Il Papà di Giovanna

Il Papà di Giovanna non è un film perfetto, per usare un eufemismo. I dialoghi della prima metà del film sono approssimativi e innaturali, la sceneggiatura non rende lo scorrere del tempo, l’audio è un disastro, ci sono battute addirittura senza labiale, l’interpretazione dei personaggi secondari è da dimenticare. Ciò nonostante questo è un film nobilismo, emozionante, potente. La forza è il soggetto, un soggetto che è un piccolo trattato di umanità. E con un soggetto così, con una storia come questa, tutto il resto non conta. O conta molto poco.
Giovanna Casali (Alba Rohrwacher) è una ragazza… diversa, “demente” si sarebbe tagliato corto nell’epoca in cui è raccontata la storia (gli anni 40), ma per il padre, il professore di educazione artistica Michele Casali (Silvio Orlando), è solo ingenua, ha solo bisogno di un po’ di felicità, come quella che può darle il sentirsi desiderata da un ragazzo. Il Prof. Casali, così, baratta la promozione di uno dei suoi alunni con le attenzioni che questo accetta di fingere verso Giovanna. Ma il ragazzo ha una relazione con l’amica del cuore di Giovanna, Marcella. Giovanna viene accecata dalla gelosia che la fa scivolare definitivamente nella follia. E uccide Marcella.
Questo è solo l’inizio della storia, una storia che continua senza mai cadere nel banale o nello svenevole, questo è l’inizio della storia che porta il Papà di Giovanna ad attraversare una tragedia personale che procede parallelamente alla tragedia dell’Italia, nel periodo più nero della sua storia.
Il regista è Pupi Avati, un autore che sembra dare il meglio di sé quando ambienta le sue storie nella prima metà del novecento (“Il cuore altrove”, “La seconda notte di nozze”). Avati riesce anche in uno dei suoi trucchetti preferiti: mutuare un attore comico in un ruolo drammatico, è il caso di Ezio Greggio che interpreta il fascista ma umano Sergio Ghia, forse il ritratto più bello del film. Avati aveva già “drammatizzato” Abatantuono ne “Il regalo di Natale”, Neri Marcorè ne “Il cuore Altrove”, Massimo Boldi in “Festival”, Antonio Albanese ne “La seconda notte di nozze”, a volte queste sue scommesse si sono rivelati dei battesimi, come nel caso di Marcorè, altre volte sono rimaste solo delle scommesse, come l’esperienza di Boldi. Non so quale destino spetterà a Greggio, di certo so che la sua interpretazione non mi ha colpito, ma quello che cerca una vecchia volpe come Avati non è la tecnica, ma l’effetto spaesamento che lo spettatore ha davanti a un volto che ha imparato ad associare a determinate emozioni, un effetto che se pilotato bene rende un personaggio indimenticabile.