L’equivoco dell’eufemismo

Ero in un supermercato, all’angolo dei prodotti parafarmaceutici, cercavo i tappi per le orecchie, palliativo per la mia sociopatia, quando mi cade lo sguardo su un “contenitore sterile per coprologia”, al ripiano inferiore i contenitori per le urine. Al supermercato, urine si può dire, feci no. Piuttosto si usa un termine (per carità, di normale uso in biologia e medicina) che letteralmente significa “discorso di merda”.
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Anno 6543; un archeologo ritrova un manufatto probabilmente risalente alla prima rivoluzione digitale, della civiltà italiota, popolo misterioso che pur avendo delle leggi scritte si faceva amministrare da chi meglio infrangeva le stesse. Dopo diverse ricerche ed analisi lo scienziato è riuscito a decifrare le scritte poste sul reperto: si tratterebbe di un recipiente provvisto di tappo per la conservazione di parole e discorsi sconvenienti e contrari alla morale, che nella cultura di questo popolo erano associati simbolicamente agli scarti solidi corporei. Si tratta probabilmente di un oggetto rituale. Nei pressi del contenitore sono stati rinvenuti oggetti di automedicazione già noti e catalogati, questo fa supporre che all’oggetto si attribuissero poteri taumaturgici. Grazie alla traduzione, ancora incompleta, delle istruzioni cerimoniali rinvenute, sappiamo che il rito consisteva nelle fasi di apertura del contenitore, “riempimento” simbolico -forse deponendo all’interno del contenitore un foglio manoscritto, o forse pronunciando il discorso con la cavità rivolta verso la bocca -, chiusura e cessione a un soggetto esterno, forse uno sciamano, o un sensitivo, molto numerosi all’epoca, anche se la loro principale attività era una complessa e misteriosa divinazione numerologica, nota come “Superenalotto”. L’autore della scoperta ritiene che ci troviamo a un punto di svolta nello studio della civiltà italiota, forse nel rito della defecazione verbale si trovano i codici culturali per la comprensione di questo popolo. Tra breve, magari, potremo sciogliere il più grande mistero di questa affascinante civiltà, ovvero perché i cittadini italioti, a un certo punto della loro storia, cominciarono regredire?

