Telecomunicazioni

Erano le otto e trenta di sera, faceva ancora un gran caldo, Valerio aveva l’impressione che tra la pelle del suo culo e il jeans ci fosse un’intercapedine di sudore, ma un sudore viscoso, gelatinoso. Quella panchina non aveva neanche lo schienale, una panca di ferro infuocato nel mezzo del nulla, ma l’autobus si fermava lo stesso; avevano fatto una fermata per i lavoratori della TuriTel, il call center in cui Valerio lavorava, ma ad aspettare l’autobus da più trenta minuti c’era solo lui, tutti erano corsi a casa a vedere la partita della nazionale, la semifinale di coppa del mondo, e c’erano andati probabilmente anche tutti gli autisti di autobus, e per l’occasione la TuriTel aveva chiuso un’ora prima. Nel raggio di un chilometro c’era solo lui, e forse qualche trans, che nella zona offrivano servizio no-stop trecentosessantacinque giorni l’anno. Valerio, intontito e incazzato, provava a ripetersi il programma di diritto civile, se a ottobre lo passava la strada verso la tesi era spianata. Cosa avrebbe fatto dopo la laurea non lo sapeva, ogni giorno leggeva sui siti d’informazione un nuovo preoccupato allarme sullo stato occupazionale, e quando non c’erano le dichiarazioni c’erano i fatti, le fabbriche che chiudevano, gli operai incatenati e gli ingegneri sui tetti. Pure loro, pure gli ingegneri venivano mandati a casa. Di concorsi pubblici neanche a parlarne, i colleghi glielo raccontavano che erano delle farse, che alla fine i nomi dei vincitori avevano accanto sempre gli stessi cognomi, quelli di assessori e consiglieri regionali, di noti professionisti e noti criminali. Si sarebbe laureato e sarebbe rimasto alla Turitel, sperando trimestralmente nel rinnovo contrattuale e giornalmente nella vendita di un abbonamento internet. Pensava questo Valerio, dopo aver finito il riepilogo del programma di diritto civile. Poi la sua testa si voltò, automaticamente, prima si voltò e poi elaborò quel rumore, uno stridio pungente come quel caldo umido che gli bagnava la schiena e il culo. Era un Suv nero che sbandava, quasi si schiantò contro i cancelli chiusi della TuriTel, e dopo ripartì sgommando verso di lui, verso Valerio. Il vetro oscurato si abbassò magicamente senza rumore, era un Suv pacchiano e inquinante, ma era una gran bella macchina, pensò Valerio, una macchina che lui non si sarebbe potuto permettere nemmeno se si fosse venduto metà dei suoi organi.
-Aò me fai fà na telefonata?- Valerio non rispose, a dire il vero quella domanda neanche gli entrò nella testa, c’era un’altra domanda che impegnava la sua corteccia, e quella domanda suonava più o meno così: “è davvero lui?”.
-Dajè rigazzì, te la pago… che te credi?- Sì, era lui, concluse Valerio, era Gennaro Turi, proprietario della TuriTel, della TuriTravel, della Turi Immobiliare, e di chissà quale altra fabbrica di raggiri. Non lo aveva mai visto di persona, però sapeva tutto di lui. Sapeva che da giovane era stato un picchiatore di estrema destra, sapeva che il suocero era colonnello della Guardia di Finanza, sapeva che le sue aziende erano territorio off-limits per i sindacati, sapeva che si faceva chiamare dottore senza essere laureato; Turi rappresentava per Valerio tutto ciò che odiava, Turi era la causa dell’incipiente ulcera di Valerio, Turi era per Valerio un nemico del popolo, della democrazia, una merda da fucilare sulla pubblica piazza.
-Me s’è scaricato er telefono, tiè vedi…- Turi mostrò a Valerio il display del suo Iphone, nero come la notte che si apprestava a calare. Lo mostrò mentre scendeva dal nuovo Porsche Cayenne, e solo allora Valerio si accorse dei graffi sul collo, e della camicia strappata. Valerio sapeva tutto di Turi, eccetto, forse, della sua passione segreta per il terzo sesso.
-Aò stamme a sentì, devo chiamà l’avvocato, è successo un casino… hai capito o no?- Valeriò andò in cortocircuito, per un attimo stava per cedergli il suo telefono da ventinove euro e novanta, lo aveva anche tirato fuori dalla tasca. Per un attimo aveva pensato che fare un favore a uno come Turi non era una cattiva idea, magari gli avrebbe detto che lavorava in una sua azienda, magari avrebbe fatto carriera, altro che inutile laurea.
-Aò ma sei rincojionito o mi stai a pijà per culo?- Ringhiò Turi a due centimetri dal volto di Valerio, che invece sembrava fissare un punto immaginario, oltre il camerata Turi, oltre il Suv, oltre i viados della tangenziale. La coscienza di Valerio era in piena guerra di secessione.
Forse Turi pensò che quello che aveva davanti era uno con le palle, uno che non si cagava addosso tanto facilmente. E’ vero, fisicamente lo avrebbe sovrastato, a cinquantanni poteva ancora mettere a terra una mezza sega come quella, ma aveva già abbastanza casini, e per giunta si stava perdendo pure la partita. Turi tirò fuori il portafoglio di Gucci: -D’accordo quanto vuoi? Te lo compro quel cellulare da morto di fame. Quanto? Cento, duecento, trecento? Quanto cazzo vuoi?
Una voce dall’inconfondibile accento di Rio gridò qualcosa al di là della strada, Turi ebbe un fremito, si voltò indietro, poi tornò sul suo portafogli aperto e… l’orologio cazzo! Si sfilò il Rolex e lo porse a Valerio: -Questo vale tremila euro! Dammi quella merda di telefono!
Valerio fece un cenno con la testa, dal basso verso l’alto, come per dire no, ma poteva anche aver indicato qualcosa, ad esempio… il Cayenne. In quel momento Turi realizzò il paradosso; lui che aveva fatto con la telefonia una ricchezza, stava per svendere parte di essa per una telefonata. Ma non aveva scelta, doveva chiamare l’avvocato per risolvere quel casino di mignotte e papponi, e poi col telefono del coglione si sarebbe chiamato un taxi. E cedendo le chiavi disse: -Tanto ti trovo bastardo… non ti preoccupare che ti trovo…
Mise l’aria condizionata al massimo, Valerio, e andava piano, lo avrebbe tirato quel bestione, ma non subito, prima voleva godersi dallo specchietto retrovisore lo spettacolo di Turi che ascoltava quella voce registrata, quella voce che diceva “Il suo credito è insufficiente, la chiamata non può essere inoltrata”.

