Processo a Diego Cugia

Scrivere diventa un reato e gli scrittori finiscono alla sbarra per il solo fatto di scrivere. Risponde Diego Cugia, scrittore naturalmente, ma anche giornalista e autore televisivo e radiofonico. Il suo ultimo romanzo è “24 nero” edito da Mondadori.

1. Luca Svevi, il protagonista del suo romanzo “l’incosciente”, subisce un processo “esistenziale”. Lei da quale tribunale non vorrebbe mai essere giudicato: i parenti, gli amici, le amanti, i lettori, i critici o i colleghi? – Mi hanno già giudicato tutti i tribunali da lei citati. In genere mi trovano colpevole. Hanno ragione.

2. Scelga tra gli scrittori e le scrittrici, anche del passato, il suo avvocato. – Albert Camus

3. Al pubblico pudore, alla patria, alla religione. Quale oltraggio ritiene meno grave? – alla religione. Ma non sono credente. E già questa discriminazione mi disturba. E chi è “credente” che dovrebbe “confessare” la sua anomalia. Sei tu che credi, mica io! Una situazione assurda, paradossale.

4. Cos’è il senso di colpa? Lei ne ha? – Ci mancherebbe altro. Molti e per fortuna. Sennò chi mi tiene?

5.  Di quale vizio non potrebbe fare a meno? E quale non sopporta? – Non sopporto avere “un” vizio. I vizi bisogna averli un po’ tutti. Se hai solo un vizio sei un vizioso.

6. Si pente di qualcosa che ha scritto? Tenga presente che una confessione le garantirebbe una condanna più lieve e la possibilità di scrivere ancora. –  Di qualcosa che ho scritto posso vergognarmi mai pentirmi. Perché quando l’ho scritta ci credevo. Non ho mai scritto nulla in cui non credessi almeno un po’. Non ho mai scritto per far piacere a qualcuno. Ho scritto per campare, questo sì. Nel senso che se non fossi stato pagato non avrei avuto l’urgenza di scrivere certe cose. Ma scrivendole non ho tradito me stesso, magari mi sono un po’ annoiato perché erano già parte di me e non una scoperta. Come la scrittura vera è. Però ci credevo.

7. Il carcere è stato uno dei suoi luoghi letterari, ora ci finisce per davvero, e con lei tutti gli scrittori italiani. Chi vorrebbe come compagno di cella? – Possibilmente nessuno. Se proprio dobbiamo stare in cella in due, un vecchio o un bambino.

8. Una notte d’amore di quando aveva vent’anni, un viaggio che l’ha cambiata, il profumo del suo libro fresco di stampa. Quale di questi ricordi la struggerebbe di più durante la detenzione? – Guardi che io sono già detenuto, da anni.

9. Un classico: è davanti al plotone d’esecuzione, qual’è il suo ultimo desiderio? Una sigaretta come nei film, una telefonata come in un vecchio spot, o cos’altro? – Non dover leggere mai più qual è con l’apostrofo come lo scrive lei.

10. Quali sono le sue ultime parole da uomo libero? – Nessuno è davvero libero. Piantatela con queste minchiate. Buonanotte.

Processo a Sandrone Dazieri

Scrivere diventa un reato, e gli scrittori finiscono alla sbarra per il solo fatto di scrivere. Oggi, con sommo piacere, processo uno dei miei autori preferiti, Sandrone Dazieri; ha fatto un sacco di cose e un sacco di mestieri, e forse non è un caso che il personaggio del Gorilla, che porta il suo stesso nome, soffra di un disturbo della personalità. Il suo ultimo romanzo è “La bellezza è un malinteso” edito da Mondadori l’anno scorso, oltre alla saga del suo personaggio più noto e prolifico, consiglio il travolgente “E’ stato un attimo”, sempre Mondadori.

1. Al pubblico pudore, alla nazione, alla religione. Quale oltraggio le è più naturale commettere? – Alla nazione, a occhio e croce. mi sento cittadino del mondo.

2. Scelga tra gli scrittori o le scrittrici, anche del passato, il suo avvocato. – Joe Lansdale. Se non mi salva a parole mi salva a cazzotti. E’ grosso.

3. Nei suoi romanzi il disagio psichico è spesso ricorrente. Si avvale della seminfermità di mente? In che modo uno scrittore può essere incapace di intendere e di volere nell’atto di scrivere? – Possiamo dire che ho seguito l’estro e il sentimento, e non la ragione. Per me l’impulso più importante alla scrittura viene dal cuore e dalla pancia, ma devo ammettere che mi serve il cervello per filtrare e mettere su carta il tutto. Comunque sono sicuramente schizofrenico, il che può farmi meritare una condanna mite.

4. Faccia i nomi degli autori che l’hanno fatta diventare a sua volta autore. – Dick, Chandler, Ellroy, Heinlein.

5. Cos’è il senso di colpa? Lei ne ha? – Molti. Soprattutto verso me stesso quando non scrivo.

6. Può continuare ad essere libero, e saltuariamente a scrivere, se getta nel rogo uno dei suoi titoli. Se accetta dica quale. – Cemento Armato, scritto a quattro mani con Marco Martani. e’ quello che sento meno mio.