Bava e affinità elettive

Mario Bava è l’impersonificazione cinematografica dell’antico adagio nemo propheta in patria; quando Tim Burton, in un’intervista italiana, confessò l’influenza esercitata su di lui dal regista sanremese, rimase di stucco davanti allo sguardo interrogativo dei giornalisti nostrani che non avevano la minima idea di chi fosse Mario Bava. Ma lo sapeva Scrorsese, che lo adorava, e lo sapeva Ridley Scott, che da “Terrore nello spazio” trasse ispirazione per “Alien”, lo sapeva David Lynch, che omaggiò l’opera di Bava con delle citazioni in “I segreti di Twin Peaks”. E lo sa Quentin Tarantino, che da Bava (e da Fulci) prende i canoni per la composizione dell’inquadratura e il gusto per la fotografia. Il capolavoro di Bava è unanimamente considerato “Cani arrabbiati”, film del 74 che non uscì nelle sale per il fallimento della casa di produzione (destino comune a molti film, ad esempio ci è andato vicino anche il “My name is Tanino” di Paolo Virzì, dopo i guai giudiziari della Cecchi Gori), uscì per la prima volta in homevideo più di ventanni dopo in Germania, su impegno di Lea Lander che nel film interpretava una parte, poi si diffuse in tutto il mondo, spesso in varie versioni e altri titoli (ben sei diverse edizioni secondo wikipedia), come “Semaforo rosso”, e “Kidnapped” (rapito) in una versione statunitense, rimontata e con scene inedite girate dal figlio di Mario, Lamberto Bava. Ma quando l’opera maledetta di Bava toccò il suolo stelle e strisce, un ragazzo dal cognome italiano e che di quel regista aveva il culto, aveva già girato la sua opera prima con un titolo molto simile, parlo di Quentin Tarantino e de “Le iene”, il cui titolo originale è “Reservoir dogs” (“Cani da rapina” in una riedizione italiana), mentre il titolo inglese della versione da sala del capolavoro di Bava fu “Rabid dogs” (uscito nel 1998, sei anni dopo il film di Tarantino). Ma le affinità non si esauriscono al titolo, infatti entrambe le storie partono dalle conseguenze di una rapina finita male, con tanto di ostaggio, che nel film di Tarantino viene tagliuzzato da un tipo (Mr Blonde) che avrebbe potuto indossare il soprannome destinato a uno dei tre rapinatori di Bava, ovvero “Bisturi”. Ma l’elemento comune più interessante è forse la trovata narrativa del braccaggio, che pur non palesandosi mai fa impazzire i protagonisti fino a metterli gli uni contro gli altri. Background lo chiamano, anche se personalmente preferisco l’immagine di una frequenza radio, e quando uno vi si sintonizza, con una vecchia radiolina a pile o con un potente impianto hi-fi, in mezzo a una campagna desolata o in cima ad un attico metropolitano, accede alle stesse melodie, alle stesse atmosfere, agli stessi mondi.
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Upload delle ore 20: Zac mi segnala che nel pomeriggio di oggi, su Sky Cinema, è andato in onda un documentario intitolato “Italiani senza gloria”, in cui Tarantino parla a lungo di Bava. Ecco, scrivevo di frequenze di fondo e strane sintonie…
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Nota personale: suggestionato dalla somiglianza dei titoli dei film di Tarantino e Bava, cerco su Wiki il titolo del racconto tripartito da me pubblicato su questo blog la settimana scorsa, ovvero “Il mantenuto”. Ne viene fuori l’opera prima come regista di Ugo Tognazzi, film praticamente sconosciuto e di cui è difficile sapere qualcosa. Ma il nome di Tognazzi mi porta alla mente un film da lui interpretato, e diretto da Lattuada, “Venga a prendere il caffè da noi”, tratto dal romanzo di Piero Chiara “La spartizione”. In questo film Tognazzi interpreta un reduce della seconda guerra mondiale che, arrivato a una certa età, decide di accasarsi, la sorte lo porta nelle braccia di tre sorelle, tre donne non più giovanissime barricate nel loro bigottismo di paese. Approfitto per invitare alla riscoperta di un’altro autore che non può, e non deve, essere dimenticato: Alberto Lattuada.

Il mantenuto – terza e ultima parte

Qui la seconda parte

La signora Canova in Grandini amava farsi possedere davanti al senatore suo marito, un repubblichino che osservava in silenzio le manovre in un angolo della stanza, con gli occhiali scuri nonostante la penombra, e le mani giunte sul pomello del bastone. La Santareggi, vedova del presidente Altomare, amava i giochi di ruolo a sfondo politico; il più delle volte lei era una manifestante femminista e lui un poliziotto manesco. La Renati, erede della nota casa di moda e finanziatrice del partito, era cultrice del classicissimo idraulico, e con Domenico aveva perfezionato la variante dello stagnaro terrone. Alla Tedeschi piaceva farlo in macchina. Alla Perrone addirittura al campo santo. Voleva fare il mantenuto e si ritrovava a fare il gigolò per over-settanta. Guadagnava sì, è vero, ma non era un lavoro stabile e duraturo, considerata anche l’età media della clientela. Anche lui era un precario, come quelli della scuola, come quelli che protestarono in piazza quella volta che la contessa dei Folasca-Strozzi, dalla finestra della sua fondazione, mostrò ai manifestanti il suo nodoso dito medio. Forse doveva cambiare giro, area politica, forse doveva prendersi una vacanza, stare con una donna per piacere… l’idea di toccare una ragazza della sua stessa età, o addirittura più giovane, gli sembrò un’immagine lontana come quella dei ghiacci del polo. Ed ebbe un brivido. «Ecco a lei» disse Paola, la fioraia, porgendogli il mazzo di novantanove rose rosse destinato alla vedova Bernardi, che di anni ne aveva pochi meno. Invece Paola aveva un’età indefinibile. Domenico aveva notato che quando lei gli parlava, il suo tono di voce era più lieve, più delicato rispetto a quello riservato ad altri clienti. Forse aveva un debole per lui. E forse a lui non avrebbe fatto male una scopata pro-bono. Le afferrò la mano, con la scusa dei soldi, le agguantò il dorso, con arrogante sicurezza. Ma lei si ritrasse. Magari fu quella reazione inaspettata, oppure una sorta di scintilla chimica, fatto sta che Domenico ebbe un flashback. Ma non come quelli dei film. Una sola immagine, velocissima, come un gatto che ti taglia la strada. Quella psichiatra, all’ospedale di Mogadiscio, glielo disse che col tempo gli sarebbero venuti alla mente frammenti della sua avventura in mare. E gli disse anche che un’esperienza come quella non si dimentica, e se succede è perché la mente ha voluto farlo, ad esempio perché ricordare risultava troppo doloroso, più di quanto la mente stessa potesse sopportare. Domenico pensava che si trattasse di una cazzata da universitari, di gente che non ha senso pratico, che non ricordava perché aveva battuto la testa, o per via dell’insolazione. Ma quello che aveva visto mentre Paola gli sfuggiva via, era troppo reale per essere un’illusione, quello che aveva ricordato gli fece troppo male per essere uno scherzo della mente: lui che si allontanava col gommone di salvataggio, mentre una svedese, quella che nel sogno gli apriva la porta della cabina, lo implorava di tornare indietro, la disperazione e l’inferno tatuati in faccia, mentre gli spari dei somali si mischiavano alle urla di terrore. E lui si allontanava. «Si sente bene?» chiese Paola. Lui mosse meccanicamente la testa in su e poi in giù. In su e poi in giù. Accanto alla cassa c’era uno specchio, si guardò; era ancora lui, ma dentro no, con un solo morso uno squalo si era portato via metà del suo corpo, un corpo che non si vede con gli occhi e non si riflette negli specchi. Era improvvisamente vecchio, ma non come le sue clienti, era di colpo stanco, ma non come dopo una scopata di lavoro. «Scusa» biascicò Domenico. Paola arrossì: «E per cosa?». Domenico guardò le labbra della fioraia vibrare, ma non percepì il senso di quella risposta imbarazzata. Non era, in fondo, il perdono di quella donna che chiedeva.

