La Carie – secondo tempo

[Qui la prima parte] Non esiste libera professione con più infiltrati del dentista. Ne ho conosciuti a carrettate, igienisti e odontotecnici per la maggior parte, ma anche ex-studenti di medicina, e addirittura un geometra. Poi lo beccarono, il geometra intendo; io c’ero quando venne la finanza, era il mio ultimo giorno lì, non poteva finire meglio, svuotai lo studio di tutti i farmaci, e la cosa alleggerì anche la posizione del geometra. Poi andai in uno di questi nuovi discount dell’otturazione, quelli da prima visita gratis, e lì conobbi Mattia. Era un odioso tirocinante. Stupido. E brutto, con l’acne a quasi trentanni. Mi scoprì mentre infilavo le fiale sotto al camice; non potevo giustificarmi, gli raccontai tutto, e poi gli allungai cinque carte da cento per tenere l’acqua in bocca. Gustavo Rol, il noto sensitivo che grazie ai suoi presunti poteri salvò una paesino piemontese da un rastrellamento nazista, una volta scrisse in una lettera: “Ho scoperto una tremenda legge che lega il colore verde, la quinta musicale ed il calore. Ho perduto la gioia di vivere”. Io non ho idea di quale sia la quinta musicale, e non ricordo se nello studio facesse caldo, ma è vero che il verde, nello specifico il verde centeuro, su Mattia ebbe un potere tremendo, ma la gioia di vivere, invece di perderla, la trovò. Cominciò a lavorare per me, lo mandavo a vendere in discoteca, mentre io lavoravo con i clienti selezionati, ogni tanto lo portavo con me in qualche villa, per fargli vedere a cosa poteva ambire se rigava dritto, e se continuava a fottere la lidocaina. Lo presi sotto la mia ala. Mi fidavo di lui, gli avevo anche dato le chiavi di casa. Ecco, le chiavi di casa: una sera tornai e lo trovai nella stanza adibita a galleria, sul mio divano da trip, con in mano la mia foto preferita, quella di Elizabeth, fotografata dal Conte Di Favona durante un soggiorno presso certi eredi d’Asburgo a Budapest, anno 1932. Aveva sofferto tanto la povera Elizabeth, lo so, la foto me lo aveva raccontato, presa in giro dagli uomini della sua epoca, tutti, dai nobili ai carbonai, e morta sicuramente sotto un ponte sul Danubio, ammazzata dal coltello di un cliente che riteneva troppo alta la sua parcella da meretrice. E ora veniva stuprata di nuovo, da quel verme di Mattia, che con una mano reggeva la cornice e con l’altra si masturbava. Lui non si accorse di me, e io feci finta di niente. La carie nasce da una rivolta. I batteri che normalmente vivono in bocca, ad un certo punto si guardano attorno e scoprono di essere diventati tanti, tantissimi, e forti, il programma di controllo nascite della saliva è fallito e loro sono diventati una forza indomabile, e allora si ribellano, e gli innocui batteri che vivono in bocca cominciano a mangiarsi i denti. Forse Mattia pensava di essere diventato più forte di me. Forse Mattia era la carie. Crollò dopo nemmeno trenta minuti, grazie ai 50 mg di diazepam con cui avevo condito la sua orata. Eravamo al dolce. Cadde con la faccia sul tiramisù, ficcandosi il cucchiaino in una narice. Lo stesi sul tavolo e col coltello da grana cominciai a scalpellargli gli incisivi. A guardare i suoi denti tutti avrebbero dovuto capire che razza di mostro era.

