Quello non ero io – diciottesima puntata

 

opera di Sam3, 2010, Lisbona

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È ora di cominciare ad analizzare la situazione, a mente fredda; se c’è qualcuno che vuole fare la festa a me e a Samuel, l’ipotesi più semplice è che sia la vittima di qualche nostro lavoro. Non oso immaginare quanti figli di puttana abbiamo generato… Victor Lustig verso la fine della sua carriera si fece costruire una scatoletta in mogano piena di ingranaggi, che passò alla storia come la scatola rumena, il destino del marchingegno era di essere venduto come macchina copia banconote, infatti se si inseriva una banconota, dopo sei ore la scatola ne sputava un’altra, uguale in tutto all’originale, ovviamente si trattava di un biglietto che Lustig aveva inserito nel fondo della scatola; la grandezza di Lustig è che non lasciava nulla al caso, il fatto che la scatola ci mettesse sei ore per sputare la banconota falsa era la chiave di volta per venderla, infatti si presentava al pollo dicendo che doveva pagare un grosso debito di gioco, ma con i tempi di lavorazione della scatola rumena non avrebbe mai fatto in tempo a mettere insieme la somma necessaria per non farsi tagliare la gola, allora vendeva quella macchina, che in realtà valeva molto di più, a 25 mila dollari. Un giorno in Oklahoma venne beccato da uno sceriffo, Lustig offrì allo sbirro la scatola magica in cambio della libertà e di 10 mila dollari, lo sceriffo abboccò ma presto si accorse che la scatola non funzionava, otto mesi dopo i due si rincontrarono, Lustig disse allo sbirro che non aveva seguito le sue istruzioni, per quello il meccanismo non funzionava, e lo dimostrò tirando fuori dalla scatola una banconota infilata nel fondo otto mesi prima, e si salvò di nuovo. Qualche tempo dopo lo sceriffo fu arrestato per truffa e altri reati, aveva anche riproposto ad un altro pollo il gioco della scatola rumena; la morale della favola è che il fottimento genera fottimento, in maniera esponenziale e irreversibile, è la legge dell’entropia. Certo nel nostro caso si passerebbe da una semplice truffa al tentato omicidio… c’è qualche passaggio che mi sfugge…
Mi accendo una sigaretta, abbasso leggermente il finestrino e appoggio lo zippo sul cruscotto, vedo con la coda dell’occhio l’albanese che lo guarda.
-Non ci pensare; è acciaio, non è argento.
Dico, ma lui non coglie la provocazione.
-Allora dov’è che vai?
Gli chiedo.
-Otranto.
-Otranto… bel posto per andare in vacanza…
Dico, ma lui non si scompone, con una mano sulla gamba e l’altra sullo zaino lercio. Non deve avere un gran senso dell’umorismo.
-Ve bene: io ti porto fino a Taranto, poi te la vedi tu…
E se volevano lavorarsi solo Samuel? Il fatto che Samuel sia rimasto solo è stato un caso, se quella della chiesa era una trappola volevano beccare anche me. E come hanno ridotto Samuel poi… mi fa pensare che non era lui il vero obbiettivo; gli hanno dato un colpo alla tempia, secco, un colpo e basta, uno che mette in scena quel teatrino con la location religiosa e tutto il resto, non lo fa per dare solo una botta in testa a uno, perlomeno si vuole divertire un po’, tipo bisturi chirurgico e cavetti voltaici sulle palle.
C’è una macchina della polizia sulla corsia di destra, spingo l’acceleratore tanto da riuscire a vedere il profilo degli sbirri, ma soprattutto guardo l’albanese, che non fa una piega… forse è davvero a posto.
-Hai fame? Ci sono delle patatine lì dietro.
Deduco dalla mancata risposta che non ha fame.
-Che fai? Lavori?
-Certo che lavora.
-E cosa fai?
-Muratore.
-Scusa ma non hai proprio il fisico dell’operaio edile…
E se Samuel è stato ridotto così… non so… da un barbone pazzo che intrallazzava nella chiesa, anzi meglio, da qualche satanista o roba del genere, che prima ha forzato la porta per rubare qualche cosa da usare nelle sue pagliacciate sataniche… Ho trovato Samuel non lontano da dove l’ho lasciato, non hanno trascinato il corpo, c’era una pozza di sangue non una scia, Samuel è stato colpito lì, non ha provato a scappare; forse il pezzo di merda è uno che conosciamo, uno da cui non ti aspetti che ti spacchi la testa.
-Acqua?
-Come?
-Dov’è acqua?
Mi volto verso i sedili posteriori, come un idiota, tanto lo so benissimo di non averla comprata.

Continua…

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Quello non ero io – diciassettesima puntata

 

opera di Sam3, 2009, Campofelice di Roccella (Pa)

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Ho comprato: una polo a righe orizzontali grigia e blu, un caricabatteria per il cellulare, dei confetti masticabili al guaranà e tre confezioni da due blister di valeriana, un pacco di sfogliatine a base di patate disidratate al gusto barbecue, un settimanale con in allegato il dvd del film “Signore e signori” di Pietro Germi, quattro pacchi di sigarette e un accendino con il logo dell’AS Roma. Mi piace comprare cianfrusaglia in autostrada, anche se tecnicamente non sono ancora in autostrada; tra cento metri c’è il casello per l’A1, direzione sud, quella che va a Napoli, ma io non mi fermo a Napoli, continuo fino all’A14, la Bologna-Taranto; vado a Tiretola, non so perché, forse perché conosco il tragitto, forse perché penso sia il posto ideale per guardare la mia vita dallo specchietto retrovisore, forse, ma in realtà non lo so. Però ci vado.
Appoggio i gomiti sulla schiena della Coupè e mi accendo una sigaretta, la prendo dal pacchetto nuovo, anche se non ho ancora finito quello vecchio.
-Capo vai giù? Mi dai passaggio?
Mi chiede un ragazzino alto e magro. Avrà sedici, diciotto anni al massimo, cerca di abbassare il tono della voce per sembrare più grande, ma così non fa che amplificare il suo inequivocabile accento.
-Sei albanese vero?
Gli dico.
-Cosa ti interessa a te eh? Io chiesto di passaggio…
Mi fa lui.
-Dove vai?
-Puglia.
-Puglia… ritorni in Albania?
-Capo ma cosa ti importa a te eh? Che sei di polizia? Perché se sei di polizia io regolare eh… io lavora… io faccio vedere carta…
-No no lascia perdere, non mi interessa vedere carta… spiegami piuttosto come ci sei arrivato qua, mica sei venuto in autostrada a piedi…
Il ragazzino volta le spalle curve e si allontana, con due passi lo raggiungo e lo afferro per la nuca, non gli do il tempo di reagire e lo spingo verso la macchina.
-Entra in macchina albanese di merda…
Gli dico.
-Va bene ma tu non alza mani ok? E non offende!
Mi risponde.
Gli albanesi mi piacciono. Se ci fosse una borsa valori delle minoranze etniche io comprerei azioni albanesi. Nessuno come loro ha avuto la fama di brutti sporchi e cattivi, nessuno come loro ha esportato tanta malavita. Nessuno come loro, eccetto gli italiani. E come gli italiani in America, i figli dei più disperati diventeranno le menti più influenti della futura Europa. La nostra classe dirigente sarà albanese.
Io non so se questo ragazzino è uno dei cugini buoni o dei cugini cattivi, o se è semplicemente uno che vuole una vita normale, non lo so e non mi interessa. A me serve solo qualcuno che sia seduto su quel cazzo di sedile, mi serve uno che respiri, che si muova, che puzzi, che faccia qualsiasi cosa per distrarmi quando il flusso dei pensieri scivola verso la paranoia. Mi serve una bussola. Ma una bussola che parli poco.

