Solo un attimo

-Signora suo figlio ha sempre la testa tra le nuvole.
Così dicevano a mia madre quelli di scuola. E tutto questo, probabilmente, è cominciato allora. Perché prima di diventare un adulto distratto ero un bambino molto distratto. E quando tornavo da scuola giù di botte, e la cosa che mi faceva più male era che non capivo perché. Sono distratto, e allora? Si picchia un bambino forse perché è triste o allego? Le distrazioni hanno segnato la mia vita. Ho una cicatrice di trenta centimetri sulla schiena; avevo sedici anni, ero in motorino, non mi accorsi del semaforo rosso, mi prese sulla destra un furgone di surgelati. Ho le gambe ustionate; una notte di inverno ero di guardia e mi addormentai con la coperta elettrica sulle gambe, e presero fuoco, sia le gambe che la coperta. L’ultimo segno è un taglio al lato del sopracciglio sinistro, nulla di eroico; lavavo i piatti e mi ero dimenticato che c’era lo sportello dello scolapiatti aperto. Ma la ferita che mi fa più male è quando misi incinta quella ragazza, durante il Car, mi hanno raccontato che ha abortito, non volevo farla soffrire, ma soprattutto non volevo metterla incinta, fu, come spesso nella mia vita, una semplice distrazione. E una semplice distrazione mi ha fatto finire nell’esercito; mi dimenticai di chiedere il rinvio quando studiavo all’università, e mi arrivò la cartolina. Poi ci sono rimasto perché l’esercito è la cosa più bella che mi sia mai capitata, se qui fai una cazzata  il più delle volte non succede nulla, il peggio che ti può capitare è una cazziata, perché qua se uno sbaglia fa una figura di merda tutto il plotone, il suo superiore, e il superiore del superiore. Però dicono che stavolta l’ho fatta troppo grossa; da due anni sto in ufficio, mi ci hanno messo perchè dicono che in una polveriera un tipo come me può stare solo in ufficio. Registro arrivi e partenze, controllo scorte; un lavoro di responsabilità, una roba importante. Fatto sta che lunedì tutti erano in agitazione per il carico per l’Iraq, munizioni e artiglieria leggera, e in tutto quel casino mi sono distratto un attimo, ho sbagliato i codici dei carichi, sembra una cazzata, ed effettivamente lo è, ma per questa cazzata i carichi sono rimasti fermi per due settimane all’aeroporto di Bagdad. Addio licenze. Mi hanno fatto due palle così. Ma soprattutto mi hanno rimosso dalle mie mansioni, mi hanno messo a fare il piantone di notte, sti stronzi, come se non lo sapessero che ho quasi perso le gambe a stare di guardia la notte. Però ho deciso, basta, l’unica cosa che sono riuscito a fare nella vita me l’hanno bruciata così, solo perchè ho la testa fra le nuvole, come dicevano a scuola, e come se fosse una colpa, forse si punisce un soldato perché è triste o allegro? Il tritolo nell’Hangar 4 per gli aplini in Afghanistan non arriverà mai, stasera fuochi d’artifico, lo uso io il tritolo, serve a me; farà un tale botto che chiunque nel raggio di cinque chilometri non potrà che distrarsi. Chi starà lavorando, chi starà studiando, chi starà dormendo, chi starà mangiando, chi starà scopando, chi starà pensando, chi starà facendo qualunque cosa, non potrà che distrarsi, almeno per un attimo. Magari qualcuno sarà licenziato, qualcuno sarà bocciato, qualcuno si strozzerà, qualcuno metterà incinta la ragazza, qualcuno avrà il mal di testa a vita, e allora il mondo, o questa porzione di mondo, capirà cosa si prova a pagare per una distrazione, una semplice distrazione di un attimo. Certo qualcuno morirà, io per primo, ma è il destino degli eroi; questo non lo faccio per me, lo faccio per la patria. E se per uno scherzo del destino dovessi sopravvivere, dirò che mi ero solo distratto un attimo.