La Carie – primo tempo

Come la sensazione quando ti stai lavando i denti, e ti sei messo lì convinto che ti saresti dato un gran bella lucidata allo smalto, lavori di spalla, gomito e polso, e quando pensi che sia abbastanza, all’ultima spazzolata senti un pezzo di cibo, una briciola molle e acida, staccatasi da chissà quale molare. Un misto di frustrazione, schifo e rassegnazione. Questo provai quando trovai Mattia con Elizabeth.
Sarei un igienista dentale, sarei. In realtà ho fatto ragioneria, e basta. Ho cominciato a frequentare gli studi dentistici quando un amico mi ha detto che la lidocaina, il più comune anestetico odontoiatrico, è tale e quale alla cocaina. In realtà non è vero. Però è la migliore delle sostanze da taglio. Anche se io vendo solo quella, senza coca, lidocaina tagliata con lidocaina. Niente merda, solo anestetico odontoiatrico. Io mi prendo cura dei miei clienti. Del resto sono un cliente anche io, solo che sono passato a un livello superiore. Un tempo avevo la passione degli allucinogeni, la mescalina era la mia preferita, poi ho cominciato a collezionare foto erotiche d’epoca. Io la chiamo sindrome di Obelix, come il grassone dei fumetti di Asterix; era l’unico del villaggio che non beveva la pozione magica perché da bambino ci era caduto dentro, e gli effetti sul suo fisico si erano cronicizzati. Ho mangiato tanto peyote che mi parte il pilota automatico della fattanza quando voglio: le mie porte della percezione, come le definirebbe Aldous Huxley, sono le foto erotiche d’epoca. E non sono l’unico; un ritratto originale dei primi del novecento, può costare più di una macchina sportiva, è la bancarella meno nota del mercato dell’arte. Ovviamente il sesso non c’entra niente, la sessualità di quelle opere è morta e decomposta, e si è trasformata in qualcosa di diverso, uno specchio nel proprio inconscio. Sindrome di Stendhal la chiamano alcuni. Trip lo chiamo io. Ma dicevo della lidocaina: rompo un po’ di fiale in un pentolino, lascio evaporare i liquidi e poi con una lama da rasoio gratto via il precipitato, una polverina pronta pronta per essere venduta a settanta carte al grammo. Lo saprebbe fare anche un bambino ritardato; il problema è procurarsi le fiale, per questo sono la puttana degli studi odontoiatrici, cambio studio di settimana in settimana, elemosinando un tirocinio, se è necessario pago, tanto poi al momento opportuno mi prendo quello che mi serve. E poi i denti mi piacciono. Per alcuni psicologi il sorriso è l’elemento fisico più importante nella prima impressione, che a sua volta gioca un ruolo fondamentale nel giudizio complessivo su una persona. [Continua…]

La prima cosa bella

Bruno è un insegnante quarantenne di un istituto alberghiero, convive da sempre col demone della malinconia, dell’insoddisfazione, del vuoto. Un giorno appare all’improvviso sua sorella Valeria, per rapirlo dalla sua vita milanese e riportarlo a Livorno dove la madre, quella madre che Bruno non chiama mai, quella madre malata terminale di cancro, sta per morire. Con un incipit così sembra improbabile poter classificare “La prima cosa bella” come commedia, genere elettivo di Virzì, eppure si ride tanto, senza che questo scalfisca mai la sacralità della morte. Questa commistione tra comico e drammatico potrebbe far pensare alla commedia all’italiana, quella di Monicelli e Risi (che nel film viene anche omaggiato), lo stesso Virzì confessa di essersi ispirato, per questo film, alle pellicole di quello che considera il suo maestro, Ettore Scola. Ma rispetto a quelle storie, quella scritta da Bruni, Piccolo e Virzì (più che un terzetto di sceneggiatori, una piccola-grande impresa del made in italy, settore cinema), manca di convincenti elementi di satira sociale e di costume, ma in compenso regala un ispiratissimo studio psicologico dei personaggi. Mastrandrea (Bruno Michelucci) si conferma un ottimo interprete, e con questa prova in livornese scaccia definitivamente l’ipotesi che l’efficacia dei suoi tempi comici derivi dalla romanità. Forse non all’altezza Micaela Ramazzotti (Anna Nigiotti, mamma di Bruno, da giovane), in due scene chiave l’ho trovata monoemotiva,incapace di dare delle sfumature ai sentimenti del suo personaggio. Decisamente meglio Claudia Pandolfi (Valeria Michelucci), completamente a suo agio nella Livorno di Virzì, come in quel film del ’97 che la lanciò, “Ovosodo”. Accanto a loro due monumenti come Stefania Sandrelli (Anna Nigiotti da anziana) e Marco Messeri (Il Nesi). Dal punto di vista tecnico-registico Virzì sembra addirittura maturato, nonostante sia ben lungi dal potersi considerare un giovane regista; le due inquadrature dall’alto, la prima di Bruno steso su un prato, e la seconda di Anna stesa sul letto, posizionate simmetricamente rispetto all’inizio e alla fine della storia, nonché il piano sequenza in cui i due fratelli si confrontano a casa della madre, sono delle gemme perfettamente intagliate e incastonate. Non c’è molto altro da dire su “La prima cosa bella”, se non che è un gran bel film. Anzi, un gran bel Film.

