Cose che nessuno sa

Una volta sentii dire a un critico di professione che il cittadino medio, quando deve esprimere un giudizio su un’opera che ha gradito, fa ricorso a un vocabolario e a una sintassi assai semplici, scimmiotta il linguaggio degli intellettuali, invece, nel tentativo di descrivere un lavoro che non ha riscosso i suoi favori. Alla faccia di quel critico, che considero un cretino, per questa recensione sarò il più diretto possibile: Cose che nessuno sa di Alessandro D’Avenia mi ha fatto schifo. Qualche ingrediente per rendere l’idea della pietanza: una nonna amorevole che sforna saggi proverbi in vernacolo come un jukebox del buon senso, un ragazzo ribelle che di nascosto scrive poesie, bambini buonissimi ed educati come nelle pubblicità delle brioche o nelle fiction della Rai , personaggi femminili la cui unica preoccupazione è avere un uomo accanto, la parola “amore” ripetuta 137 volte ovvero una volta ogni due pagine, personaggi che dopo essersi salutati cominciano a parlare di massimi sistemi con la stessa naturalezza con cui nella vita vera si discute di dove si è trovato parcheggio, e ciò nonostante l’autore pretende di salire in cattedra, mettendo in ammollo l’idea per un romanzo Teen (la cui seconda parte, devo riconoscere, non sarebbe stata male se privata delle caratteristiche che descrivo in questo periodo grammaticale) in un barile di supponenza letteraria e irritanti moralismi. Non mi dilungo per non contravvenire ai propositi iniziali, vorrei però dire al Professor D’Avenia che gli sono grato, davvero, infatti era da tempo che trovavo gradevole tutto ciò che leggevo, e mi aveva fatto visita il sospetto che mi stessi rincoglionendo.

Tutti i santi giorni

Guardando Tutti i santi giorni di Paolo Virzì ho realizzato quanto il regista livornese sia profondamente italiano. Usando questo aggettivo non intendo indicare una determinata cifra, l’inclinazione a determinati stilemi o a particolari poetiche; quando dico che Virzì è profondamente italiano intendo che ha una maestria non comune nel descrivere l’ethos del popolo italiano, in tutte le sue declinazioni regionali e metropolitane. Che Virzì ci sappia fare non solo con la Toscana e col toscano lo ha dimostrato con diverse pellicole successive al duemila, come My name is Tanino, Caterina va in città e Tutta la vita davanti, in queste storie i protagonisti decidono, o sono costretti dagli eventi, a “migrare”, a trovarsi in un altrove che parla con un accento diverso o addirittura un’altra lingua, e ciò non serve a creare gag à la noiovolevamsavuà, ma a dare corpo fonetico alla solitudine dei personaggi. “Ora mio fratello passa le giornate in via Garibaldi con i suoi amici africani, nessuno sa in che lingua si parlano, ma forse mio fratello non è mai stato malato, era semplicemente straniero”, questa battuta (trascritta a memoria quindi sicuramente imprecisa) tratta da Ovosodo, descrive meglio di qualsiasi analisi la sensibilità di Virzì sull’argomento. Anche Guido e Antonia, protagonisti de Tutti i santi giorni, non sono esenti da questo destino. Il soggetto, tratto dal romanzo La Generazione di Simone Lenzi, cosceneggiatore insieme al solito Francesco Bruni e allo stesso Virzì, è un ritratto di coppia; buona parte del film, come si evince dal trailer, è la lettura in chiave comica delle vicissitudini cliniche della coppia nel tentativo di avere un figlio, un luogo narrativo abbastanza frequentato (mi pare di ricordare, ad esempio, un episodio per la regia di Cesena con Aldo Giovanni e Giacomo e un altro episodio in un film di Giovanni Veronesi), ma lo slittamento dalla risata alla lacrima che Virzì padroneggia come se non avesse fatto altro nella vita, stacca la pellicola dal gruppone dei film da spermiogramma e lo porta vicino ai picchi della comprensione e compassione dell’animo umano raggiunti da La prima cosa bella.

