I’m a Cyborg, But That’s OK – Saibogujiman kwenchana

Ci sono dei modi di dire un po’ stupidi e razzisti che normalmente usiamo e tolleriamo. Usare ad esempio il paragone con lo Zimbawe, o altri stati africani, per indicare uno stato di arretratezza o corruzione delle istituzioni, senza conoscere minimamente la situazione dello stato citato*. Oppure parlare del cinema russo e coreano come del cinema più “pesante” che esista, di un cinema che i cinefili patrizi apprezzano ipocritamente per distinguersi dai plebei da sala. Nel caso della Corea, poi, il pregiudizio è totalmente sballato: da Seoul sono partiti i maestri che hanno dettato i canoni a Hollywood del nuovo cinema horror, forse per definizione il genere più commerciale. E poi c’è Park Chan-wook, noto al mondo per la trilogia della vendetta (“Mr Vendetta”, “Old Boy”, “Lady Vendetta”), non spendo molte parole per Chan-wook e per lo straordinario “Old Boy”, ricordo solo che Quentin Tarantino disse “è il film che avrei voluto girare io”, e aggiungo, non è affatto detto che gli sarebbe venuto meglio. Ma veniamo a “I’m a Cyborg, But That’s OK”.
Una fabbrica in Corea, delle operaie assemblano dei circuiti, una di queste segue alla lettera le istruzioni date dall’altoparlante, un altoparlante che sente solo lei; si taglia un polso e infila nella ferita dei cavi elettrici. La ragazza si chiama Young-Goon, e pensa di essere un cyborg. Ma finisce in manicomio; una clinica ambigua, in cui i giovani psichiatri giocano a ping pong con i pazienti, ma non mancano di distribuire tanto allegramente un elettroshock ogni tanto.
Chan-wook Park costruisce una sorta di “Favoloso mondo di Amelie” al contrario, lo psicotico mondo di Young-Goon; l’affinità col film di Jeunet sembra sempre più forte man mano che la storia va avanti, dopo che viene abbandonata la traccia di una delirante vendetta della protagonista (nella fisica narrativa di Park la vendetta è una sorta di legge di gravità), e diviene più importante la storia di amicizia con Park Il-sun, un giovane cleptomane di nevrosi altrui. Nel racconto l’occhio dell’autore evita la via di mezzo; le scene si alternano tra freddo distacco e profonda empatia, il tutto accompagnato da una colonna sonora dalla melodia semplice e struggente, e da una computer grafica praticamente perfetta.
Una perla che si va ad aggiungere a quel particolare genere che potremmo definire cinema “manicomiale” (“il corridoio della paura”, “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, “Ragazze interrotte” ect).
Purtroppo il film non è stato distribuito in Italia, per vederlo è quindi necessario procurarsi una versione sottotitolata (a meno che non conosciate il coreano, ovviamente). Dico purtroppo anche perché non sono un amante dei film in lingua originale, non per la lingua ovviamente, ma per i sottotitoli, che inevitabilmente distraggono dalle immagini, e nel caso di Chan-wook Park è davvero un peccato, intendo perdersi la sua regia, davvero una cosa da matti…

*Non ci è dato sapere se, ad esempio, un alto funzionario zimbawese, dopo aver ricevuto pressioni dal capo del Governo, si sia lamentato telefonicamente con un terzo dicendo “Peggio che in Italia”, ogni riferimento a fatti di cronaca non è ovviamente casuale.