Mio cugino Giacomo

-Esci fuori se hai le palle!
Mio cugino Giacomo è davvero incazzato. Si è fissato che Costa il romeno, quello che abita nel prefabbricato in fondo alla strada, gli ha rubato la sua Fiat Punto del 2000, 1800 euro quotazione quattroruote, ma dodicimila euro di modifiche. Spoiler e pneumatici esclusi. E diosolosa quanto mio cugino Giacomo ci tenga a quell’astronave. E diosolosa quanto mio cugino Giacomo sia un violento testa di cazzo. Beh… a pensarci bene quello lo sanno tutti: i quattro dentisti in paese dovrebbero fargli una statua. Una statua di ceramica odontoiatrica. E non posso nascondere che essere stato il cugino di mio cugino Giacomo, mi abbia reso la vita facile, soprattutto da ragazzino. “Ma tu sai a chi è cugino quello?”, me lo sono sentito bisbigliare spesso alle spalle, e la cosa a quattordicianni ti fa sentire qualcuno, anche se sei solo il cugino di qualcuno. Meno semplice è ora, da quando mio cugino Giacomo è venuto a vivere a casa mia, dopo quella storia. A dirlatutta non conosco la storia, conosco solo il titolo: “una rissa finita male”, è così che mio cugino Giacomo sintetizza i suoi ultimi due anni in carcere, anzi come dice lui, “ventiquattro mesi alla casa circondariale”, perchè forse così sembra di meno il tempo. O più piccola la cazzata. Non so quanto sia finita male quella rissa, e a dirlatutta non saprei neanche definire il concetto di rissa finita bene, o anche solo di rissa nella norma.
-Esci fuori extracomunitario di merda!
Non è il momento di spiegare a mio cugino Giacomo che tecnicamente Costa non è extracomunitario. E’ sempre stato destroide mio cugino Giacomo, ma negli ultimi anni la cosa sembrava non interessargli più. Poi ha scoperto questa storia delle ronde ed è andato fuori di testa, ha tirato fuori manganelli, tirapugni, catene e tutta la canfrusaglia fascista che non usava più da quando lo avevano interdetto dallo stadio. Anche questa roba delle ronde non è il caso di spiegargliela ora.
Costa guarda dalla finestra. Ha le palle Costa. Oppure ha avuto una paresi. Perché è dietro la finestra e non batte ciglio. E la cosa fa incazzare ancora di più mio cugino Giacomo. Non so perchè abbia pensato proprio a Costa, forse un giorno lo ha visto guardare l’astronave in modo strano, oppure semplicemente è stato il primo extracomunitario-non-extracomunitario che gli è venuto in mente. A quella testa di cazzo. Una persona normale che non trova più la macchina dove dovrebbe stare, va a fare denuncia, oppure chiama i vigili per sapere se l’hanno rimossa, e non va davanti casa del primo sconosciuto che gli viene in mente minacciandolo di morte. Non butta giù dal letto il cugino che lo ospita, che è ridotto uno straccio e vorrebbe solo dormire. E diosolosa quanto vorrebbe dormire.
Mio cugino Giacomo prende un sasso e lo lancia contro il prefabbricato, poi ne prende un’altro e lancia pure quello. E poi un altro ancora. Lo conosco, non semetterebbe nemmeno se Costa uscisse con un aureola in testa scortato da due cherubini. E’ l’inizio della fine. Quando finirà i sassi prenderà a calci la porta, e una volta venuta giù la porta diosolosa cosa succederà. Non è il caso di spiegargli in questo momento il concetto di precedente penale. Sarebbe utile, ma di certo non è il caso, in questo momento. E a dirlatutta non è il caso neanche di spiegargli che la sua macchina è nel parcheggio del Morpheus, che stanotte ero così ubriaco che non sarei riuscito nemmeno a togliere l’allarme. Sarebbe utile, ma non è il caso di spiegargli il concetto di sicurezza stradale. Non in questo momento.

Tremum

Fa veramente troppo caldo, i pensieri goccialano e per scrivere qualcosa dovrei mettere una bacinella sotto la testa. Ma non ho una bacinella, quindi a sto giro incollo un mio racconto pubblicato in una raccolta intitolata “Parole in corsa III” edito da Full Color Sound, nel 2004 o 2005 (non faccio lo snob, è che proprio non lo ricordo, ho perso la mia unica copia, su internet c’è il libro ma non l’anno di pubblicazione). Non è un granchè, ma il senso del dovere mi ha richiamato a dare il mio contributo all’intasamento della cloaca internettiana.


