Baaria

Peppino Torrenuova è un bambino che è costretto a ritirarsi da scuola perché le capre gli hanno mangiato il libro. Ma l’assenza di un titolo di studio non gli impedisce di diventare qualcuno nel partito comunista. Tornatore racconta la vita di Peppino (Francesco Scianna), la formazione umana e politica, e parallelamente fotografa la storia di Bagheria, dagli anni quaranta agli ottanta, con un puntatina, nel finale, ai giorni nostri, tra leggende e fatti realmente accaduti. Due ore e mezza di terra siciliana venduta all’americana: anche se c’è tanto di buono, il premio Oscar Tornatore strizza l’occhio agli Usa concedendosi un irritante finale in stile blockbuster, per nulla migliorato dalla salsa onirica con cui il regista cerca di addolcire la chiusa agli spettatori dal palato fino. Le decine di episodi che costellano il film, a volte sono gustosi, come il tentativo di suicidio di Nino (Salvo Ficarra), a volte sembrano essere solo dei pretesti per permettere la special guest di qualcuno, come il giornalista Raoul Bova. Nonostante la mole di storie raccontate, sembra che manchi qualcosa al racconto, soprattutto nella prima parte; il protagonista cresce troppo in fretta rispetto allo scorrere del tempo e dei fatti, e lo spettatore se lo ritrova già grande senza sapere molto di lui, della sua psicologia, dei suoi dolori e dei suoi amori, eccetto quello per Mannina (Margareth Madè) e la passione per la politica, che pernia la vita di Peppino, senza però osare troppo nell’esposizione dei temi, tenendosi la falce e il martello più per folklore che per altro. Insomma, mi spiace dirlo ma Baaria assomiglia tanto a una mera operazione commerciale, il tentativo di riesumare la magia di Nuovo Cinema Paradiso, film più volte citato attraverso il personaggio di Ciccio, il figlio più piccolo di Peppino, e nel farlo Tornatore prostituisce il suo talento a destra e a sinitra, nel vero senso della parola; non è un caso che di questo film abbiano parlato commossi D’Alema e Berlusconi (che è anche produttore, anzi, mero produttore).

Non sopporto la gente che respira

Non sopporto la gente che respira. E che parla, quando sono al cinema. Una volta Claudia mi disse che prima di me non aveva mai visto un trentenne rimproverare due vecchiette perché facevano casino. E probabilmente valeva anche per le due vecchiette, che rimasero a bocca aperta fino ai titoli di coda. Mi dimentico sempre che quel cinema fa lo sconto pensionati, me ne ricordo solo quando sento i primi commenti confusi sui trailer, e mi mando a fanculo da solo; Claudia dice che è una cosa inconscia, che non riesco a stare lontano dalla gente che non sopporto, perché nel disprezzo, io, ritrovo me stesso. Ma è una idea stupida. Come Claudia. A lavoro, in banca, mi invento di tutto pur di non andare allo sportello; quelli che si lamentano, partendo dalle condizioni atmosferiche per finire col solito magna magna, sono pure peggio di quelli che parlano al cinema. Chi guida i mezzi pubblici si può nascondere dietro il divieto di parlare al conducente, io no. Privilegiati di merda. Io i mezzi pubblici li schifo, e non ho la macchina, da una vita giro in moto; hai visto mai che qualcuno mi chieda un passaggio, perché peggio di quelli che parlano al cinema e di quelli che si lamentano allo sportello, ci sono solo quelli che si sentono in obbligo di dire qualcosa perché sono da soli in macchina con te. “Eppure ci sarà qualcosa che ti piace”, mi disse Claudia quando mi propose di andare in vacanza con lei. Ovviamente rifiutai, il mio concetto di vacanza è ben lontano da una spiaggia tropicale piena di buzzurri da ogni parte del mondo, per non parlare degli aeroporti… Sì, c’è qualcosa che mi piace; mi piace stare, come in questo momento, seduto al tavolino di un bar deserto, sul mare, di domenica pomeriggio, con il primo acquazzone autunnale pronto a venire giù. Con il giornale ancora piegato sul tavolo e la tazzina vuota. Senza nessuno intorno. Nemmeno il cameriere. Senza nessuno che respiri in maniera molesta. Senza nessuno che venga a dirmi qualcosa di stupido. O a chiedermi come va. Bastardi.