7. Tutti gli scrittori italiani sono stati arrestati. Chi vorrebbe come compagno di cella? Carlotto e Lucarelli. Oltre a essere amici hanno due caratteristiche utili in cella: Carlotto sa com’è perché c’è già stato a lungo, Lucarelli ha sempre una storia da raccontare.

8.  Ora d’aria: in una piazza della sua Cremona, nel “suo” Leoncavallo, o in un bosco dell’appennino? – In piazza, almeno vedo gente.

9. Nel carcere letterario si fa fare un tatuaggio; cosa rappresenta?Il volto di P.K. Dick

10. Quali sono le sue ultime parole da uomo libero? – Che cazzo volete da me? Faccio solo il mio mestiere.

Processo a Gianluca Morozzi

Scrivere diventa reato, e gli scrittori finiscono alla sbarra per il solo fatto di scrivere. Questa la premessa dell’intervista a Gianluca Morozzi, classe 71, autore e coautore di 24 titoli (ma mentre scrivo potrebbe averne pubblicati altri tre o quattro), il suo ultimo lavoro è “Bob Dylan spiegato a un fan di Madonna e dei Queen”, edito da Castelvecchi.

1. Aldo Busi parlò a lungo del suo romanzo Blackout all’interno di una pseudo lezione di letteratura durante una puntata di Amici di Maria de Filippi. Si ritiene più correo o parte lesa? – Ignaro. Non sapevo niente! Un amico mi ha detto di accendere la tv su canale 5, e ho visto la De Filippi e Busi con il mano Blackout. Ho pensato a una candid camera personalizzata. Voi a cosa avreste pensato?

2. Lei ha una produzione sovrabbondante, se le dessero un giorno di reclusione per ogni pagina scritta sarebbe spacciato; rinuncerebbe a qualcosa che ha scritto per un po’ di libertà in più, e a cosa? No, anzi, da recluso avrei ancora più tempo per scrivere.

3. Scelga uno scrittore, o una scrittrice, anche del passato, come suo avvocato. – Ho sempre sognato di farmi difendere in tribunale da Charles Bukowski. Voi no?

4. Fedeltà al proprio partner, fedeltà ai propri ideali, fedeltà alle proprie passioni. Quale di queste potrebbe tradire più facilmente? È obbligato a sceglierne una. –  Be’, il tradimento ai partner è un po’ più semplice, no? Poi si può sempre scriverne, e finire in un turbine di passioni e piatti rotti e urla e recriminazioni.. tutto materiale da romanzo.

5. Le danno il carcere duro, però ha diritto una volta a settimana o ad un ipod per ascoltare Bob Dylan, o ad una radio per seguire le partite del Bologna, o ad una rassegna stampa per tenersi informato, cosa sceglie? – Io voglio sempre sapere cosa sta facendo il Bologna.

6. Quale dei suoi personaggi non vorrebbe mai come compagno di cella? – Il simpatico Aldo Ferro di Blackout no, grazie. Anche l’Orrido, che costretto in una cella all’astinenza sessuale, dopo un po’, chissà…

7. In quale paese andrebbe in esilio? – In Irlanda. Si scrive bene, secondo me, tra i pub e le scogliere.

8. La condannano all’istituto psichiatrico, preferisce finire in un padiglione in cui tutti pensano di essere Bruce Springsteen, Roberto Saviano o Umberto Bossi? – Springsteen. Magari cantano, e mi allietano.

9. Le danno la possibilità di commutare il carcere con una partecipazione al Grande Fratello, che fa, accetta? – Accetto, e mi faccio cacciare via dopo un giorno. Così ho scampato la pena.

10. Quali sono le sue ultime parole da uomo libero? – “sono liberi gli uccelli dalle catene del cielo?”

Secondi fini

In questi giorni torna con vigore il tema del Web come incarnazione, anzi, incircuitazione, dello spirito democratico. Il discorso non è così semplice; se è vero che il mezzo permette una partecipazione quasi globale, è anche vero che la circolazione dell’informazione è influenzata dall’attività di poche fonti, almeno in Italia (ma parlare di uno stato nazionale come realtà a sé stante non è forse già un fallimento del sogno internettiano?). Nel nostro Paese ci sono almeno 5 grandi fonti alle quali è affidato il 90% dell’informazione, 5 information gates (non so se esiste l’espressione, ma suona bene ed è spacciabile come gergo tecnico, il che dà al mio ragionamento una marcia in più alla macchina della persuasione, euristica dell’esperto si dice in gergo, questo però non inventato), tra i quali Repubblica.it e il sito di Beppe Grillo. La scintilla parte da questi siti per poi far esplodere le polveri di blog, facebook, twitter e via dicendo. E quando un’informazione nasce dal basso, non di rado, essa diventa ufficiale solo quando viene ripresa dagli information gates. Discorso diverso per la satira, i video, l’e-cazzeggio, che fanno a meno della canonizzazione dei gates, come se il cittadino elettronico italiano fosse sempre pronto a scherzare col vicino al bar, ma per parlare di cose serie si affida a fonti che ritiene serie, e con le sue legittime ragioni, si pensi alla bufala pseudoscientifica del terremoto a Roma dello scorso maggio. Altro gate è Wikipedia, che in Italia è fonte primaria di sapere digitale, eppure bisognerebbe prestare attenzione all’affidarsi ciecamente a tale fonte, perché la struttura del sapere aperto di Wiki non mette sufficientemente al riparo da voci inventate, come testimoniano clamorosi scivoloni, come quello di Ségolène Royal che l’anno scorso citò l’inesistente naturalista e umanista Léon Robert de L’Astran.