L’ultima volta che sono stato a Tiretola è quando è stata male mia nonna. Mi svegliò alle sette una telefonata: -Ciao Spartaco sono la zia Rita ti ricordi?
-Veramente no.
-Come no, che l’estate venivi sempre a mangiare i fichi a casa mia, che tuo zio Rocco, buonanima, li andava a prendere tutte le mattine al mercato di Taranto… com’è? La zia Rita sono… la cugina di tua madre…
-Ah sì…
Finsi di ricordare.
-Beh vieni a Tiretola che tua nonna ti vuole vedere… non è niente non ti preoccupare, quella la circolazione è, ma sai com’è fatta tua nonna no? E poi è tanto che non vieni giù, se ti vedo per strada manco ti riconosco…
Andai a Tiretola con l’Alfa 145, ci misi tre ore e un quarto: quella macchina beveva un pozzo di petrolio a chilometro, ma mi dava delle gran soddisfazioni. Mia nonna sul letto sembrava una balena arenata, era ingrassata di almeno trenta chili, ma sembrava serena, di sicuro era rincoglionita forte; la zia Rita, anzi la cugina di mia madre, gli strillò nell’orecchio: -Zia ecco Spartaco, hai visto che è venuto?
-Chi?
Rispose lei inebetita.
-Spartaco, tuo nipote…
Provai imbarazzo a pensare che quel catorcio qualche anno prima mi picchiasse.
Rimasi a Tiretola una settimana, non facevo un cazzo tutto il giorno; di mia nonna si occupava zia Rita, però alle venti andava via e lasciava in cucina un piatto di minestrone, che toccava a me imboccare al relitto, e me lo lasciava appositamente perché pensava mi facesse piacere. Ci metteva quaranta minuti a mangiare quel cazzo di minestrone, e dopo recitava il rosario, non so per quante ore. Poi una sera, di venerdì, ingollò senza problemi l’ultimo boccone e mi guardò con occhi stranamente vivi, in mente mi venne il termine lucenza, con cui lei e le vecchie col velo nero indicavano l’apparente ripresa di un malato immediatamente prima di tirare le cuoia.
-Vado nella grazia del Signore, Dio me lo deve; ho avuto una vita di sofferenza, un marito ubriacone, una figlia puttana e… e tu, che sei stato la sofferenza più grande… Dio me lo deve.
Disse.
L’arroganza con cui mia nonna batteva cassa presso il creatore non mi stupì affatto; per mia nonna Dio era una specie di Hitler dei cieli, un dittatore in cui conveniva credere se non si voleva finire male, un sovrano che ti chiedeva un’esistenza di dolore per omaggiarlo; e dopo una vita in trincea, mia nonna pretendeva la sua medaglia al valore.
Il giorno dopo mia nonna fu dichiarata morta.

Continua…

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Quello non ero io – sedicesima puntata

 

"tobacco explosion" by David Ellis

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È mezzogiorno, e non è l’ora ideale per percorrere il Grande Raccordo Anulare, anzi, per provare a percorrerlo. Se cerco di ricordare come ci sono arrivato mi si visualizza in testa quel bordello che fanno i vecchi televisori quando perdono la frequenza, mi pare che gli antennisti la chiamino nebbia, o neve. E la nebbia diventa ancora più incasinata se cerco di ricordare dove volevo andare. Di certo non volevo, e non voglio, andare a casa. Non che abbia paura; se c’è qualcuno che mi vuole fare un servizietto come quello riservato a Samuel, non penso sia così idiota da farlo in pieno giorno in un megacondominio all’interno di uno dei quartieri più popolosi di Roma. Non penso sia così coglione. Lo spero per lui… e lo spero per me; nel senso che spero di meritare nemici più intelligenti. Non voglio andare a casa perché so già che finirò a guardare gli inserti speciali dei dvd nell’attesa che mi venga in mente qualcosa da fare, per poi ritrovarmi sul divano alle quattro di notte, ancora vestito di tutto punto a fumare la quarantesima sigaretta. Allora lascio che a guidarmi sia la lenta corrente del Raccordo, e l’istinto animale delle 16 valvole della Coupè.