Fine

Il mantenuto – seconda parte

qui la prima parte

Ines la notò in un centro-commerciale, a dire il vero quello che notò fu la collana d’oro, tanto robusta da poter legare, in tutta sicurezza, un motorino al palo, e i numerosi bracciali e anelli, un solo dito risultava spoglio, privo di pietre e metalli preziosi, ma non di civetteria fuori tempo massimo: l’anulare sinistro. Domenico la pedinò, la seguì nell’erboristeria, nella profumeria, dall’estetista, pur di starle alle calcagna comprò un vaso alto come un bambino di dieci anni, un completino intimo di pizzo nero, un trolley rosa con la faccia di un gatto. L’occasione si presentò quando lei, carica come un ambulante a Pechino, perse, o forse lasciò cadere di proposito, una busta, Domenico accorse evitandole il fatale piegamento, e recuperata la merce si produsse in un baciamano provato centinaia di volte davanti allo specchio, e causando, contemporaneamente, la frana di tutti gli altri pacchi. Ines gli raccontò di non essersi mai sposata, ma di aver fatto girare la testa a diversi uomini in passato, compreso un famoso attore degli anni sessanta che Domenico non aveva mai sentito nominare. Era ricca di famiglia Ines, e sola, circondata da centinaia di peluche, ammucchiati sulle mensole con un macabro effetto campo di concentramento. Quella notte dormirono insieme, ma non fecero niente, rimasero abbracciati, addormentati nel mezzo di un racconto di Ines, un racconto tutto paillette e piume di struzzo. La mattina Domenico fu svegliato da un urlo, e poi un altro, e un altro ancora, quasi non riusciva ad aprire gli occhi tanto quelle grida gli provocavano fitte alla testa. Ines gli lanciava addosso spazzole e boccette di profumo, gli strillava di uscire da casa sua. Forse non ricordava nulla, o forse la mattina aveva altri gusti. Domenico capì che era una battaglia persa, raccolse gli abiti con una mano, e con l’altra si copriva il volto dagli oggetti volanti, ma si preoccupò anche di rastrellare una mancia per il disturbo, nello specifico la collana d’oro della sua mancata amante, che analizzata dal compro-e-vendo-oro sotto casa, risultò volgare bigiotteria, falso come i suoi animali di peluche e i suoi ricordi stile Dolce Vita.

