Il Tempio di Cancer

– Eravamo solo dei bambini –. Disse Michele guardando a terra.

La concisione della sua risposta mi spiazzò, ma la tempestività con la quale aveva tentato di troncare il discorso mi fece capire come quel ricordo fosse ancora vivo nella sua testa. Non ero solo. E allora continuai.

– Perché tiri fuori questa storia? – mi guardò con odio, era la prima volta che lo faceva da quando ci conoscevamo.

Avevo dodici o tredici anni, e a quell’età cominciano a svilupparsi una fame e una sete spirituali; la prima, eccezion fatta per pochi enfant prodige, si sazia con le seghe, per la seconda serve della letteratura in senso ampio, ma siccome ero una capra e dove abitavo non c’erano cinema né negozi di dischi, internet non esisteva e la gente ancora sbalordiva davanti al televideo, mi accontentavo dei Cavalieri dello Zodiaco. Poco fa mi è capitato di rivedere alcune puntate della serie classica, e le ho trovate deprimenti; sequenze scontate e personaggi perennemente a terra gonfi di botte, ma all’epoca mi offrivano tutto il mistero, l’epica e il sangue che un bambino, che si candida a diventare adulto, desidera. E poi c’era la storia del cosmo interiore, che non è poi così originale ma per noi preadolescenti di provincia era un’irresistibile eresia, bisognerebbe fare uno studio per quantificare quanti cultori del cartone animato siano finiti nelle grinfie della New Age e dell’esoterismo, se quella miscela di neo-paganesimo ed animismo li abbia vaccinati oppure plagiati. Per quanto mi riguarda a dodici-tredici anni avevo ancora un bambino dentro la pancia che frignando reclamava la sua parte, e così io e i miei amici, nerd ante-litteram, finivamo a giocare interpretando le puntate dei Cavalieri dello Zodiaco, ognuno aveva il suo personaggio; io ero Pegasus, perché ero il promotore ed ero l’esperto indiscusso del cartone, Michele era Phoenix, perché era il capo carismatico, infatti tutti erano dell’idea che se anche Pegasus era il protagonista Phoenix era il più forte, Federico faceva Cristal il Cigno, ruolo che gli spettava per diritto fenotipico essendo biondo. Poi c’era il problema di Andromeda, anche se non eravamo omofobici, e a quell’età non sapevamo nemmeno cosa significasse, la personalità di Andromeda ci metteva a disagio, nessuno voleva idealmente indossare la sua armatura fucsia, la sua insicurezza e i suoi modi gentili, ma c’era un elemento della trama che ci traeva d’impaccio, Andromeda era fratello di Phoenix, quindi Andromeda poteva essere Marchino, il fratello piccolo di Michele, che pur di giocare coi grandi era anche disposto a vestire i panni di quella che definivamo una femminuccia. Ci mancava Sirio il Dragone. Sirio era un personaggio fico, ma con la salute gli aveva detto sfiga; era malato di cuore e arrivò al Grande Tempio in stato di cecità. Pensammo a Paolo Della Gioia, un ragazzino gracilino con un binocolo al posto degli occhiali, Paolo era il meno popolare di tutta la scuola media, non aveva amici e anche i nostri genitori non volevano che lo frequentassimo, in quanto i suoi erano testimoni di Geova. Ma noi eravamo degli illuminati, noi eravamo i Cavalieri dello Zodiaco, così un giorno, durante la ricreazione, gli chiesi se quel pomeriggio si fosse unito a noi, lui mi abbracciò e gridò in modo che tutti sentissero: – Io e Bruno siamo amici!