Il Grande Sogno

Come sarebbe, oggi, la società italiana se non ci fosse stato il 68? Non chiedetelo a Placido, o meglio non cercate la risposta ne “Il Grande sogno”. L’ambientazione sessantottina è un pretesto per raccontare tre storie che si tangono, spesso senza tanta convinzione. La storia di Laura, cattolica e borghese che scopre il suo vero sentire e pensare. La storia di Libero, leader del movimento studentesco. La storia di Nicola, ragazzo pugliese che sognava di fare l’attore e si ritrova celerino. Il demone del racconto a volte si invaghisce dei singoli personaggi, a volte li fa scontrare l’uno con l’altro, cambiando idea quasi subito per riprendere a raccontarli separatamente, fino al lungo finale, ben scritto e ben diretto, senza il quale Placido avrebbe bissato, con questa pellicola presentata alla 66° mostra del Cinema di Venezia, il flop di “Ovunque sei”. Tra i tre personaggi il più fragile (dal punto di vista narrativo, non psicologico) è Libero, interpretato da Luca Argentero, che nonostante le ignobili origini (Il Grande Fratello), ha avviato una carriera cinematografica inpensabile per qualsiasi altro ex-concorrente di un reality (“A casa Nostra” e “Saturno Contro” i titoli più pesanti). Riccardo Scamarcio, invece, veste i panni di Nicola, personaggio che omaggia una frase di Pasolini sugli scontri dell’epoca, pensiero in cui il poeta spiegava che erano i poliziotti, gli sbirri, i veri figli del popolo. Eppure riguardo la polizia c’è un piccolo giallo: nel film a un certo punto si fa riferimento agli scontri di Avola del dicembre 68, in cui persero la vita due persone uccise dalla polizia nel tentativo di disperdere una manifestazione (pacifica) di braccianti, Nicola prende la parola durante un’assemblea per esprimere il suo rammarico da ex poliziotto, e all’improvviso l’audio cambia, con delle battute vistosamente fuori sincrono, Nicola racconta che ad Avola c’erano poliziotti che gridavano ai propri compagni di non sparare. Magari il contenuto delle battute originali era lo stesso, magari le parole usate prima del final cut non convincevano totalmente Placido, o magari non convincevano qualcun altro… Ma tornando al plot, il vero protagonista è Laura, è suo il dramma finale in cui gli altri due si ritagliano un posto, e Jasmine Trinca è davvero convincente (e lo scrive uno che non l’ha mai apprezzata molto). Complessivamente questo non è il peggiore film di Placido come regista, ma sicuramente neanche il migliore, diciamo che tra i due estremi, il Grande Sogno si avvicina di più al primo, ed è a distanza di sicurezza dalla filmografia politica, o quasi, sul 68. E forse è questo il vero peccato di Placido, quello di non aver fatto respirare la Politica (con la P maiuscola) nel suo film, le ragioni vere delle contestazioni, i dubbi, i dissidi interni. Ad esempio Libero, a un certo punto, decide che la lotta non sarebbe dovuta essere più pacifica, e passa un manuale per costruire le molotov a dei ragazzi, il che provoca delle conseguenze determinanti per l’intreccio, ma tale decisione, seppur motivata (mi pare che il pretesto fosse proprio la strage di Avola), non è giustificata, perché non sofferta.

Sulla bagarre politica (con la p minuscola) che ha interessato il film, non spendo molte parole; mi limito a raccontare solo, a chi non conoscesse i fatti, che una giornalista straniera (mi pare spagnola), nell’introduzione alla sua domanda al regista, nel corso della conferenza stampa, ha fatto riferimento al fatto che Placido, che non ha mai nascosto il suo orientamento politico, faccia film con la casa di produzione della famiglia Berlusconi (Medusa). Placido ha prima espresso, con parole semplici ed efficaci, che l’alternativa sarebbe il nulla (letteralmente: “E se non lo faccio con Berlusconi con chi cazzo lo devo fare?”), poi ha degenerato alludendo alla nazionalità della giornalista. Fatto sta che Brunetta, il giorno dopo, si rallegra che il “placido cinema italiano” (ma leggasi anche il rosso cinema italiano), sta per morire di asfissia per colpa dei tagli decisi dal ministro Bondi. Potrei andare avanti nel riportare la risposta di Placido e la solidarietà di Bondi, ma mi arrendo alla constatazione che nel ’68 Il Grande Sogno era quello di una società migliore, oggi è già tanto sognare una società normale.

