Psicopatologia del Web Searching / 1

C’è un post (questo) in cui ho sostenuto che poche cose come le leggende metropolitane descrivono meglio una cultura, tra quelle poche cose c’è anche google; chiunque abbia un blog o un sito sa bene che tra le Keywords visibili nel proprio contatore (ovvero le parole ricercate nei motori di ricerca che hanno portato l’utente web a finire in una pagina del nostro sito), ci sono delle robe allucinanti, riporto alcune delle ricerche più bizzarre del mese di maggio per il mio blog:

dove comprare un kalashnikov
Emma Marcegaglia nuda
[lo giuro! ndr] e la variante Emma Marcegaglia al mare
Figlio di Franco Giuseppucci
[Franco Giuseppucci è stato uno dei boss della Banda della Magliana, lo cito qui e qui] e la variante Dove abita il figlio di Franco Giuseppucci*
foto soldi davanti e dietro
fidanzate spiate
lo stipendio di maria de filippi
come si scrive qualcosa
apparentato col come si scrive per la qual cosa
9,5 miliardi come si scrive
ma che cazzo è il ministero della gioven
[lo vorrei sapere anche io caro lettore, qui]
i miliardi con quanti 0 si scrivono?

*Nel mio Web Counter ho registrato anche un vecchio blog usato da me e da altri cialtroni come bacheca per una lega di fantacalcio, e la ricorrenza della categoria “dove abita xxxx?” è impressionante (Dove abita Mexes? Dove abita Materazzi? Dove abita Califano? … ), se queste informazioni sono ricercate da fan, ladri, finanzieri o paparazzi, purtroppo non è dato sapere.

Dog’s dick way post (post alla cazzo di cane)

L’altra sera ho visto il film “Soffocare”, tratto dal mio libro preferito del mio autore preferito, Chuck Palahniuk (in realtà è solo uno dei miei autori preferiti, ma così la frase suonava meglio). Il film mi ha abbastanza deluso; c’è una regola non scritta che vuole i film tratti da un libro sempre un spanna indietro rispetto all’opera originale. E’ una regola che odio. Posso citare almeno un caso in cui un film è nettamente migliore del libro da cui è tratto: “Auguri Professore” per la regia di Riccardo Milani, contro “Storie fuori registro” scritto dal pur bravissimo Domenico Starnone. Se fossi sincero direi anche che è l’unico caso che conosco. Ma la sincerità è una dote a cui non aspiro. Aspiro piuttosto a qualcosa che non viene comunemente definita  una dote, ma aiuta sicuramente a vivere meglio; non parlo dei sogni marzulliani, ma dell’ignoranza. Pensate al vantaggio esistenziale nel non incazzarsi al lavoro quando calpestano i vostri diritti, semplicemente perché non sapete di avere diritti. Pensate che bello la mattina aprire la home di Repubblica e non avere un reflusso gastroesofageo, leggendo le ultime cazzate dell’esecutivo, semplicemente perché non sapete leggere. Qualcuno dirà che non ci vuole niente a essere ignoranti, che è la cosa più facile del mondo, ma non è così: una volta uno psicologo mi spiegò che la difficoltà nel curare la depressione non è tanto la mancanza di una cura universalmente efficace, ma la tendenza del depresso a non seguirla, come se a quella vergine di Norimberga nella sua testa ci fosse affezionato. Anche se soffre come un cane non può farne a meno, perché quel dolore non è qualcosa di esterno, quel dolore è lui. Ecco la prima considerazione di questo post; come la depressione, la non-ignoranza è una malattia che si autoalimenta. C’è un bellissimo dialogo nel romanzo “Nero come il cuore” di Giancarlo De Cataldo (in realtà potrebbe essere un parto della mia immaginazione, ma dato l’oggetto del post sono giustificato);  in una sauna, un commisario si confida con l’avvocato protagonista della storia, e gli dice che loro non sono destinati alla carriera, perché sono intelligenti, e chi è intelligente sa che c’è sempre qualcuno che ha più diritto di fare strada, e inconsciamente si fa da parte, mentre chi questa sensibilità non ce l’ha ha, può andare dritto come un treno ad alta velocità. Indi, seconda considerazione, per fare carriera bisogna essere stupidi, e quindi necessariamente ignoranti.
Conclusione: mamme e babbi, crescete i vostri bimbi nel buio dell’ignoranza, non mandateli a scuola, bruciate i libri, insegnategli solo le parole necessarie alla sopravvivenza, e avrete dei figli felici e di successo.

