ha fatto più volte il giro del mondo è stato anche il film più “locale” uscito lo scorso anno, cioè “Gomorra” di Garrone.

Il film di Rubini cambia tre volte personalità; nella prima parte (la peggiore) il regista pugliese sembrava volesse dire la sua su “Jules e Jim”, che volesse declamare la sua definizione di triangolo amoroso, ben presto però la storia vira verso il dramma del successo, dei compromessi per la  carriera, della crisi, fase che lentamente sfuma nell’ultima parte (la migliore), dai colori del thriller.

Ma la sintesi migliore la fa la stessa voce di Rubini/Lulli all’inizio del film, riferendosi ai lavori preparatori di una mostra: “Pensatela come un’opera. Un’unica opera. Il pubblico non verrà a vedere solo una mostra ma percorrerà le stazioni di una complessa drammaturgia; parteciperà ad uno spettacolo, un solenne spettacolo. Qui all’ingresso avremo il preludio, lì nel centro articoleremo i tre atti, Qua su in fondo il gran finale.”

Dal punto di vista visivo il film è notevole; belle le scenografie. Suggestiva una scena in cui Adrian rincorre Gloria fra le opere della Biennale di Venezia.

Per concludere mi pare che Rubini abbia deciso di continuare quella ricerca iniziata con “La Terra”, tra tragedia greca e Hitchcock. In bocca al lupo, di cuore, ma se posso dire la mia… non mi dispiacerebbe affatto se per un attimo, così una volta sola, per gioco prima di riprendere il suo itinerario, ritornasse quello di “Tutto l’amore che c’è”. Fine.

Idiots Network

Il 4 marzo è apparso sul sito di Repubblica un articolo in cui si raccontava che Nino Randisi, giornalista impegnato da anni nella lotta contro la mafia, era stato cancellato da Facebook. E Randisi Facebook non lo utilizza per cazzegiare con gli amici… il timore espresso dallo stesso Randisi era che l’account fosse stato cancellato su “richiesta” di qualche altro utente, ad ogni modo il profilo è stato ripristinato con tanto di scuse e spiegazione: Randisi era stato cancellato da un sistema automatico che individua flussi anomali di traffico, relativamente al numero di messaggi inviati, testi, foto e video caricati. Le condizioni d’uso di Facebook sono molto più rigide di quanto si pensi, riporto qualche divieto:

-caricare, pubblicare, trasmettere, condividere, memorizzare o rendere disponibili in altro modo video di natura differente da quella personale che: (i) rappresentano te o i tuoi amici, (ii) siano stati realizzati da te o da tuoi amici, oppure (iii) siano opere d’arte originali o animazioni create da te o da tuoi amici;

Quindi bando a quasi tutti i video di YouTube, cioè il 90%  dei video caricati sul social network

-registrare più di un account utente, aprire un account per conto di un altra persona o aprire un account per conto di un gruppo o di un’entità;

Questa regola è palesemente contraria alla consuetudine, chi conosce Facebook sa che è piena di qualsiasi tipo di gruppo, e di pagine aperte in “omaggio” ad alcuni personaggi, noti e non.

-impersonificare qualsiasi persona o entità oppure fornire informazioni false sulla tua identità, sulla tua età o sui tuoi legami con qualsiasi persona o entità;

E qui faccio i nomi; innanzitutto mi autodenuncio, in quanto iscritto con uno pseudonimo… poi denuncio tutte quelle tardone che si sono palesemente tolte gli anni per vanità, quelli che hanno aperto delle pagine col nome “Nutella” senza aver alcun legame con la Ferrero, una tipa che si è iscritta col nome Parmigiana… Ma a parte gli scherzi il caso Randisi mi ha fatto pensare a tutte quelle pagine che citano apertamente riferimenti al mondo criminale (che sarebbe poi vietato da una specifica condizione d’uso), è una storia già raccontata, anche dallo stesso Randisi, ma mi sono permesso di fare una piccola ricerca personale, cercando ad esempio alcuni dei nomi inseriti nell’elenco dei 30 ricercati più pericolosi d’Italia stilata dal Ministero degli Interni, e altri nomi del “settore”. Succede su Facebook alle 2 di notte del 7 marzo 2009 che:

Matteo Messina Denaro, super latitante di cosa nostra, conta: 2 iscrizioni come Personaggio Pubblico, rispettivamente con 39 e 11 fan, 2 gruppi indicizzati come Fan club, 2 gruppi catalogati rispettivamente come organizzazione no profit e organizzazione professionale, 2 persone iscritte con foto del boss. Toto Riina, penso non abbia bisogno di presentazioni: 1 presenza come personaggio noto – Artista, 164 fan, 1 gruppo iscritto come Club con 149 membri, 1 Fan club, e molte, ma molte altre pagine. Bernardo Provenzano, arrestato nel 2006 dopo 40 anni di latitanza: 3 presenze come personaggio pubblico rispettivamente con 99, 54 e 18 fan, 3 fan club e diverse pagine associate. ‘Ndrangheta: 2 iscrizioni come organizzazione, con 44 e 40 membri, 1 fan club. Francesco Schiavone, il più noto esponente dei casalesi: presente come personaggio pubblico, 75 fan. Michele Zagaria, altro casalese, latitante: presente come personaggio pubblico con 10 fan. Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata, attualmente in carcere: 2 presenze come Personaggio pubblico, uno con 52 fan, l’altro con 16, un gruppo “Raffaele Cutolo Libero!” con 70 membri. Giovanni Strangio, membro della ‘ndrangheta: 1 gruppo iscritto nella categoria Affari-Aziende. Sacra Corona Unita, nota anche come la quarta mafia: 1 gruppo con 101 iscritti, 1 persona iscritta. Banda della Magliana: Gruppo iscritto come Affari – Aziende, 1.121 membri. Franco Giuseppucci, detto Er Negro, primo e spietato boss della Banda della Magliana: presente come personaggio pubblico con 290 fan. Maurizio Abbatino, altro capo della Magliana: 2 presenze come Personaggio pubblico, con un totale di 137 fan. Raffaele Arzu, giovane criminale sardo, latitante: 1 gruppo descritto come organizzazione di volontariato, più, probabilmente, un altro gruppo “Raffaele Arzu Libero!” non direttamente collegabile al criminale per mancanza di foto.

Aggiungo in appendice un “simpatico” gruppo dal titolo “Tutti contro Saviano” che riporta nelle notizie recenti la frase “Fa bene a stare nascosto”.

Ho ovviamente escluso dal piccolo e incompleto censimento, gli omonimi (ad esempio Raffaele Cutolo è anche un giovane attore-cantante che sembra essere abbastanza noto) nonchè quei riferminenti a film, romanzi o video giochi (molti per la Banda della Magliana) .

Io penso (ma soprattutto spero) che la maggior parte degli utenti che aprono o si associano a queste pagine lo facciano per goliardia. A questi dico che una provocazione è tale quando è originale, se si ripete è un cazzata.

P.S.: Sembra che lo staff di Facebook faccia spesso tabula rasa almeno delle pagine dedicate ai criminali più noti, da questo articolo del Sole 24 ore si evince che al 7 gennaio 2009 i fan di Riina erano quasi 5000 (l’articolo si sofferma anche su criminali non facenti parte di organizzazioni, come Luciano Liboni, Olindo Romano e Rosa Bazzi ect), da altri articoli sparsi per il web si apprende che un grosso nome era anche quello di Giovanni Brusca,  che oggi conta solo 2 miseri Fan Club con un totale di 10 iscritti. Per dovere di cronaca si deve sotolineare che il numero di utenti iscritti a gruppi che apertamente dichiarano il proprio sdegno sia per la mafia in generale, che per la presenza di questi buontemponi, è decisamente maggiore. E tra i vari eroi dell’antimafia (i vari Falcone, Borsellino, Impastato ect), si trovano anche dei gruppi dedicati a personaggi poco noti, come un omaggio a Rocco Gatto, mugnaio comunista che negli anni 60 e 70 si ribellò alla ‘ndrangheta, con ben 717 iscritti.

