Er rigazzino deve da dì la poesia

Non so se a voi è capitato. A me sì. Quando a scegliere come vestirmi non ero io, quando per arrivare al tavolo mi mettevano cuscini sotto al minuscolo culo, quando le ventidue e trenta erano le colonne d’ercole della notte, ebbene allora, la poesia nelle feste comandate era un comandamento. Oggi la poesia la sceglierei io, e la poesia farebbe così:

C’è stato un tempo in cui
noi eravamo cadaveri vivi
c’è stato un tempo in cui,
noi correvamo sempre
restare fermi era vietato,
pure i sassi stavano in divieto di sosta.
Sua Santità Babbo Natale
era ancora vestito di bianco e di rosso,
c’è stato un tempo in cui
ci aveva renne di lusso
ai potenti portava regali
ai servi carbone,
ma poi c’è stato il tempo in cui
noi siamo risorti
dall’happy hour del megaraduno dell’indulgenza
e i vampiri del sangue del santo ci hanno visto a noi…
Noi siamo i froci, siamo gli ebrei
palestinesi dell’intifada
siamo barboni lungo la strada
siamo le zecche comuniste
noi siamo anarchici, noi siamo spastici
siamo quelli col cesso a parte
noi siamo brutti sporchi ma buoni
che detto in sintesi significa coglioni
Noi siamo i negri, meridionali
siamo gli autonomi dei centri sociali
siamo l’elogio della pazzia
siamo un errore di ortografia
noi siamo i punti dopo le virgole
siamo drogati, zingari e zoccole.

da “Cadaveri Vivi“, dall’album “Parole Sante” di Ascanio Celestini

Il ladro da discount

Qual è il trucco per fare una spesa intelligente?
Dove vanno a finire i colpi sparati in aria dalla polizia?
Qual è il prezzo di un uomo quando aumenta il costo della vita?
Io rubo nei supermarket. Ogni dieci euro che pago in cassa, ne soffio cento dagli scaffali. Ma questo lo sai già. Sono un ladro onesto io, ho un’etica, e non rubo mai i liquori, perché va bene rubare per mangiare, ma i vizi uno se li deve pagare. E anche questo lo sai già. Quello che non sai, Ana Paula, è che oggi una guardia giurata mi ha beccato. Mi ha visto mentre mi infilavo un salame Galbani nel cappotto, nel tascone interno che mi hai cucito tu, meu amor. Anzi mi sa che non mi ha visto, cioè, forse mi ha visto mettere nello zaino le vaschette di speck, quello già affettato, oppure il gorgonzola invernizzi, ma non il salame, perché quando mi ha urlato contro, io ho messo la mano sotto il cappotto, per mettere a posto il salame, e quello ha sparato. Non saprò mai dove vanno a finire i colpi sparati in aria dalla polizia. Però me ne vado sapendo che quelli sparati su un tubo di metallo del soffitto, possono rimbalzare, e finirti nella pancia, porca puttana. Ma io dico, se ho una pistola, faccio una rapina no? Vado direttamente in cassa, coglione! Mi farebbe pure tenerezza, vaffanculo, non avrà più di ventanni, quando mi ha urlato gli tremava la voce, era bianco, sudato, se non fosse che nella pancia ho una fontana di sangue, e ce l’ho pure nelle mutande, almeno penso sia sangue, magari mi farebbe pure tenerezza.
Generalmente quando mi bevono mi umiliano, mi trattano come una merda, una volta mi hanno pure menato. Questa volta, però, mi accarezzano la testa, mi sussurrano che va tutto bene. Forse la vita, anche solo di un ladro da discount, vale ancora qualcosa, nonostante la crisi. Mi dispiace niña, forse non sono stato un buon compagno, ma ti giuro che ho fatto il possibile, ti avrei voluto insegnare tutto quello che ho imparato nella vita, anche se è poco, ti avrei svelato un piccolo grande segreto, che conservavo per un momento speciale, ma dato che speciale o no, questo è il mio ultimo momento, te lo svelo ora, ricorda queste parole: i liquori migliori come rapporto qualità prezzo, sono sempre quelli nello scaffale in basso.