P.S.: la non-ignoranza non è sapienza. La Sapienza non mi appartiene, ci ho semplicemente studiato.

P.P.S. Bis: cercavo su internet l’espressione “Dog’s dick way” e sono finito su una pagina di Wikipedia versione inglese, esattamente una pagina chiamata “Italian profanity” (qui), cioè una pagina in cui vengono “spiegate” le espressioni volgari italiane;  di quasi tutte le parole viene semplicemente descritto il significato, ma leggete questa:

  • coglione (pl. coglioni): roughly equivalent to testicle; where referred to a person, it usually means burk, twit, fool. In addition, it can be used on several phrases such as avere i coglioni (literally, to have testicles; actually, to be very courageous) or essere un coglione (to be a fool). Coglione was also featured in worldwide news when used by former Italian PM Silvio Berlusconi referring to those who would not vote for him during the 2006 Italian election campaign.[2] It derives from Latin culio, pl. culiones, and is thus cognate to the Spanish cojones;

E’ esattamente quello che intendevo quando ho scritto “Pensate che bello la mattina aprire la home di Repubblica e non avere un reflusso gastroesofageo, leggendo le ultime cazzate dell’esecutivo, semplicemente perché non sapete leggere”.

Dagli appunti del Dottor B.M. / 2

Ricordarsi di diffidare delle persone che non hanno problemi di fegato. Ovvero diffidare di coloro che si astengono dall’alcol e/o dalla vita.

Ricordarsi, per buona creanza, di non eccedere nei complimenti: la metà delle persone che stimo è giudicata mediocre. L’altra metà rientra nella categoria degli idioti.

Ricordarsi, se un giorno il mio basso ventre sanguinerà, che non si tratta di mestruazioni, ma di una pallottola nello scroto

Ezio Vendrame

 

C’è un pregiudizio che vuole i calciatori professionisti come rari esempi di ignoranza, vanità, qualunquismo. E probabilmente non è un pregiudizio totalmente infondato. Ma anche le leggi fisiche hanno le eccezioni, figuriamoci i pregiudizi. Tra i calciatori che ho avuto modo di vedere in attività, quello più lontano dall’equazione calciatore=analfabeta è Damiano Tommasi, storico mediano della Roma (dieci stagioni dieci), soprannominato “Anima Candida” per il suo impegno nel sociale e la statura morale, basti pensare che dopo un infortunio di un anno si autoridusse lo stipendio al minimo sindacale dei calciatori professionisti, cioè 1500€. Ma non è di lui che voglio parlare, ma di un uomo agli antipodi rispetto all’indimenticato numero 8 giallorosso, ma in un certo senso affine a lui, se non altro nell’esercizio di una personalità non comune; Ezio Vendrame. Per ragioni anagrafiche non l’ho mai visto giocare (nato nel ’47 ha giocato tra il ’67 e il ’77, ai numerologi le conclusioni sulla ricorrenza del 7), ma anche chi negli anni settanta era un giovincello ossessionato dalle sfere di cuoio, difficilmente avrà avuto la fortuna di vederlo correre in campo: nessuna grande squadra lo ha mai voluto, la maggior parte del suo acido lattico è stato immolato per il Lanerossi Vicenza e il Padova, ma l’eco della sua follia anarcoide ha superato le classifiche ei decenni. Nato nella città di Pasolini, Casarsa, e cresciuto in orfanotrofio, Vendrame bazzicò le giovanili di molte squadre friulane fino ad approdare all’Udinese, ma la sua irrequietudine (inquietudine+irrequietezza) interferiva col calcio da prima pagina, e con la Spal cominciò uno zingaresco girovagare per i campi di calcio di seconda linea. Le sue bravate fanno parte della storia picaresca del calcio; se Cassano è da molti ritenuto un provocatore professionista, Vendrame era il vate della presa per il culo. Sono tante le storielle al limite del verosimile che lo vedono protagonista, la più bella e senz’altro questa che riporto con le sue stesse parole: “Giocavo nel Padova, contro la Cremonese. In campo avevano deciso la ‘torta’, che a me proprio non andava giù. Non potevo certo prendermela con gli avversari e puntare verso la loro rete. Così, dal centro del campo, feci dietro front e puntai verso la nostra area. Qualche compagno, ripresosi dallo spavento, mi si fece incontro ma io lo dribblai, fino a trovarmi a tu per tu con il nostro portiere. Solo a quel punto, e dopo aver fintato il tiro, stoppai invece il pallone con la pianta del piede. Ricordo il sospiro come di sollievo di tutto lo stadio… Solo a fine partita seppi del dramma: un tifoso si era spaventato a tal punto da morire di infarto”. Tra tutte le versioni dell’episodio, questa è la più moderata, perché Vendrame è anche, a suo modo, modesto, nel cercare di portare nei binari della normalità e del senso comune le sue bravate: si pulisce il naso con la bandierina del corner? “Ero lì per battere un calcio d’angolo, e mi sembrò più fine, se vuoi anche più educativo, usare la bandierina a mo’ di fazzoletto”. Salta a piè pari sul pallone mettendo una mano sulla fronte per scrutare l’orizzonte, facendo infuriare gli avversari? “Semplicemente quei 30 centimetri di altezza in più mi permettevano, per davvero, di dare un’occhiata migliore al piazzamento dei miei”. Ad ogni modo questo post non ci sarebbe stato se Ezio Vendrame non fosse diventato uno scrittore e un poeta (di quelli veri, non da istant book), tra gli undici libri da lui scritti (ancora per i numerologi le considerazioni sul fatto che sia lo stesso numero dei giocatori di una squadra di calcio) segnalo “Un farabutto esistere” (1999) e “Se mi mandi in tribuna godo” (2002).