Ogni uomo sa indicare il momento in cui da moccioso cacasotto è diventato adulto; la maggior parte fa coincidere quel momento con la prima scopata, altri col primo cazzotto dato o ricevuto, e non manca chi indica la morte del padre o di un amico. Ogni uomo sa indicare quel momento, e se non lo sa fare allora è ancora un moccioso cacasotto.
Il mio momento è stato quando ho comprato la mia prima auto; una Lancia Delta seconda serie 2000 cc a benzina, quattro cilindri 142 cavalli, era del ’95 ma era come nuova, alla faccia di Carlito che diceva di non comprare macchine italiane perché sono le più facili da rubare a da piazzare. Ho sempre avuto macchine italiane io; prima la mitica Delta, poi un’Alfa 145 milleotto di cilindrata, amore breve ma intenso, e infine la Coupè, amante fedele.
Se devo ricordare qualcosa del passato, per collocarla nel tempo penso a quale macchina avevo. Gli altri pensano alle case in cui abitavano, ai lavori che facevano, alle donne che scopavano, io alla macchina che guidavo. Ad esempio so dire con precisione che Spud uscì dal carcere due giorni dopo che comprai la Coupè.
-Segnati quest’indirizzo…
Mi disse al telefono, senza neanche dire ciao. Era il nuovo indirizzo di Carlito, presso un residence di Ostia, e quella sera ci saremmo rivisti per la prima volta dopo la retata della Digos. Io arrivai in ritardo; la concessionaria mi aveva promesso alcune modifiche gratuite, non cianfrusaglia coatta da corse clandestine all’Eur, ma roba di classe, che infatti poi mi volevano far pagare. Quando arrivai erano già ubriachi. Carlito aveva fatto crescere i pochi capelli e portava dei Ray Ban anni settanta con le lenti marrone chiaro, come quelli di Johnny Deep in “Paura e delirio a Las Vegas” di Terry Gilliam,  si era ritirato dai furti, si limitava a tenere d’occhio gli appartamenti di Ostia Lido per poi fare delle soffiate alle giovani leve sulle case da ripulire, era una specie di custode al contrario. Spud era ingrassato di quel grasso malato che solo il carcere sa produrre, ma sul viso aveva ancora i segni della fame antica, della fame e della rota, ed era insolitamente elegante. Bradpitt non era cambiato molto, almeno esteriormente, probabilmente dentro bruciava, bruciava dalla rabbia e dalla voglia di rivalsa: dopo la retata si era trasferito a Milano, in poche settimane di bella vita aveva sperperato tutti i risparmi, tentò di fare prima il modello, poi il puttano per signore, alla fine finì a lavorare nel call center di una compagnia telefonica, da dove fu cacciato quando scoprirono che s’inculava i numeri delle carte di credito dei clienti.
-Possiamo tornare…
Mi disse Bradpitt. A pensarci quella frase mi fa incazzare ancora oggi: tornare da dove? Io non me ne sono mai andato.
-Possiamo tornare.
Ripeté.
-Spud ha avuto la parola d’onore di Federico Diana… al gabbio ha conosciuto il nipote, che poi si chiama come lui… era dentro per percosse e lesioni personali… sicuramente un testa di cazzo, ma quello che importa è che ha portato a Spud la parola d’onore dello zio…
Mi informò Bradpitt, mentre Spud annuiva serioso come un bambino che finalmente viene preso sul serio.
Federico Diana, altrimenti detto Sentenza, come il personaggio interpretato da Lee Van Cleef ne “Il buono, il brutto, il cattivo”, era l’anziano luogotenente di una famiglia casertana che gestiva una fetta romana del mercato di droga. Avevamo sentito parlare di lui quando lavoravamo nel settore, ma nessuno di noi lo conosceva. Lui invece sì, ci conosceva, e sembra che gli eravamo pure simpatici, ma non poté nulla quando gli altri boss decisero di incastrare Spud; nei propri territori O’ Sistema campano non ostacola la libera attività imprenditoriale nel campo degli stupefacenti, ma al contrario la incentiva, purché si tratti di vendita al dettaglio, purché i grossisti rimangano loro, quando il nostro giro d’affari cominciò a diventare corposo sicuramente qualche commercialista di Casal dei Principi si accorse che i conti non tornavano.
-Perché ci avrebbero mandato gli sbirri e non c’hanno ammazzato?
Chiesi.
-E perché si dovevano sporcare le mani con noi quando la pula lo faceva gratis al posto loro? Non eravamo mica affiliati o roba del genere che potevamo fare nomi, o che ci dovevano sbudellare come messaggio politico… eravamo solo quattro stronzi che gli rubavamo un po’ di clienti…
Mi sembrò una tesi più che razionale. Ad ogni modo Sentenza voleva prendersi tutta la piazza di Roma Sud, sbaragliando i concorrenti, a Spud aveva proposto di occuparsi dello smercio di fumo e pasticche nel quartiere Tuscolano; a distanza di tempo i pischelletti della zona si ricordavano ancora di noi, per loro saremmo stati una garanzia, meglio noi che quattro albanesi o marocchini che nessuno conosceva.
Dissi semplicemente no, volevo insultarli, ma dissi semplicemente no; ero confuso, non riuscivo a focalizzare le parole da pronunciare, allora dissi semplicemente no. No grazie, io non ci sto. Guardavo quelle carcasse piene di alcol che a loro volta mi guardavano; non erano i miei ex-soci, non potevano essere loro, loro non si sarebbero mai abbassati a fare i tirapiedi di un camorrista di serie B, io non li conoscevo quei tre falliti.
Dissi no e me ne andai. Ma era un “no” che significava “addio”, “addio” e “andate a farvi fottere”. Soprattutto la seconda.
Federico Diana detto Sentenza, fu trovato morto tre mesi dopo il nostro incontro; gli avevano sparato nella pancia, e prima che potesse morire dissanguato gli avevano staccato la pelle dalla faccia. Per lui i killer si erano mossi, segno che lui contava, che sicuramente contava più di noi… e date le conseguenze la cosa non mi infastidì più di tanto.

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Quello non ero io – quindicesima puntata

 

opera di Erica il Cane, 2010, Wroclaw (Polonia)

