La riva nera

Extraparlamentare. Un tempo era un termine che evocava seminterrati fumosi, ciclostili, impegno viscerale e qualche volta eversione. Oggi, invece, è la condizione di tanti, la trasposizione della precarietà dal lavoro alla politica, vedi un partito dalla nobile storia come Rifondazione, o Sel, dalle cui fila potrebbe venire il prossimo candidato premier per il centrosinistra, e poi i Verdi, i comunisti italiani e sinistra critica, Ferrando e i trotzkisti. Partiti e movimenti di sinistra. E la destra? Contrariamente a quanto si possa pensare al di qua del fiume, le terre del neo-fascismo e dell’estrema destra, non sono di così semplice lettura. Provo a tracciare i capisaldi della relativa geografia. Il partito più “continentale” è “la Destra” di Francesco Storace, ex presidente della regione Lazio, condannato lo scorso 5 maggio a un anno e sei mesi relativamente all’inchiesta nota come “Laziogate”. La Destra nasce come corrente di Alleanza Nazionale (D-Destra), da cui si staccò definitivamente nel 2007. Simbolo una mano che regge una fiaccola, sullo sfondo un tricolore sventolante. L’articolo 1 dello statuto de La Destra dipinge un partito tutto Dio Patria e Famiglia, e relativamente al rapporto col fascismo, Storace ha più volte definito il suo partito come non-nostalgico ma non-antifascista. Nelle fallimentari elezioni politiche del 2008, La Destra si è presentata in coalizione con Fiamma Tricolore, nome completo Movimento Sociale-Fiamma Tricolore, partito di ben più antica fondazione, 1995, su spinta di Pino Rauti e di altri missini contrari alla svolta di Fiuggi. Lo stesso Rauti uscirà da Fiamma per fondare nel 2004 Movimento Idea Sociale, misero partitino da un decimo di punto percentuale, cosa che fece abbandonare al partito i suoi intenti indipendentisti per tentare l’alleanza con i giganti di centrodestra della Casa delle Libertà, nel 2006, alleanza che naufragò per l’impresentabilità di alcuni candidati, Rauti si accontenterà poi di apparentarsi con Forza Nuova. Ma torniamo a Fiamma Tricolore, attuale segretario è Luca Romagnoli, un soggetto che nel 2006, ai microfoni di Sky Tg 24, dichiarò di non conoscere prove certe sull’esistenza delle camere a gas naziste. Fiamma Tricolore è un partito nazionalista che nel suo statuto si prefigge di costituire uno “Stato Nazionale del Lavoro” attraverso l’alternativa corporativa, il riferimento è all’istituto fascista del corporativismo, codificato nella Carta del Lavoro del 1927. Ora possiamo tornare a Pino Rauti e ai suoi nuovi amici, quelli di Forza Nuova, una storia di amore e odio, cominciata anni prima quando i due fondatori di FN, Roberto Fiore (segretario ininterrottamente dal 97) e Massimo Morsello, furono accompagnati alla porta di Fiamma Tricolore proprio da Rauti, a indispettire il camerata Rauti sembra fu il consenso che i due riscuotevano fra i giovani del partito, ma evidentemente i tre avevano varie cose in comune, come la militanza nell’eversione nera, infatti Roberto Fiore fu uno dei fondatori di Terza Posizione e per questo arrestato a Londra negli anni 80 niente meno che da Scotland Yard, mentre Massimo Morsello, morto sempre a Londra nel 2001, militò nei Nar, i nuclei armati rivoluzionari, quelli di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, accusati tra i vari omicidi anche della strage della stazione di Bologna, mentre nonno Rauti poteva vantare un arresto nel 51 per la partecipazione ai Fasci di Azione Rivoluzionaria. Anche Forza Nuova propugna il corporativismo, e a differenza degli altri partiti fin qui citati, è dichiaratamente antieuropeo, e la cosa curiosa che l’unico seggio che Fn vanti lo ha ottenuto proprio alle elezioni europee del 2004. Il programma di Forza Nuova è sintetizzato in otto punti, fra cui l’abrogazione della legge sull’aborto, e il ripristino in toto del Concordato del 29, cancellando di fatto il laicismo dello stato italiano. Negli anni Forza Nuova ha saputo costruirsi un certa fama, superiore al suo reale consenso, grazie a quello che, con una perifrasi di moda, viene descritto come “radicamento nel territorio”, oggi però deve guardarsi da Casa Pound, un movimento che non nasce da costole di partito, ma dalla strada, esattamente da via Napoleone III a Roma, sede dell’originale Casa Pound, centro sociale occupato. La novità di Casa Pound è la sua propensione e abilità nella comunicazione, a partire da Gianluca Iannone, leader del movimento nonchè front-man del gruppo rock ZetaZeroAlfa, alle azioni di “squadrismo mediatico”, atte ad attirare l’attenzione delle televisioni, come l’assalto alla bolla del Grande Fratello nel 2008, all’attribuzione abusiva di personalità artistiche come quella di Rino Gaetano nonché dello stesso Ezra Pound (nella foto), il poeta americano richiamato nel nome, “omaggio” che la figlia del poeta, Mary de Rachewiltz, non ha affatto gradito. Ma al di là della mitologia fascista più volte richiamata, come nel caso dell’Autarchia questa volta chiesta a livello europeo, l’impegno politico e sociale di Casa Pound spesso lambisce argomenti propri della sinistra, proposte di CP sono quelle di un mutuo sociale per la casa, nazionalizzazione delle banche, riduzione degli orari di lavoro settimanali a trenta ore, Rca statale, e altre svariate proposte tra cui spiccano però, altre di più chiara sfumatura cromatica, come il blocco dell’immigrazione, e regole per favorire i lavoratori italiani rispetto a quelli stranieri. Simbolo del movimento, e dal 2008 del relativo partito, una tartaruga con carapace ottogonale.
In questo breve escursus ho tralasciato svariati corpuscoli vaganti nell’aree di estrema destra, come il Movimento Fascismo e Libertà, l’Azione Sociale di Alessandra Mussolini (disciolto nel 2009), il Fronte Sociale Nazionale (sciolto nel 2008), Area Destra, e altri.