Attentato alla Bocconi, e a De Andrè

“Con un mano tenera e l’altra armata
così esprimo la mia solidarietà
Guadagnando in ogni battaglia
Una somma di preziosa libertà
2004”
Così comincia il volantino di rivendicazione dell’attentato di questa notte all’università Bocconi di Milano. Parole che potrebbero appartenere a Mauricio Morales, anarchico cileno morto il 22 maggio di quest’anno, mentre si preparava a un attacco con un estintore pieno di polvere nera, lo stesso anarchico che dà il nome al nucleo del Fai (federazione anarchica informale) che ha rivendicato l’attentato con una telefonata al quotidiano “Libero”. Alle 3 del 16 dicembre 2009 sarebbero dovuti esplodere due chili di dinamite, ma l’ordigno era confezionato male, e ad esplodere è stato solo l’innesco. Chiudere i centri di identificazione ed espulsione la richiesta del gruppo. Martedì la stessa sigla aveva rivendicato una lettera esplosiva indirizzata al direttore del Cie di Gorizia. Sull’autenticità della rivendicazione ci sono pochi dubbi, come testimonierebbero alcune scritte a penna in calce al volantino, che descrivono l’ordigno: “scatola di metallo, 4 viti e 8 bulloni”, anche se le notizie ufficiali parlano di un tubo metallico, e non di una scatola, e tra le righe stampate si legge di 2 kg di dinamite, mentre per la Digos i chili di dinamite sarebbero 3, imprecisioni che potrebbero far pensare a un “appalto” nella fabbricazione dell’ordigno. “Operazione eat the reach – Fuoco ai Cie”, questo il nome dell’operazione del Fai; dopo aver citato il De Andrè dell’album “Storia di un impiegato” (“chi non terrorizza si ammala di terrore”) il gruppo descrive di aver scelto un luogo inaspettato, ma dopo tornano a dipingere lo stesso come “avamposto del dominio, dove si formano i nuovi strumenti ed apparati del capitale, dove si affilano le armi che taglieranno la gola agli sfruttati”. L’orario sul quale era stato regolato il timer rassicura sulla volontà di non far scorrere sangue, ma le parole con le quali il gruppo descrive l’università Bocconi sono davvero preoccupanti, il pericolo è che in un’ubriacatura ideologica non si riesca più a distinguere tra i “padroni” e chi con la parte malata della classe dirigente c’entra poco o niente, il pensiero va a episodi come quello dell’undici dicembre settantanove (esattamente trenta anni fa), in cui un commando di Prima Linea irruppe nella scuola d’Amministrazione aziendale di Torino e dopo aver trascinato duecento studenti nell’aula magna, ne scelse a caso cinque da gambizzare insieme ad altrettanti professori. Certo non è più quel tempo, e anche il linguaggio dei rivoluzionari armati è differente, meno “burocratico” e più letterario, e viene voglia di chiedersi a cosa siano serviti i poeti della rivoluzione non violenta se poi le loro parole campeggiano nelle lettere dei nuovi bombaroli. Forse gli autori di questi atti dovrebbero ascoltare davvero De Andrè, prima di citarlo.

Post dei cattivi consigli

Come si chiama il cilindro di cartone dei rotoli di carta igienica? “Cilindro di cartone dei rotoli di carta igienica”? Ma non è un nome, è una descrizione. E come si dice quando dopo l’ultimo scalino il piede va a cercare un altro scalino che non c’è? Inciampare? Perdere l’equilibrio? Ma quella è la conseguenza. Ci sono tante cose di cui ignoriamo il nome, eppure esistono. Cotanta retorica solo per presentare una mia cosa intitolata “Ognuno scelga il suo nome”, che doveva inizialmente essere pubblicata sul numero 5 della rivista ViaDelleBelleDonne, ma a seguito della decisione di sospendere l’attività della stessa da parte di chi la portava avanti, il succitato scritto è stato adottato dal blog della responsabile per la narrativa della rivista, Morena Fanti.

Ora, per dare un’utilità sociale a questo post, qualche suggerimento per un regalo di Natale non gradito, utile per farsi odiare o per sabotare il sistema capitalistico-babbonatalesco: un vecchio televisore a tubo catodico senza presa scart, una musicasetta vergine da 46 minuti, un portachiavi, un portachiavi a forma di bara, una bara, una bandiera della Corea del Nord, un mouse a forma di piede, uno scarafaggio di gomma anti-stress, degli assorbenti ascellari, l’herpes, cinque numeri da giocare al lotto, un adesivo da auto con scritto “Rubami”, una figura retorica, una figura di merda, una scatola di cerotti, un blister di placebo, una collezione di buste di plastica, un kbyte, un mal di pancia, la fotocopia in bianco e nero di una banconota da 10€, un calzino turchese usato, un link a questo post.