I commenti originali di Vendrame sono presi da questa intervista di Pagine70.

Amo la tu figa/non perché è figa/ma perché è tua. Dall’introvabile “Senza nessun anticopro”.

Galantuomini

Ignazio (Fabrizio Gifuni) è un giudice che dopo anni di lavoro al Nord, ottiene il trasferimento a Lecce. Ritrova il suo piccolo paese ei volti della sua infanzia, come Fabio (Lamberto Probo) e Lucia (Donatella Finocchiaro), che ha avuto un bambino da Infantino (Beppe Fiorello), delinquente sbruffone e ambizioso. Dopo la morte di Fabio, Ignazio deve fare i conti con quello che la sua terra è diventata, scoprendo che la dolce Lucia è in realtà il braccio destro di Cramine Za’, boss della Sacra Corona Unita.

Curiosamente i due registi che hanno raccontato meglio la Puglia, non vantano natali nel tavoliere, nello specifico Alessandro Piva (“Lacapagira”, “Mio Cognato”) è salernitano, mentre il regista di “Galantuomini”, Edoardo Winspeare (“Sangue Vivo”, “Il Miracolo”) è nato in Austria. Inoltre Winspeare firma la sceneggiatura del film insieme ad Alessandro Valenti e Andrea Piva, fratello del sopramenzionato regista e coautore delle sceneggiature dei suoi film. Che io sappia questo è (solo) il secondo film che racconta una storia legata alla quarta mafia, dopo il bel “Fine Pena Mai” dei Fluid Video Crew (Lorenzo Conte e Davide Barletti). A differenza del film interpretato da Santamaria, e tratto dal romanzo autobiografico di Antonio Perrone, “Galantuomini” è un film meno potente, incerto, opaco. Nonostante i Fluid Video Crew facciano il verso ai film di genere quali “Scarface”, il risultato finale non è affatto deludente e il rischio di apparire caricaturale è scanzato dopo pochi minuti; Winspeare, invece, sembra troppo concentrato nella ricerca di una sua personale cifra stilistica, forse più adatta ad altre storie, come il riuscito “Il Miracolo”, che ai racconti di mala, più affascinato ai paesaggi urbani e naturali del Salento, che alle dinamiche criminali. Fortunata la prova attoriale di Donatella Finocchiaro che guadagna il premio come miglior interprete femminile nell’edizione 2008 del Festival Internazionale del Film di Roma, e la candidatura al David di Donatello l’anno dopo. Ma a mio parere buca molto di più Gifuni, alle prese con un accento leccese a dir poco perfetto.