Fu la cosa più imbarazzante che mi fosse mai capitata dopo l’incidente de “la vedova bianca”, ma quella era fuori concorso; era l’estate dei nostri diciotto anni e avevamo da poco preso la patente, ma solo Michele aveva il nulla osta parentale per prendere la macchina di sera, le nostre agognate patenti, invece, al calar delle tenebre diventavano dei miseri pezzi di carta di colore ambiguo. Quell’anno eravamo in fissa per un locale all’aperto vicino al mare, raggiungibile solo attraverso strade strette e non illuminate, incorniciate da alberi tristi e grossi massi, ogni tanto, al ritorno, davamo un passaggio a qualcuno, meglio se una ragazza, e allora scattava il gioco de “la vedova bianca”; uno di noi, generalmente io, raccontava come su quella strada ci fossero stati un sacco di incidenti, causati da una vecchia vestita di bianco che all’improvviso sbucava in mezzo alla carreggiata dal buio della campagna, facendo sbandare l’auto che aveva davanti, il racconto poi spiegava come la vecchia corrispondesse alla descrizione di una donna impazzita dopo la morte per incidente del marito, e che da qualche anno risultava scomparsa. Dopo qualche attimo, prima che la tensione creata dal racconto scemasse, Federico strillava “Eccola!” indicando il ciglio della strada, e Michele sbandava come per evitare la vecchia. Detto così potrà sembrare una stronzata, come sembrano delle stronzate le trame dei film horror quando vengono raccontate, ma la nostra vittima ci cascava sempre, per un solo attimo intendiamoci, un secondo dopo scoppiava a ridere, eccetto una volta. Era una ragazza che conoscevamo appena. Lei dopo non rise, e non ridemmo neppure noi; si era pisciata addosso, forse al locale aveva bevuto una birra di troppo e siccome c’erano solo bagni chimici forse aveva preferito trattenere la vescica, fatto sta che i suoi pantaloni di tela avana venivano divorati pian piano da una macchia più scura, lei emise solo un gridolino appena percettibile, portò le mani sulla bocca e si guardò il ventre, noi non potemmo che non seguire il suo sguardo, infondo avevamo organizzato quel teatro solo per gustarci la sua reazione. Nessuno ebbe il coraggio di dire nulla, lei era catatonica, furono i quindici minuti più lunghi della mia vita. Anni dopo la vidi in aeroporto, lei non mi riconobbe e io non la fermai. Andavo ad Amsterdam; pensando a quella ragazza entrai per la prima volta in vita mia in un coffee shop, e mi si gelarono le tempie quando lessi il nome di una qualità di erba: White widow.

Quel pomeriggio portammo Paolo alla grotta, in realtà non era una vera grotta, era un cunicolo scavato mezzo secolo prima dai partigiani per nasconderci le armi, un posto da cui i nostri genitori ci dicevano di stare alla larga, e di conseguenza uno dei nostri posti preferiti. Decidemmo che Paolo si sarebbe dovuto sottoporre a una prova di coraggio: entrare nella grotta e rimanerci per almeno cinque minuti. Paolo aveva una voglia matta di scappare via, ma il desiderio di essere accettato agiva in direzione opposta; come risultato rimaneva immobile. Per convincerlo gli dicemmo che dentro la grotta avrebbe riacquistato la vista come Sirio il Dragone nel tempio di Cancer. Alla fine trovò il coraggio, ma dopo pochi metri nell’oscurità inciampò, sentimmo un tonfo vellutato, e forse Paolo non si sarebbe fatto prendere dal panico se cadendo non avesse perso gli occhiali, come se gli fossero serviti a qualcosa in quel buio. Paolo piangeva, chiedeva aiuto, ma noi non ci muovevamo, non avevamo paura della grotta, ci eravamo entrati un sacco di volte, avevamo piuttosto paura di qualcos’altro, del fatto che sentire qualcuno piangere e soffrire per colpa nostra in qualche modo ci affascinasse. Poi Federico il cigno si decise a entrare e a tirare fuori il povero Paolo.

– Hai ragione – dissi a Michele, – eravamo solo dei bambini.

Avevo pensato che ci fosse qualcosa in me che non andava, nel non aver dimenticato mai quell’episodio, e nel ripensarci spesso. Ora scoprivo che lo stesso valeva per Michele. Forse Paolo lo aveva dimenticato, noi no. Eravamo solo dei bambini, ma dopo non lo fummo più, quel giorno diventammo adulti a calci in culo; cercavamo il nostro cosmo interiore e ci trovammo solo un buco nero.

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Discorso sul Discorso del Re

Questo post contiene lo spoiler del film “Il discorso del re” di Tom Hooper.