Il dottore ha detto che si chiama Tremum. Tremum e… e qualcos’altro. Non ricordo. Ma la verità è che non ci danno le coperte buone, e siccome la mattina fa freddo allora tremo; io lo so, mi succedeva pure quando dormivo in strada, soltanto che lì era normale, ma qui no, non è affatto normale, che uno va in ospedale e sente freddo…
Stamattina è venuto un prete, sembrava simpatico, ma lo sembrava soltanto, non lo era per niente: io ho detto che non è giusto che non mi fanno neanche bere un po’ di vino bianco che tanto lo sanno tutti non fa male, allora lui mi dice che c’ho il fegato distrutto e che è stato l’alcol: allora io mi chiedo perché se l’alcol mi fa male, ora che non sto bevendo sto peggio? Che mi fa male tutto e sono nervoso e non dormo e non riesco a mangiare e…
Io sono arrivato qui in città che c’avevo venti anni, più o meno, che al mio paese al sud che mio padre era morto e mia madre mi ha detto: -Vai parti che puoi lavorare come muratore che allo zio Enzo hanno detto che stanno costruendo i palazzi…
-Ecco- gli dico al prete- hai visto che il vino non mi fa male alla memoria?
Allora quello mi dice: -Prega il Signore, figliolo.
Come prega il Signore? Voi state qua ed io devo pregare Dio per mezzo bicchiere di vino? Ma questo non è peccato? Quello che dice tipo “non fare nomi…”? E poi come figliolo? Che io c’ho più di sessanta anni e tu… voi dovete solo capire perché io ogni tanto svengo e mi sento male e non avete nessun diritto a dire che non devo bere.
Mi spezzavo la schiena tutto il giorno, c’era pure chi si faceva male e non diceva niente e continuava a lavorare se no lo mandavano via… ma io no, io ero giovane e forte, che lavoravo e poi…
Racconto di quando lavoravo a questo qui, Id mi pare ha detto che si chiama, o Sid, o Said, non ricordo bene; c’ha la pelle scura che viene dall’Africa, che s’incazza con tutti: e col prete… e vabbe’ quello non conta, e col dottore, e coll’infermiere che non ho capito cos’è successo… Id dopo che ha mangiato gli ha detto un cosa sul maiale, che lui non lo vuole mangiare e l’infermiere ha detto che sul cibo non si discute, che è uguale per tutti e tutt’ al più non si mangia. Però a me Id mi sta simpatico.
C’è questo infermiere capo che ho scoperto ha una bottiglia di amaro nella sala dove stanno gli infermieri, che ogni tanto, specie di notte, si fa un bicchierino.
Allora io ho detto a Id di andare a chiederne un po’ che a me non lo danno che si sono messi in testa che mi fa male, ma quello mi dice: -No alcol, alcol no buono a me.
-Non ti preoccupare, me lo bevo io – gli dico – tu te lo devi solo far dare.
Ma non c’è verso di convincerlo e dice che non lo vuole neanche toccare, e dice una cosa strana, tipo che questi sono i giorni dell’Ambaradam… Rambradam, una cosa del genere.
Va bene: decido di andare a prendere la bottiglia da solo con le buone o con le cattive, pure a rubarla se necessario, che io non ho rubato neanche quando avevo fame che mi licenziarono che di palazzi non se ne potevano costruire più e io non volevo tornare a casa da mia madre, che pensava stavo bene e piangeva perché non tornavo al paese e poi pregava perché non ci tornassi che sicuramente stavo meglio dove stavo… io non ho rubato allora, ma sono pronto a rubare ora, perché non è giusto, perché hanno rubato a me, mi hanno rubato la libertà di bere.
Mi alzo, faccio due passi nel corridoio, e poi mi viene il solito male; tanti aghi nel petto e nella pancia poi vedo tutto bianco e cado a terra.
Quando mi sveglio tremo come al solito; vedo il dottore che mi indica come se fossi una cosa, ad un ragazzo, un dottore giovane credo, dice: -Delirium Tremens.
Ecco come si dice, non Tremum, ma tanto non serve ricordarlo, perché io non ce l’ho questa malattia, ho solo freddo.

Sto male, non mi alzo dal letto da due giorni, mi mancano le forze, ieri mi sono pisciato a letto e l’infermiere si è incazzato, allora io gli ho detto che non è colpa mia che non mi sanno curare e anzi da quando sto qua sto peggio, allora lui mi dice: -Ma ancora non l’hai capito che stai crepando?
Ma io lo so che non è vero, che lo dice per farmi paura…

Non so quanto ho dormito, comunque tanto, l’ultimo svenimento è stato davvero brutto, ho pensato davvero di morire. Davanti a me il prete, vestito diverso. Dice delle cose, forse prega, ma guarda me, vorrei dirgli di gridare che non lo sento ma vedo tutto bianco, e svengo.