Il soliloquio della tenia nel ventre dell’agente di polizia Bruce Robertson

Dedicato a tutti gli agenti di pubblica sicurezza, come quelli impegnati ora a Terzigno. Dedicato a tutti i poliziotti; quelli che la notte non riescono a dormire, quelli che dormono benissimo e quelli che dormono solo se glielo ordinano.

Come potrò perdonarti? Ma devo perdonarti. Conosco la tua storia. Come ti posso perdonare… ma devo. Lo devo? Come posso perdonarti? Perdonare ti devo. Devo farlo? La tua storia. E’ incominciata in un piccolo villaggio minerario che si chiama Nittin, poco lontano dalla bella città di Edina. Eri il primogenito, nato in circostanze travagliate da Ian Robertson e Molly Hanlon. Gente di miniera. Tu eri il primogenito ma qualcosa non funzionò. Erano persone abituate a lottare nella vita. Niente, però, poteva prepararle al trauma che sarebbe toccato loro. Le genti delle comunità minerarie erano ben consapevoli del proprio stato. Sapevano che in tutta la storia le classi al potere avevano sempre badato ai loro interessi; agli aristocratici proprietari della terra da cui i minatori estraevano il carbone e i capitalisti proprietari delle fabbriche che vivevano rifornite di quella fonte di energia. Molto di rado, per non dire mai, il governo prendeva le parti di quelli che lavoravano in fabbrica o estraevano il carbone. Tuttavia, alcune battaglie i minatori le vinsero perché si unirono e diventarono forti e compatti. Poi, nell’unica occasione in cui non lo furono, persero tutto. Ma la tua famiglia, Bruce, perse tutto già nel momento in cui ebbe qualcosa. Così vieni da un borgo minerario e da una famiglia di minatori. Sei persino sceso in miniera quando hai lasciato la scuola. Però quando la polizia intervenne contro di loro per imporre le nuove leggi antisindacali a vantaggio dello stato, e spezzò la resistenza dei minatori che picchettavano contro la chiusura delle miniere, tu non eri dalla parte dei lavoratori. Eri dall’altra parte. Il potere era tutto. Tu lo comprendesti. Non serviva uno scopo, a ottenere qualcosa che migliorasse agli altri, ma soltanto ad averlo, e mantenerlo e goderne. L’importante era trovarsi dalla parte vincente: se non puoi sconfiggerli unisciti a loro. Solo i vincitori o quelli foraggiati dai vincitori scrivono la storia dell’epoca. E quella storia decreta che solo  vincitori hanno una storia degna di essere raccontata. La peggior cosa al mondo è essere dalla parte di chi perde. Devi accettare il linguaggio del potere come moneta corrente, ma anche pagare un prezzo. Il prezzo è la tua anima. Tu sei arrivato a perdere l’anima. A non sentire più niente. La tua vita, la tua condizione e il tuo lavoro reclamano quel prezzo. Temendo di non gettare ombra quando ti trovavi davanti al sole, cessasti di guardarlo.