L’uomo nero

E’ strano provare a scrivere una recensione su “L’uomo nero”, è strano e paradossale; attraverso gli occhi del piccolo Gabriele (Guido Giaquinto) riviviamo l’ossessione di un uomo verso un’arte, la pittura, un’ossessione che diventa quasi follia quando la passione di suo padre, il capostazione Ernesto Rossetti (Sergio Rubini), incontra proprio il cinismo e l’ipocrisa della critica, una critica di provincia che parla per bocca del professor Venusio (Vito Signorile, odioso e perfetto nell’interpretazione), aizzato dal viscido avvocato Pezzetti (Maurizio Micheli). E’ strano, paradossale e anche difficile, per me, scrivere questa recensione, perché mi è difficile capire quanto uno spettatore estraneo all’ambientazione geografica del film, possa godere, quanto ho goduto io, del ritratto di quei posti, di quelle facce, di quei modi di parlare, di comportarsi, di pensare. Ma “l’uomo nero” non è solo nostalgico folclore, Rubini, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Carla Cavaluzzi e a quella preziosa risorsa del nostro cinema scritto che è Domenico Starnone, tesse un intreccio forte, con un colpo di scena che sarebbe piaciuto a De Filippo e a Pirandello, una storia che avrebbe funzionato con qualsiasi altro abito regionale, e in qualsiasi altra ambientazione storica. Proprio per il robusto plot, “l’uomo nero” sembra avvicinarsi, più di altre pellicole di Rubini, a “Colpo d’occhio”, in quel caso, però, il meccanismo non funzionava, nonostante gli ingranaggi luccicanti. Ma Rubini, oltre a essere regista e soggettista/sceneggiatore, come sempre nei suoi film, è anche attore, e come attore ci ha abituato a standard altissimi, la sua interpretazione nel film, anche se in senso assoluto è ottima, non spicca rispetto a quelle di altre pellicole, mentre merita un plauso Riccardo Scamarcio, che ha il merito (o la fortuna?) di vestire bene i panni di un personaggio (zio Pinuccio) scritto meravigliosamente. Fuori luogo Anna Falchi, che interpreta la fatale Donna Valeria Giordano. Brava la Golino (Franca Rossetti), ma a disagio con l’accento, cosa che in realtà si nota poco grazie al minestrone linguistico di Rubini, che mescolando cadenze del barese, del salentino e del brindisino, dà allo spettatore non avvezzo al tavoliere, l’impressione di una lingua assai eterogenea, tale tecnica è estesa anche ai luoghi e alle architetture. Ultimo argomento le musiche di Piovani, coinvolgenti ma troppo simili ai temi de “la vita è bella”. Ad ogni modo, per me, il miglior film di Sergio Rubini.

La romantica crepa

Prima una scia bluastra da dietro la montagna, poi un cono di luce, ed infine una spirale nel cielo. Se non fosse per le altre numerose foto e video, la foto qui pubblicata l’avrei senz’altro bollata come bufala, eppure è successo, e ne sono testimoni i norvegesi residenti nella zona di Trøndelag, mercoledì mattina, ore otto circa. Il centralino dell’istituto metereologico norvegese è stato preso d’assalto, ma inutile è stata l’attesa e la fatica dei nostri cugini che vivono sul tetto d’europa; il fenomeno non ha nulla in comune con meteroiti e aurore boreali. La notizia è di quelle che fanno orgasmare quelli che vedono gli ufo anche dietro la schiuma del cappuccino. Qualcuno ha parlato di test militari russi, esattamente di un test segreto e del lancio, finito male, di un razzo, partito con ogni probabilità, da un sommergibile nel Mar Bianco; nessun test era previsto fanno sapere le autorità (ma và… non a caso sarebbe un test “segreto”), ma guarda caso era vietata la navigazione nel Mar Bianco proprio a ridosso dell’accaduto. Ovviamente io non ho idea di cosa sia, però posso tifare, e personalmente tifo per la squadra che ha già perso; quella del fenomeno naturale. Abbiamo un’idea monolitica della scienza, pensiamo che tutto quello che conosciamo sia davvero tutto il conoscibile, ma non è così. Fleck descriveva la scienza come un insieme di cerchi concentrici, quelli più interni, in cui la scienza e la conoscenza nascono, hanno come forma di ragionamento la domanda e il dubbio, mentre nei cerchi esterni vigono gli assiomi e le leggi. Chi fa scienza in prima persona sa che il nostro sapere è solo un modello, una serie di ipotesi meticolosamente relazionate tra di loro, bene, una crepa in questo modello, per me, è più affascinante di qualsiasi ufo e più avvincente di qualsiasi segreto militare.

Postilla del giorno stesso: a 24 ore dal fenomeno arriva l’ufficializzazione di quella che sembrava la tesi più realistica, si è trattato del tredicesimo test per il missile russo Bulava, test fallito, come i precedenti, una sorta di gigante dei cieli destinato a scortare testate nucleari, ma che si spera, continuerà a offrire solo spettacoli pirotecnici agli scandinavi.