Come il gatto che si fa le unghie

Non so se a voi capita; quelle giornate come quella di ieri*, in cui ti accorgi di essere stanco di sperare e di incazzarti, e improvvisamente aspiri a diventare quell’animale che tanto ti faceva schifo, quell’animale che non si fa domande, che non si informa, che non ha morale, che accetta tutto e sorride alla vita. Ma dura poco. Pochissimo. Poi ritorni a farti male, come il gatto che si fa le unghie sul divano nonostante il matematico calcio in culo. Sarà un istinto, darwinianamente senza senso, oppure masochismo, di quello esistenziale, asessuato, ma qualsiasi cosa sia, non vi si può sfuggire. E così, dopo poche ore, ancora con il gusto della bile in bocca, ti ritrovi a leggere “Acab (All Cops Are Bastards)” di Carlo Bonini, uno pseudo-romanzo che ripercorrendo alcuni capitoli della nostra storia recente offre tutto il materiale necessario per un teoria generale dell’odio. Segnalo anche l’ultimo contributo di Zoro, sulla situazione a L’Aquila un anno dopo il terremoto, davvero toccante (e anche divertente).

* per i lettori futuri: parlo delle elezioni regionali del 28 e 29 marzo 2010

Dagli appunti del dottor B.M. / 7 (il paradigma del gelato al sedano)

La proprietà transitiva è un fondamento dell’aritmetica, ma non della vita reale: le cose vengono percepite anche in base alla loro posizione. Un piccolo esperimento: andate in un supermercato e comprate un vasetto di yogurt, recatevi alla cassa e dopo averlo pagato chiedete una busta di plastica, giunti a casa prendete la busta e disponetela laddove generalmente è riposto il contenitore dell’immondizia, ora telefonate a un amico e invitatelo a casa, dopo avergli offerto il caffè gli mostrate la busta che fodera il secchio della spazzatura con dentro l’intonso vasetto di yogurt, e gli chiedete di prenderlo, con le mani, è molto probabile che il vostro amico si rifiuti schifato, la stessa probabilità cala vertiginosamente se disponete la busta in un altro angolo della casa. La percezione dello stesso vasetto di yogurt cambia a seconda del punto di casa in cui si trova, se è in un frigo si può mangiare, se è in una busta in un angolo della cucina non si può nemmeno toccare. Altra considerazione sperimentale: quanti di voi mangerebbero un cono gelato al sedano, al vino malvasia o al gusto “peperoni, capperi e cioccolato bianco”*? Pochi, davvero pochi, a giudicare dal fatto che il gelataio pazzo al quale mi riferisco non replica sovente queste trovate, eppure quegli stessi gelati sono fra gli antipasti e i contorni di alcuni ristoranti di grandi chef. Anche in questo caso la traslazione fisica da un posto a un altro, nel caso specifico dal gelataio sotto casa al ristorante di lusso, dal cono al piattino orlato d’oro, cambia la percezione della cosa.
Conclusione: il valore del contesto nel processo di significazione** è spesso ricordato quando si parla di intercettazioni telefoniche, citazioni improprie, estrapolazioni, ed è vero, il contesto è fondamentale, ma troppe volte è usato come un alibi; a volte una porcheria rimane una porcheria qualsiasi sia il contesto, come un vasetto di yogurt rimane un vasetto di yogurt anche in una busta di plastica sotto al lavandino.

* Vi giuro che non è un’invenzione, l’ho visto e per amore di scienza e conoscenza l’ho anche assaggiato; sapeva di peperonata dimenticata in frigo nel ripiano sotto al tiramisu.
** “processo di significazione” potrebbe essere un’espressione d’uso comune in semiotica, ma anche no, visto che me la sono inventata mentre scrivevo.