da “Il Lercio” di Irvine Welsh, 1998. Traduzione di Massimo Bocchiola, 1999. Pag. 256-257 Tea libri.

Ce lo faremo raccontare

Erano le dieci del mattino del 20 luglio, e anche al quarantunesimo parallelo nord faceva un caldo tropicale; un fuoco invisibile bruciava la pelle e l’aria di Roma. Davide teneva la testa sotto il cuscino, respirava male e sudava, ma almeno le fottute tre parole di Valeria Rossi sembravano meno odiose, smorzate da quella sindone imbottita. Quando ebbe raggiunto il suo primato di apnea, spinse lontano il cuscino, inspirò profondamente e poi strillò a Carmine, il tipo che divideva con lui la camera doppia, di spegnere quella merda. Ovvero la radio. O meglio; lo stereo che faceva girare la cassetta con quel brano registrato dalla radio. Il siciliano non assunse la posizione verticale prima del trentesimo piegamento, dopo aver tonificato a sufficienza pettorali e deltoidi sbilanciò in avanti il bacino, indicò con entrambe le mani l’inguine e con la bocca modulò: “Suca!”. Anche Valentino era a letto, e sudava, in realtà aveva il condizionatore, ma non l’usava mai, quel coso succhiava troppa corrente, e non che gliene fregasse qualcosa della bolletta, tanto quella gliela pagava il padre, anzi tecnicamente la pagava qualcun altro, tipo la segretaria o qualcosa del genere. Non accendeva quel frigorifero senza sportello per non inquinare, per non contribuire all’effetto serra, c’era poco da scherzare, a Kyoto avevano parlato chiaro, e dopo quattro anni stavano ancora parlando, e basta. Fabio guardava affondare i biscotti nel latte, era uno spettacolo ipnotico e in qualche modo macabro; sembravano degli uomini che annegavano e nel frattempo si decomponevano. Quando ne ebbe abbastanza andò in bagno e versò il latte con le membra disciolte degli uomini di grano, in quella tazza più grande fissata al pavimento, e poi tirò lo sciacquone. Tornò in cucina e mise sul fuoco la moka. Da qualche tempo non digeriva più il latte, lo aveva detto alla madre, ma quella continuava a fargli trovare la spremuta di mucca nel pentolino. Non insistette, pensò che per la madre era un modo per pensarlo ancora bambino, e comunque da qualche mese era diventato più paziente col suo unico genitore, forse da quella cosa lì, da quella cosa di Novi Ligure; l’aveva letto sul giornale, quel giornale che si trovava gratis nella metropolitana, l’aveva letto mentre andava all’università, aveva letto del massacro di Erika e Omar, e da quel giorno di febbraio, Fabio, non lesse più il giornale che si trovava gratis nella metropolitana.

Partirono tutti e tre nel primo pomeriggio, con una Fiat Uno che aveva visto tempi migliori, prestata a Davide da uno dei suoi sette coinquilini. Valentino disse che era meglio prendere un treno, che la città sarebbe stata blindata e che quel coso smarmittato inquinava come una pila di pneumatici in fiamme. Davide sosteneva che i treni non sarebbero arrivati prima di notte, e che per una cazzo di volta voleva viaggiare comodo, di treni ne aveva presi fin troppi in vita sua, treni pieni come navi negriere. Fabio non disse nulla, si sedette sul sedile posteriore e basta. Partirono, e la macchina li abbandonò prima ancora dell’autostrada.

