Breve racconto poco Zen

Una  volta ho avuto un dialogo, tanto breve quanto surreale, con uno sconosciuto. Ero nel quartiere San Lorenzo a Roma, a via di Porta Labicana se la memoria non mi inganna, e una lunga scritta a spray rosso campeggiava su un muro condominiale. Un uomo la guardava incuriosito, avrà avuto circa cinquant’anni, e gli abiti che portava sembravano aver visto più cambi di stagione di lui, più per il taglio che per lo stato di conservazione. «Scusi» mi fa, proprio a me, che a poco più di vent’anni non ero abituato a sentirmi dare del lei, «Scusi se la disturbo, sa dirmi a chi si riferisce?», indicò la fine della scritta, una roba poco originale del tipo vi ammazzeremo tutti, io controllai il resto della proposizione, mi strinsi nelle spalle e la buttai lì: «Alla polizia», anche se vi era una leggera incertezza nella mia risposta, tipo un punto interrogativo tra parentesi, lo sconosciuto però non se ne accorse, mi guardò con interesse, ripeté la mia risposta e poi rilesse a mezza voce tutta la frase sul muro, come se stesse ripassando la parafrasi di un verso di Dante. «Sì, penso proprio che lei abbia ragione» disse all’improvviso raggiante. «La ringrazio tanto», aggiunse, e simulò di togliersi il cappello, che non aveva, in segno di saluto. A pensarci ora mi viene in mente quella scena di Brian di Nazareth in cui il protagonista viene beccato da un centurione mentre scrive una frase contro l’oppressore romano, e invece di essere arrestato per quello che ha espresso subisce una reprimenda per aver declinato male le desinenze latine, oppure, con un capitombolo pindarico, penso a un crononauta, uno scienziato del futuro che catapultato nel 2000 ha cannato l’abbigliamento. Ma la verità è che all’epoca pensai subito a uno squinternato, e la mancanza di indignazione o al contrario di compiacimento, per il contenuto della frase, ma solo la sincera soddisfazione per averne imbroccato l’analisi logica, mi affascinarono, e mi parve di intravederne un’invidiabile forma di saggezza.