Il Papà di Giovanna

Il Papà di Giovanna non è un film perfetto, per usare un eufemismo. I dialoghi della prima metà del film sono approssimativi e innaturali, la sceneggiatura non rende lo scorrere del tempo, l’audio è un disastro, ci sono battute addirittura senza labiale, l’interpretazione dei personaggi secondari è da dimenticare. Ciò nonostante questo è un film nobilismo, emozionante, potente. La forza è il soggetto, un soggetto che è un piccolo trattato di umanità. E con un soggetto così, con una storia come questa, tutto il resto non conta. O conta molto poco.
Giovanna Casali (Alba Rohrwacher) è una ragazza… diversa, “demente” si sarebbe tagliato corto nell’epoca in cui è raccontata la storia (gli anni 40), ma per il padre, il professore di educazione artistica Michele Casali (Silvio Orlando), è solo ingenua, ha solo bisogno di un po’ di felicità, come quella che può darle il sentirsi desiderata da un ragazzo. Il Prof. Casali, così, baratta la promozione di uno dei suoi alunni con le attenzioni che questo accetta di fingere verso Giovanna. Ma il ragazzo ha una relazione con l’amica del cuore di Giovanna, Marcella. Giovanna viene accecata dalla gelosia che la fa scivolare definitivamente nella follia. E uccide Marcella.
Questo è solo l’inizio della storia, una storia che continua senza mai cadere nel banale o nello svenevole, questo è l’inizio della storia che porta il Papà di Giovanna ad attraversare una tragedia personale che procede parallelamente alla tragedia dell’Italia, nel periodo più nero della sua storia.
Il regista è Pupi Avati, un autore che sembra dare il meglio di sé quando ambienta le sue storie nella prima metà del novecento (“Il cuore altrove”, “La seconda notte di nozze”). Avati riesce anche in uno dei suoi trucchetti preferiti: mutuare un attore comico in un ruolo drammatico, è il caso di Ezio Greggio che interpreta il fascista ma umano Sergio Ghia, forse il ritratto più bello del film. Avati aveva già “drammatizzato” Abatantuono ne “Il regalo di Natale”, Neri Marcorè ne “Il cuore Altrove”, Massimo Boldi in “Festival”, Antonio Albanese ne “La seconda notte di nozze”, a volte queste sue scommesse si sono rivelati dei battesimi, come nel caso di Marcorè, altre volte sono rimaste solo delle scommesse, come l’esperienza di Boldi. Non so quale destino spetterà a Greggio, di certo so che la sua interpretazione non mi ha colpito, ma quello che cerca una vecchia volpe come Avati non è la tecnica, ma l’effetto spaesamento che lo spettatore ha davanti a un volto che ha imparato ad associare a determinate emozioni, un effetto che se pilotato bene rende un personaggio indimenticabile.

Arieccolo

Torno nuovamente sulla questione del film “The Millionaire”, sulla quale ho già detto la mia in coda alla recensione di Burn After Reading, dopo aver letto questo articolo apparso su Repubblica.it. Penso che le dichiarazioni del cotanto stimato autore siano più patetiche dello stesso film: ci voleva uno scrittore in odore di Nobel per dirci che è improbabile, se non impossibile, che un ragazzino indiano di strada possa vincere una puntata di “Chi vuol essere Millionario”? Grazie Salaman, da soli non ci arrivavamo, ma qualcosa mi dice che l’idea portante del libro da cui è tratto il film era proprio questa…  La vera bruttura del film (e del libro) non è la trovata di far vincere una gara di cultura a uno che di cultura non ne ha, ma il fatto che il protagonista partecipi alla trasmissione solo per potersi far vedere dalla sua amata, fottendosene dei soldi, The Millionaire è un film falso e furbo, per quindicenni innamorate, questo è. Punto.

Da un letterato mi sarei aspettato piuttosto sarcasmo sull’ultima domanda della trasmissione, quella che rende il protagonista milionario, “qual è il terzo moschettiere del romanzo di Alexandre Dumas: Athos, Porthos e…”, mi sembra un po’ poco, qualcuno potrebbe pensare che il romanzo in questione sia poco conosciuto in India, ma all’inizio del film si apprende che era una lettura scolastica dei protagonisti, e quindi è verosimile che sia un romanzo alquanto noto anche lì.