Un ragazzo fortunato – Il Picco (una commedia brutta e inopportuna)

“7 marzo 2020: un’anticipazione su un decreto che estende la zona rossa a tutta la Lombardia, scatena una fuga da Milano verso le città italiane non coinvolte dal provvedimento”

Un ragazzo fortunato

Un pacchetto rosa e un biglietto a forma di cuore. Fabio ripone delicatamente nella valigia il regalo per la sua ragazza, ci va poco altro; ha prenotato un volo low cost, uno di quelli che concedono un bagaglio a mano poco più grande di un beauty case. Ma poco importa, quello che conta è essere l’otto marzo a Roma, non per la festa delle donne, ma per la festa di una donna in particolare: Diana. Diana vive a Roma, la stessa città in cui Fabio è cresciuto, anche se per lavoro si trova da qualche anno a Milano.

Con il cuore pieno di gioia Fabio si reca in aeroporto. È così felice che ha anche dimenticato i timori per l’epidemia di corona virus. Ma la sua felicità si arresta come una auto contro un muro quando legge, sui monitor delle partenze, che il suo volo è cancellato.

Fabio salta sul primo taxi e raggiunge una stazione ferroviaria.

Niente: i treni per il sud sono stati presi d’assalto e non ce ne sono altri. Fabio implora l’impiegato alla biglietteria di trovare una soluzione, se non è possibile un treno per Roma un qualsiasi mezzo che lo avvicini alla sua destinazione. L’impiegato gli dice che sta per partire un regionale per Voghera, ma non sa quanto possa essergli utile.

Fabio compra il biglietto.

Arrivato a Voghera prende un autobus. L’autista indossa la mascherina e chiede a Fabio di non avvicinarsi, non gliene frega niente del biglietto, si sedesse in ultima fila e basta.

La corriera fa capolinea nell’aperta campagna piementose. Non c’è nulla intorno.

Fabio si mette in cammino e raggiunge una superstrada; qui l’unica soluzione è fare autostop.

Un camionista gli offre un passaggio. È un toscanaccio simpatico e cordiale. I due fanno conversazione, e il camionista chiede a Fabio da dove venga, e lui gli risponde da Milano.

Un minuto dopo Fabio si ritrova nel rimorchio del camion, tra gabbie di galline impilate, esiliato lì dall’autotrasportatore per paura del contagio. Forse non è poi così simpatico e cordiale.

Arriva a Livorno. È ormai notte fonda. Fabio raggiunge la stazione e si appisola su una panchina in attesa del primo treno per Roma. Un agente della polizia ferroviaria lo sveglia, esige i documenti. Il poliziotto chiede conferma di quello che legge sulla carta di identità: «Residente a Milano?». Fabio conferma. L’agente gli restituisce il documento un po’ schifato, poi si volta per andare via, e Fabio ha l’impressione che si versi sulle mani del gel igienizzante.

Lo sbuffo dell’impianto frenante sveglia Fabio che si era di nuovo addormentato: finalmente sale sul treno per Roma, ma l’incubo non è finito.

Il treno fa tre ore di ritardo e un moccioso di 6 anni seduto accanto a lui lo scambia per un sacco da boxe, mentre il fratellino di pochi mesi piange disperato tra le braccia della madre.

Roma Termini. Finalmente. La gioia riscalda di nuovo il cuore di Fabio, e non gli importa nemmeno quando scendendo dal treno si accorge che gli hanno rubato la valigia.

Però deve comprare un nuovo regalo per Diana, così si ferma in una profumeria della stazione; compra il profumo più costoso, un profumo francese in una grossa e pesante bottiglia a forma di Torre Eiffel. Una roba talmente pacchiana che Diana non la vorrà nemmeno vedere, ma Fabio è talmente euforico che pensa sia bellissima.

Sale le scale che portano all’appartamento di Diana con il cuore in gola. Suona il campanello.

Apre Fausto, il suo amico di infanzia Fausto. È nudo salvo un asciugamano legato in vita, poi alle sue spalle appare anche Diana, in accappatoio.

«Che cazzo ci fai qua?», gli chiedono i due.

Prima che Fabio possa elaborare una frase di senso compiuto, viene aggredito dai due amanti.

«Sei un irresponsabile, sei venuto a contaggiarci tutti? Sei pazzo?»

I vicini vengono richiamati dalle urla, escono dai loro appartamenti, quando comprendono il motivo del litigio si uniscono al linciaggio.

Sto cojone. Anfame. Fijio de na mignotta. Torna a Milano pezzo de merda!

Fabio fugge via trattenendo le lacrime.

Una volta uscito dal palazzo gli inquilini continuano a insultarlo dalle finestre, gli lanciano degli oggetti, un accendino lo ferisce alla tempia.

Fabio trascorre il resto della giornata seduto sul lungotevere, con l’anima annientata. È talmente fermo e immobile che dopo qualche ora un gabbiano prova a posarsi sulla testa, scambiandolo per una statua.

Poi arriva la notte. Il volto di Fabio è illuminato da una luce rossa. Attorno a lui i Vigili del Fuoco si danno un gran da fare.

Un carabiniere si avvicina a lui.

«Dunque mi ha detto il collega che è stato lei a chiamare il 112».

Fabio annuisce, con gli occhi pieni di sgomento.

«Là abita la mia ragazza», dice Fabio indicando il palazzo in fiamme. «avevamo litigato e stavo tornando per fare pace, ma appena sono arrivato ho visto del fumo, dal balcone del primo piano, ho chiamato subito il 112 e poi una specie di boato e le fiamme ovunque…»

Il carabiniere dà una pacca a Fabio, per consolarlo.

«Stiamo facendo il possibile. Sei un ragazzo fortunato, se arrivavi un minuto prima ora saresti lì dentro».

Fabio lo guarda negli occhi e gli dice che sì, lui è proprio un ragazzo fortunato.

Qualche ora dopo un vigile del fuoco ispeziona il balcone del primo piano, laddove è scoppiato l’incendio che poi ha coinvolto tutto il condominio. La sua attenzione viene attratta da un pezzo di vetro ai piedi di un muro annerito dalla fuliggine. Gli salta all’occhio forse per via della forma strana. Guardandosi intorno ne trova un altro. Sembrano i frammenti di un modellino… o di una bottiglia, una bottiglia a forma di Torre Eiffel…

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