Davide girava la chiave, ma il rumore che veniva dal motore era sempre più tenue, Fabio gli chiese di smetterla, gli chiese per pietà di non far rantolare più quel malato terminale. Davide scese dall’auto, fece due passi e poi si sedette a terra, quasi si lasciò cadere, con le spalle in avanti e la faccia incazzata. Valentino si infilò due dita nel calzino: «L’avevo conservata per Genova, ma ormai…». Tirò fuori un briciola di fumo, una storia da diecimila lire, e cominciò a rullare. Fabio chiuse il triangolo sedendosi di fronte gli altri due, e chiese se secondo loro, la zona rossa sarebbe stata violata, chiese quanta gente ci sarebbe stata al corteo di sabato, e quando cominciarono a sparare i primi numeri, la canna era già finita, e la matematica già un’opinione. «Magari le cose cambiano davvero, perché se guardi la storia no, le cose cambiano cazzo, e magari oggi a Genova le cose cambiano, magari sto cazzo di duemila, sto nuovo millennio, comincia oggi a Genova…». Si fomentò Valentino. «E noi ce lo faremo raccontare, come sempre… siamo tre falliti». Aggiunse Davide. Poi scoppiarono a ridere all’unisono, e risero forte, così forte da piangere, e quando ebbero finito non ricordavano più cosa li avesse fatti ridere. Si misero in cammino, in quello sputo cementizio a nord di Roma, alla ricerca di un meccanico, ma trovarono solo un bar; ordinarono un caffè e due aperitivi. C’era un televisore acceso nel locale, sintonizzato su Rai3, un tubo catodico appoggiato sopra il frigorifero delle bibite, che trasmetteva immagini di vetrine rotte, di fumogeni,  di cassonetti rovesciati, di poliziotti coi manganelli, di gente in nero, di gente coperta di sangue. Ma non si capiva nulla, perché non c’era l’audio, le uniche parole diffuse nell’aria erano quelle di una canzone, forse proveniente dalla stanza di una quindicenne che sognava di stare al mare, o dalle casse di un’autoradio testimone di uno scomodo amplesso pomeridiano, ed erano parole che parlavano di Sole Cuore Amore, e di un bacio che non fa parlare…

Davide si laureò in legge nel 2003, abbandonò il sogno di diventare magistrato, ed ora è un bravo tributarista.Valentino, dopo la terza trombatura alle elezioni amministrative, si è ritirato dalla politica e si è convertito allo sperpero del patrimonio di famiglia.Fabio, dopo i fatti del G8 di Genova, cadde in depressione, e dopo l’11 settembre di quel maledetto 2001, smise di frequentare l’università, e nessuno lo vide più.

Fantastic Mr. Fox e la recensione che non scriverò

Un po’ di tempo fa mi è capitato di vedere un bel film dal titolo “Il calamaro e la balena”, di tale Noah Baumbach, un film che a prima vista sembrava far parte di quell’odioso cinema “famigliare”, fatto solo di padri contro figli contro madri contro mariti contro figli ect…, ma che poi ha rivelato una profondità nell’analisi psicologica davvero rara, con una trovata narrativa (richiamata nel titolo) che mi ha ricordato quella piacevole inquietudine provata leggendo certe pagine di “The catcher in the rye” (“Il giovane Holden” ed. it.) di J. D. Salinger. Mi sono documentato sul regista/sceneggiatore scoprendo che è un collaboratore di Wes Anderson (“I Tenenbaum”, “Le avventure acquatiche di Steve Zissou”, “Il treno per Dajeeling”), autore di cui, a dire la verità, non vado matto. A leggere le loro collaborazioni mi salta all’occhio un titolo “Fantastic Mr. Fox”, un film d’animazione in “stop-motion” (altrimenti detto in “passo uno”), di cui mi aveva colpito il trailer (lasciate perdere il trailer ufficiale che fa schifo), soprattutto per l’impatto visivo, un finto “grezzo” in realtà curatissimo nei particolari, che scopro ora, leggendo qua e là su internet, non ha riscosso un’unanime approvazione, neanche fra chi ha poi apprezzato il film in generale. Il plot è costruito su un breve racconto dello scrittore (non solo per bambini) Roald Dahl, già autore de “La Fabbrica di cioccolato”, da cui sono stati tratti un primo film nel 1971 e il remake di Tim Burton nel 2005. I film di fantascienza e quelli di animazioni sono due universi per me parecchio affascinanti, almeno in via teorica, per le enormi potenzialità narrative, per la possibilità di reinventare realtà e ambienti, in pratica meno, non sapevo indicare nemmeno un film di fantascienza o uno di animazione che mi avesse fatto letteralmente godere. Poi ho visto “Fantastic Mr Fox”, e la pratica “animazione” è sbrigata. Non mi metterò a scrivere una recensione, semplicemente perché sul web ce ne sono di accuratissime, nonostante il film sia stato in sala pochissimo, ma soprattutto vedo con piacere che in molti hanno sottolineato la bellissima scena del lupo, una scena che non ho paura di definire come una delle più poetiche e misteriose che abbia visto negli ultimi anni, e che ha lo stesso odore di quella scena finale de “Il calamaro e la balena” (che con “Fantastic Mr. Fox” ha molte tematiche in comune), in particolare segnalo questo articolo da gli Spietati.it, che al film e alla scena dedicano una lunga analisi degna di una tesi di laurea. Se avete un figlio piccolo, un nipote, la prole di un amico/a a cui ogni tanto date un occhio, fatevi fare un regalo: con la scusa del marmocchio mettete su il dvd di “Fantastic Mr Fox”.

