Quando l’accattone mi lascia solo

Sembra stia tornando l’uso della vendita dei liquidi sfusi, del vuoto a rendere, il vino in primis, ma alcuni supermercati si sono attrezzati anche per i detersivi. Risparmio e rispetto dell’ambiente i moventi. [Avviso per i lettori: sta per cominciare una digressione, non è necessaria ai fini del post ma alla sola comprensione del titolo] Io ho la sindrome dell’accattone, conservo molte cose, troppe, forse perché se non le butto mi sembra di inquinare meno, o forse perché in me vive una vecchietta, povera e meridionale, che al momento opportuno mi sussurra nell’orecchio “può sempre servire”, anzi, “cugghi l’acqua quannu chioi” [raccogli l’acqua quando piove, ndr, vedi anche qui]. Ogni tanto succede che l’accattone va fuori a fumarsi una sigaretta, io ne approfitto per guardarmi intorno, e capisco perché il titolare della nevrosi sia andato ad accendersi la paglia sul balcone. Con tutta la carta che ci circonda si rischia l’inferno di cristallo; giornali, bollette, estratti conto, buste paga, manuali d’uso, appunti stampati e non, involucri di cartone, volantini, agende ect ect. Mi piace pensare che il peso della carta inutile che accumulo in un anno sia uguale a quello dei libri che leggo nello stesso periodo. Mi piace pensarlo, ma so che non è vero: la carta inutile è molta di più. [Avviso per i lettori: fine digressione] Pensate che fico se si potesse andare personalmente al macero col proprio carico di carta e ricevere in cambio l’equivalente in carta riciclata. Poi con la propria risma in libreria a scegliere i titoli:
-Quanto viene l’ultimo di Palahniuk?
-Dieci euro e ducecento fogli A4.
-Però… scrive largo ultimamente Chuck…
Un sistema di carta a rendere. Vabbè, lo so, è troppo complicato, dicevo così, un esercizio di immaginazione. Però ci sarebbero almeno un paio di posti che potrebbero fare a meno dei supporti: i negozi di dischi e le videoteche. Pensate a una videoteca esattamente come è ora, con tutti i dvd a muro, tu scegli quello che vuoi vedere, poi vai al bancone, guardi il tipo negli occhi come in un film di Leone, tiri fuori la pendrive come se fosse una Smith&Wesson e la punti contro il bastardo, poi lasci l’arma sul bancone e dici:
-Capo, fammi il pieno…
-Codice?
-Y76
-“Buon Natale dai Teletubbies”?
-Ehm sì… ma non è per me… è per un amico che ha un cugino che un ha bambino piccolo…
-Sì sì, dicono tutti così…
Del resto quasi tutti i nuovi impianti hi-fi e lettori dvd hanno ingresso usb e compatibilità con vari codec audio/video.

P.S.  “Buon Natale dai Teletubbies” è davvero un dvd a noleggio. Questo il complesso plot: “Ai Teletubbies piace molto la neve, i Teletubbies amano il Natale e i Teletubbies si vogliono tanto bene!”. A vedere certe cose viene quasi nostalgia di quel bastardo berlusconiano di Topo Gigio.

Coreingrapho

“Coreingrapho, in scroll we trust”. Per il glossario informatico lo scroll è “l’azione che permette di muovere il documento che si sta utilizzando in modo da renderne visibili quelle parti che altrimenti rimarrebbero fuori dai limiti dello schermo”, in parole povere lo scroll è quella cosa che si fa col terzo tasto del mouse, la “rotellina” per intenderci. A leggere Coreingrapho si rischia di romperla, la rotellina, quindi se siete curiosi, prima di inoltrarvi in questa rivista di fumetti, fate il tagliando al mouse. “Fumetti pel webbe, da robe prese di petto”: Coreingrapho nasce nel gennaio 2009, un editoriale di presentazione di Antonio Sofi e due storie, una di Marco “Makkox” D’Ambrosio e l’altra di Flaviano. Dopo quasi un anno gli autori sono 22, circa 80 le storie raccontate a pixel, e un Macchianera Blog Award per la miglior grafica. Coreingrapho è l’altro lato della lavagna, quello su cui, alle elementari, si scrivevano le parolacce. Coreingrapho è sperimentazione. Coreingrapho è cazzeggio. Coreingrapho è anche in inglese. Coreingrapho è gratis. Senza offendere gli altri autori, propongo come antipasto una striscia di Makkox di qualche tempo fa, s’intitola “fumo”, lo stile è nervoso, schizzato, diverso dalle altre cose dell’autore, il cui talento è pari solo al suo cattivo umore, mentre per rifarsi gli occhi coi colori suggerisco una striscia di Flaviano Armentaro, nata da una sfida lanciata da Laura Scarpa.