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Ho parcheggiato Samuel al pronto soccorso circa alle undici e un quarto. Me ne sono andato subito dopo. So come vanno queste cose, è inutile farsi dire qualcosa nelle prime ore. Il tempo di dire il suo nome e che lo avevo trovato così, steso per terra, di mettere due firme su moduli che non ho letto, tanto il nome che ho messo non è il mio, e dopo sono sparito. Magari arrivavano gli sbirri e se c’è una cosa che agli sbirri piace fare e controllare se uno ha precedenti.
Da queste parti abita il pony biondo, sono andato da lei a dormire, o almeno a provarci. Non sapevo che scusa raccontarle ma lei non è sembrata stupita della visita notturna.
–Sono distrutta… ti aspetto a letto, quando vuoi vieni.
Mi ha detto. Ma io non ci sono andato. Sono rimasto sul divano a guardare la televisione.  Non ho chiuso occhio tutta la notte. Alle quattro su Rai3 hanno dato “Piccoli omicidi tra amici” di Danny Boyle. Danny Boyle è un regista operaio, non ha collaborato neanche a una delle sceneggiature dei suoi film. Lui si occupa solo della messa in scena. Ma è l’operaio più visionario dell’industria cinematografica. Mi sarebbe piaciuto avere Danny Boyle come socio; dubito che Boyle se la sarebbe cavata meglio di Samuel, qualsiasi cazzo di cosa sia successa ieri sera, ma almeno lui si sarebbe fatto sfasciare la faccia con una colonna sonora da paura.
Sono nel reparto di terapia intensiva. Sto aspettando che qualcuno mi venga a dire qualcosa su Samuel. Un’infermiera ha detto che lo posso andare a vedere, però devo indossare mascherina e camice, ma io non ci sono andato. L’ho lasciato qui otto ore fa, non mi interessa vederlo, mi interessa sapere quanto è messo male.
Finalmente si fa vivo qualcuno; è un ragazzino, avrà a stento ventinove anni, sarà uno specializzando o un’altra cazzata del genere.
-Era lei che voleva sapere di Samuel Russo?
Mi dice.
-Sì.
-Lei chi è? Un parente? Il fratello?
-Secondo lei?
Gli dico mostrando con l’indice il colore della mia pelle, della mia faccia.
-Non ho tempo per gli indovinelli. Chi è lei?
-Sì… sono il fratello.
Rispondo.
-Suo fratello è fortunato, sa? Dalla Tac è risultato che l’ematoma celebrale è meno esteso del previsto…
Il moccioso si blocca, fa finta di leggere qualcosa dalla cartelletta che ha in mano, probabilmente è il suo patetico colpo di teatro.
-Per ora è in uno stato di coma vigile, ma non le nascondo che siamo ottimisti.
Per Samuel ho fatto quello che potevo. Ora mi tocca capire che cazzo è successo. Ma non so da dove cominciare. Riavvolgo il film. Entriamo in chiesa. La chiesa. La chiesa di San Lorenzo sulla graticola.

San Lorenzo: santo romano vissuto nel duecento. Era il cassiere della comunità cristiana dell’epoca. La sua morte è da attribuirsi all’imperatore Decio che pretese da lui il tesoro della comunità. Lorenzo si presentò davanti a Decio con un stuolo di pezzenti, mendicanti e storpi, e disse: -Ecco il tesoro della Chiesa.
L’imperatore, che probabilmente non aveva un gran senso dell’umorismo, o ne aveva uno tutto suo, lo fece bruciare vivo. Per questo martirio San Lorenzo è il santo protettore degli ustionati.
“La vita dei santi” era le mia lettura preferita da bambino, non che avessi molta scelta: o quello o il Vangelo. Ma nelle vite dei santi ci trovavo storie incredibili. Ogni vita, ogni santo, era un film; un film pieno di torture, supplizi, vendette e sangue. Il mio santo preferito era San Simeone stilita, detto il giovane, si ritirò in meditazione sul capitello di una colonna, e là rimase per buona parte della sua vita. Si era fatto fasciare le mani chiuse a pugno, col tempo le unghie crebbero e trapassarono le mani, spuntando dal dorso. Simeone era diventato un santo ancora in vita, frotte di credenti lo andavano a trovare, per chiedergli un consiglio, una grazia o semplicemente per vederlo. Un giorno Simeone scese dalla colonna, lasciò la città, e vagò. Vagò fino a quando non trovò una nuova colonna su cui vivere, laddove non lo conosceva nessuno e nessuno gli avrebbe rotto il cazzo. Forse la storia di Simeone mi piaceva perché era la dimostrazione che anche un sociopatico può diventare santo.
Tornai a sentire parlare di santi in carcere, da Guglielmo Di Francesco, detto Giovanna D’Arco, anzi non di santi, ma di sante, era uno dei miei due compagni di cella, l’altro era Spud. Di Francesco non perdeva occasione di ammorbarti con le pene di Santa Lucilla da Roma e della Beata Luisa di Omura, e gli venivano gli occhi lucidi, la voce acuta, e giuro che più di una volta gli ho visto una specie di bava agli angoli della bocca. Era dentro per commercio di pezzi di ricambio da macchine rubate; roba da poco, ma se poi è tornato dentro per aver violentato una suora, la cosa non mi stupirebbe affatto.
La vita carceraria è molto diversa da come la immaginavo; passi la maggior parte del tempo in branda, è come essere ricoverati in ospedale, anzi non in ospedale, è come essere ricoverati in un ufficio pubblico. Pochi conoscono la burocrazia che segna le giornate dei carcerati; ogni minima richiesta deve essere inoltrata tramite domanda scritta, consegnata al superiore, cioè alla guardia penitenziaria, che la passa al suo di superiore, che a sua volta la gira a chi di competenza. Non ricordo molto dei miei primi giorni al gabbio, ricordo il buio delle palpebre chiuse, quello sì, ma nient’altro, non posso neanche dire che fossi depresso: non lo ricordo. Poi ci fu l’incontro e da allora in poi ricordo tutto, intendo l’incontro con Francesco Rosi, con la sua filmografia. Una delle psicologhe del carcere aveva messo su un progetto insieme ad un’associazione di volontariato, ogni lunedì facevano vedere un film, lo introduceva uno sbarbatello spocchioso che mandava giù a memoria un minestrone di recensioni eccellenti, poi veniva proiettato il film, e dopo la psicologa cercava di far commentare la storia ai detenuti. Probabilmente alle proiezioni mi ci portò Spud, che ne approfittava per passare in infermeria dove comprava sottobanco delle pastiglie di destrometorfano.
Non so per quale ragione chi sceglieva i film avesse scelto proprio quelli di Francesco Rosi; forse perché come in nessun altro autore c’è l’uomo da solo contro le istituzioni, forse perché chi li sceglieva era un ex sessantottino o aveva sempre sognato esserlo, forse perché erano i primi che aveva trovato. Di certo a non scegliere i film era il volontario addetto al proiettore; un ragazzino di colore che rispondeva al nome di Samuel Russo.

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Facebook ha ammazzato il blog, il blog è vivo.

