Il lato oscuro – Il Picco (una commedia brutta e inopportuna)

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Letto e interpretato da Giorgio Consoli.

“26 Marzo 2020: il ministero dell’interno rivela che durante il lockdown i reati comuni sono crollati del 75%”

Il lato oscuro

«Perché nun se famo un supermercato de notte?»

Amedeo Caccia parla di lavoro con suo figlio Giovanni, e il loro lavoro, da almeno tre generazioni, è rubare negli appartamenti. Con il lockdown, e la conseguente costante presenza degli italiani in casa, l’azienda di famiglia è entrata in crisi.

«Ah papà ma che cazzo sta a ddi’? Ma tu c’hai presente i sistemi de videosorveglianza e l’allarmi che ce stanno mo? Mica stamo ai tempi tua…»

«Er fijo de “Bancomat” dice che li sa disattivà».

«Er fjio de “Bancomat” è uno che se era nato in America mo stava alla Nasa, io nun ce capisco un cazzo de ‘sti sistemi novi, e te meno de me…»

«Ma io te lo dicevo… fai la scola là, quella dei computer, e invece tu no, dovevi fa l’artistico, mortacci tua…»

«Intanto se nun era pe’ ‘sto stronzo che ha fatto l’artistico cor cazzo che se facevamo lo Schifano in quella villa all’Infernetto… “ma che cazzo stai a ddì, quello è ‘n disegno de ‘n rigazzino” dicevate voi, t’ho ricordi a quanto l’amo piazzato, sì?»

«Ancora co’ quer cazzo de quadro, ma quanto ancora devi da rompe er cazzo co’ quer quadro?»

«Intanto con “quer cazzo quadro” come dici te, ce avemo pagato l’avvocato».

«Sì, che m’ha fatto uscì dar gabbio una settimana prima che scoppiava sta cazzo de pandomia, pardemia, par de’ cojoni come cazzo se dice… so’ passato dar gabbio ai domiciliari co’ ‘n fijio cojone, tanto valeva che ce rimanevo a Regina Coeli…»

Giovanni afferra stizzito il suo piumino nero, ed esce da casa, mentre il padre gli urla dietro: «’Ndo cazzo vai? Ce stanno le guardie… me raccomanno, fatti fa ‘a multa… cojone!»

Giovanni cammina a passo svelto per il nervoso. Si dirige verso il distributore di tabacchi, ma un tipo gli urla di non fare il furbo. Giovanni non capisce; si guarda intorno. Si è infilato senza volerlo nel mezzo di una fila, la coda per un ipermercato, una fila lunga, molto lunga, in cui le persone rispettano più del singolo metro di distanza prescritto.

Giovanni è affascinato da questa scena; a Roma, dove le regole sono un ostacolo da evitare come i nemici in un videogioco d’altri tempi, una roba così non si era mai vista. A Giovanni questa scena solletica qualcosa nella mente; forse un’idea per rimediare qualche spiccio? Un modo “per svortà”? Non lo sa, e nel dubbio si mette il fila anche lui.

Sfilare qualche portafoglio? E come? Con la distanza che le persone tengono l’una dall’altra servirebbe un braccio elastico, come quello di un supereroe di quando lui era bambino. Allora fare una marea di spesa e poi non pagare? In teoria nessuno si può avvicinare a meno di un metro, quindi non potrebbero fargli niente… in teoria, appunto: pare che qualcuno ci abbia provato e si è preso una denuncia, e lui non ha altre opere di Schifano da vendere per pagarsi l’avvocato.

Giovanni si spreme le meningi, qualcuno lo riporta alla realtà urlandogli di nuovo contro: è arrivato il suo turno di entrare nel negozio.

Varchi antitaccheggio. Casse automatiche che impediscono al personale di accedere al contante. Videocamere di sorveglianza ovunque, di quelle con una specie di corona intorno all’obiettivo, che il figlio di Bancomat gli ha spiegato riprendono anche al buio.

Giovanni esamina la fortezza. Alla sua destra un gabbiotto pieno di schermi, Giovanni si avvicina, spia attraverso la porta semiaperta e riconosce nei monitor le corsie dell’ipermercato. Un tipo è seduto davanti agli schermi. Come se avesse percepito il peso dello sguardo di Giovanni, l’uomo si volta, scatta subito in piedi e sorride.

«Ferraris giusto? Ti stavamo aspettando».

Il tipo porge la mano a Giovanni, ma un’istante dopo si ricorda delle norme di distanziamento sociale, e ritrae il braccio di scatto, con un altro gesto veloce porta sul volto la mascherina che un secondo prima dondolava inutile sotto al suo mento.

«Sono contento che sei qui, ci possiamo dare del tu, vero? Dicevo… sono contento che sei venuto, l’agenzia ci ha segnalato altri 6 candidati ma nessuno si è presentato… immagino per paura del virus…».

Giovanni rimane in silenzio, non sa se svelare l’equivoco subito o vedere dove lo scambio di persona lo porterà.