Culo Nudo

Con questo post voglio invitarvi a guardare questo reportage della rivista Vice, sulla Liberia, Stato africano che ricorda un passato recente che definire drammatico sarebbe un eufemismo. In questo viaggio Shane Smith incontra vari testimoni e protagonisti della guerra civile in Liberia, e tra questi ve ne è uno che all’epoca veniva chiamato Butt Naked, ovvero culo nudo, non fatevi intenerire dal nomignolo, Butt Naked ha fatto cose che solo compendiando i vostri incubi peggiori potreste immaginare, come aprire la pancia a un bambino ancora vivo e berne prima il sangue e poi mangiarne la carne. Fatto un’idea? bene, guardate ora Butt Naked, guardatelo nel reportage, guardatelo sorridere, guardatelo parlare orgoglioso della missione che sta costruendo, guardatelo raccontare commosso di come ha recuperato diversi ex bambini soldato, guardatelo vestito da pastore a portare la buona novella cantando e ballando, ma guardatelo soprattutto quando ammette il suo passato, quando ammette di aver commesso crimini indicibili e di attendere sereno la sua punizione. Noi siamo le stesse persone di venti, trentanni fa? Siamo responsabili di quello che un’altra persona con il nostro stesso nome ha fatto in passato? un uomo che ha perso la memoria può essere considerato colpevole di un reato che non ricorda? è un tema che mi ha sempre interessato, un dilemma a cui non so dare una risposta e che costituisce la sottotraccia di un romanzo breve che ho pubblicato a puntate su questo blog  un paio di anni fa (qui, per andare avanti cliccare “continua” alla fine di ogni capitolo). Con questo non voglio dire che Joshua Blahyi, altrimenti noto come Butt Naked, non debba essere processato dal tribunale dell’Aia per i crimini di guerra (l’eventualità è tuttora in discussione), un processo va sempre celebrato, anche quando i protagonisti non ci sono più, perché un processo non serve solo a decretare pene, ma anche a restituire a una comunità ciò che la rende libera, ovvero la verità (Veritas Vos Liberat, Giovanni 8:32, passo che lo stesso Butt Naked cita in una sua predica). E non voglio neanche sostenere che Butt Naked sia davvero pentito, che non sia capace di fare in futuro ciò che ha già fatto in passato. Lo stesso Shane Smith si chiedeva se il demone fosse semplicemente in letargo, in attesa di tempi migliori per svegliarsi, come il ritiro dalla Liberia delle truppe dell’Onu, così Vice è tornata a intervistare Butt Naked a due anni dal ritiro Onu (e tre dal reportage), ma nessun colpo di scena; continua a fare il predicatore, anche se alcuni sostengono sarebbe dietro a un nascente gruppo pronto a sovvertire con le armi il governo.

Pietà

Il cinema sudcoreano è ormai una certezza per i cinefili di tutto il mondo, ma non solo, dagli studi di Seoul spesso vengono fuori pellicole di genere indirizzate a chi non necessariamente ha un palato fine. Sull’abecedario del cinema, quello sudcoreano lo troveremmo alla lettera V; vengeance and violence, vendetta e violenza. È curioso come il tema della vendetta abbia imperniato tanto il cinema coreano, si pensi alla trilogia di Park Chan-Wook (Mr Vendetta, Old Boy, Lady Vendetta), all’efferato I Saw the Devil di Kim Ji-Woon o a La Samaritana dello stesso Kim Ki-duk, per citare quelli di maggiore successo e risonanza nelle nostre sale. Penso che questa caratterizzazione di una cinematografia nazionale attorno allo stesso tema sia abbastanza peculiare, escludendo il cinema di propaganda penso che solo il tema del sogno americano, del successo, ebbe una tale pervasività nella sua cinematografia di riferimento, ma in quel caso era funzionale alla struttura culturale della società in cui nasceva, mentre la vendetta dei film sudcoreani è spesso disfunzionale, si pensi alla critica verso il sistema giudiziario (ad esempio in Lady Vendetta), forse la parentela più stretta, a sorpresa, la vendetta di celluloide coreana la trova nella pietas del neorealismo italiano (anch’essa culturalmente disfunzionale), quindi non sorprenda che l’ultimo film di Kim Ki-Duk, vincitore del leone d’oro 2012, si intitoli appunto Pietà.

Pietà rientra a pieno titolo nel filone della doppia V sopra descritto. Un riscotitore dell’usura sottopone dei poveri artigiani in crisi a delle torture fisiche e psicologiche, che, metto in guardia, molti potrebbero ritenere insopportabili, a tale attività, inevitabilmente, è collegato il congegno ad orologeria della vendetta. Seppure ciò che attiene strettamente le due V sia notevole e ben girato, il telaio che le tiene insieme è apparso a chi vi scrive, assai fragile, a partire dall’evoluzione psicologica del protagonista, troppo repentina e patetica, passando al comportamento delle vittime (inverosimilmente sottomesso), fino ad arrivare ad alcuni dialoghi che, mi spiace scriverlo, definirei quasi dilettantistici; mi riferisco in particolare al primo dialogo del film, un dialogo che nella vita vera non sarebbe mai avvenuto, perché ciò che si dicono i personaggi evidentemente già lo conoscono perfettamente, ma il dialogo avviene comunque a favore di pubblico, per comunicare una premessa che altrimenti sarebbe stata più complessa da veicolare.

Ciò nonostante, con i suoi limiti, Pietà rimane un bel pugno nello stomaco, ma, per quanto mi riguarda, Kim Ki-Duk è ancora molto lontano dalla perfezione espressa da Park Chan-Wook, suo conterraneo e quasi coetaneo collega.