Videocracy – Basta apparire

Avevo un po’ di timore ad andare a vedere questo film, in quanto la censura riservata dalla televisione italiana al trailer mi ricordava il caso di Shooting Silvio, film di Berardo Carboni che era stato cancellato dal palinsesto Sky direttamente per volere dell’imperatore; un film che nasce sotto questa stella non può che far nascere immense aspettative in chi si appresta a vederlo, se poi la pellicola è mediocre (e dire mediocre, credetemi, è un eufemismo) l’effetto delusione rischia di moltiplicarsi all’ennesima. Ma a differenza di Shooting Silvio, Videocracy sa il fatto suo, certo non sarà studiato nelle scuole di cinema e di giornalismo come esempio di documentario perfetto, ma non gli si possono nascondere alcuni meriti; l’incipit è notevole, con le immagini di repertorio di un’infima trasmissione locale trasmessa dal retro di un bar, un colpo grosso ante litteram che aveva fatto infuriare i padroni della zona in quanto, per colpa di quella trasmissione, gli operai arrivavano in fabbrica un po’ sbattuti, da quel miraggio del paleolitico catodico, in un montaggio serrato di volti televisivi, ma soprattutto di natiche e seni, si giunge al giorno d’oggi, col padrone delle televisioni del Paese che è diventato anche il padrone del Paese stesso. La descrizione dell’inquinamento del senso di realtà e dei sogni, ad opera del cancro televisivo, è affidato al racconto di pochi personaggi, evidentemente inconsci dell’ottica e delle intenzioni dell’autore; come Riccardo, ragazzo che vive il sogno di apparire in tv come un diritto irrununciabile, o Lele Mora, che ammette candidamente di essere amico di Berlusconi e “mussoliniano”, o Fabrizio Corona, al quale forse, Erik Gandini attribuisce più rilevanza mediatica di quanto ne abbia realmente il personaggio. Il bisturi incide, ma non va fino in fondo; l’autore, nella seconda parte del documentario, rinuncia allo studio analitico e si arrende al ritratto del tragicomico.

Ma ora veniamo alla cronaca; nel film Berlusconi ha un ruolo secondario, non si parla quasi mai di lui in veste di politico, ai suoi guai giudiziari si accenna di sfuggita, quello che interessa a Gandini è scattare una polaroid a uno dei più potenti mostri mediatici attualmente in vita, e forse è questo ad aver irritato maggiormente il diretto interessato, non le critiche in sè, ogni giorno se ne leggono di peggiori, ma la lingua con la quale le critiche sono comunicate, la stessa lingua che lo ha reso quello che è. Interessante è l’opinione di un regista Mediaset, che descrive la rete come la proiezione materiale del mondo interiore di Berlusconi, fatto solo di effimero, canzonette e donne nude.

Ultime righe per concedermi una considerazione personale: nel film si parla di rivoluzione culturale ad opera della televisione commerciale, “rivoluzione” è un termine che indica un cambiamento repentino, non esprime un giudizio di valore sul cambiamento stesso. Alcuni amici che hanno visto questo film, me lo hanno descritto come desolante e deprimente, relativamente all’immagine che dà del livello culturale raggiunto dal popolo italiano. Loro probabilmente non avrebbero avuto dubbi nell’usare il termine “involuzione”. O sicuramente non avrebbero usato “evoluzione”. Io non lo so se l’Italia è peggiorata o migliorata con l’avvento della televisione commerciale, nell’82 ero troppo piccolo, non saprei dirlo con certezza ma temo che me la facessi ancora addosso, però ho un’impressione, ed è quella che gli italiani si stiano sempre più polarizzando; un tempo si diceva che i ricchi diventano sempre più ricchi ei poveri sempre più poveri, ed è ancora così, e purtroppo succede anche che chi è informato è sempre più informato e gli ignoranti sempre più ignoranti.

Avete presente una porta che cigola?

Avete presente il suono di un palloncino che si gonfia? Sì? E invece no, perché non è un suono, sono due rumori che si allontanano tenendosi per mano, lo stridio gommoso della plastica che si espande e la vibrazione liscia dell’aria che ingrassa. Avete presente quanti singoli rumori formano un passo? Bestie. Qualsiasi numero a cui avete pensato è sbagliato. Tutto comincia con un piccolo clic nero del ginocchio, poi la suola accarezza il terreno ed è come un graffio sulla schiena, un microsecondo dopo il tallone incontra il plantare, il peso del corpo spinge sul tallone, e quindi sul terreno attraverso la scarpa, facendo gemere di dolore le infinite molecole della superficie calpestata. E’ appena percettibile la torsione dolorosa della calzatura, quando il peso si sposta alla punta del piede, le molecole trattengono il respiro, il tallone si stacca dal plantare con un bacio secco. Poi un clic nero e tutto ricomincia. Avete presente cos’è la sinestesia? Una figura retorica? Non solo. La sinestesia è una disfunzione sensoriale, un disturbo neurologico, i sensi si incasinano, si intrecciano, un colore diventa un profumo, un odore un colore e così via. C’è chi così ci è nato, e c’è chi se lo ritrova come souvenir da un male alla testa, e c’è anche chi, come me, ha avuto sfiga con gli acidi. E poi perché sfiga? E’ vero che non ho un lavoro, non ho una donna, non posso uscire di casa da solo, non posso andare dove mi pare, ma è niente in confronto a quello che mi regala un rubinetto che gocciola. “La realtà acceca chi sa vedere la sua complessità”, chi lo disse? Coglioni, ci siete cascati; me lo disse una porta, una porta che cigolava.