Il lungometraggio, vincitore dell’Oscar 2011 per il miglior film, è una pellicola lineare e scontata, ogni tanto viene regalata un’inquadratura interessante, ma la sceneggiatura procede sui binari della prevedibilità, un hollywood movie vestito di fumo di Londra. Quello che mi interessa qui descrivere, è però, il finale; il re Giorgio VI, padre dell’attuale regina Elisabetta II, si trova nella spiecevole situazione di informare via radio il proprio popolo dell’entrata in guerra contro la Germania nazista. Il discorso del re, nonostante egli sia balbuziente, fila liscio, anche grazie all’aiuto del suo logopedista. Re Giorgio, soddisfatto, esce dalla sala di registrazione e tutti i presenti gli tributano un applauso convinto, fino all’apoteosi, ovvero l’ovazione della folla fuori i cancelli della residenza reale. Tutto è cucito in maniera tale da esaltare la vittoria personale del re sulle proprie insicurezze, ma il contesto implica un interrogativo che potremmo definire di filosofia etica della sceneggiatura; è giusto dare priorità a un dramma personale rispetto a quello di milioni di persone, ovvero la guerra? Fottersene bellamente di un evento che farà perdere la vita a milioni di persone (e sottolineo come nel film fosse ancora vivo il ricordo della grande guerra, quindi si sapeva bene cosa fosse un conflitto) per essere contenti di aver letto senza intoppi la filastrocca, potrebbe descrivere bene un personaggio sociopatico, ma la musica, l’applauso degli astanti e il tripudio della folla sono artifizi registici per montare l’emozione dello spettatore e favorirne l’immedesimazione col protagonista, e anche questo di per sé non sarebbe un problema se non fosse che dopo ci sono i titoli di coda, e non è stato ristabilito il giusto ordine d’importanza delle cose. Lungi da me pensare che ci fosse volontà da parte dello sceneggiatore (David Seidler, specializzato in storie regali) di sminuire l’importanza e la drammaticità della seconda guerra mondiale, ma quel finale, montato in quel modo, è “disonesto”; non si tratta de “Una giornata particolare”, che racconta la fugace passione di un uomo e una donna mentre in sottofondo vengono diffuse le parole di Mussolini durante la visita di Hitler a Roma, no, nel “Discorso del re” la persona deputata a dichiarare una guerra e comunicarlo alla propria nazione si compiace di come lo ha detto, senza porre la minima preoccupazione su cosa abbia detto, il trionfo della forma sulla sostanza, e se questo sarebbe accettabile da parte di un personaggio, non lo è se il regista tenta di spacciare come “accetabile”, “naturale” e “oggettiva” questa situazione. In sintesi ritengo regista, sceneggiatore e produttori, colpevoli di non aver prestato rispetto al pubblico, negandogli il realismo dovuto (tutti gli elementi storici combaciano con quelli raccontati, in questo quadro lo spettatore si abbandona e accetta ciò che vede come una ricostruzione, anche se filtrata dall’estetica dell’autore), solo per poter confezionare un prodotto più dolce, ma pieno di edulcoranti artificiali.

P.S. Se qualcuno vorrà esporre una posizione diversa sarò ben lieto di leggerla, purché, cortesemente, argomentata.

Cinque idee idiote che non brevetterò

Alcuni spunti per dei brevetti assurdi ed antieconomici che proprio in virtù di queste caratteristiche potrebbero essere stati già depositati:

Un alloggiamento sim per occhiali da vista e da sole, in maniera da potergli fare uno squillo quando non li trovi.

Orologio da polso con Gps che si aggiorna da solo quando si cambia fuso orario.

Telecamera da cruscotto con software per riconoscimento viso (come quello delle macchinette fotografiche) per l’auto-regolazione degli specchietti a secondo dell’altezza e postura del guidatore.

Hard-disk a forma di Vhs con porta a testina magnetica, per trasformare i vecchi Vcr in moderni registratori Hd.

Armadio collegato via bluetooth (o altro protocollo wireless) a un sensore esterno per la rilevazione di temperatura, umidità e vento, finalizzato a suggerire all’utente gli abiti ideali da indossare.