Una breve considerazione metabloggistica; da qualche mese a questa parte, attraverso i media tradizionali, sento sempre più citare i blog come fonte autorevole. Qualche tempo fa Nicola Porro, incalzato da Piroso su una sua ambigua posizione, invita il conduttore di “Niente di personale”, e quindi gli spettatori della trasmissione, a leggere un articolo che aveva pubblicato sull’argomento sul suo blog, e non un editoriale sul giornale per cui lavora, come se il primo fosse più attendibile del secondo. Ieri a Ballarò viene letto uno stralcio di Nicole Minetti attribuito, impropriamente, al suo blog, e l’oggetto del post viene commentato con la stessa serietà con la quale un tempo si commentavano le lettere aperte a un giornale della sera (cit.). Ma fino a due o tre anni fa i blog (che all’epoca contavano più utenti di oggi) erano considerati solo un fenomeno giovanilistico, privi di qualsiasi valore giornalistico o letterario, ben lontani dalla narrazione alta, istituzionale; cosa ha fatto diventare i blog adulti? La risposta è senz’altro complessa, incidono alcune circostanze storiche, come le scelte di alcuni opinion leader, ad esempio Grillo, che affida alla forma blog il proprio impegno, o l’apertura al web e relativo successo dei colossi dell’informazione, che rende di fatto i blog dei “vicini di casa” di siti quali Repubblica.it o il Corriere.it, che di fatto ormai finanziano la versione cartacea, ma per me ha inciso anche il successo di Facebook. Facebook, grazie alla comodità d’uso, una sorta di piatto precotto, ha calamitato l’attività di quegli utenti che pubblicavano solo ad uso e consumo di amici e parenti, il cazzeggio spiccio, il diario elettronico, quest’ultima prima e originale definizione di blog, in questo senso Facebook ha ammazzato il blog, e contemporaneamente ne ha sancito l’autorevolezza.

Quello non ero io – quattordicesima puntata

 

opera di Erica il Cane, 2010, Santarcangelo di Romagna (Rn)

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Guido facendo bestemmiare il motore della Coupè. Spero che questa sia la direzione giusta; l’ospedale più vicino è il San Camillo, almeno credo. Samuel non dà segni di vita, ha la faccia sfasciata. Sfasciata come la fiancata di una macchina dopo un incidente. Sfasciata come la mia macchina se non riesco a sorpassare in tempo quel furgone… l’ho trovato così, dentro la chiesa, ci stava mettendo troppo e quindi sono andato a controllare. È la quarta volta in tre mesi che vedo Samuel a terra, in una pozza di sangue, del suo sangue. Questa volta però non si tratta di due cartoni sul naso. Ma non morirà, non può permetterselo cazzo… io l’ho salvato dalla selezione naturale, e non può andarsene così come uno stronzo qualsiasi.

La prima volta che ho visto un morto avevo otto anni.
Io sono cresciuto nella provincia di Matera, in un piccolo agglomerato di case chiamato Tiretola, annegato tra le piantagioni di pomodori. L’estate venivano camionate di coltivatori a giornata, arrivavano la mattina presto e poi andavano via al tramonto, con dei camioncini scassati, peggio di quello che una volta sì e una volta no passava per portarmi alla scuola elementare di Metaponto. I fatiator erano per la maggior parte pugliesi, ma c’era pure qualche tunisino, molti erano allegri, o almeno ci provavano. I caporali erano spesso vecchi, zoppi e grassi, e non facevano niente se non guidare il camioncino, uno di loro mi offrì la mia prima sigaretta.
Una volta decisi che mi sarei alzato presto per vedere l’arrivo dei primi raccoglitori di pomodori della stagione. Non mi svegliai in tempo, ma ci andai lo stesso. Quando arrivai però, c’erano solo il caporale e due carabinieri, i contadini si erano dileguati, tutti eccetto uno, steso a terra su un fianco. Era un vecchio chiamato Totò, ed era morto di infarto. Non ricordo molto del cadavere, non mi fece molta impressione, non il cadavere, ma un’altra cosa sì; la distanza che il caporale e i carabinieri mantenevano dal corpo, lo guardavano, gli giravano intorno, ma non si avvicinavano più di tanto, come se da un momento all’altro potesse scoppiare, come se da un momento all’altro Totò potesse scattare in piedi e saltargli al collo.
Qualche mese dopo vidi anche il cadavere di Tonino. Tonino era un agricoltore che vendeva i suoi stessi ortaggi girando per Tiretola con un Ape Piaggio. Lo trovarono addossato ad un ulivo, seduto, con la testa all’indietro, in un’insenatura del tronco, da lontano sembrava decapitato. Era morto d’infarto pure lui, ma io pensavo che l’avesse ucciso mia nonna, anzi ne ero sicuro. Mia nonna odiava quel uomo, quando passava per la viuzza sterrata su cui dava casa nostra, lei recitava un rosario di insulti incomprensibili, a mezza bocca. Chissà, magari era stato un suo amante, o molto più probabilmente non lo era stato mai, e proprio per questo lo odiava. Pensavo che lo avesse ucciso lei Tonino, barando sulla santa monaca. La santa monaca era una specie di rito divinatorio, uno dei tanti che le vecchie col velo nero di Tiretola praticavano; mia nonna non era ancora una masciel, ma sulla santa monaca era ritenuta imbattibile. Se c’era qualcuno che stava male, i famigliari venivano da mia nonna per sapere se era il caso di preparare il funerale, allora mia nonna si metteva davanti alla finestra e cominciava a recitare il rosario, ininterrottamente, per ore, finché fuori, oltre la finestra, non passava qualcuno, se era un uomo o una donna il malato guariva, se a passare da quelle parti era un animale o un bambino, allora il Signore aveva deciso di chiamare a sé il poveretto. Quando chiesi a mia nonna se per caso morivano tutti perché i vicini avevano due cani e un numero imprecisato di gatti, fui costretto a bere un bicchiere di aceto e a pregare tutta la notte per i morti della nostra famiglia. Mia nonna conosceva esattamente quanti anni di purgatorio ci fossero per determinati peccati e quante e quali preghiere servivano per abbreviarne la permanenza. Era una cosa che mi affascinava; una volta pensai che sarei potuto andare dai vecchi in fin di vita e promettergli che avrei pregato per loro per dieci, venti, anche trent’anni anni, tanto io di tempo ne avevo. Lo pensai e basta, peccato, avrei tirato su un sacco di soldi.