P.s. ho visto la versione in lingua originale con sottotitoli in italiano, non rispondo di eventuali zozzerie fatte in sede di doppiaggio…

Un post per gonzi, ma non per tutti

“Gonzo” è un termine a cui il dizionario attribuisce il significato di credulone, sempliciotto, individuo facilmente raggirabile, altrimenti detto “pollo”. Non è inconsueto, in italiano ma anche in altre lingue, trovarlo come sinonimo di “bizzarro”. La sua etimologia è un mistero; potrebbe derivare dal tedesco “gans”, o dallo spagnolo “ganso”, traducibili entrambi con l’italiano “oca”, oppure dal latino “contus”, che indicava un’asta di legno presente sulle barche (forse qualcosa di simile a quello che nel gergo marinaresco viene nominato “mezzomarinaio”?), oppure dal veneto “gozzo”. Gonzo è anche il nome di uno dei personaggi del Muppet Show (nella foto), l’unico non antropomorfo o direttamente associabile a un animale, e per questo sua particolare condizione era il più poetico (sì lo ammetto, era il mio preferito), e curiosamente, prima del film “I Muppet venuti dallo spazio”, in cui viene svelata l’origine aliena del personaggio, si lasciò credere (attraverso delle battute della rana Kermit) che Gonzo fosse un tacchino (notare; oca-pollo-tacchino). Il Gonzo è anche un approccio cinematografico, in cui il regista/cameraman prende parte attiva nell’azione, ad esempio parlando con gli attori, ma il termine è in voga per lo più nel settore porno. Ma soprattutto, quando si pronuncia la parola Gonzo, non si può non pensare al Gonzo juornalism. Il termine non si deve all’ideatore dello stesso Gonzo journalism, Hunter Stockotn Thompson, ma a un altro giornalista, Bill Cardoso, nell’intento di descrivere la scrittura del collega, utilizzando quel termine, “gonzo”, che nello slang degli irlandesi di Boston indicava l’ultimo rimasto in piedi dopo una maratona di bevute. Erano i primi anni settanta, il New journalism di Tom Wolfe e le cronache deliranti di Thompson si fiondavano a tutta velocità contro il pilastro dell’oggettività giornalistica. Hunter S. Thompson dichiarò: “Non trovo nessuna soddisfazione nel vecchio, tradizionale pensiero giornalistico: ‘ho solo descritto il fatto. Ho solo dato uno sguardo neutro’. Il giornalismo oggettivo è una delle ragioni principali per cui ai politici americani è stato permesso di essere tanto corrotti e tanto a lungo. Non si può essere oggettivi su Nixon”. Si tenga presente che H.S.T. nel dire questo non intendeva solo la cronaca politica, ma anche un articolo sportivo, anche un pezzo su un concorso di bellezza, qualsiasi resoconto del reale, che per essere “vero” non deve necessariamente (il “necessariamente” ce lo metto io che mi piace di più) calzare le scarpe dell’oggettività. Non si trattava solo di prendere posizione su un determinato argomento (cosa attualmente abbastanza comune nel nostro giornalismo), ma riportare nel racconto giornalistico le percezioni dell’autore, senza filtri, senza artifici, in pratica senza ipocrisia.

