La nostra vita

“Ora devi elaborare il lutto”
“No, quello che devo elaborare ora, sono i sordi”
In questa singola battuta si nasconde il motore degli eventi dell’ultimo film di Daniele Luchetti, che è valso il premio per la miglior interpretazione a Cannes 2010 al protagonistra Elio Germano, ex equo con Javier Bardem. Premiazione che a sua volta è stata il motore per una polemica politica e mediatica: “Dedico questo premio agli italiani che sono migliori della loro classe dirigente”, immediata la replica stizzita del governo e una presunta censura del Tg1; la cosa divertente è che Germano non aveva fatto riferimento diretto ed esclusivo al centro-destra e al governo, a leggere le sue interviste si scopre che l’attore ce l’aveva anche con classi dirigenziali insospettabili, come quella sindacale, ma il ministro Bondi si sentì subito chiamato in causa, quando si dice la coda di paglia…
“La nostra vita” racconta il tentativo di mettersi in proprio di Claudio (Elio Germano), operaio edile rimasto solo con tre figli dopo la morte della moglie (la splendida Isabella Ragonese), ma anche della sua ambizione di arricchirsi, speculando su una tragedia e minacciando un amico. Ma questo non è un film da guardare con la bussola morale in mano; come nella grande tradizione autoriale italiana Luchetti ci porta a fare un giro nell’umanità vera, che nella fattispecie vive e si spezza la schiena nei cantieri della periferia romana, questo non è un film della Warner Bros, qui non ci sono buoni e cattivi, qui c’è la realtà, e sotto questa luce è da valutare la scelta di Luchetti e degli altri due sceneggiatori, Sandro Petraglia e Stefano Rulli, di inserire elementi e snodi narrativi, che alcuni potrebbero ritenere troppo indulgenti, su alcune tematiche scomode, quali la sicurezza sul lavoro (la morte di un custode non a regola), e il razzismo spicciolo (“Lo vuoi svelato un segreto? I negri non servono per fare i tetti, so’ boni per sgobbà, ma non per fare i tetti: hai mai visto un tetto in Africa tu?”). La regia di Luchetti asseconda l’impressione dello spettatore di spiare la realtà dal buco della serratura, come del resto in “Mio fratello è figlio unico” dello stesso regista, tratto da un romanzo (“Il fasciocomunista”) del neo premio Strega Antonio Pennacchi, e in cui ritroviamo la coppia Elio Germano – Luca Zingaretti. Ma la decima fatica di Luchetti non è un film perfetto; nella parte finale sperpera una tensione drammatica che aveva saputo egregiamente costruire fino a quel momento. Ciò nonostante penso che Daniele Luchetti*, per troppo tempo considerato solo il ragazzo di bottega di Nanni Moretti, sia da annoverare come uno dei più bravi autori italiani di cinema in attività, un onesto capomastro, tanto per restare in tema col suo film, come del resto lo ero Bruno Pupparo, a cui è dedicato il film, che personalmente ho avuto la fortuna di conoscere anni fa attraverso amicizie comuni, un saggio capomastro dell’audio, forse il più bravo, di sicuro il più esperto.
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*A pochi minuti dai titoli di coda appare in un cammeo di due secondi: di profilo e con una videocamera in mano.