Continua…

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Quello non ero io – tredicesima puntata

 

opera di Jr, 2010, Grottaglie (Ta)

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A Las Vegas abbiamo giocato due partite; nella prima siamo andati in pareggio, ci siamo lavorati un avvocato di Prati, non abbiamo strafatto, era solo per testare il campo. E poi l’avvocato aveva un gran culo. La seconda volta capimmo che ci serviva uno meno rampante, qualcuno che fosse meno sveglio, Bradpitt puntò un vecchio che si aggirava con sguardo annoiato. Gli chiese se voleva essere il quarto al nostro tavolo, lui sembrò piacevolmente sorpreso. Le fiches le cambiavano gli uomini della sicurezza, uno di loro restava vicino al tavolo finché la partita non cominciava, rimaneva lì per ascoltare gli accordi tra i giocatori, sul tipo di gioco, le puntate massime, il numero di mani, e altre condizioni, rimaneva lì per ascoltare e ricordare, ed eventualmente districare controversie. Le prime mani andarono lisce, avevamo intenzione di affondare solo pochi colpi, pochi e decisivi. Facemmo il primo scambio; guardai le carte, avevo una coppia di dieci, Bradpitt mi comunicò di avere due assi, io ne avevo un altro, scartai le tre carte e preparai il full, Carlito fece quello che doveva fare. Io rilanciai, Bradpitt vide la giocata, il vecchio che fino a quel momento non aveva detto una parola, passò, ma non subito, prima lanciò le sue carte al centro, scoperte, mostrando un tris di donne, e solo allora passò. Le carte finirono il giro, prima che potesse farlo Carlito, il vecchio fece ad un gorilla il segno convenzionale per avere un nuovo mazzo. Gli fu consegnato, il vecchio porse lentamente le carte a Carlito, fissandolo negli occhi, e poi parlò: -Ah rigazzì la vuoi raccontata una storia? Io so diventato quello che so diventato partendo da zero… in America si dice che sò un self made man, comunque quanno ero un pischelletto nun c’avevo manco na lira, manco sapevo come erano fatti li sordi, però coll’amici andavamo in giro, prendevamo un sacco de treni, ma siccome pure loro erano spiantati come a me, di biglietti manco a parlarne; appena salivamo sur treno c’era chi si nasconneva in bagno, chi rimaneva in piedi pronto a darsela se vedeva il controllore, ma io no, io me ne annavo in prima classe, occupavo pure due, tre posti. E nun m’hanno fatto mai manco mezza multa, e lo sai perché? Perché chi si comporta così il biglietto ce l’ha di sicuro, sò  l’altri, quelli che se nascondono, che non ce l’hanno… ah rigazzì chi fa le cose di nascosto alla fine si fa scoprire sempre…
Poi scoppiò a ridere e scosse Carlito con delle pacche paterne. Era una cazzata, un colpo di teatro, ma funzionò alla perfezione; Carlito andò nel pallone, mentre mescolava tremava, quella mano la giocammo puliti; ci eravamo giocati il cartaro, per il resto della partita.
Arrivammo alle ultime mani con un leggero vantaggio per il vecchio. Con Carlito ko dovevamo arrangiarci io e Bradpitt, e alla penultima mano Bradpitt tirò su le maniche della camicia, non lo aveva mai fatto, non ci era mai capitato, significava che Bradpitt era servito, che aveva un punto a cinque carte. Il mazzo toccava al vecchio, e parlava per ultimo, Carlito e io passammo, Bradpitt puntò, puntò tutte le sue fisches, tutti i nostri soldi. Per un giocatore patologico perdere trentacinquemila euro in sette secondi non è un grande problema, è il costo del biglietto per i sette secondi più intensi della sua vita, ma noi eravamo uomini d’affari, non ce ne fregava un cazzo dei sette secondi, noi giocavamo per i soldi. Bradpitt aveva cinque carte di cuori, un punto quasi sempre vincente, quasi sempre. Il vecchio aveva un poker di sette, un poker debole, ma pur sempre un poker.
Quel vecchio si chiamava Antonio Bruno, detto l’Americano, o Rain man per il suo talento soprannaturale nel black jack. Quel vecchio era uno dei bari più temuti d’Italia. Dopo la partita ci portò a casa sua, un’enorme appartamento a Trastevere, ci offrì da bere e ci disse tutto, ci disse in cosa avevamo sbagliato, ci spiegò alcuni trucchi, ci disse come aveva fatto a servire il colore a Bradpitt, e a sé stesso il poker, ci disse un sacco di cose. Però i soldi se li tenne. Fu un seminario sul gioco d’azzardo, un master da trentacinquemila euro.
Io e Bradpitt cominciammo a seguire l’Americano di tavolo in tavolo, non avremmo mai imparato quello che sapeva fare lui, ma era uno spettacolo grandioso: godere di due mani che in pochi secondi fatturano il guadagno annuo di un impiegato è forse immorale, ma è terribilmente affascinante. Diventammo i ragazzi dell’Americano. Girammo le ville e gli attici di mezza Italia. Poi più nulla. Sparì.
L’Americano soffriva di depressione bipolare, la malattia dei grandi; oggi sei in grado di fottere Al Capone, domani non hai la forza di alzarti dal letto. Mi telefonò dopo due mesi.
-Stasera non si lavora; stasera mi voglio divertire.
Disse.
Andammo a giocare a casa di un sottosegretario. l’Americano aveva bevuto, biascicava le parole, e rideva, troppo. Mostrava a tutti il suo rolex che non avevo mai visto, diceva che era l’unico lusso che si era permesso nella vita. Il vestito poi; un completo da sartoria con un taglio che era fuori moda già nel quaranta, e che puzzava di naftalina da sentirsi male.
La partita fu un disastro, l’Americano perse ogni mano, e più perdeva più beveva. Poi una giocata dal nulla. Un tipo che si era presentato come imprenditore fece una grossa puntata, tutti passarono, eccetto l’Americano, ma non aveva neanche un quarto di quello che c’era nel piatto, chiese se potevano fargli credito, nessuno rispose, allora lui si sfilò il rolex e disse con gli occhi lucidi: -Questo è un Patek Philippe in oro bianco da diciotto carati, vale ottantamila euro, o forse novanta, chiedo di metterlo nel piatto… a sessantamila.
-Facciamo sessantacinque.
Disse l’imprenditore in un moto di arrogante generosità, e firmò un assegno per coprire il resto della somma. Aveva una scala, l’Americano un full.
-Fammi togliere sta giacca da vecchio rincoglionito…
Disse l’americano prima di entrare in macchina.
-Tiè, te lo regalo.
Era il suo Patek Philippe.
-L’ho comprato a Portaportese, a venti euri…
-Ok, a questo c’ero arrivato, ma come sapevi che avresti vinto con un full di dieci? quello stava giocando forte…
-E chi lo sapeva? Ti avevo detto che stasera volevo solo divertirmi… ora prendi la Cassia che andiamo a bere da Landini… ora mi voglio ubriacare per davvero.
Lo portai a casa alle cinque del mattino, non si reggeva in piedi. Lo accompagnai fino a letto, come si fa con i bambini. Con la testa sul cuscino smise di ridere, indicò la stanza con un movimento circolare del dito.
-Questa casa era di una mia zia zitella, era una sarta, e questa casa una sartoria, ma una sartoria di quelle… si serviva tutta la Roma bene da mia zia. Io ero sempre qua, e lo sai perché? Spiavo le donne che si provavano i vestiti, avevo fatto i buchi ai muri, me so fatto certe pippe… mia zia lo sapeva, ma faceva finta de niente, nun le importava che stavo qui per vedè le donne, je piaceva che stavo qui e basta. La casa l’ha lasciata a me, no all’altri nipoti, solo a me… forse l’altri nun se facevano le pippe.
Quella fu l’ultima volta che vidi l’Americano.

