Nel caso di Vittorio

-Cos’è quello?
Nicola si guardò il collo pensando a una macchia sulla pelle, poi realizzò che l’interesse di Vittorio era attratto dalla catenina. In particolare da quello che vi era appeso.
-E’ un cerchietto, un orecchino da uomo, me lo ha regalato Sara.
-E perché lo porti al collo se è un orecchino?
-Perché non ho il buco all’orecchio.
-E perché non te lo fai?
-E perché dovrei?
-Perché Sara ti ha regalato un orecchino.
-Allora se mi regalava un reggiseno dovevo farmi le tette?
Vittorio non è stupido, anzi, ma non ha una grande confidenza coi pensieri semplici; se gli fosse venuto in mente di chiedere come mai Sara avesse scelto quel regalo nonostante il lobo vergine, beh allora Nicola avrebbe sentito le corde tendersi dietro la schiena, invece di cavarsela con una piroetta sul ring. Fu una brutta storia quella che capitò a Nicola, una di quelle che quando te le raccontano ti ammali di paranoia per diversi giorni, poi magari guarisci e ti porti dentro gli anticorpi. Ma quando sei tu a viverla è diverso, l’angoscia si cronicizza e ti torna su all’improvviso, come la bronchite in una notte d’inverno.
-La vuoi rossa o bionda?
Nicola si guardò intorno nel locale, dimenticando per un attimo che Vittorio non era un pappone. Un dito misericordioso lo aiutò mostrandogli la spina della birra.
-Ace.
Rispose secco Nicola. Con l’alcol aveva già dato il giorno prima, e soprattutto la notte prima, la notte del fattaccio. Cominciò a bere nel pomeriggio, e in seconda serata era ancora in piedi, suonato ma in piedi, e non aveva intenzione di andare al tappeto, non subito almeno. Sara lo aveva scaricato, come ogni volta del resto, e come ogni volta gli aveva detto che era la volta buona, e come ogni volta buona lui ci aveva creduto…
-Che fine hai fatto ieri sera? Avevi il cellulare spento…
-Sono stato al Morpheus.
Già, perché è al Morpheus che lo stronzo lavorava. Quel mezzo zingaro che faceva il barman. Sempre stati sul cazzo i barman a Nicola, si sentono importanti solo perché stanno dalla parte del bancone dove c’è meno gente, si sentono migliori solo perché alle dieci sono sobri. Se poi quel barman è anche il tipo per il quale la sua tipa sbava, beh allora quel barman, a Nicola, gli sta sul cazzo al quadrato.
-A che ora sei tornato a casa?
-Boh… da un certo punto non ricordo più niente, comunque stamattina… credo.
Al quarto gin-lemon aveva trovato il coraggio, Nicola, aveva trovato il coraggio di dire al barman che era l’amico di Sara, anzi lo aveva gridato, tra un drum e un bass, e quello lo aveva guardato strano, ma poi aveva sorriso come se avesse capito qualcosa, e siccome, per Nicola, non c’era un cazzo da sorridere, si incazzò ancora di più. Al sesto round la spugna per le ferite era intrisa di mojito, “dobbiamo parlare” gli aveva detto al mezzo zingaro, e quello gli aveva risposto che lo aspettava nel parcheggio. E così fu; si incontrarono nel parcheggio, cominciavano a cedergli le gambe a Nicola, ma quello che doveva dire lo poteva ancora dire, si avvicinò al barman, in modo che capisse bene le sue parole. Ma quello lo baciò.
-Ti sei ubriacato?
-Vittò… una ciucca da Champions…
Se fosse stato un bacio vero forse si sarebbe messo a ridere, ma quel bacio sfiorato da quattordicenni gli mandò in merda il cervello; partì il primo pugno, un diretto al volto, il barman guardò il sangue che gli colava dal naso sulla mano, e in quel momento Nicola ebbe un flashback, rivisse la sensazione che da bambino aveva quando per sbaglio rompeva un giocattolo, non poteva fare a meno di distruggerlo definitivamente, e così fece col barman.
-C’era qualcuno con te? Qualcuno che può testimoniare?
-Ma cos’è un interrogatorio?
Vittorio non rispose, e Nicola, nonostante il cervello ingolfato per l’alcol della sera prima, capì.
-E’ morto?
Chiese Nicola, ma non aveva bisogno della risposta, perché il film della notte gli si sbloccò improvvisamente, e si rivede anche strappare l’orecchino al barman, lacerandogli l’orecchio con uno strappo. La mattina se l’era ritrovato al collo ma non gli aveva dato tanta importanza; quando si ubriacava si ritrovava sempre qualcosa di estraneo la mattina dopo, a volte era un cappello, altre volte un accendino, qualche volta una malattia venerea, ma mai gli era capitata la prova di un delitto.
-Vittorio… non volevo… credimi… ho un problema con l’alcol…
E’ un bravo ragazzo Vittorio. E uno sbirro. Non necessariamente quando un bravo ragazzo diventa sbirro diventa anche un bravo sbirro. Ma nel caso di Vittorio sì.
-Non ti preoccupare – gli disse accompagnandolo fuori – in commissariato abbiamo solo la macchina del caffè.