Voci… anzi strilli, persone che litigano, non riesco a vedere niente, è tutto confuso come quando apri gli occhi sott’acqua. Sento che uno si avvicina, lo riconosco dal colore, è Id, ed è tutto agitato e mi dice di prendere, ma io non capisco cosa devo prendere.
Allora mi mette sotto il naso qualcosa, ci metto poco per capire cos’è: è l’amaro.
Vorrei dirgli grazie invece riesco solo a dirgli di aiutarmi a bere.
Id mi solleva la testa e mi pianta in bocca la bottiglia, la inclina, l’amaro mi va in gola, e forse mi bagna pure il mento e il collo. Di amaro questo amaro non ha nulla.
-Cazzo fai negro?
Non vedo niente ma ho capito che è l’infermiere. Io vorrei alzarmi e dirgli di farsi i cazzi suoi ma tornano gli aghi e vedo tutto bianco. E so che questa volta è l’ultima volta.

Come al mare a settembre

Quest’anno è luglio, come ogni anno. Luglio in inglese si dice Giulai. Io sono bravo in inglese, me lo dice sempre la maestra d’inglese. Anche l’altra maestra me lo dice. Ma lei lo dice a tutti. Quest’anno è luglio e io mi annoio. A mare ci vado, ma a settembre. La mamma dice che c’è meno gente ed è meglio anche per me. Non è una cosa brutta, è soltanto che arrivo dopo, al mare. A luglio guardo la televisione. Come ogni mese. Ma a luglio di più, perchè non vado a scuola. E guardo i film di Alberto Sordi che piacciono a papà. Ei film americani dove ci stanno le donne che piangono che piacciono a mamma. Ei telefilm che piacciono a me. A mio fratello non so cosa gli piace in televisione. A lui piace internet, che deve essere una specie di televisione che sta dentro al computer. E non lo so a mio fratello cosa gli piace della televisione che sta dentro al computer. So che a lui gli piace chiudersi in camera con Eleonora, quando in casa ci sto solo io. Come a luglio. Che io l’ho chiesto cosa fanno in camera, e lui mi ha detto che sono piccolo e non lo posso sapere. Allora spio sempre dal buco della porta, che lo so che non sono piccolo e lo posso sapere, ma non vedo mai niente. Solo una volta ho visto un piede di Eleonora, che tipo si muoveva, ma non era lei che lo muoveva, c’era tipo mio fratello che saltava sul letto e il piede si muoveva insieme al letto. E poi mio fratello respira forte quando si chiude in camera con Eleonora, e fa il rumore della pompa per gonfiare il canotto al mare. Poi dopo un po’ escono dalla camera. Eleonora si siede sul divano dove ci sto io che sto guardando la televisione, e mi dà dei giochi che dice che si chiamano eppimil e che stanno nei panini che fa uno che si chiama Meccdonal. Che poi a me quei giochini fanno pure schifo, ma penso che fanno ancora più schifo quando uno se li ritrova nel panino, che sto Meccdonal mi sa che deve essere uno scemo forte. Comunque io a Eleonora non lo dico che gli eppimil mi fanno schifo. Lei è contenta quando me li dà e mi accarezza la testa e mi sorride. E io sento le formiche, come quando sei seduto male e si addormentano le gambe, che prima senti le formiche e poi non le senti più. Cioè non senti più proprio le gambe, non le formiche. Ma le formiche che sento quando sto sul divano con Eleonora sono diverse, sono belle, e le sento in un posto che non posso dire. Un giorno chiedo a qualcuna se vuole chiudersi in camera con me, non dico a fare cosa, così vediamo se lo sa lei, e se non lo sa ci mettiamo a saltare sul letto, però solo quando c’è mio fratello in casa, così lo capisce che non sono piccolo. Magari lo chiedo alla maestra di inglese, che pure con lei le sento le formiche. Lo chiedo quando sarò più grande, ad agosto. Le chiedo se vuole chiudersi in camera con me ad agosto, anzi le dico Ogust, perchè così si dice Agosto in inglese. Io ad Agosto sarò più grande perché faccio il compleanno. Quest’anno faccio diciotto anni. Mio fratello a diciotto anni ha preso la macchina. Io no però, perchè dice che sono ritardato, che non è una cosa brutta, significa solo che ci arrivo dopo. Come al mare a settembre.