Ma ora veniamo a noi e al senso del titolo di questo post; tutto quello che ho scritto finora era solo per darmi un tono e poter strillare senza sensi di colpa tutta la mia indignazione verso quella categoria di utenti che pubblica pagine o interi siti copiaincollando articoli in inglese tradotti con Google Traslate, senza prendersi nemmeno la briga di trasporli in italiano corrente. Se c’è qualcuno tra di voi (perché spero che qualcuno di voi mi stia leggendo) che pensa di fare una cosa geniale e utile alla comunità internettiana, a voi va la mia più sincera compassione, tutti gli altri che lo fanno per guadagnare 2 centesimi l’anno con Ad-Sense sappiate che vi schifo, occupate server e domini abusivamente, siete i venditori di pacchi nell’autogrill del villaggio globale, siete utili come un buco di culo su un gomito (citazione da Kill Bill di Tarantino, perché io specifico quello che cito, io).

P.S. uno psicologo informatico mi saprebbe dire perché il traduttore di Google si rifiuta di tradurre l’espressione “Keep it real” (nella foto)?

Wall-screen

L’altro giorno ho accompagnato un amico in un centro commerciale e sono rimasto sconvolto dal wall screen sul muro di un negozio di arredamento, per intenderci appartenente alla catena scandinava, il cui proprietario è uno degli uomini più ricchi del mondo, e che fa del rispetto dell’ambiente uno dei punti di forza del proprio marchio. Il maxi-schermo è ancora più grande di quelli usati per i megaraduni e i concerti, soltanto che è acceso sempre. Alla chiusura del centro commerciale, a luci spente, il maxi-schermo continuava a illuminare il piazzale antistante. La cosa mi ha fatto pensare all’argomento usato dagli sparuti sostenitori del nucleare in questi giorni; anche ammettendo un ricorso intensivo alle fonti rinnovabili, esse non potranno supportare la domanda di energia delle nostre società, né oggi, né tanto meno domani quando sarà nettamente maggiore. Ma chi ha detto che dobbiamo necessariamente consumare più energia? Il progresso tecnologico non è soltanto la possibilità di avere dispositivi più economici, potenti e versatili, ma anche più efficienti come consumi. Oggi andiamo a colmare il guadagno marginale di consumo energetico dato dai dispositivi più avanzati, aumentando il numero stesso dei dispositivi. In sintesi il progresso tecnologico corre più in fretta di quello sociale. Gli esperti di economia obbietteranno col seguente ragionamento; il progresso tecnologico, e quindi la possibilità di avere dispositivi più efficienti, è mosso dal mercato, se si inibisce la domanda si rallenta anche la ricerca del risparmio energetico. Un ragionamento lineare, ma modellato sulla realtà del libero mercato più sfrenato, che in questi anni ha dimostrato tutta la sua fallibilità. Consumare più che si può oggi per poter consumare ancora di più domani, la stessa filosofia che ha permesso le speculazioni finanziarie che poi hanno portato ai risultati che tutti conosciamo. Ma tornando al maxi-schermo, Roma si sta riempiendo di monitor lcd per un uso quanto meno improprio; schermi che da dietro le vetrine di supermercati, agenzie di scommesse e immobiliari, rimandano immagini statiche delle migliori offerte, lavoro che i vecchi cartonati facevano a costo zero. Mi pare che ci sia una imposta che le attività commerciali pagano per il numero e la metratura delle vetrine, perché non introdurre, almeno per i centri commerciali, una quadratura anche per i monitor? O meglio; si stabilisce la superficie massima possibile per un’attività, calcolata in base all’ambito commerciale (è normale per un negozio di elettronica “mostrare” la propria merce in funzione) e alla grandezza del negozio stesso, superata la metratura consentita il negozio potrà comunque continuare a piastrellare le proprie mura con gli schermi a lcd, ma dovrà sopperire al consumo “non essenziale” di energia con una produzione propria, per capirci un 40 pollici in più nel negozio, un pannello solare in più sul tetto. Capisco che si tratterebbe di un fronzolo burocratico in più, e in questo paese ne abbiamo già fin troppi, ma dovremmo cominciare a pensare a sistemi che inducano a discernere tra consumo essenziale e non-essenziale, tutelando il primo e rendendo comunque possibile e sostenibile il secondo.