Testamento semiotico, Chuck Palahniuk e Avatar

Mi appresto a leggere “Pigmeo” di Chuck Palahniuk, e alla fine potrei non essere più lo stesso. La mia grammatica è stata sempre gracilina; a otto anni ho fatto una cura ricostituente per le doppie, a dieci mi hanno impiantato una protesi per gli accenti, a dodici ho avuto un attacco di panico davanti a una consecutio temporum, e ancora oggi i congiuntivi mi provocano le vertigini. Ecco, considerate questo e considerate uno scrittore che come uno sciamano occidentale ha la capacità di catapultarmi nel suo delirio (Niccolò Ammaniti scrisse di Palahniuk: “…è peggio di un polpo. Ti afferra con i suoi tentacoli e ti trascina in un buco pauroso. Lasciatelo stare se avete lo stomaco debole”), ma considerate soprattutto 238 pagine scritte tutte così: “Uomo di passaporti, ufficiale solo dietro vetro proiettile, apre e legge libro passaporto di operativo me, confronta dato cartaceo di visto; uomo guarda questo agente da alto, dice: «Hai fatto un bel po’ di strada figliolo». Ufficiale di passaporti è vetusto animale recintato, futuro morente con troppo di sangue denso raccolto dentro vene di gambe. Intero giorno dentro trappola, possibile che prossimo viaggio a gabinetto, pum-pum, grumo spacca cervello”. E’ decisamente troppo per il mio precario equilibrio logico-linguistico, lo so già che non sopravviverà; voi vi chiederete perché lo faccio, ma non sono qui per spiegare questo, bensì per le mie ultime volontà semiotiche, qualora tra breve io non sia più in grado di formulare frase di senso compiuto. Ai miei familiari lascio le parole cortesi, agli sconosciuti le formule della buona educazione, agli amici le parole inventate, ai colleghi le parole in inglese (non sapevo a chi altro darle). Lascio le parole “caldo”, “cibo” e “casa” agli homeless, lascio gli avverbi a quelli di poche parole, i condizionali ai troppo sicuri di sé. Lascio i “Vaffanculo” al governo, e i “porca puttana” all’opposizione. In fede, Barabba Marlin.

Passiamo ad altro: il film “Avatar” è una bambola gonfiabile. Fine recensione. Approfitto dello spazio guadagnato per una riflessione sul 3d. C’è una bella storiella che si racconta ai corsi universitari di cinema: la cameriera di un noto scrittore russo (non ricordo quale) andò a vedere per la prima volta una pellicola al cinematografo, benché fosse una donna istruita e intelligente, tornò a casa dello scrittore letteralmente sconvolta e disgustata, per la quantità di teste mozzate che aveva visto. La cameriera non conosceva ancora il concetto di primo piano. Pensavo che il 3d fosse un effetto speciale fine a sé stesso, da usare con cautela per non generare tolleranza, invece è una cassetta degli attrezzi nuova per la composizione dell’inquadratura. E’ una piccola rivoluzione (già abbozzata molti anni fa, ma resa abbordabile oggi dal digitale), non paragonabile all’introduzione del sonoro o del colore, ma piuttosto all’invenzione del Dolby Sorround.  Attendo con ansia un film in 3d d’autore, non necessariamente di fantascienza; l’incontro di Micheal Gondry (“Eternal sunshine of the spotless mind”, “L’arte del Sogno“) con questa tecnica, sarebbe come quello tra la nitrocellulosa e la gricerina. E allora rideremmo di noi, come di quella povera cameriera, pensando a come ci aveva impressionato Avatar.