Per qualche tempo Domenico bazzicò le associazioni benefiche, come concetto gli sembrava più onesto, in fin dei conti lui era alla ricerca di qualcuna che gli facesse beneficenza, ma scoprì che contrariamene a quanto pensava, quello della beneficenza era sport per giovani idealisti e non per ricche tardone, come facevano intendere certi film. Poi un giorno ebbe l’illuminazione guardando il telegiornale, vide una vecchia matrona intervistata, la scritta in sovraimpressione riportava il suo lungo nome condito da titolo nobiliare, l’ottantenne tesseva le lodi morali e politiche di uno dei candidati alla carica di segretario di Fiore Tricolore, il nuovo partito del rinnovato centro che proponeva l’inedita commistione fra vecchi fascisti e decrepiti democristiani. Ci provò e ci riuscì: si imbucò nel congresso di Fiore Tricolore, come segretario e delegato del fantomatico circolo di Castelluzzu in provincia di Cosenza. Quel posto era il paradiso dei gerontofili: seppur il partito non contasse nemmeno una donna fra i propri eletti in Parlamento, la convention pullulava di vecchie signore. Sobriamente eleganti come carri di Viareggio e simpatiche come malattie veneree. E tutte andavano in giro con il mento alto, la testa all’insù, come se avessero il collo incriccato, e a guardarle veniva da scommettere su quando sarebbero inciampate, cadute a terra rovinosamente, con tanto di bestemmione da borgata antica. Domenico, dopo aver dovuto specificare per l’ennesima volta che non era il cameriere, a seguito dei suoi tentativi di presentazione, se ne fece una ragione e afferrò un vassoio dal tavolo del buffet. Lo sguardo, o meglio il non-sguardo, che quel tipo di gente riservava alla “servitù” lo conosceva bene, per sei anni aveva lavorato nella ristorazione di lusso, per sei anni aveva lottato col senso di frustrazione. Suo nonno paterno era stato comunista, quello materno fascista; la fame e il freddo che avevano patito erano stati gli stessi, ma pensavano, agivano e parlavano in maniera completamente diversa. Una sola parola avevano in comune: “rivoluzione”. E gli davano lo stesso ingenuo significato: nessuno avrebbe dovuto più togliersi il cappello davanti a nessun altro. Ci sarebbero rimasti secchi i due vecchi se lo avessero visto in quel momento, a servire anche quando non veniva pagato, ma Domenico stava facendo altro, qualcosa che quei due pastori rincoglioniti non avrebbero mai potuto capire, stava combattendo una sua personale, viscerale e ineluttabile rivoluzione. «Lurida porca…» Soffiò Domenico nell’orecchio della contessa Alberici dei Folasca-Strozzi. Pur non toccato, il grosso orecchino appeso al lobo ottuagenario oscillò di scandalo.

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Il mantenuto – prima parte

«Ecco. Ricordatemi così». Pensò Domenico. «Io che entro nella cabina delle scandinave. Quattro svedesi bionde e vogliose. Ricordatemi così. Io che entro e loro che scherzano con me, con quel loro accento vichingo, e mi vogliono truccare e vestire da donna, e io che le salto addosso, e loro che ridono, e anche la loro risata ha quello strano accento del nord. Ricordatemi così. Caduto sul campo di battaglia, dopo aver difeso strenuamente onore personale e di patria». Poi lo svegliarono. E a farlo fu un tipo di colore, talmente nero che solo dopo diversi secondi Domenico si accorse che sotto al naso aveva un paio di baffi. Lo svegliarono che non mangiava da tre giorni, forse quattro. Lo svegliarono che aveva un erezione che neanche quando aveva quattordici anni. Non ricordava niente e non avrebbe ricordato neanche dopo. Buio. Il momento in cui i predoni salirono sullo yacht, la reazione del personale addetto alla sicurezza, gli spari, il lancio dei gommoni di salvataggio: niente di niente. Da quella avventura ne uscì con la paga prevista fino a quel punto della crociera, senza neanche un centesimo in più, lo stipendio di un cameriere preso a nolo insieme alla barca, e un’idea chiara, chiarissima; per il resto dei suoi giorni si sarebbe goduto la vita, si sarebbe trovato una vecchia vedova da sposare e avrebbe fatto il mantenuto.