Sette anime (Seven pounds)

C’era una volta Gabriele Muccino, meglio noto come “il regista dell’ultimo bacio”, uno che da ragazzo sognava di diventare il Nanni Moretti della sua generazione, e si ritrovò al suo terzo film a essere additato come uno dei più pericolosi spacciatori di cinema commerciale. Ma c’è un posto nel mondo dove quelli come lui possono sentirsi a casa, e così quando mamma Hollywood chiamò, lui rispose. Andò in America e conobbe un ragazzone di colore che aveva cominciato come rapper ed era finito a fare lo scemo in una sitcom… ma ne aveva fatti di soldi Will Smith; nel 2006 decise di autoprodursi in un film sulla storia di Chris Gardner, la sceneggiatura la scrisse Steve Conrad che l’anno prima si era distinto con il bel “The Weather Man”, mentre dietro la macchina da presa, l’ex man in black, volle proprio il regista romano. Dopo il successo de “La ricerca della felicità”, Muccino e Smith ci riprovano con “Sette Anime”, e lo script questa volta è affidato a Grant Nieporte. C’era una volta Gabriele Muccino insomma, e c’è ancora, solo che ora non scrive più quello che gira (anche per “Baciami ancora”, il seguito de “L’ultimo bacio”, attualmente in lavorazione, non è accreditato come sceneggiatore o soggettista), e di riflesso ha moltiplicato esponenzialmente la sua propensione verso il cinema dei lacrimoni, delle facili emozioni, pur conservando una certa efficacia ed eleganza nella messa in scena.

“Sette anime” è un film che svela poco alla volta la sua trama, prima dei titoli di testa compare un uomo in una casa sull’oceano e una medusa nell’acquario, telefona a un call center e maltratta un operatore, Ezra Turner (il grande Woody Harrelson), facendo leva sul suo handicap di non vedente. L’uomo della casa sull’oceano, Ben Thomas, si presenta come impiegato del fisco, ma sembra più interessato alla vita segreta di alcuni sfortunati evasori, che al proprio lavoro. Tutto questo fa parte di un piano ben preciso che Ben ha progettato nei minimi dettagli.

A parte una prima ottima mezzora, o poco più, in cui lo spettatore non sa che colore dare all’anima di Ben Thomas, la storia ha già detto tutto a metà del film, rimane solo il finale, e per vederlo lo spettatore deve sorbirsi tutta la storia d’amore tra il protagonista (Will Smith), e Emily Posa (Rosario Dawson). Della regia si è già accennato prima, elegante e pulita, ma soprattutto ha il merito di rendere verosimile un soggetto che altrimenti sarebbe apparso improbabile, mentre i dialoghi non sono esenti da furberie tipiche di Hollywood, ad esempio Ben riceve una telefonata e alla domanda su chi fosse si sente rispondere “tuo fratello”, un trucco per introdurre il fratello del protagonista senza ricorrere a scene extra, ma a scapito del realismo.

Complessivamente, quello che un tempo era indicato come l’esempio del nuovo cinema italiano, nel bene e nel male, ha firmato un film sinceramente americano, nella forma e nella filosofia, ma c’è da chiedersi quanto ci sia di Muccino e quanto del suo attore-produttore.

Maria e il verro, il monaco e lo scopatore medio

Il verro: l’estate puzzo. Porcadiquellaputtana se l’estate puzzo. Ma l’estate è la mia stagione. L’estate è il mio autogrill; faccio il pieno, il pieno di figa. Puzzo di sudore e scopo. Io col mio amico Gintonic ci facciamo delle gran scopate, l’estate. Non sono bello, ultimamente ho messo su una panza tipo pallone da calcio, ma è una pancia intelligente, che pensa, lo capisco perché spesso borbotta. Due mesi fa mi è caduto un canino, se ne è andato così, senza un guaito, come i capelli, ogni giorno sempre meno. Ma me ne fotto, perché fotto lo stesso. Una volta, ai tempi delle medie, uno che non so quanti anni aveva, ma sapeva già il fatto suo, disse che si sarebbe sparato un colpo in testa non appena l’uccello non gli avrebbe tirato più. Io no. Io mi ritirerò quando a lasciarmi sarà la memoria. Perchè non te ne fai un cazzo del cazzo se non hai memoria, come uno che fa un safari senza macchina fotografica. Io me le ricordo tutte le mie scopate; Sara, Patrizia, Giulia, Mara, Maria, Tania, Ilaria, La bionda con la smart, Olga, Paola, L’amica di Daniela, Federica, Giovanna, Laura, Quella che parlava strano, Benedetta, Elisa… e c’ho la classifica: in serie C ci stanno le sveltine in macchina ei lavori di bocca nei bagni delle discoteche. In serie B le avventure negli alberghi a ore, in A le notti full optional, in Uefa ci sono le doppiette e le triplette, e in Champions quelle che il giorno dopo volevi solo un pacco di ghiaccio da metterti sul pacco. Me le ricordo tutte io.