La dieta dello sciacallo

Mangiare cadaveri non è una cosa che ti fa guadagnare punti in società. In natura chi ammazza per mangiare è un vincente, chi mangia chi è già morto, senza ammazzare nessuno, fa schifo. Dire a qualcuno che è un leone, una tigre, una pantera, è un complimento mica da poco. Invece verme, topo e avvoltoio no, generalmente non suonano come dei complimenti. O come il povero sciacallo, che oltre ad essere mangiatore di carogne, è per tutti anche un pezzo di merda, quando invece è l’unico carnivoro che lascia mangiare per primi gli individui più deboli del branco. Non è tanto mangiare la carne morta che fa schifo all’uomo, anche il salame è un animale morto mesi prima, ma è morto ammazzato, e questo fa la differenza. In zoologia ero un drago, però non mi sono mai laureato, e a dirla tutta zoologia è l’unico esame che ho dato, tanto di anatomia e istologia, di chimica inorganica, di fisiologia vegetale e di tutte le altre materie di scienze biologiche non me ne frega un cazzo. La zoologia è tutto quello che c’è da sapere. La zoologia è tutto quello che voglio sapere.
Farcisco tramezzini di notte, quelli che trovate nel vostro bar il giorno dopo, facciamo anche cornetti, ciambelle, maritozzi con la panna, bombe alla crema e al cioccolato, ma quelli li fa Baasim, io faccio i tramezzini.
Mangiando un kebab l’uomo soddisfa la fame fisica e l’istinto predatorio, anche se per interposta persona. Non si scherza con l’istinto predatorio, le faine ci rimangono sotto. Anche se passa per una che sa il fatto suo, una faina se entra in un pollaio diventa scema, e ammazza molte più galline di quante ne possa mangiare, bruciandosi così il fast food gratuito per i futuri spuntini di mezzanotte. Si chiama surplus killing.
Ogni tramezzino finisce in un pacco da dieci. I pacchi sono di quattro tipi: pomodoro e mozzarella, prosciutto e formaggio, tonno e uovo e assortiti. Negli assortiti ci va tutto quello che mi passa per la testa. Gli assortiti sono i migliori. Alle quattro e mezza passa Cinzia a prendere i pacchi per il primo giro di consegne. E’ carina Cinzia, piccola e carina come un tamias sibiricus, altrimenti detto scoiattolo giapponese o tamia siberiano. E’ piccola e guida un pachiderma da tre tonnellate e mezzo in giro per la città. Ha i tratti eritrei della madre e una montagna di capelli ricci. Chissà perché i ricci si chiamano ricci anche se col riccio non c’entrano niente. O al contrario, chissà perché il riccio si chiama riccio anche se non è riccio.
L’erinaceus europaeus, comunemente detto riccio, può essere facilmente addomesticato, anche se lo Stato italiano ne vieta la cattività. Quando va in letargo dimentica tutte le eventuali esperienze fatte con l’uomo, e quando si sveglia conosce solo i suoi istinti. Avere un riccio nell’orto è una gran paraculata, mangia cavallette e altri animali dannosi per le piante. Come ricompensa alcuni contadini sono soliti lasciargli un pezzo di pane e una ciotola di latte di vacca. Il riccio va matto per il pane e il latte, ma per il suo organismo sono come veleno. E’ una cazzata che le bestie sanno sempre cosa mangiare, se fosse così non esisterebbero i mangimi avvelenati.
A proposito di mangimi avvelenati; che tramezzino avete scelto ieri durante la pausa pranzo, o sabato notte dopo la discoteca? Siete sicuri che quello fosse davvero pollo e non un piccione morto che ho trovato sul balcone di casa mia? E le alici vi sono piaciute? Sapete quanti pesci butta ogni giorno nella spazzatura un negozio di acquariofilia? E il tacchino? Buona il tacchino vero? Avete presente le nutrie? Sono quei roditori di grossa taglia che hanno infestato i nostri fiumi dopo che qualche azienda che faceva pellicce di castorino, ne ha liberato in natura gli esemplari per non sostenere i costi di abbattimento, beh ecco, alla fine anche le nutrie muoiono, ne avete mai assaggiata una? Siete proprio sicuri che la coscia di nutria non sappia di tacchino? Non è sano, direte voi, erano animali malati; perché pensate che i vostri animali di allevamento scoppino di salute? Sarebbero morti anche loro col fegato spappolato e l’intestino esploso, se non li avessero ammazzati prima. E voi altri, voi che invece comprate solo biologico all’equo e solidale, e sognate la macchina a idrogeno, perché vi sentite migliori, perché pensate di essere la specie più evoluta, se è vero che avete dominato gli istinti primordiali con l’intelletto, allora provate a seguire il sentiero dello sciacallo, e prendete un tramezzino dal pacco degli assortiti.