Dagli appunti del Dottor B.M. / 1

Dachemondoèmondo se qualcuno accusa un mal di pancia gli si chiede cosa ha mangiato, ma mai qualcuno che chieda a uno con l’emicrania cosa ha visto, sentito, pensato.
Dachemondoèmondo le coppie comiche, nel cinema e nella letteratura, sono assortite: uno è alto l’altro è basso, uno è bello l’altro è brutto, uno è intelligente l’altro è stupido. La natura è un’autrice molto più originale; infatti i testicoli sono entrambi coglioni.

Questa notte Tony Soprano morirà (probabilmente il post più noioso che abbiate mai letto)

Ad un orario che alcuni definiscono ancora notte e altri considerano già mattino, io guardo le repliche de “I Soprano”. Un’ora durante la quale la maggior parte degli italiani dorme, qualcuno forse studia, qualcun altro si fa una canna, qualcuno ancora fa l’amore. Io guardo “I Soprano”. Non saprei fare una recensione di questo telefilm americano, so solo che si tratta di un raro esempio di narrativa pura. Racconto brevemente il plot di una puntata: Tony è in macchina col nipote Christopher, fanno un incidente, chi ha la peggio è il più giovane dei due. Tony riesce a uscire dalla carcassa di lamiera e va ad aprire lo sportello dell’altro, questo gli chiede di non chiamare l’ambulanza, perché è fatto di coca e passerebbe dei guai, Tony lo guarda, gli mette una mano sulla bocca e soffoca il nipote. Qualche minuto dopo Tony è in aereo alla volta di Las Vegas, va a fare visita all’amante di Christopher, le racconta dell’incidente e della morte di Christopher. I due scopano, poi prendono un bottone di peyote a testa, e Tony dichiara di avere un’illuminazione, di “aver capito”, ma lo spettatore non saprà mai cosa ha capito, come non saprà mai perchè ha ucciso il nipote. Annullando il principio logico del “perché”, lo sceneggiatore (David Chase) si avvicina paurosamente alla perfezione narrativa (qualcosa di simile lo aveva già fatto Ferreri con “Dillinger è morto”). Non dico che è un esempio di buona letteratura (anche se lo penso, ma è un altro discorso), quello che intendo è che mette a nudo la vera natura della narrazione: tutti gli animali comunicano, con tracce chimiche, con suoni, con danze e movimenti, solo i più evoluti hanno elaborato un linguaggio, l’uomo ha fatto di più, ha inventato la narrazione, che è la comunicazione 2.0. Quindi il raccontare è frutto dell’evoluzione, sotto quest’aspetto fanno ridere i secoli di discorsi sul ruolo della letteratura; raccontare è una funzione biologia, raccontare una storia senza che vi siano sovrastrutture morali e filosofiche è come mangiare perché si ha fame, bere perché si ha sete. Non che “I Soprano” siano primitivi da un punto di vista formale, anzi, la raffinatezza della tessitura psicologica ha pochi eguali; “I Soprano” è una nobil donna ben educata, che cita Flaubert e suona Cophin, ma alza la gonna al primo giovanotto che le aggrada. Una donna adorabile.
Probabilmente tutto questo è una mia, personalissima, pippa mentale, e probabilmente questa notte Tony Soprano morirà (non ne sono sicuro, ma me lo sento), probabilmente quello che ho scritto non ha senso, probabilmente. Ma probabilmente non importa.

Postilla di quattro giorni dopo:  come ho potuto essere così ingenuo da pensare che Chase potesse uccidire Tony Soprano? Chase ha compiuto un omicidio, ma non di Tony Soprano, ma della storia stessa, perché cos’è un omicidio se non una fine prematura?  L’ultima puntata de “I Soprano” si conclude così: Tony è in un american resturant aspettando i suoi famigliari, per quella che diviene per lo spettatore un’ultima cena, entrano nel locale e si siedono al tavolo prima Carmela, poi Anthony Junior, e infine Meadow, anzi no, Meadow ha appena parcheggiato, si presume che entri nel locale, Tony guarda la porta e… niente, nero, è finito, tagliato così di netto, come un problema di trasmissione, come se fosse finita la pellicola. Sublime.