Intanto Il tipo ripensa a quello che ha appena detto, e al fatto che potrebbe spaventare l’unico candidato come addetto alla sicurezza che si è presentato, così agita nervosamente le mani come a cancellare su una lavagna invisibile la frase prima pronunciata.

«Cioè no… voglio dire… insomma qui non c’è rischio… cioè il rischio c’è ma come dovunque… qui siamo molto attenti…»

«Lo vedo» dice Giovanni, e indica con la testa un fazzoletto sporco appallottolato sulla scrivania.

Segue un po’ di blablabla burocratico. Il tipo si presenta come assistente store manager, che a quanto Giovanni ha capito dovrebbe significare vice direttore, o qualcosa del genere. L’assistente store manager gli spiega le mansioni che dovrebbe svolgere: gestire gli ingressi dei clienti nel negozio, far rispettare le norme igieniche, prevenire il taccheggio. Il tutto alternandosi con gli altri addetti del negozio.

«Mi date un’arma?» Giovanni ha l’impressione di poter vedere al di là della mascherina, come promettevano di fare gli occhiali a raggi X che un tempo vendevano ai ragazzini creduloni, e vede che l’altro è rimasto a bocca aperta, incerto su cosa dire. Così Giovanni scoppia in una risata finta come un Picasso a Porta Portese, ma sufficientemente credibile alle orecchie del responsabile del negozio, che si accoda alla risata.

L’incontro si conclude con l’apposizione di un paio di firme false a nome Lucio Ferraris su dei moduli precompilati, poi Giovanni si incammina verso casa, munito di un fratino con la scritta “Staff” e un appuntamento per il giorno successivo.

Conviene continuare questa sceneggiata?” si chiede Giovanni. Fare “impicci” in quel posto gli sembra assai difficile… sì d’accordo, ma non ha nient’altro da fare, tanto vale provarci, vedere come butta, pensa mentre nasconde la casacca in macchina per non farla trovare al padre. La decisione è presa: ci prova. Poi Giovanni si mette una mano in tasca e bestemmia: con tutta questa storia ha dimenticato di comprare le sigarette.

Le prime ore di lavoro le passa a dirigere il flusso dei clienti: uno esce e un altro può entrare. È la cosa più noiosa che abbia mai fatto nella vita. Batte anche quando da ragazzino il padre e il nonno lo portavano a fare il palo. Una volta, quando aveva circa 12 anni, i due lo dimenticarono su un marciapiede di Ostia e tornarono a prenderlo sei ore dopo, ma neanche quella volta si era rotto così i coglioni. Allora è questo il cosiddetto lavoro onesto? Rubare sarà pure una cosa infame, rischiosa, ma regala delle gran soddisfazioni. Questo invece è solo guardare senza fare niente la tua vita che scorre via. E poi in cambio di cosa? Il tipo gli ha parlato di lordo, di netto, di ritenute d’acconto. Di queste cose non ci capisce un cazzo. Per ripulire gli appartamenti non ci vuole la partita IVA. Giovanni decide che ne ha avuto abbastanza. Sta per andare via. Ma qualcuno alza la voce, anzi, sembrerebbero in tanti.

«Ma nun me rompete er cazzo!»

Un tizio rasato e ben piazzato, non più giovanissimo ma a occhio ancora capace di menare forte, va spedito fregandosene della fila. La mano di Giovanni parte da sola, e afferra il braccio dell’uomo che ha già messo un piede al di là della porta automatica. Un secondo dopo il rasato e Giovanni sono fronte contro fronte, come due caproni. Giovanni non è stato mai un asso nel combattimento corpo a corpo, o in qualsiasi altro tipo di lotta, ma si sente lucido, e inspiegabilmente forte, e sa che non deve cedere di un millimetro, altrimenti è finita. Passano secondi che sembrano ore. Qualcuno dalla fila timidamente minaccia di chiamare la polizia, forse qualcuno lo fa per davvero. Il rasato alla fine cede, fa due passi indietro, sputa per terra e poi decreta: «Nun te meno perché sicuramente c’hai er virus, ma tanto te ribecco, hai capito? Ah finta guardia de merda hai capito?». Detto questo il rasato si dilegua.

Qualcuno nella fila accenna un applauso nei confronti di Giovanni, lui si volta verso l’interno del negozio, e trova l’assistente store manager paralizzato dalla paura, con le gambe serrate come per trattenere una minzione impellente, e la bocca tanto aperta che la mascherina gli scopre il naso e il mento.

Giovanni si sente bene. Cazzo se si sente bene. È come quella volta che ha riconosciuto lo Schifano nella villa all’infernetto. In più, oltre all’eccitazione, sente una specie di pace dentro di sé, un senso di giustizia… cazzo… Giovanni se ne rende conto solo ora: è un amante delle regole, dell’ordine e della legge! Ha appena fatto una gita nel suo lato oscuro, e ci vuole abitare per sempre.