Dagli appunti del Dottor B.M. / 6 (il calcio di rigore)

Poche cose descrivono meglio il destino e la vita della filosofia del calcio. E non parlo del calcio delle domeniche sportive e dei controcampi, ma del calcio come metafora immortolata dall’immortale Osvaldo Soriano. Il calcio propriamente detto sta alla filosofia del calcio come Franceschini sta a Marx, come un trailer di Muccino sta a un film di Sorrentino, come un sega sta alla migliore notte di sesso della nostra vita. La più grande lezione di signorilità l’ho avuta quando da pischelletto mi sbucciavo le ginocchia nelle partitelle per strada (poche ma sentite), a volte, ma solo a volte, c’era uno, generalmente il più forte, o il più grande, ma comunque uno della squadra vincente, che decretava “Chi segna vince”. Il risultato poteva essere anche 17 a 1, con quell’unico gol contestato e al giudizio insindacabile della fantasia, e allora il sangue e il sudore dei minuti, e spesso delle ore, precedenti, diventavano zero. Si giocava tutto in una sola cosa che poteva durare due minuti o una vita. E nessuno si lamentava. Qualsiasi fosse il risultato. Qualcosa del genere vale per i calci di rigore, la cosa più crudele e ingiustamente giusta dello sport. Uno può aver fatto un cazzo per tutta la partita o per tutta la vita, o al contrario essere un eroe, ma quando va sul dischetto degli undici metri, il passato non conta, il futuro è un’incognita, il presente un abbisso. Cinquanta percento sangue freddo, preparazione, incazzatura. Cinquantapercento caso, destino, culo. Come la vita. Questo post lo giro al Mister, chiunque egli sia, per dirgli che sono pronto, anche se non ci credo tanto, se mi chiama magari smadonno, ma non ad alta voce. Non baderò ai fischi del pubblico avversario, ma solo a quello dell’uomo in nero, compagno di solitudine e tensione. E dopo aver calciato non guarderò la porta, perchè quello che conta è solo aver calciato.

dedicato ad Osvaldo Soriano e alla canzone più bella della musica italiana. E un po’ a Simona Ercolani.

Michele Lu Santu

Michele Carbone è detto Lu Santu, perché quando ammazza quelli che deve ammazzare, lo fa senza che quelli se ne accorgano. Non lo fa per essere più buono, lo fa perché spera che quando arriverà il suo momento, l’altro avrà la sua stessa accortezza. Uno con una vita normale si abitua all’idea di morire di morte naturale, e si augura che succeda nel sonno per non accorgersene, Lu Santu si è abituato all’idea di morire ammazzato, e si augura pure lui di non accorgersene. Lo ricorda ancora il suo primo omicidio, o meglio il primo a cui ha assistito; lo avevano mandato insieme a L’Animale a imparari lu mestieri. L’Animale era chiamato così non perchè fosse particolarmente crudele, ma perché era un incapace mezzo ritardato. Quel giorno doveva sistemare uno spacciatorillo di vicino Leuca, quello stava tranquillo seduto ai tavolini di un bar, L’Animale e quel bambino che sarebbe diventato Lu Santu, erano in sella a una vespa, accesa ma ferma. L’Animale era stato capace di sputtanare un caricatore senza prendere il tipo neanche di striscio, quello ovviamente scappò; lo ritrovarono in un vicolo, senza più il fiato neanche per ansimare, si limitava a grattare il muro. Lu Santu rivide ripetersi la stessa scena diverse volte , negli anni successivi, e capì che quel gesto era il coplo di coda dell’istinto di sopravvivenza, un disperato tentativo di arrampicarsi sul muro. Ma quel giorno a Leuca ancora non lo sapeva, la paura del condannato lo nauseò, solo la paura e non la morte in sè, anzi quella fu una specie di liberazione. E a dirla tutta non è che il suo metodo sia più romantico: uno è tranquillo, magari sta chiacchierando, magari parla dei figli e da un momento all’altro non è più vivo, senza aver avuto neanche il tempo di finire la frase. Non c’è nulla di romantico nello sparare, sarà per il fischio nelle orecchie e la puzza di bruciato a cui Lu Santu non si è ancora abituato, per il resto è un lavoro come un altro. Fa una smorfia Lu Santu, pensando a quella puzza. Fa una smorfia ma non se ne accorge. Il suo Suv beve l’asfalto della litoranea ionica verso la villa di Zu’ Ntoniu. C’è vento di tramontana, il mare è una tavola. Domani porterà il figlio Gregorio a pesca con la barca nuova. Vuole bene a quel bambino. In fondo è suo figlio, anche se non lo è: dopo dieci anni di tentativi, quando lui era da un pezzo che ormai si era messo l’anima in pace, arriva Rachele dicendo che è incinta. No. I miracoli non esistono, e se esistono non capitano a gente come lui. Nonostante il suo soprannome.