Non era bello, questo lo sapeva, il fisico tarchiato di certi calabresi d’altri tempi, ma poteva migliorare. Non era colto, aveva cominciato a lavorare a diciotto anni, dopo un diploma all’istituto alberghiero di Catanzaro, titolo preso senza troppo impegno, perché di certo non era stupido. E poi aveva un’arma su cui pochi altri potevano contare: un’esotica avventura di pirati al largo della Somalia. Un’avventura che poteva documentare; portava sempre con sé un ritaglio di giornale in cui appariva in foto, con la faccia deperita e l’immancabile barba del naufrago. Un’avventura che avrebbe riempito di particolari inventati, pittoreschi, romantici, eroici, e qualsiasi altra sfumatura capace di sciogliere il cuore di qualche attempata riccastra. Il problema era trovarle. Cominciò a battere le balere, ma la sua intraprendenza spaventava le potenziali prede e allarmava i maturi pretendenti, inoltre i balli di gruppo non sembravano particolarmente in voga nelle classi abbienti. Ciò nonostante, Domenico, decise che doveva farsi le ossa, e una sera accettò l’invito di Loretta, sessantanove anni a luglio, vedova da tre, pensione e casa di proprietà, unico figlio a Londra. Tecnicamente Loretta gli aveva chiesto un passaggio, ma aveva aggiunto che dopo, Domenico, poteva salire a casa sua per bere una sambuca.

Loretta era più moderna nell’arredamento che nell’abbigliamento. La sua antica gonna a fiori, fra il divano Klippan e il tavolino Expedit, sembrava fuori luogo come un risciò in autostrada. Dopo i tradizionali complimenti per la casa, Domenico venne invitato a svestirsi della giacca, come ogni buona madre usa fare, altrimenti dopo, quando esci, ti viene un accidente… ma non era in vena di premure Loretta, almeno non di quel tipo; appena sfilò il primo braccio dalla manica, Domenico sentì una mano calda appoggiarsi sul ginocchio, non ebbe il coraggio di alzare lo sguardo, sfilò l’altro braccio e sentì la donna terribilmente vicina a lui, a quel punto non poteva fare altro che affrontare la situazione. Sollevate le pupille vide il viso di Loretta deformato dalla vicinanza, come quando guardi qualcuno dallo spioncino della porta, un qualcuno che magari ha avvicinato a sua volta l’occhio alla lente; poteva contargli tutte le pieghe verticali delle labbra, o i peli superflui sopra al labbro superiore, ma non ne ebbe il tempo, perché Loretta gli stampò la bocca sulla sua, e con una forza insospettata costrinse Domenico alla posizione orizzontale. Fu così che Domenico, a trentatré anni, su un divano Klippan due posti, in un quartiere residenziale a nord di Bologna, quella notte perse qualcosa di indefinito, una sorta di seconda verginità. E la carta di credito, quella prepagata, ma di quella se ne accorse solo in seguito, e fu una scoperta molto meno poetica.

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Post dei tanti argomenti che sommati fra loro fanno zero