Gli striscianti (replica estiva)

Non c’è niente da fare, ci sono contenuti mediatici che ritornano con cadenza stagionale con più puntualità delle stagioni stesse; consigli per non farsi fregare con i saldi, per la tintarella perfetta, per una sana insalata di riso, per evitare le zanzare e le code in autostrada. Io non sono da meno e ripubblico un vecchio post ispirato a una emergenza di cui si parla poco, quella degli scarafaggi (in senso letterale, non lato). Tra l’altro apprendo da uno spot dell’insetticida che uno scarafaggio è quattro volte più reattivo di un uomo, quindi presumo che quattro giorni fa una blatta ha ripubblicato un post ispirato all’emergenza uomo. 

Avete visto mai un serpente dal vivo? Non intendo in un rettilario o in una teca, ma nel suo ambiente naturale, io sì, ed è tutta un’altra cosa, se dovessi scegliere un solo aggettivo per descrivere questo rettile sceglierei “ipnotico”, anche la biscia più comune ha un modo di muoversi che è una specie di danza misteriosa, arcana, per non parlare dei colori psichedelici di alcune vipere. Non è un caso che il serpente sia l’animale più presente nelle religioni umane; per gli Aztechi era un dio, e anche per i Maya, Yaxchilan, il serpente piumato, e come serpente piumato gli antichi egizi raffiuguravano il dio Atum, mentre nella mitologia norrena Miðgarðsormr era un enorme serpente che cingeva il mondo. I serpenti sono animali venerati nell’induismo e nel buddismo, secondo la leggenda un cobra si posò sulla testa di Buddha per proteggerlo dal sole cocente, per gli antichi romani il serpente era legato a Esculapio e quindi alla medicina, per la religione cristiana quello del serpente è l’abito preferito dal diavolo, quello che indossò in occasione del peccato originale, anche se per la religione ebraica antica il serpente non aveva una valenza univocamente negativa. In due paesini dell’Abruzzo, Cocullo e Pretoro, a maggio si tiene la processione dei serpari, in cui la statua di san Domenico viene avvolta da un groviglio di serpenti vivi. E’ chiaro, quindi, che i serpenti vivano da sempre nell’immaginario degli uomini, e quindi anche nei loro sogni; per Freud, i serpenti, quando non rappresentano semplicemente dei serpenti, sono la rappresentazione della vitalità sessuale, mentre per Jung sono associati alle pulsioni inconsce che spingono per emergere. Nella cultura popolare e contadina le serpi oniriche sono simbolo di fortuna, ma anche di tradimento, malelingue, la cosa si rispecchia in alcuni modi di dire, “viscido come un serpente” o “avere/allevare una serpe in seno”. Il mistero della serpe, il suo fascino, ma anche l’avversione e la fobia verso il rettile strisciante, sono nel tempo parecchio inflazionate, probabilmente a causa dell’urbanizzazione, e al relativo allontanamento dell’uomo dall’animale in oggetto e dal suo habitat naturale. Ma lo zoo immaginifico del cittadino occidentale non è chiuso, ha semplicemente cambiato attrazioni faunistiche. Tra le bestie della giungla cementizia, quella che probabilmente ha stanato il serpente nell’antro più oscuro dell’animo umano, è la blatta… lo scarafaggio, lo scarrafone, il bacarozzo… Potrei essere tremendamente prolisso e tedioso nel descrivere forma e colore del mito scarafaggio, ma mi sembra più eloquente il seguente racconto trovato su Yahoo! Answers, che assomiglia più alla cronaca di un incontro ravvicinato del terzo tipo: “Stanotte è successa una cosa: mi sono svegliato alle 3 perché sentivo un rumore accanto al letto e c’era un coso terribile (presumo uno scarafaggio). L’ho un po’ danneggiato con un libro e ha perso una specie di cosino (forma tipo pillola o capsula) rosso scuro. però nn era morto, anzi! è scappato via veloce. ho riprovato a ucciderlo ma questo scappava. alla fine l’ho chiuso fuori dalla finestra, tra la finestra e la zanzariera, ma questa mattina non c’era più.
domande:
1) dove è finito? vola? potrebbe essere entrato nel cassone della tapparella?
2) il resto che ha lasciato è un uovo o un’ooteca? perché ho guardato le foto, è simile, ma è più ovale e perfetto.
3) la mia camera è infestata? oppure uno non vuol dire niente?
cosa faccio?”