La toponomastica spiegata a un bambino di otto anni

Il bambino percorreva quella strada quasi ogni giorno, era la strada che da scuola lo portava a casa; non ci mise molto a individuare la novità.
-Signore Signore…
Disse il bambino, richiamando l’attenzione di un uomo vestito come il suo papà: giacca, cravatta e scarpe marroni.
-Chi era quello?
E il bambino, che era un bambino intelligente e curioso, indicò una targa, e sulla targa c’era scritto “Via Bettino Craxi”.
-Era un ladro.
Disse l’uomo in giacca e cravatta.
-E perché gli hanno dato una strada?
Chiese il bambino.
-Perché era il più bravo di tutti.
Rispose l’uomo.
-Perché rubava ai ricchi per dare ai poveri?
-Non proprio…
Il bambino non capì, ma fece finta del contrario. Poi quasi cadde per uno schiaffo in piena faccia.
-Ora dammi gli spicci che hai in tasca.
Il bambino, piangendo, e già col moccio che gocciolava dal naso come da un rubinetto rotto, disse che aveva solo due caramelle e una gomma da masticare, e l’uomo in giacca e cravatta rispose che andavano bene lo stesso.
Da quel giorno il bambino capì che un criminale è un criminale anche se porta la giacca e la cravatta. O se gli dedicano una via.

Poco prima dei titoli di coda

Avvertenza: questo post è pieno di spoiler quanto Villa Certosa di fanciulle in fiore. Questo post è uno spoiler.

Una volta lessi che la rivoluzione, dal punto di vista tecnico-musicale, dei Beatles, è stato l’uso dell’accordo in settima; l’accordo in settima crea un’attesa, un atmosfera sospesa, è un accordo di passaggio, e mai nessuno, prima dei Beatles, lo aveva usato alla fine di una battuta. Nonostante sia un analfabeta musicale, la cosa mi colpì molto. Un’altra volta, in una recensione a un libro di Soriga, scrissi: «La supremazia dell’incipit è un mito che hanno creato quelli che i libri li vendono, ma non li scrivono. Un autore vero sa che il finale è la cosa più importante, è la porta della gabbia, che il lettore può aprire per farsi divorare dalla bestia che vive nella storia». E’ una cosa che penso sinceramente, e mi è difficile descriverlo con altre parole, ed infatti finisce qui la mia inutile lezioncina sulla filologia del finale. Ieri sera ho visto l’ultimo film di Woody Allen, “Basta che funzioni”, un film che è stato subito considerato, non a torto, come uno dei migliori del regista, ma cavolo, il finale… di un buonismo… dopo le secchiate di cinismo in pieno volto dei minuti precedenti, quel finale proprio non mi è sceso giù, come una carbonara dopo il sorbetto al limone. Allen, che di suo ha scritto uno dei finali più poetici e anticonformisti della storia del cinema (quello di “Io e Annie”, qui per vederlo), è stato probabilmente costretto dalla produzione/distribuzione a piazzare una zolletta di zucchero alla fine… se non è così, vi prego, non fatemelo sapere. Penso che fare una classifica dei migliori ending sia odioso e insensato quanto fare una classifica dei migliori film (o una classifica e basta), quindi quelli di seguito sono solo dei gran bei finali che il momento mi suggerisce: Le vite degli altri (di Florian Henckel von Donnersmarck), Le conseguenze dell’amore (di Paolo Sorrentino), Piovono Mucche (di Luca Vendruscolo), Bianca (di Nanni Moretti), La grande guerra (di Mario Monicelli), Nuovomondo (di Emanuele Crialese), Tutti giù per terra (di Davide Ferrario), Stanno tutti bene (di Giuseppe Tornatore), Ovosodo (di Paolo Virzì), Le invasioni barbariche (di Denys Arcand), Arancia Meccanica (di Stanley Kubrick), La 25a ora (di Spike Lee), In nome del popolo Italiano (di Dino Risi) e continuate voi…

Nota Legale: i link ai finali sono ad uso e consumo di chi i film li ha già visti, quindi se qualcuno ha sbirciato senza aver visto il film, onde evitare conseguenze peggiori, si costituisca egli stesso alle forze dell’ordine.