Lu Santu sfoglia una rivista di nautica mentre aspetta Zu’ Ntoniu sul terrazzo di casa sua. Arriva Goran, la guardia montenegrina del boss. Arriva a braccia aperte. La stretta amichevole di quell’uomo parla un’altra lingua rispetto alla prepotenza del suo fisico. Lo slavo gli chiede se vuole qualcosa da bere, in un italiano perfetto. Lu Santu risponde di sì, e nell’attesa si volta a guardare il mare. Sì. E’ un tempo ideale per uscire in barca.

-Come sta tuo figlio?

Gli chiede Goran alle sue spalle.

-Cresce, domani lo por

C’è un mostro sotto il mio letto

Ha fatto il giro del mondo questo video, in cui un robot mandato nelle fogne di Raleigh (North Carolina, Usa), ha ripreso delle masse gelatinose che stimolate dalla luce della videocamera reagiscono contraendosi. Ovviamente si è scatenata la bagarre delle pseudo teorie, chi sostiene siano larve aliene, chi essere mutanti, chi parla di video tarocco. A queste tre ipotesi si accostano tre correnti, tre scuole di pensiero che addobbano il web con le loro elucubrazioni: gli ufologisti (ho letto ultimamente che addirittura la crisi economica sarebbe, secondo loro, una strategia aliena), gli eco-apocalittici, gli scettici-complottisti (anche questo post è un fake scritto da un impiegato Cia per distogliere l’attenzione dai problemi politici mondiali)*. Il biologo Thomas Kwak ha sostenuto trattarsi di colonie di Brizoi, invertebrati che spesso formano colonie di quella dimensione, mentre l’ingegnere Mark Senior della ditta di manutenzione delle fogne di Raleigh, ha dichiarato che non c’è nulla di strano, si tratta del Tubifex Tubifex, verme che si nutre principalmente di batteri e vive in acqua o in zone umide, è comunemente presente nelle fogne e nei canali di scolo. Facendo un giro sul web non si può non dar ragione al buon Mark Senior, impiegatucolo municipale che ha sbeffeggiato gli esperti del News & Observer, basta ricercare su Google Immagini il Tubifex per trovare grovigli dello stesso colore e fattezze dei “mostri” delle fogne di Raleigh (inoltre c’è chi i Tubifex addirittura li vende o li alleva come mangime per i pesci d’acquario). Ma non è esattamente di questo che voglio parlare (cioè di cosa siano quei cosi nelle fogne), ma della psicosi sociale, già qui avevo sostenuto che la madre di tutte le leggende metropolitane è la paura, “La paura del progresso scientifico, la paura del degrado ambientale, la paura del diverso, la paura dell’ignoto, la paura della paura”. Le fogne sono un luogo mitico, come tutti i luoghi che esistono ma non si vedono, come i Paesi del cosidetto Terzo Mondo per l’occidente, come una stanza buia per un bambino. Inoltre le fogne hanno un significato simbolico ben preciso: esse raccolgono quello che il  nostro organismo produce ma di cui la mente si vergogna (per intenderci le feci, gli escrementi, lo sterco, le deiezioni, la cacca, la pupù, la merda la… ehm… sì, ritorno in me, è che da grande volevo fare il vocabolario dei sinonimi e contrari), è inevitabile che le fogne si carichino di una quantità di fantasie e miti non comuni: oltre ai citatissimi coccodrilli nelle fogne di New York, alcuni immaginavano colonie di umanoidi o società parallele, per citare uno dei tanti esempi nella letteratura e nel cinema, nelle fogne vivevano i sovversivi del film “Delicatessen”, di Marc Caro e Jean-Pierre Jeunet (quello de “Il Favoloso Mondo d’Amalie”). Vabbè, volevo concludere con una carrellata di questi esempi, ma il mio entusiamo si è esaurito come la batteria di questo vecchio notebook, quindi vi linko l’elenco delle creature leggendarie non umane.

*Non me ne vogliano i diretti interessati. Ma soprattutto mi scusino per l’estrema semplificazione, tipica di chi non conosce quello di cui sta parlando, o degli intellettual-fascisti (quelli che “è come dico io, e chi la pensa diversamente è un idiota e non ha diritto di dire la sua”) , però se mi dovessi mettere ad analizzare tutte le ipotesi dovrei chiedere tre mesi di aspettativa al lavoro e nutrirmi via flebo per non perdere tempo (ho volontariamente tralasciato la parte inerente al catetere… ops… l’ho detto).