Il disegno in testa è di Manlio3

Generazione Amarcord

Io sono stato bambino, poi adolescente, infine ragazzo. Sentivo spesso gli adulti pronunciare l’espressione “la mia generazione”*, ed era ogni volta diversa, come se la Storia fosse una gelateria e ogni generazione fosse un gusto diverso; generazione bruciata, generazione arrivista, generazione ribelle, generazione consumistica, genrazione x, generazione allo sbando e generazione dello sballo, e via dicendo. Ora che anagraficamente posso definirmi un adulto anche io, mi guardo intorno e cerco di capire il sapore della mia generazione, qualcuno ha parlato di generazione 1000 euro, ma è una definizione inevitabilmente soggetta all’inflazione, qualche tempo fa si parlava di generazione precaria, ma oggi come oggi non sono sicuro che i precari siano di più dei disoccupati definitivi. Faccio un giro nel web e scopro che la mia è la generazione dei nostalgici, la generazione Amarcord; la rete è zeppa di blog e forum che ricordano i gelati Eldorado e le sorprese delle merendine Mulino Bianco (che qualche tempo fa ha annunciato di voler ripescare ricetta e foggia dei biscotti di quegli anni), del Crystal Ball e del Piaggio Sì. Non è un caso che il Cinema stia riproponendo sempre più spesso gli anni 80, non è un caso che l’uomo più pagato della televisione fosse il maestro del primo asilo catodico (Paolo Bonolis). Se fossi uno che non si arrende direi che la mia generazione è così perché gli è stata negata la possibilità di essere protagonista, gli è stato tolto tutto tranne, appunto, i ricordi. Ma io non sono uno che non si arrende, non sono uno che lotta, io sono un neo-adulto, io sono uno della mia generazione, e allora cerco di ricordare, e ricordo degli omini della lego, ma con la testa di animale, leone, elefante, ippopotamo, pecora ect, e ricordo un libretto, con dei racconti semi-illustrati che avevano per protagonisti questi pupazzetti, ed erano i racconti più malinconici che abbia mai letto, mi pare di ricordare che fossero delle sorprese, forse dello Sprint (di cui foto in alto)? Offro un Ciocorì a chiunque mi sappia dare più informazioni su quel libretto.

* “La mia generazione” è anche il titolo di un bellissimo film di Wilma Labate del 1996

Biscotti e algoritmi

Mi chiamo Salvatore Bertoni e ho quarantacinque anni; da 3 mesi ho smesso di ascoltare. Così, di punto in bianco; il 4 agosto alle ore 18:01 ho smesso di ascoltare. Non sono diventato sordo, semplicemente ho deciso di non elaborare più i suoni che mi arrivano alle orecchie. Ho staccato la porta line-in del mio cervello. Ma non è che ho proprio deciso, è una cosa che mi è venuta naturale, non so neanche il perché. Mia moglie mi ha portato da una serie di specialisti che ci hanno succhiato via metà del nostro contocorrente: uno ha detto che era un infezione del nervo acustico, un altro ha pensato a un ictus, due hanno sospettato un tumore al cervello, l’ultimo ha parlato di sordità isterica, ma la verità è che ho semplicemente smesso di ascoltare. A lavoro se ne sono accorti circa un mese dopo, quel 4 agosto alle ore 18:01 sono andato in ferie. Mia moglie invece lo ha capito subito; mi ha fatto girare tutti gli ospedali di Milano almeno due volte, un safari nel sistema sanitario nazionale non è proprio la vacanza che uno sogna, poi a settembre gli specialisti e le cliniche private mi hanno praticamente pignorato il bancomat, e allora mi sono ribbellato, l’ho detto che quella situazione non mi piaceva. Però non ho fatto caso a quello che mi hanno risposto. In questi mesi ho riscoperto il piacere di leggere; ogni mattina, a colazione, rileggo gli ingredienti dei biscotti. Anche la posologia e le modalità d’uso dei medicinali sono interessanti, ma gli ingredienti dei biscotti sono di gran lunga la mia lettura preferita. “Tradurre in algoritmo la ricetta dei biscotti”; è un esercizio che davo sempre ai corsi di programmazione. La programmazione è molto più semplice di quanto si pensa; dai un input e ottieni un output, tutto qui. Sono sistemista in un’azienda che assembla impianti hi-fi. O meglio ero sistemista; sono in malattia da due mesi. Sono in malattia senza essere malato. Mia figlia lo ha capito, che non sono malato, ed ha solo sei anni; la pediatra ha detto che la mia condizione avrà effetti devastanti sulla sua psiche. Sua di mia figlia, non della pediatra; la pediatra se la passa benissimo, e anche la sua amica psicoterapeuta infantile, visto che praticamente il suo mutuo ora lo pago io. Ma mia figlia non ha nessun problema. E’ vero, ha smesso di parlare, ma per me non cambia nulla. Anzi, da quando io ho smesso di ascoltare, e lei di parlare, insieme ci divertiamo un casino; ieri abbiamo finito un puzzle da mille pezzi, abbiamo lavorato sodo, siamo stati una macchina da guerra. Senza la distrazione delle parole si lavora meglio. Le opinioni, i sentimenti da esternare, le battute, i pettegolezzi, i saluti, i vaffanculo, i ti chiamavo per sapere come stai, sono stringhe inutili nell’algoritmo delle nostre sessioni di vita. Senza le parole si funziona meglio. Mia figlia è un meraviglioso software privo di errori. Io non sono meraviglioso come lei, ma ultimamente mi sento più fico del solito. Forse tra un po’ saremo ancora più simili; mia moglie ha avviato le pratiche per l’interdizione, sospendono la mia capacità di agire, giuridicamente sarò assimilabile a un minore, a una bambina di sei anni. Non sarebbe male. Ho messo a letto mia figlia poche ore fa; un tempo mi chiedeva di raccontarle una favola, ora non chiede nulla, dato che non parla, e anche se parlasse io non potrei ascoltarla, ma lo so che ha nostalgia di quei tempi, allora, senza che me lo chieda, io comincio: – Farina, burro, zucchero semolato, sale, uova, lievito chimico, aromi…