E morì con un felafel in mano (He died with a felafel in his hand)

Danny è un aspirante scrittore australiano in una cronica crisi creativa. Nell’attesa di scrivere il suo capolavoro,  naviga verso i trentanni dividendo appartamenti con improbabili personaggi, quali lesbiche neopagane, fanatici del militarismo, fannulloni, attricette nevrotiche, palestrati privi di cervello, tossicodipendenti. Senza un soldo nè una donna, provvisto solo di una chitarra elettrica (ma senza amplificatore) e di una Underwood (storica macchina da scrivere), Danny cambia ben 49 appartamenti (il film comincia dal 47°), ma i guai, portati in corpo dai suoi coinquilini, lo seguono ovunque. Il film è diretto da un regista australiano non particolarmente prolifico, che risponde al nome di Richard Lowestein, che firma anche l’adattamento dal romanzo di John Birmingham.

Ci sono film che diventano famosi nonostante li abbiano visti in pochi. Questo è uno di quelli, reso famoso per un titolo non comune e una colonna sonora di tutto rispetto (Moby, Bregovic, Nick Cave e altri), più che per il passaparola di chi lo ha visto. Basta farsi un giro delle recensioni in internet per rendersi conto di quello che dico; anche i siti che non si pongono il problema dello spoiler (l’anticipazione del finale in una recensione), raccontano una trama vaga che sembra scopiazzata da quella di una altro sito, che a sua volta l’ha ripresa da un altro, e così via come nel gioco del telefono, incappando in storpiature come quella del sito 35mm, che racconta di “due investigatori filosofi” che avrebbero abitato con Danny nel secondo appartamento (il secondo visto sullo schermo, il 48° nella storia), in realtà si trattava di due poliziotti corrotti che non abitavano affatto in quell’appartamento.

Questo film australiano meriterebbe più rispetto; oltre a una regia incantevole dal punto di vista formale, mostra una personalità non comune per quanto riguarda lo script, accostando senza attriti, situazioni grottesche con riflessioni mutuate dalla filosofia. Oltre alla già citata colonna sonora, spicca anche lo straordinario volto dell’attore protagonista, Noah Taylor, ultimamente comparso anche in “Lezione 21” di Alessandro Baricco. Ciò nonostante c’è un ingranaggio che non gira alla perfezione, impedendo a questo film di entrare nel Pantheon dei film sul disagio esistenziale dei trentenni (che a ben pensarci non sarebbe necessariamente un merito di cui vantarsi), probabilmente dipende dal non aver soddisfatto l’indole intimista della storia, per dare maggior spazio alle caricature dei personaggi e alle gag, come quella (gustosissima) in cui Danny manda al diavolo un suo coinquilino dopo che quest’ultimo aveva definito i suoi amici “eterosessuali fascisti”, perchè rimasti impassibili al suo coming out.

Siamo tutti Ivanone

Questa notte ho sognato che ero su un molo, con un mare leggermente increspato, guardavo con un binocolo l’orizzonte, e riuscivo a vedere il profilo di qualcosa, forse un isola, forse una costruzione in mezzo al mare, come una piattaforma petrolifera, all’improvviso qualcuno, dalla spiaggia accanto al molo, mi urla di fuggire, mi guardo intorno e scopro il perché; vedo arrivare un motoscafo della guardia costiera, il mio pensiero in quel momento è “pensano che io sia straniero”, la barca accosta il molo, io la guardo e il mio sguardo “spinge” la barca giù, affondandola, con i due pubblici ufficiali che vengono risucchiati dal fondo in una postura assurda, tipo omini della Lego. Ora le voci dalla spiaggia sono molte, e mi urlano che sono un assassino. Io scappo, trovo riparo in una stradina buia e sento le sirene delle pantere circondare l’isolato. E io penso che se solo riuscissi a far capire che non sono straniero sarei salvo, ma mentre lo penso sento la mia voce parlare un italiano ridicolo, come la parlata di Oreste Lionello che doppia Peter Sellers in “Hollywood Party”. Appena sveglio ho pensato al sogno e mi è venuta in mente questa notizia, ascoltata la notte prima nella rassegna stampa notturna; ero troppo stanco per elaborare una considerazione in merito, l’ho appresa come farebbe un computer. Ma il mio inconscio era probabilmente meno stanco.

