Di calzoncini rossi e blu

Se avessi fatto Lettere, avrei chiesto la tesi in linguistica, con un lavoro incentrato sulle mutuazioni dai gerghi sportivi. A sorpresa, nella mia tesi, si sarebbe letto che lo sport che ha prestato più termini ed espressioni all’italiano quotidiano, non è il calcio ma il pugilato. Saper incassare i colpi, mandare qualcuno al tappeto, metterlo alle corde, gettare la spugna, salire sul ring, rifugiarsi nell’angolo, parare o schivare i colpi, appendere i guantoni al chiodo, essere o incontrare uno sparring partner, affrontare un peso massimo, sferrare un gancio, salvato dal gong; sono tutte espressioni nate sul e per il quadrato, ma normalmente usate in senso figurato in altri sport o nel linguaggio comune. La cosa non è spiegabile solo col fatto di essere uno degli sport più antichi, questo non giustificherebbe termini relativamente moderni (e anglofoni) come il Knock-Out, ovvero il notissimo K.O. La forza del pugilato è di essere una rappresentazione ancestrale; due uomini che si prendono a cazzotti davanti a una folla, cosa c’è di più primitivo, ma al tempo stesso di più sublime? Attraverso la rappresentazione codificata della violenza l’uomo sublima e soddisfa i suoi istinti brutali. E’ una cosa comune a tutti gli sport, ma nel pugilato non vi sono elementi di astrazione che allontanano da questa comprensione, come reti, palloni o linee convenzionali, guardi un incontro di boxe e sai che stai vedendo due uomini picchiarsi, senza mezze misure. In questo senso il pugilato più che essere una nobile arte, è un mestiere eroico, ed eroici sono coloro che salgono sul ring, magari senza la prospettiva di una carriera brillante ma con quella, in tarda età, di una demenza che i manuali di neurologia chiamano appunto del pugile, con un’incidenza del trenta percento dei pugili professionisti. Queste considerazioni rispecchiano quello che penso di tutte le altre rappresentazioni simboliche della violenza umana, che esorcizzando gli istinti distruttivi e predatori li disinnescano. Per questo mi viene la pelle d’oca quando sento della Clinton che si scaglia contro l’ultimo titolo della Rockstar Games o Alemanno che attribuisce all’emulazione della serie “Romanzo Criminale” l’incremento di atti criminosi nella capitale. Come coloro che criticano la televisione basandosi sul testo di Karl Popper “Cattiva maestra televisione”, senza considerare che nel testo viene stilata una lista di programmi che avrebbero dovuto corrompere e desensibilizzare i giovani sulla violenza, tra questi il noto cartone animato “Tom & Jerry”; secondo Popper la mia generazione e le precedenti si sarebbero dovute estinguere a suon di martellate in testa. Insomma, non tutti i bambini che giocano alla guerra diventano soldati.