I giorni passano e Giovanni Caccia, con lo pseudonimo di Lucio Ferraris, è diventato un’autorità indiscussa nel microcosmo dell’ipermercato. L’assistente store manager pende dalle sue labbra, di fatto Giovanni è diventato lo store manager titolare, quello che non si è mai fatto vedere durante i giorni dell’emergenza.

Una sera, durante l’orario di chiusura, Giovanni si rilassa fumando una sigaretta con i magazzinieri, uno di loro gli fa notare un anziano che si avvicina all’entrata del negozio. Giovanni si muove per andargli incontro e dirgli che l’ipermercato chiude alle 18, ma si accorge che quel vecchio è quella testa di cazzo di suo padre. Amedeo Caccia cammina con la gamba destra rigida, senza piegare il ginocchio. Giovanni non ha bisogno di pensarci troppo per capire il motivo di quell’andatura: il padre ha diversi acciacchi, ma non ha mai avuto problemi con le articolazioni, cammina così perché ha nascosto lungo la gamba “Patrizia”, una doppietta da caccia che ha rubato negli anni 70. Non parla col padre dal giorno in cui hanno litigato. Nella noia dell’isolamento Amedeo ha cominciato a bere più del dovuto, e in preda all’euforia alcolica avrà deciso di fare da solo quella rapina al supermercato su cui fantasticava da giorni.

Che fare? Fermare quell’idiota del padre, rompendo probabilmente per sempre il rapporto con lui? Oppure aiutarlo, perdendo così la possibilità di rifarsi una vita?

Mentre Giovanni cerca di risolvere l’equazione, Amedeo è già entrato nel negozio. Spara un colpo in aria per aprire le danze. Poi punta la canna contro gli ultimi clienti in fila per pagare; tira fuori una busta nera, di quelle per la spazzatura, e dice ai clienti sotto tiro di metterci dentro telefoni, portafogli, orologi e qualsiasi altra cosa di valore.

Giovanni corre all’interno del locale. Il padre lo vede, è visibilmente sorpreso. Prima che possa dire qualcosa Giovanni lo colpisce con un pugno in pieno viso. Amadeo indietreggia barcollando con gli occhi sgranati, perde la presa sul fucile, l’arma cade a terra e l’ultimo colpo in canna esplode, mandando in frantumi una vetrata, con la mano destra Amedeo si stringe il braccio sinistro. Giovanni capisce subito che il padre sta avendo un infarto, lo fa sdraiare prima che cada a terra da solo.

«Chiamate un’ambulanza» urla qualcuno.

«Non c’è bisogno!» Risponde perentorio Giovanni.

«Ma stai perdendo un sacco di sangue!» Giovanni non aveva capito, si guarda le braccia: ha uno strappo sulla manica sinistra, il sangue sta inzuppato la maglia, ma non zampilla, non gli fa male, un pallino o due devono averlo preso di striscio.

«Aiutatemi a sollevarlo!» Giovanni impartisce l’ordine ai dipendenti del negozio, nessuno ha il coraggio di disobbedirgli, Lucio Ferraris è uno che sa quello che fa. Amedeo viene adagiato in un carrello della spesa. Poi Giovanni lo porta fuori, continua a spingere la barella di fortuna per diversi metri fuori dal negozio, fino a quando nessuno riesce più a vederlo. E nessuno lo vedrà mai più.

Una settimana dopo Giovanni è seduto sul bordo del letto, il letto su cui il padre è riverso, pallido e smunto. Giovanni sembra un prete confessore nell’atto di accogliere gli ultimi peccati di un moribondo, ma è lui che si sta confessando, non Amedeo. Gli racconta della sua sbandata per il sogno di una vita “normale”.

«Sei un coglione” gli dice con un filo di voce Amedeo. Giovanni lo sa, quelli come loro, nati nella merda, nella merda restano, non c’è titolo di studio o botta di culo che tenga, è una legge naturale. Ma Amedeo scuote lentamente la testa.

«Lo stipendio».

«Come?» chiede Giovanni.

«Lo stipendio, se hai dato un altro nome lo stipendio non ti arrivava… coglione”.

È vero, non ci aveva pensato, non si era mai preoccupato del problema. Ma in fondo, quei quattro spicci che gli avrebbero dato, non gli sarebbero poi serviti a molto.

Lucio Ferraris riceve una raccomandata. Ancora per quella storia del supermercato scommette. Lo hanno chiamato al telefono ogni giorno, lui gli ha spiegato ogni volta che non lavora da quando è cominciata la quarantena, si tratta sicuramente di un caso di omonimia. La lettera è scritta in avvocatese, parla di uno “spiacevole incidente”, di responsabilità, di assicurazioni e di una proposta di conciliazione. Lucio legge senza capirci molto, poi vede una cifra e quasi sviene, qualcuno lo ha incastrato e ora vogliono da lui tutti quei soldi? No; rilegge bene, è il contrario, gli offrono tutti quei soldi per rinunciare a un’azione legale. È davvero una bella cifra, se uno non ha troppe pretese è sufficiente per rifarsi una vita.

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