Post strampalato della domenica

Stimolo 1: Un negozio dalle parti di casa mia ha appeso alla vetrina la scritta “Non stiamo chiudendo”; sembra che molti clienti passando e vedendo la vetrina in allestimento, entravano per consolare il proprietario, pensando all’ennesima chiusura nel quartiere. Quando mi chiederanno un ricordo di questa seconda Grande Depressione, io risponderò col ricordo della chiusura di tutte le videoteche del mio quartiere. La chiusura delle videoteche sarà per me l’equivalente di chi ha visto nel 29 i manager buttarsi dalle finestre di Wall Street. In realtà non è solo colpa della crisi economica, il web ha sicuramente inciso non poco; lungi da me una condanna della nuova frontiera del home video, ma per “noi” è la fine di un’epoca, e come tale merita un commiato. E per noi intendo tutti quelli che ritengono il cinema un’esperienza intima, da fare in camera, come il sesso. La sala cinematografica è un tempio, un luogo in cui una folla si riunisce in un rito di adorazione, ma la videoteca è un bordello, uno squallido bar americano per single; adocchi una locandina, la studi per bene, e poi le offri da bere, a casa tua, e se qualche volta scegli male, e ti alzi il giorno dopo chiedendoti come cazzo ti era venuto in mente di portartela a casa, poi ci torni lo stesso, in videoteca.