Questo post è dedicato alla memoria di un ignoto scarafaggio che per comodità chiameremo Piero. In questi giorni, causa caldo e afa, a Roma c’è emergenza scarafaggi; l’uomo non ha mai imparato ad accogliere i propri simili, figuriamoci gli artropodi. Io non conoscevo Piero, ma ammetto di averlo odiato, e solo dopo aver fatto scricchiolare il suo esoscheletro ustionato dal Baygon sotto la mia scarpa, che ho capito che in fondo, non avevo nulla contro di lui. Ma è la guerra. E forse non sono stato io ad ucciderlo, ma lui a farsi ammazzare, correndo contro il mio piede, impazzito ed esasperato dopo 24 ore di bombardamenti chimici. Spero che tu abbia avuto una vita lunga e felice, Piero, e son sicuro che se in una vita futura i nostri ruoli si invertiranno, mi ricambierai la cortesia.

Scambi di persona a Roma Est

Nella mia vita romana ho abitato con un sacco di gente, e per un breve periodo (non ricordo quanti giorni ma sicuramente pochi) ho diviso bagno e cucina con questo tipo nella foto, al secolo Roan Johnson, all’epoca studente del centro sperimentale di cinematografia, poi diventato sceneggiatore, scrittore e apprendo dal suo sito ultimamente anche regista di un lungometraggio. Ma questo post verte sul suo libro pubblicato da Einaudi “Prove di felicità a Roma est”, romanzo di fantasia, ma non completamente, come non lo sono quasi tutti i romanzi; gli elementi autobiografici in questa storia sono i luoghi. I quartieri in cui il protagonista ha vissuto nei suoi primi tempi a Roma sono gli stessi dell’autore. Considerate le premesse ho temuto la lettura del libro, poi mi sono finalmente deciso a sfogliarlo in libreria e ho trovato quello che è stato il mio appartamento per quasi dieci anni al capitolo venti, coincideva tutto; il quartiere, le condizioni di approdo del protagonista/autore (in subaffitto mentre il legittimo proprietario della stanza era in Sud America, in Argentina per la precisione), la descrizione della stanza, del terzo coinquilino e la presenza di un’iguana in un rettilario (in realtà erano tre, due nella teca e uno latitante sul balcone). Io però sono diventato un bulgaro laureato in ingegneria informatica dedito all’autoesilio nella sua stanza, perennemente su internet. E fin qui avrei anche tollerato la licenza narrativa, ma quello che non mi è andato giù è che alla fine del capitolo mi rivelo uno scroccone; ora, caro Roan, visto che non mi hai mai dato i venti euro che non ti ho mai chiesto, io non sborso i sedici euro e cinquanta del prezzo copertina. Ecco siamo pari. Anzi, mi devi tre euro e mezzo di differenza. Con simpatia, Barabba Marlin.

Processo a Enrico Brizzi

Scrivere diventa reato e gli scrittori finiscono alla sbarra per il solo fatto di scrivere. Questa la premessa dell’intervista a Enrico Brizzi, autore – parafrasando il suo quarto titolo –   dallo stile impeccabile, 36 anni al momento dell’intervista, accento bolognese e una grande passione, oltre che per la letteratura, per il rock e per i viaggi a piedi. Il suo ultimo libro s’intitola “Gli picoaltleti”, pubblicato da Dalai editore mentre era ancora caldo il corpo de “La vita quotidiana in Italia ai tempi di Sivio”, edito da Laterza.

