Dagli appunti del Dottor B.M. / 6 (il calcio di rigore)

Poche cose descrivono meglio il destino e la vita della filosofia del calcio. E non parlo del calcio delle domeniche sportive e dei controcampi, ma del calcio come metafora immortolata dall’immortale Osvaldo Soriano. Il calcio propriamente detto sta alla filosofia del calcio come Franceschini sta a Marx, come un trailer di Muccino sta a un film di Sorrentino, come un sega sta alla migliore notte di sesso della nostra vita. La più grande lezione di signorilità l’ho avuta quando da pischelletto mi sbucciavo le ginocchia nelle partitelle per strada (poche ma sentite), a volte, ma solo a volte, c’era uno, generalmente il più forte, o il più grande, ma comunque uno della squadra vincente, che decretava “Chi segna vince”. Il risultato poteva essere anche 17 a 1, con quell’unico gol contestato e al giudizio insindacabile della fantasia, e allora il sangue e il sudore dei minuti, e spesso delle ore, precedenti, diventavano zero. Si giocava tutto in una sola cosa che poteva durare due minuti o una vita. E nessuno si lamentava. Qualsiasi fosse il risultato. Qualcosa del genere vale per i calci di rigore, la cosa più crudele e ingiustamente giusta dello sport. Uno può aver fatto un cazzo per tutta la partita o per tutta la vita, o al contrario essere un eroe, ma quando va sul dischetto degli undici metri, il passato non conta, il futuro è un’incognita, il presente un abbisso. Cinquanta percento sangue freddo, preparazione, incazzatura. Cinquantapercento caso, destino, culo. Come la vita. Questo post lo giro al Mister, chiunque egli sia, per dirgli che sono pronto, anche se non ci credo tanto, se mi chiama magari smadonno, ma non ad alta voce. Non baderò ai fischi del pubblico avversario, ma solo a quello dell’uomo in nero, compagno di solitudine e tensione. E dopo aver calciato non guarderò la porta, perchè quello che conta è solo aver calciato.

dedicato ad Osvaldo Soriano e alla canzone più bella della musica italiana. E un po’ a Simona Ercolani.