Nelle prossime settimane la frequenza dei miei post probabilmente si diraderà, causa ferie, svogliatezza, scarsità di connessione in zona balneare eccetera, la stessa cosa vale per tanti altri blogger; mi vengono in mente delle dispense a fumetti che uscivano col Sole 24 Ore quando io ero moccioso, erano dei fumetti di Zio Paperone che insegnavano l’economia ai bambini, mi piacevano i fumetti della Disney, ma non i cartoni e i film d’animazione, da qualche parte lessi che la Disney americana, concesse alla Disney Italia (privilegio unico) di scrivere i soggetti e le sceneggiature per i fumetti pubblicati in Italia, per questo probabilmente mi piacevano le storie a fumetti e schifavo i cartoni, per questo che le strisce di Topolino avevano un non-so-che di noir mentre i cartoni sembravano le avventure di un cerebroleso, ad ogni modo, una massima di quelle dispense che mi rimase impressa è che quando la borsa va giù, l’investitore furbo non vende come gli altri, ma compra, seguendo la stessa filosofia, il  web-writer scaltro non dovrebbe seguire la contro-espansione stagionale della blogosfera, ma al contrario dovrebbe scrivere più del solito, in maniera da aumentare la propria fetta googliana, in modo da ingrassare la molecola che porta il proprio nome e che fluttua nella rete. Analizzo le “quote azionarie”, nel riepilogo delle parole chiave che portano al mio blog, e ne traggo che nel web dominano gli istinti primordiali, come il sesso (si vabbè questo lo sanno tutti…) con la parola “scopatore”, o la paura, con la ricerca “terremoto a Roma”, ma anche, risultato imprevisto, il crimine, o meglio la crime-fiction, la mitologia della delinquenza, con la ricerca de “romanzo criminale la serie”. L’altra sera degli amici mi accennavano a un fatto di cronaca che mi era sfuggito, dei ragazzi che andavano in giro per Roma ad atteggiarsi da boss chiamandosi con i nomignoli del romanzo/film/telefilm sopracitato, fino a quando uno di questi è finito in ospedale con la pancia usata come porta-coltelli, qualcosa di simile a quello raccontato da Saviano in Gomorra, sui due ragazzini che sparavano in giro citando Pulp Fiction. Non è un ragazzino, invece, l’ex-direttore della Asl di Pavia, Carlo Antonio Chiriaco, arrestato qualche tempo fa nella maxi-operazione contro la ‘ndrangheta lombarda, che ha dichiarato di essere stato sempre morbosamente attratto dal mondo del crimine, e dalla sua immagine, di aver “giocato” a fare il boss. Peccato che intercettato al telefono dichiarasse questo: “Il primo processo l’ho avuto a 19 anni per tentato omicidio… comunque la legge è incredibile… quando tu fai una cosa puoi star certo che ti assolvono, se non la commetti rischi di essere condannato. Quella roba lì è vero che gli abbiamo sparato (bestemmia) È vero che gli abbiamo sparato non per ammazzarlo, però è anche vero che l’abbiamo mandato all’ospedale”. La letteratura nera esiste da quando esiste la letteratura stessa, e sempre esisterà, perché sempre esisterà un lato nero dell’uomo, chi compie dei crimini è perché è un criminale; nella mente, o se preferite nell’animo, di un uomo, la regola naturale del non-uccidere non può essere spazzate via da un film. Magari si potesse, nel senso che funzionerebbe anche il contrario, e si potrebbero recuperare le teste di cazzo con un cartone animato, magari quelli della Disney, con Topolino in versione lobotomizzata.

Stabat Mater

Mi pare di non aver letto mai un libro come Sabat Mater, mi pare di non aver letto mai un libro in cui godimento e leggibilità viaggiassero su binari così distanti. Perché il romanzo di Scarpa, insignito dello Strega nel 2009, non è semplice da leggere, per nulla; immaginate un racconto in prima persona di una ragazza di sedici anni cresciuta in orfanotrofio nella Venezia del settecento, senza mai vedere un uomo e senza mai farsi vedere da un esterno (se non il vecchio Don Giulio, maestro di musica e compositore di stanche aree, che le più talentuose delle ragazze suonano in chiesa dietro a delle pesanti grate), senza sapere nulla del mondo fuori dall’Ospitale, immaginate un racconto in cui i fatti reali si fondono a quelli immaginari senza che il lettore possa distinguere gli uni dagli altri, poi versateci sopra i turbamenti di un’adolescente, il formalismo linguistico impartito dalle suore, e tanto, ma tanto, mal di vivere. Viene fuori una scrittura che di certo non si fa leggere da sola, ma che sa regalare, a chi ci prova, una merce rara: la bellezza. Stabat Mater è un viaggio nell’angoscia notturna di una ragazza che scrive lettere immaginarie alla madre e che parla con una ragazza con dei serpenti al posto dei capelli (la sua morte), Stabat Mater è un viaggio nell’angoscia di tutti. Con questo romanzo Tiziano Scarpa disegna le tavole anatomiche del turbamento, e del dolore. Nella seconda parte, però, l’autore introduce un nuovo personaggio, don Antonio, che altri non è che il compositore preferito dello stesso Scarpa (non esplicito la sua identità, anche se i cultori di classica avranno già capito chi è, mentre gli altri, come il sottoscritto, dovranno rifarsi alle note dell’autore), e in fondo al tunnel si accende una luce, una luce che a chi vi scrive è apparsa vagamente artificiale.

Signora Madre, se vi dicessi che quel vecchio è morto mentre suonavamo, forse queste mie parole ne guadagnerebbero in solennità, ma probabilmente vi mentirei. Non posso dire con certezza che si sia spento mentre suonavamo per lui. Ma eravamo noi a suonare per lui, o lui a morire per noi?