Il monaco: non scopo da dodici anni. Da dieci vado in palestra. Da undici frequento i migliori negozi di abbigliamento. Il sabato non è sabato se non faccio ceretta-lampada-manicure. Trecentoventi euro al mese per il mio corpo; ma nessuno lo vuole. Ho letto tutti i libri sull’abbordaggio, parlo e leggo il linguaggio del corpo meglio dell’inglese, sono venerabile maestro di sesso tantrico, solo teorico ovviamente. Ho la maledizione del monaco; trasmetto sicurezza, le donne mi desiderano, ma solo per confessarsi, mi raccontano tutti i loro casini, e una dopo che ti ha raccontato la colonscopia della settimana prima, è molto difficile che si slacci il reggiseno, e se lo fa è per chiedere un parere su uno strano neo. Qualche tempo fa ci sono andato vicino però: ero in uno dei miei locali preferiti, uno di quelli che l’estate dettano legge. Però quella volta era maggio. Suonava un gruppo e la cantante era una ex-stellina di uno dei primi talent show sulla musica. Era allegra la tipa, e disponibile. Non mi raccontò dei suoi casini, non mi raccontò di come era scivolata dalla cresta della notorietà a spettacoli da venti persone a serata, voleva solo divertirsi, ma io, per inerzia da confessionale, le chiesi se per caso quel naso che le ricordavo in faccia, quel triangolo disegnato male, era stato raddrizzato per esigenze discografiche, e magari aveva perso tutto il suo carisma vocale, una specie di Sansone dei bisturi. In risposta ottenni un pugno sul mio, di naso. Speravo in un naso alla Brando, ma la mattina dopo ero lo stesso, identico, figo senza figa.

Lo scopatore medio: da 3 anni il sesso per me significa 80 movimenti pelvici nella posizione nota come del missionario. 60 spinte nella posizione nota come pecora, pecorina, novanta gradi, o dai più intellettuali more ferarum. Una volta ogni 3 giorni. Nell’intervallo mi ammazzo di seghe. All’inizio con Gaia era una roba che a raccontarla non ci si credeva, ora non c’è più niente da raccontare. Però Gaia ha un sacco di colleghe. Circa una volta a settimana usciamo a cena con una sua collega e con l’eventuale fidanzato. Il 20% di loro riesco a incontrarle il giorno dopo, da sole, di quel 20%, 1/5 diventano scopate, (((365/7)*20)/100)/5 = 2, cioè significa che riesco a tradire mia moglie due volte l’anno, in media. Non è un gran numero, è una scopata ogni sei mesi, ma quando arriva me la godo. Quando tradisco mia moglie non conto le botte prima di venire. Però conto dopo, conto il tempo che resta per la prossima scopata. E nell’intervallo, mediamente, mi ammazzo di seghe.

Maria: una volta, quando ancora frequentavo l’università, si avvicinò una ragazza e mi chiese di compilare un test, un questionario anonimo, uno studio sulla vita sessuale dei giovani tra i venti ei venticinque anni. Alla domanda “con quante persone ha avuto rapporti completi finora?”, io ho risposto due. Non è vero in senso assoluto, però è vero per me. Nel senso che con solo due persone ho avuto dei rapporti completi di tutto, di amore, passione, rispetto, tenerezza… lo so lo so, non è quello il significato di “rapporto completo”, ma chi se ne frega; io ho avuto solo due grandi amori, il resto sono scopate a portar via… e possa morire in quest’istante se non mi piace il take away. Ogni avventura è diversa, ogni uomo è una storia a parte. E io ne ho avute di avventure, ne ho viste di storie con le mutande abbassate. A volte scelgo un uomo perché è bello, altre volte perché è brutto, come quel tipo che puzzava di sudore e con la pancia a mongolfiera, che si capiva che non vedeva una donna da tanto, poverino… altre volte mi vanno i tipi selvaggi, altre volte i precisini, come il marito di quella mia collega. A volte sono una vera porca, altre volte la faccio solo annusare, così, per dispetto, come a quel piacione che si capiva che usava il trucco di far parlare le donne per poi portarle a letto. Vado con gli uomini perché ne sento bisogno e perché mi piace. Non ho sensi di colpa. Forse vi sentite in colpa perché respirate, bevete o mangiate?