Continua…

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Quello non ero io – dodicesima puntata

 

"Hypnosys" by Escif

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-Allora?
Mi fa Samuel, mentre un lavavetri ci snobba puntando un Bmw alle nostre spalle.
-Allora cosa?
Rispondo io. Un centocinquanta guadagna qualche metro infilandomi sulla destra.
-Allora c’hai scopato con la tipa o no?
-Che c’è? La mammina ti ha cancellato i filmini porno e ti serve materiale su cui farti le seghe?
-No, a farmi le seghe ci pensa già la tua, di mammina.
-Ah, sta bene? Io è quasi trent’anni che non la vedo…
Mi volto verso Samuel. Lui non mi guarda. Dopo un po’  mi dice: -È  verde; parti finocchio.
Parto.
Entriamo nella chiesa, sembra non esserci nessuno. Ho avuto come l’impressione che il pesante portone fosse forzato. Ci sono dei lavori in corso, una botola è aperta nel pavimento e dei cavi elettrici ci si tuffano dentro, ma non c’è traccia di operai, restauratori o preti. Non frequento i cantieri e le chiese, ma penso sia normale che alle dieci di sera non ci sia movimento. Hanno sbagliato a darci l’indirizzo. Oppure è uno scherzo.
-Andiamo.
Dico a Samuel. Lui mi risponde di andare in macchina, che lui arriva subito. Non sapevo che fosse religioso. Almeno penso che lo sia. Che voglia pregare o qualcosa del genere, non penso voglia rimanere solo per incularsi gli spicci dell’offertorio. Sarebbe disonesto da parte sua, intendo non steccare il lavoro.

Uno non può svegliarsi la mattina e mettersi a fare il baro, come uno non può svegliarsi la mattina e mettersi a fare il chirurgo, e se è vero che c’è qualcuno che si finge medico senza essere neanche laureato, di bari improvvisati non se n’è mai visto uno. Forse perché il finto chirurgo gioca con la vita degli altri, il finto baro con la propria. Uno non può svegliarsi la mattina e mettersi a fare il double duke o il ruffle shuffle, uno non può svegliarsi la mattina e provare un miscuglio nel cavo della mano, altrimenti detto all’italiana. Un modesto baro professionista è dieci volte più veloce, dieci volte più preciso del migliore dei prestigiatori da palcoscenico. E guadagna cento volte di più. Se ti accorgi di stare davanti a un baro la cosa più intelligente che puoi fare è alzarti dal tavolo, ma generalmente è troppo tardi. E noi lo capimmo quando finimmo a Las Vegas, la bisca di via Salaria.
Col poker cominciammo a lavorare di brutto, era rischioso, poco remunerativo ma era schifosamente divertente. Siamo arrivati a lavorarci fino a tre polli a notte. Ogni sera giravamo un remake de il “Regalo di Natale” di Pupi Avati nel nostro ufficio. Con l’esperienza diventammo spudorati; ci scambiavamo le carte sul tavolo, in due tempi, indipendentemente da chi dava le carte. Un pollo che ancora conservava un briciolo di dignità, forse per farci impressione ci disse che era un frequentatore della bisca nota come Las Vegas, a duecento metri da piazza Fiume, il posto dove secondo lui si giocava più forte in tutta Roma. Facemmo vincere il pollo, ci serviva per entrare a Las Vegas, lo facemmo vincere alla grande, perché doveva presentarci come dei coglioni.
Las Vegas era uno stanzone sotterraneo a cui si accedeva da un cortile interno, forse un tempo era una cantina, forse era stato usato come rifugio durante i bombardamenti. Più che a un casinò del Nevada assomigliava ad una sala da gioco di inizi novecento, o forse lo era, forse quello stanzone era una bisca da sempre. L’illuminazione era tenue ma diffusa, al centro c’era una roulette immensa che mi dissero essere appartenuta ai Savoia, tutto intorno tavoli verdi, quelli da quattro, i più piccoli, erano verso l’esterno. La parete in fondo, quella opposta all’entrata, era occupata da un enorme mobile bar, ma a servire non c’era nessuno, chiunque poteva versarsi da bere liberamente, ma se qualcuno voleva tirarsela poteva sempre farsi portare da bere da un gorilla in cambio di una mancia. Era la suite del gioco d’azzardo capitolino; una retata di venerdì sera e sarebbe finita in commissariato buona parte della classe dirigente romana.
Pensavamo di lavorarci una bocciofila di vecchi rincoglioniti, invece eravamo in un vestibolo dell’intestino del potere. E non fu difficile muoversi al suo interno, il solo fatto di essere lì ti eleggeva a esserne degno, se eri lì non lo eri per caso, se eri lì non eri un morto di fame, se eri lì un motivo c’era. E  nessuno ti chiedeva niente, nessuno voleva sapere cosa facevi nella vita, le pubbliche virtù in quel sotterraneo valevano zero, quello che contava era solo il vizio privato.

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Quello non ero io – undicesima puntata

 

"shared lonelines" di Escif & Sam3

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Ho scolato il mio amaro in due sorsi, senza ghiaccio faceva schifo, ma non l’ho detto, non mi sembrava carino. In macchina pensavo che stasera si scopava facile, invece sono qui che ascolto questo pony pazzo che mi racconta del suo ex, e non ci capisco un cazzo. Ammesso che me ne importasse qualcosa sarebbe praticamente impossibile seguirla; rapita dalla narrazione ignora le più semplici regole della sintassi, non ho nemmeno capito come si chiami il tipo, il fantino intendo. Allora la fisso negli occhi e penso ai cazzi miei, ogni tanto annuisco, è una cosa che mi riesce tremendamente bene, lo facevo anche a scuola: “Signora suo nipote è sempre così attento…”, dicevano i professori a mia nonna. Andavo bene a scuola, però a casa erano comunque botte da orbi. Forse al ristorante ho sbagliato, forse la biondina pensa che sono uno a cui piace parlare, ma a me non piace parlare, preferisco pensare, e ora, in questo momento, voglio pensare a questa storia della chiesa; cerco di passare in rassegna i nostri vecchi clienti. Cerco di capirci qualcosa, anzi, cerco di capire se ci sia qualcosa da capire. Insomma penso, ma mi devo fermare perché la biondina smette di parlare. Così, all’improvviso. Senza nemmeno mettere un punto alla fine dell’ultima frase. E si avvicina, infila una mano tra i miei capelli e sussurra: -Adoro gli uomini che sanno ascoltare.