1. Scelga tra gli scrittori e le scrittrici, anche del passato, il suo avvocato. – Rabelais. Mi sentirei tutelato.

2. “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” è stato uno dei romanzi d’esordio più eclatanti della recente letteratura italiana. Il cinema e certi libri a volte raccontano di autori che finiscono per odiare i loro lavori più popolari, più ingombranti, rimangono schiavi dello spettro di quel successo e delle aspettative che da esso sono scaturite. Per lei è stato così? – Riesco a guardare al mio ingombrante esordio, signori della corte, con una certa serenità. In fondo è cominciata da lì, la mia irresistibile carriera criminale. D’altronde, benchè appena ventenne, va detto che seppi rifuggire alle moine più eclatanti dello show-biz paraletterario: non accettai di scrivere, nonostante le reiterate proposte, “Jack Frusciante II: lei torna dall’America”, né controfirmai la proposta di contratto che voleva trasformare il mio romanzo in una linea di cartoleria. Volevano fabbricare astucci e quaderni di Aidi & il vecchio Alex, ma io ascoltavo i Black Flag, i Beastie Boys e i Clash, non la cacca commerciale, e mi sentii obbligato a dire di no. Nel pronunziare la sentenza si valutino, vi prego, anche questi elementi.

3. “Bastogne” non era certo un romanzo per educande. E’ stato mai inibito, nello scrivere, dall’idea di poter scandalizzare qualche lettore/lettrice che conosceva personalmente, tipo una vecchia zia o la sua professoressa di italiano delle medie? – A giudicare dal risultato, pare di no.

4. Ha molti sensi di colpa? – E di che? A trentasei anni ho tre figlie; ho viaggiato in mezzo mondo (escluse le Americhe, ché Colombo vi approdò a quaranta, e chi sono io per precederlo?); ho camminato dall’Alto Adige alla Sicilia. Ascolto buona musica. Ho tatuaggi interessanti a ricordare le tappe della mia vita sulla terra. Oggi pomeriggio vado a suonare in acustico per Popolare network. E ho pubblicato dieci romanzi. Fra parentesi l’ultimo, “Gli Psicoatleti”, parla proprio di come riconoscere ed evitare le ombre della colpa: si tratta, semplicemente, di seguire le tracce dell’Uomo verde, e interrogare le orme di chi ci ha preceduto.

5. Lei ama camminare, ama il contatto con la natura, passioni che ha anche riversato su carta. Come vive il fatto che per stampare dei libri bisogna abbattere degli alberi? – Le personcine perbene, sensibili al messaggio di Greenpeace, usano ormai carta FSC a basso impatto ambientale. In realtà vivo con più rabbia il fatto che le convention editoriali, i festival e i saloni, producano un grande spreco di risorse. Mi piacerebbe si tenessero, appunto, sotto un grande albero o nel cuore d’una foresta.

6. Quale vizio, se ne ha, non riesce a perdonarsi? – Dopo cena con gli amici, a volte, bevo amaro montenegro invece di una buona grappa.

7. Hanno arrestato tutti gli scrittori italiani; con chi vorrebbe dividere la cella? – Immagino non valga fare il nome di una scrittrice. Così rispondo agitandomi come un pazzo: «Mettetemi in isolamento!». Scherzi a parte, dividere la cella con uno scrittore sarebbe un incubo, a meno che non sia già un amico.

8. Lei conosce l’Italia molto bene, l’ha anche attraversata a piedi, ma se potesse, anzi, dovesse, scegliere un altro Paese in cui vivere, se dovesse scegliere lo Stato in cui andare in esilio, per quale meta farebbe il biglietto? – Un altro Paese che conosco bene e ho traversato a piedi. Tipo la Francia, l’Inghilterra, o la Svizzera. Le classiche mete degli esiliati ottocenteschi, insomma.

9. Un classico; è davanti al plotone di esecuzione, qual è il suo ultimo desiderio? Una sigaretta come nei film, una telefonata come in un vecchio spot, o cos’altro? – “Ehi, ragazzi, so che state facendo il vostro lavoro, ma prima vorrei scrivere le mie memorie! Giuro che mi sbrigo! Portatemi ordunque un quaderno, tre bic nere, una caraffa di mojito e un posacenere!”

10. Quali sono le sue parole da uomo libero? – Tranquille, ragazze. Ricordatevi che ho visto tre volte “Papillon”.