Stimolo 2: -Tuo padre ha deciso di crescersi i capelli- mi dice ridendo mia madre al telefono. Io lì per lì dico che è uno scherzo, ipotizzo che abbia litigato col suo barbiere storico, ma lei, mia madre, giura che è vero. Mio padre, mio padre che non ha mai portato i capelli più lunghi di un dito e mezzo, mio padre che mi fracassava i coglioni quando li portavo io, i capelli lunghi. Mi è balenato in mente un pensiero, cioè il fatto che avere i capelli lunghi a settantanni è sicuramente più ribelle che portarli a diciotto, ma poi mi sono ricordato che non è un mio pensiero ma un patetico spot della Diesel, quindi ho virato sulla più probabile, naturale e rassicurante, ipotesi della demenza senile.

Stimolo 3: Un mio amico è medico in un ospedale pediatrico. Mi ha scritto una mail in cui mi raccontava che durante la nevicata che ha sorpreso Roma pochi giorni fa, i bambini sono corsi a guardare fuori dalla finestra, e poi mi ha raccontato della guarigione di un altro bambino, ricoverato in condizioni drammatiche, ma si era incasinato con la punteggiatura, e leggendo sembrava che i due fatti fossero misteriosamente correlati.

Questi tre spunti sarebbero potuti diventare altrettanti post. Sarebbero. Ma sono finiti nello stesso strampalato post. Eppure c’è qualcosa che unisce questi tre episodi, ma è un qualcosa che è noto solo a me, e che mi è impossibile spiegare per le implicazioni di una legge della meccanica quantistica. In realtà tale legge non esiste, al momento, ma potrebbero formularla. Potrebbero.

Dritto in faccia

Leggo il Sole 24 ore, lo leggo sempre in metropolitana. Mi piace pensare che la gente che mi guarda pensi che sia un broker, magari caduto in disgrazia dopo il crollo di Wall Street. Leggo il Sole 24 ore, sempre la stessa copia sgualcita, comprarne una al giorno non mi sembra il caso: sono un cassaintegrato, anche mio padre lo era, forse è una malattia genetica. Sì, probabilmente la propensione a subire le conseguenze degli errori altrui è una malattia genetica. La signora accanto a me mangia una brioche del Mulino Bianco, ha la faccia di una che sa cucinare, ha la faccia di una che per una vita ha preparato ai figli la sbobba più calorica per tenerli lontano dalla tentazione di uno snack industriale, eppure lei ora mangia una brioche del Mulino Bianco. E’ una nevrosi che conosco bene: il mio compagno è un cuoco, uno da cinque stelle. Fare il cuoco è un lavoro come un altro, fare il cuoco e avere talento è un lavoro di merda: tu cucini un piatto che è un capolavoro e quello dopo cinque minuti non c’è più, è diventato bolo, e dopo sarà merda. E’ come se Leonardo avesse disegnato l’uomo vitruviano su una lavagnetta magica, quelle che con una scrollata cancellano tutto. Così le nostre cene sono delle vaschette da infilare nel microonde. Volto pagina, alzo lo sguardo e mi accorgo che difronte a me è seduto un ragazzo indiano, un bel ragazzo; gli indiani mi piacciono, non ho mai visto un indiano che avesse la faccia da persona cattiva. Almeno apparentemente. Fisso nelle pupille il ragazzo per scavare tra i suoi segreti indicibili, ma quello se ne accorge e si volta. Alla fermata Ponte Lungo sale sul treno un esercito di ragazzini. I pischelli sono i più facili da leggere, dal taglio di capelli riesco a capire chi tenterà il concorso in polizia e chi passerà una vita all’università, le ragazze che andranno a ingrassare le fila degli insegnanti precari e quelle che faranno le estetiste. Gli adolescenti sono i più facili da leggere, per questo li trovo noiosi. Meglio gli indici borsistici di sei mesi fa. Scendo a San Giovanni, mi sistemo il nodo della cravatta e guardo l’orologio; mi piace pensare che la gente che mi guarda creda che vada a lavoro. Passeggio nel parco, quello che costeggia via Carlo Felice, a volte mi siedo su una panchina, e questa è una di quelle volte. Un labrador mi viene vicino, mi guarda in faccia, mi fissa negli occhi, poi all’improvviso tira fuori la lingua e comincia a scodinzolare; mi sta comunicando la sua felicità. I cani possono essere degli animali fottutamente crudeli.