Ad un certo punto, non so bene quando, ma sicuramente durante il primo tempo della nostra storia come organizzazione a scopo di lucro, capimmo che avremmo dovuto diversificare il nostro portafoglio, guardare a nuove opportunità di business, rivalutare la mission aziendale. E non che avessimo intenzione di fare un salto di qualità nella malavita, non ci siamo mai sentiti dei criminali, eravamo piuttosto dei colletti bianchi, dei giovani professionisti di passaggio, ma ad un certo punto, non so bene quando, ma sicuramente ad un certo punto, ci accorgemmo che l’import-export di fumo, seppur redditizio, ci andava stretto, non ci divertiva più, ci aveva rotto le palle insomma.
L’occasione venne fuori quando un nostro compratore venne a ritirare due chili di marocchino. Chiese se poteva assaggiarlo, si rollò una canna e senza guardarci in faccia ci chiese se poteva ritardare il pagamento; nessuno di noi rispose se non altro perché nessuno di noi era preparato a quel tipo di richiesta, allora il bamboccio scoppiò a piangere come un ragazzina, e disse che aveva perso una fortuna in una bisca in via Tuscolana la sera prima.
La bisca altro non era che due tavolacci verdi nel retro di un negozio gestito da cinesi, uno di quei negozi che vende cianfrusaglia a pochi euro. Come appresi dopo, nella capitale questo tipo di affari è gestito da clan della Cosa Nuova calabrese, ma non mancano bische gestite da albanesi, rumeni e appunto cinesi.
Frequentai quel buco per qualche settimana. Non tutta la clientela aveva gli occhi a mandorla, ai tavoli si affacciavano anche italiani che palesavano il loro razzismo man mano che si sputtanavano la busta paga, e anche una donna il cui aspetto lasciava intuire una convivenza col demone dell’alcol oltre che con quello del gioco, ma a colpirmi fu il gregge di fighette ben vestite, polli ricchi di famiglia, mocciosi che giocavano a fare i dannati coi soldi di papà, all’improvviso mi accorsi che anche il nostro cliente, quello che mi aveva introdotto in quel retrobottega, altri non era che uno di loro: un imbecille che aspettava solo di essere spennato.
Il gioco d’azzardo sarebbe stato dunque il nostro nuovo investimento.
Carlito e Bradpitt mi seguirono nelle incursioni notturne in via Tuscolana; all’inizio spendemmo qualche migliaio di euro a baccarà, poi trovammo il nostro metodo, ma al tavolo più maledetto, quello del poker. Era un sistema decisamente ingenuo, ma finché avevamo a che fare con dei mocciosi tanto ricchi quanto coglioni, andava più che bene; l’importante era sedersi al tavolo tre contro uno, cioè io, Carlito e Bradpitt contro il pollo da spennare. Battevo le sale da biliardo e le bische del prenestino fino a quando non trovavo un imbecille pieno di sé e pieno di coca, ma soprattutto pieno di soldi. Mi avvicinavo e gli chiedevo dove potevo trovare qualcuno che voleva giocare duro, qualcuno che ci sapesse fare con le carte, raccontavo che mi aspettavano per un pokerino ma non volevo che il quarto lo scegliesse il padrone di casa, per non essere messo in mezzo, dicevo insomma che mi serviva un mezzo compare. L’idiozia con cui abboccavano mi sorprendeva sempre. A giocare ci trovavamo all’ufficio in via dei Cessati Spiriti, la tattica era questa: quando le carte le dava Carlito, la prima cosa che facevo era mettere subito da parte le carte che avrei cambiato, come fanno i dilettanti, ma invece degli scarti io mettevo da parte i punti, coppie, tris e doppie coppie, quando Carlito cambiava le carte  raccoglieva il mio scarto, fingeva di metterlo da parte ma in realtà lo sostituiva con le prime carte del mazzo, così quando Bradpitt cambiava le sue, raccoglieva il mio punto. Bradpitt aveva anche inventato un codice per comunicarmi il punto che aveva, fissava pensieroso le sue carte, picchiettava con la falange dell’indice una volta se aveva una coppia, due se era doppia, tre se aveva un tris, quattro se aveva quattro quinti di scala o di colore, e non lo faceva sul tavolo, ma sul dorso di una carta, se bussava al centro il punto era di assi, l’angolo in alto a sinistra era un punto di jack, in alto a destra di donne e via dicendo, se si portava la mano al volto aveva bisogno di una carta di cuori, se giocava nervoso con l’accendino gli serviva un picche. Quando io ero di mano Bradpitt aveva una probabilità esponenziale di vincere, per questo aprivo chiamando buio. Per il resto della partita ci tenevamo bassi, evitando ti stuzzicare la fortuna del pollo, quando lui passava io e Carlito fingevamo di giocare tra noi, e io fingevo di perdere, ogni maledetta mano, dovevo necessariamente perdere più di quanto perdesse il pollo, con questo sistema si evitava che il fesso capisse di essere il fesso. Questa accortezza, che probabilmente mi ha evitato qualche coltellata, la devo al capolavoro di Victor Lustig; Lustig si trasferì un periodo negli Stati Uniti, nel giro della mala lo conoscevano tutti, ma lui riuscì comunque a mettere a segno una perla, e non a spese di uno qualunque, ma di Al Capone. Lustig si presentò da lui dicendo di voler mettere su una truffa che avrebbe fruttato un sacco di soldi, ma aveva bisogno di un capitale iniziale, quindi propose al boss un prestito di cinquanta mila dollari e che gli avrebbe reso il doppio dopo due mesi, Al Capone accettò informando Lustig che se quello fosse stato uno dei sui trucchi, non avrebbe avuto modo di farne altri, in fondo all’oceano. Lustig prese i soldi e li portò in banca, per due mesi non fece assolutamente niente, poi prelevò il deposito e si presentò al boss a capo chino, confessò che la truffa era andata a puttane, però aveva fatto in modo di raccogliere tutti i soldi prestati, fino all’ultimo centesimo, Al Capone prese la valigetta coi soldi, l’aprì e tirò fuori cinque mila dollari che diede a Lustig, come a dire che un uomo d’onore è spietato coi nemici e magnanimo con chi gli è leale.

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