La bellezza e l’inferno

“Questo libro va ai miei lettori. A chi ha reso possibile che Gomorra divenisse un testo pericoloso…”, questa è la dedica in copertina del secondo libro di Roberto Saviano, anzi del suo primo libro e mezzo: si tratta di una raccolta di scritti per la maggior parte già pubblicati su carta stampata e web. Cercando di formulare un pensiero sintetico sul libro, ho pensato a “La bellezza e l’inferno” come a un appendice a Gomorra e al romanzo non scritto sulla vita del suo autore,  materiale succulento per gli ammiratori dello scrittore, caricando la dedica anche di una precisa indicazione commerciale, una sorta di “solo per appassionati”, come quegli album di b-side che escono in versione limitata per i fan più accaniti e per i collezionisti. Ma quelle de “La bellezza e l’inferno” non sono b-side, per niente. Sono pillole di letteratura reale per una terapia d’urto. Il mostro di Gomorra rivive nelle pagine dedicate a Miriam Makeba (“Miriam Makeba: la rabbia della fratellanza”), alla tragedia de L’Aquila (“Quando la terra trema, il cemento uccide”), al business della coca (“La magnifica merce”), ai boss Zagaria (“Costruire, conquistare”), all’intossicazione della terra (“La peste e l’oro”). E poi ci sono i ritratti e le vite degli altri, del musicista Petrucciani (“Ossa di cristallo”), del calciatore Messi (“Giocarsi tutto”), dei pugili Russo e Valentino (“Tatanka Skatenato”), del leggendario Joe Pistone (“L’uomo che era Donnie Brasco”), del giornalista Siani (“Siani, cronista vero”), di Enzo Biagi (“Il guardiano del faro”), di Beppino Englaro (“Nel nome della legge e della figlia”), della coraggiosa madre di Peppino Impastato (“Felicia”). Ma c’è anche tanto Saviano uomo e scrittore, e non solo nell’immagine di lui in pantaloncini del Napoli e Peroni in mano mentre risponde al telefono e intuisce, tra rumori e singhiozzi, che il film di Garrone ha vinto un premio a Cannes (“Da Scampia a Cannes”), non solo nei vari e diffusi rimandi alla sua vita post-gomorra, nel bene e nel male (ad esempio “I fantasmi dei Nobel” e “Discorso all’Accademia di Svezia”), ma c’è tanto Saviano proprio dove meno te lo aspetti, quando parla di cinema e letteratura, quando racconta del film 300 e del fumetto da cui è tratto (“Questo giorno sarà vostro per sempre”), quando attribuisce al “Dispacci” di Michael Herr il merito di aver infranto la regola per cui la storia la scrivono i vincitori (“Apocalypse Vietnam”), e in quest’ultimo articolo specialmente, ma anche in altri, come nell’omaggio al documentarista De Seta (“Combattere il male con l’arte”), che Saviano confessa la sua formazione, il suo metodo, la sua estetica, insomma la stanza degli alambicchi (scusate l’autocitazione), dove umori e regole, sentimenti e metodi, diventano letteratura.

Illustrate le fattezze del secondogenito Saviano, dedico poche righe a quello che l’autore rappresenta per me. Su Saviano si è scritto tanto e si è detto di più; qualcuno lo ha osannato, qualcuno lo ha infamato, qualcuno ora lo snobba perché ormai lo conoscono tutti, qualcuno lo ama solo perché lo amano gli altri, qualcuno lo odia perché lo amano gli altri, qualcuno sostiene che ha una scrittura ampollosa, qualcuno pensa che abbia il dono della scrittura perfetta. Io posso dire che quando lo lessi per la prima volta, quando lo vidi e sentì parlare, non ebbi l’idea di un grande scrittore, non subito, la prima impressione fu quella di un ragazzo della mia età che stava facendo una cosa grande, dietro quella poco celata intolleranza verso gli abiti da sera, dietro il suo modo di gesticolare, c’era un ragazzo che sarebbe potuto essere mio amico, un collega di università con il quale si litiga di politica, un compare con il quale ci si scambia libri e si fa tardi la notte a parlare di cinema, un amico che si stima. Ultimamente ho letto che Saviano avrebbe confessato di essersi pentito di aver scritto Gomorra, le ragioni si conoscono ed è inutile ricordarle. Ma soprattutto è inutile sindacarle. Non so se è anche inutile dire, che per me, lui non è uno dei miei scrittori preferiti, ma un amico di cui vado fiero, e la stessa cosa vale per migliaia di persone. Non so se è utile dirlo, ma lo dico lo stesso.