I’m a Cyborg, But That’s OK – Saibogujiman kwenchana

Ci sono dei modi di dire un po’ stupidi e razzisti che normalmente usiamo e tolleriamo. Usare ad esempio il paragone con lo Zimbawe, o altri stati africani, per indicare uno stato di arretratezza o corruzione delle istituzioni, senza conoscere minimamente la situazione dello stato citato*. Oppure parlare del cinema russo e coreano come del cinema più “pesante” che esista, di un cinema che i cinefili patrizi apprezzano ipocritamente per distinguersi dai plebei da sala. Nel caso della Corea, poi, il pregiudizio è totalmente sballato: da Seoul sono partiti i maestri che hanno dettato i canoni a Hollywood del nuovo cinema horror, forse per definizione il genere più commerciale. E poi c’è Park Chan-wook, noto al mondo per la trilogia della vendetta (“Mr Vendetta”, “Old Boy”, “Lady Vendetta”), non spendo molte parole per Chan-wook e per lo straordinario “Old Boy”, ricordo solo che Quentin Tarantino disse “è il film che avrei voluto girare io”, e aggiungo, non è affatto detto che gli sarebbe venuto meglio. Ma veniamo a “I’m a Cyborg, But That’s OK”.
Una fabbrica in Corea, delle operaie assemblano dei circuiti, una di queste segue alla lettera le istruzioni date dall’altoparlante, un altoparlante che sente solo lei; si taglia un polso e infila nella ferita dei cavi elettrici. La ragazza si chiama Young-Goon, e pensa di essere un cyborg. Ma finisce in manicomio; una clinica ambigua, in cui i giovani psichiatri giocano a ping pong con i pazienti, ma non mancano di distribuire tanto allegramente un elettroshock ogni tanto.
Chan-wook Park costruisce una sorta di “Favoloso mondo di Amelie” al contrario, lo psicotico mondo di Young-Goon; l’affinità col film di Jeunet sembra sempre più forte man mano che la storia va avanti, dopo che viene abbandonata la traccia di una delirante vendetta della protagonista (nella fisica narrativa di Park la vendetta è una sorta di legge di gravità), e diviene più importante la storia di amicizia con Park Il-sun, un giovane cleptomane di nevrosi altrui. Nel racconto l’occhio dell’autore evita la via di mezzo; le scene si alternano tra freddo distacco e profonda empatia, il tutto accompagnato da una colonna sonora dalla melodia semplice e struggente, e da una computer grafica praticamente perfetta.
Una perla che si va ad aggiungere a quel particolare genere che potremmo definire cinema “manicomiale” (“il corridoio della paura”, “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, “Ragazze interrotte” ect).
Purtroppo il film non è stato distribuito in Italia, per vederlo è quindi necessario procurarsi una versione sottotitolata (a meno che non conosciate il coreano, ovviamente). Dico purtroppo anche perché non sono un amante dei film in lingua originale, non per la lingua ovviamente, ma per i sottotitoli, che inevitabilmente distraggono dalle immagini, e nel caso di Chan-wook Park è davvero un peccato, intendo perdersi la sua regia, davvero una cosa da matti…

*Non ci è dato sapere se, ad esempio, un alto funzionario zimbawese, dopo aver ricevuto pressioni dal capo del Governo, si sia lamentato telefonicamente con un terzo dicendo “Peggio che in Italia”, ogni riferimento a fatti di cronaca non è ovviamente casuale.

Elogio dell’incazzatura – reprise

Il bello di avere un blog, per un disordinomane come me, e che qualcun altro, o nel caso specifico qualcos’altro, mette in ordine i calzini al posto tuo. Se avessi dovuto scrivere un nuovo post sull’incazzatura mi sarei solo incazzato di più, fortunatamente posso ripubblicare quello che avevo già scritto sull’argomento nel giugno 2009:

Ultimamente sto sperimentando sempre più spesso un sentimento che non saprei definire in altro modo che incazzatura. L’incazzatura è diversa dalla rabbia, la rabbia offusca la ragione, l’incazzatura l’affina, la stimola. La rabbia è un fuoco che finisce in fumo e cenere, l’incazzatura medita vendetta e giustizia. L’incazzatura fa bene all’autostima: l’incazzato è incazzato perché non è mai colpa sua, è sempre colpa di qualcun altro. E poi gli incazzati non muoiono mai; si può morire di malattia o di morte violenta, di fame, di sete, per uno spavento, per troppo dolore, per troppa gioia, perfino per un rapporto sessuale, ma non ho mai sentito nessuno che è morto incazzato. L’incazzatura muove la società; le rivoluzioni sono sempre avvenute perché c’era qualcuno di incazzato, molto incazzato. L’incazzatura è invisibile: se qualcuno dice di essere incazzato lo fa per sfogarsi, l’incazzatura vera, invece, non conosce conforto, lo sfogo è inutile, anzi fa solo incazzare di più. Quelli che lottano contro le mafie, quelli che lottano per i diritti, quelli che lottano comunque e nonostante tutto, per cosa lo fanno? Per cosa mettono a repentaglio la loro vita, per cosa rinunciano alla serenità e a volte al potere e al denaro? Perché un angelo gli ha rivelato che erano i prescelti? No. Lo fanno perché sono incazzati. Incazzati per l’arroganza, la prepotenza, l’ingiustizia.

L’incazzatura può essere il più nobile dei sentimenti.

Non avevo capito niente

“Non avevo capito niente” è un romanzo di post-formazione; Vincenzo Malinconico apparentemente è un uomo fatto, ma ha tutta l’insicurezza di un diciottenne. Vincenzo Malinconico è figlio del suo tempo e del suo dove, un avvocatillo semi-disoccupato di Napoli, separato (e con un complesso di inferiorità nei riguardi della ex) e con due figli più maturi di lui, ai suoi occhi il tribunale ha le stesse dinamiche sociali di un liceo, e la prospettiva di essere un uomo incompleto incombe come una colonna sonora. Sulla testa del protagonista lampeggia al neon quella domanda che tutti, prima ho poi, ci siamo fatti nella vita: “ma che ci sto a fare qui?”. Poi un giorno una telefonata, dal tribunale lo chiamano per una difesa d’ufficio; lui si occupa di civile, ma un tempo ha avuto velleità da penalista, un’ambizione tanto piccola che è bastato dare la disponibilità per le nomine d’ufficio per soddisfarla (“tanto non chiamano mai nessuno”). Insomma un giorno lo chiamano e ad aspettarlo c’è Mimmo o’Burzone…
Avete presente quando vedete un film tratto da un libro, e quel film vi è piaciuto tanto che alla fine avete letto anche il libro? Io non l’ho mai fatto, ma se l’avessi fatto quel libro sarebbe stato “Certi bambini” di Diego De Silva, dal quale è stato tratto lo sconvolgente film di Antonio e Andrea Frazzi, e a quest’ultimo, scomparso nel 2006, è dedicato “Non avevo capito niente”.
Diego De Silva è nato con la camicia, la camicia dello scrittore, uno che sa esaltare il lettore descrivendo anche solo un uomo che beve il caffè, uno che ha la cornea a forma di grandangolo narrativo. Per leggere “Non avevo capito niente” bisogna essere dei surfisti, bisogna saper rimanere in piedi nel maremoto dei pensieri della voce narrante; se non si ha equilibrio si affoga, se invece le onde non mettono paura, ci si diverte un casino. In sintesi De Silva è un maledetto bastardo.
“Certe volte penso che quando alzi la testa, e cominci a muovere le cose e a chiedere, invece di subire tutto praticando il minimo sindacale di resistenza (che poi è il mio modo di vivere), la realtà ti nota. Acquista un po’ di stima nei tuoi confronti e ti rende la vita più facile. Ecco perché all’improvviso capita che trovi posto sotto casa, o una donna ti guarda, o ti offrono un lavoro. Come quando ti fai l’amante, che all’improvviso ti cercano altre quattro o cinque donne contemporaneamente (fra cui un paio di ex che non vedevi da qualche anno), e tu ti domandi: «Ehi, ma dove cazzo stavate fino all’altro ieri?»
da “Non avevo capito niente”, Diego De Silva, Einaudi, pag 151-152.

Prossima lettura ACAB (all cops are bastards), di Carlo Bonini.

*Guardate bene la copertina: la donna si avvicina o si allontana rispetto all’obbiettivo?