Ho un sogno; una politica “contro” la Famiglia

Qualche giorno fa vado in banca per fare un favore a un amico; fatto quello che dovevo fare chiedo all’impiegato se presso il loro istituto era possibile fare versamenti attraverso sportello Atm, l’impiegato, che aveva grosso modo la mia età, fa finta di niente, allora io insisto, lui tergiversa, pongo nuovamente la domanda e lui mi guarda terrorizzato come se avessi chiesto di mettere tutto il contante in una busta e dopo di sdraiarsi a terra con le mani dietro la nuca, a questo punto sono stato io a far finta di niente. Oggi vado a farmi un paio di occhiali nuovi, scelgo un grosso centro aperto da poco ma che gode già di una certa fama, scelgo la montatura, poi do alla ragazza col camice bianco i miei vecchi occhiali per prenderne la gradazione. La ragazza smanetta un po’ con un macchinario e poi urla a un signore di mezza età dall’altra parte del negozio: “Ah pà, qua me dice 0,93”, e l’interpellato risponde: “Ao ma che non l’hai capito ancora che i gradi sò a murtipli de cinque?”. Vi ricordate il libro “La Casta” e tutta la polemica che generò? Era focalizzata sui privilegi della classe politica, ma il libro descriveva anche altre anomalie come le provincie, e la settarietà di alcune categorie professionali (ad esempio notai, avvocati e giornalisti), che si passano di padre in figlio il mestiere come un qualsiasi bene immobile. E se è ormai ritenuto naturale piazzare i propri figli e nipoti nel settore pubblico, figuriamoci se non lo è nel settore privato. Che bella cosa la Famiglia, mette daccordo tutti, Stato e anti-Stato, infatti è anche la parola più nota legata al gergo mafioso. E poi è un brano del jukebox politico che non passa mai di moda, nessun avversario è così folle da criticare uno slogan sulla Famiglia*. Anche se io non ho mai capito perché il dramma di una famiglia di quattro persone che muore di fame, debba avere la priorità sul dramma di quattro single, senza famiglia, che muoiono di fame. In questi giorni ho sentito dire che il sistema Italia sta resistendo alla crisi grazie al suo più importante ammortizzatore sociale, appunto, la famiglia. Bene. Ma quanto è giusta e conveniente questa situazione? Quanto il sistema Italia è stato frenato nella sua crescita, precedentemente, da questa istituzione? Perché, si badi bene, la famiglia in Italia, non è soltanto il luogo di formazione affettiva e sostentamento, ma è la fornace di un fenomeno che in sociologia è detto familismo amorale, un fenomeno per il quale le categorie di bene e male sono percepite ed elaborate relativamente agli interessi del proprio nucleo familiare, e non della collettività, anzi spesso in contapposizione con le regole sociali pubbliche. Tale concetto è stato elaborato da Edward Banfield dopo uno studio di una comunità, guarda un po’, in Italia.

* L’ipocrisia e la demagogia sul tema della famiglia in politica è ben descritta nel film, pur non eccellente, di Umberto Carteni “Diverso da chi?”