Nel finale del bellissimo “Ovosodo” di Virzì, il protagonista elenca tutti i personaggi alla fine della storia, compreso il fratello ritardato Ivanone, ed esattamente dice di lui (recito a memoria quindi potrei essere impreciso): “Ora mio fratello passa le giornate in via Garibaldi con i suoi amici africani, nessuno sa in che lingua si parlino, ma forse mio fratello non è mai stato malato, era semplicemente straniero”. Quello che intendo è che non c’è bisogno di scomodare Camus per capire che la condizione di straniero non è una condizione solo geografica. Tutti nella vita siamo stati stranieri; e lo siamo quando cominciamo un nuovo lavoro, quando finisce una relazione, quando perdiamo un amico, quando scopriamo di avere il conto in rosso, quando scopriamo di avere una malattia, quando ci fanno una multa, quando cambiamo quartiere, quando non ci sentiamo rappresentati, quando ci rubano in casa, quando dobbiamo lavorare di domenica, quando non abbiamo lavoro, quando facciamo cilecca, quando ci mandano a cacare, quando finisce la carta igienica, quando si rompono gli occhiali, quando nessuno ci ascolta, quando siamo incompresi, quando siamo soli.

Siamo tutti Ivanone. Anche Maroni.

Requiem per il 55

Un tempo c’era il 55 notturno, un autobus che spaccava la Roma notturna da un capo all’altro. Ora si chiama “Notturna 1”; l’ho scoperto l’altra notte, quando ero abbastanza ubriaco da decidere la ritirata, ma non abbastanza da elemosinare un passaggio. Forse per la vecchia linea, quel passaggio da 55 a 1 è stata una specie di promozione; gli autobus della Notturna 1 sono più grandi e passano con una frequenza meno aleatoria. Il 55 notturno invece era un ossimoro su quattro ruote, specie il giovedì. Sempre pieno di passeggeri da sputare in faccia a qualsiasi norma sulla sicurezza, solcava una Roma tanto deserta da continuare a stupire anche chi da una vita andava a letto alle sei. Lavoratori bengalesi, studenti universitari, ubriachi, matti, puttane e poveracci che si erano persi, tutti schiena contro schiena, gamba contro gamba. Vederlo apparire all’improvviso barcollante sull’Appia muta, era come vedere una fanfara che appare da dietro una duna del deserto, la sagra della salciccia allestita su un iceberg. Era una visione poetica; ovviamente vista da fuori, a starci dentro il concetto di poesia era un non sense, a meno che non si trovasse poetica la puzza di sudore. Mi pare siano gli scintoisti a credere che anche gli oggetti abbiano un’anima, purché l’oggetto abbia più di cento anni; forse quella turista americana che ha restituito il sasso trafugato ai Fori imperiali 25 anni fa, era tormentata dallo spettro di Cicerone che arringava contro di lei nella sua stanza da letto in North Carolina. O molto più probabilmente era solo la sua coscienza. Ad ogni modo il tirocinio secolare è iniquo per tutti quegli oggetti creati nel nostro tempo, soprattutto quelli tecnologici; forse quando siete nei casini, il telefono vi dice già batteria scarica, ma riuscite comunque a fare quella telefonata che vi salva il culo, non dovete ringraziare il Signor Li-Ion, ma il vostro primo Tacs che vi guarda da lassù (o dalla discarica di Acerra), quando il lavoro di un mese rischia di andare a donne che praticano il meretricio perchè Xp si è impallato, rivolgete una preghiera al nonno Commodore 64, se vi si forano non una, ma due pneumatici, a 3 chilometri da casa, andate verso il marciapiede più vicino e aspettate, magari passa il Notturna 1.

P.s. a tutti quelli che mi conoscono: non mi sono bevuto il cervello, anche perché il cervello al massimo si mangia, that’s just entertainment.