Quindi se fate i giornalisti o scrivete su un blog, non prendetevela se vi chiamano gonzi…

 

Filmografia essenziale: “Paura e delirio a Las Vegas”, 1998, dell’ex Monty Phyon Terry Gilliam, tratto dal nonsisaquanto-autobiografico “Paura e Disgusto a Las Vegas, una selvaggia cavalcata nel cuore del sogno americano”, di Hunter S. Thompson, capitolo fondamentale anche per i cultori del “cinema lisergico”.

Redacted

Le guerre riempiono i libri di Storia. Ma c’è qualcosa che la cronologia delle battaglie, le cronache militari, i resoconti politici, non restituiscono; quello è il compito della narrazione. Ogni guerra genera una produzione letteraria, e quindi cinematografica. Eppure le espressioni “storia di guerra” e “film di guerra” non evocano le stesse immagini: un storia di guerra può essere una racconto di miseria, di borsa nera, di radiogiornali, di rifugi antibombardamento, di giovani che si ostinano a innamorarsi nonostante il presente nero, mentre il film di guerra è sempre militare, o almeno è quello che ci si attende dall’etichetta. In passato, il film militare, è stato il film di genere per eccellenza, puro intrattenimento, e specie per Hollywood è stato il pulpito perfetto per impartire quel mito patriottistico tanto caro ai repubblicani. Poi qualcosa è cambiato, innanzitutto fuori dalla sala cinematografica; c’è stata la guerra in Vietnam, la contestazione, la rivoluzione culturale, e anche il film militare si è ribellato, con i Viet-Movies nasce un filone di film di guerra “contro natura”, la battaglia diventa non più il luogo dell’eroismo, ma della miseria umana, lo sprezzo del pericolo lascia il posto all’orrore della violenza, l’amor di patria all’incubo della morte. Uno dei protagonisti di quella stagione, Brian de Palma (“Ciao America!” 1968, e poi sempre sul Vietnam “Vittime di Guerra”, 1989), è tornato in divisa tre anni fa per “Redacted”, ambientato nel Vietnam moderno, ovvero l’Iraq, con riferimenti al vicino Afganistan. Il pretesto narrativo all’inizio del film, appare a chi vi scrive -scusate il gioco di parole- un po’ troppo pretestuoso: il soldato Salazar decide di filmare la sua vita e quella dei commilitoni, per poter accedere, a missione finita, alla scuola di cinema. Ma non è quello di Salazar l’unico “meta-obbiettivo”, alcune sequenze sono, nella finzione del film, catturate dalle telecamere di sicurezza della base militare, altre scene sono spezzoni di telegiornale della fantomatica Atv, e ancora ci sono videochat e un sito simile a Youtube. Le transizioni* sono pacchiane e spixelate, per richiamare i montaggi amatoriali. Non è una scelta casuale questa di De Palma, ma non tutto il film è sottoposto a tale artificio; nella prima parte c’è una lunga sequenza in cui vengono mostrate le regole di ingaggio di un posto di blocco americano. Dopo aver tratteggiato la noia del deserto iracheno, e dopo aver annusato l’odore della paura, la sceneggiatura di De Palma si concentra su una tragedia, un delitto ispirato a un fatto realmente accaduto: “Ho letto un episodio della guerra in Iraq in cui i membri di un plotone dell’esercito USA erano stati accusati di aver stuprato una ragazza di 14 anni e di aver massacrato la sua famiglia, sparando in faccia alla vittima e dando fuoco al suo corpo. Com’era possibile che questi ragazzi si fossero spinti tanto in là? Cercando le risposte a questa domanda, ho letto blog di soldati e libri. Ho guardato i video di guerra artigianali realizzati dai militari, ho navigato nei loro siti e ho esaminato i loro post su YouTube. Era tutto a disposizione e tutto su video“.
In questa dichiarazione dell’autore si ritrova la genesi di quella particolare regia a cui sopra si è accennato, e che è valsa a De Palma il riconoscimento alla 64a Mostra di Venezia. “Redacted” è un film di raro coraggio creativo e la cui importanza artistica e storica sarà chiara solo alle future generazioni, quelle che apprenderanno il conflitto iracheno come la mia generazione ha appreso la guerra in Vietnam, ovvero attraverso la settima arte.

* Per i non avvezzi allo slang da filmaker: con “transizione” si indica l’effetto che può accompagnare lo stacco da un’inquadratura all’altra, spesso viene posta alla fine di una scena per suggerirne la chiusura e l’indipendenza rispetto alla scena successiva. La transizione più comune è la dissolvenza in nero.