Il picco – Il Picco (una commedia brutta e inopportuna)

31 Marzo 2020: il presidente dell’istituto superiore di sanità dichiara che è stato probabilmente raggiunto il picco dei contagi. Intanto nessuna partita di calcio ufficiale viene disputata nel mondo.”

Letto e interpretato da Giorgio Consoli.

Il picco

Ore 17:45. Una stradina della Capitale. Non passa nessuno, tranne un sessantenne con un barboncino bianco al guinzaglio. L’uomo si guarda intorno circospetto, poi si ferma all’altezza di una saracinesca. Bussa: una volta, due volte e per finire tre colpi in rapida successione. Una domanda proviene dall’altra parte della superficie metallica: «Ci stanno le guardie?»

«E secondo te se ci stavano le guardie che te bussavo?»

«E i droni?»

«E che cazzo so’ i droni?»

«So’ tipo dei mini elicotteri ma con quattro eliche».

«Ah come quell’affare che c’ha pure mi’ nipote!»

«E io che cazzo ne so di tuo nipote?»

«Senti a coso… me fai entra’ o no? Tra un po’ comincia il bollettino e noi stamo ancora a giocà all’agenti segreti…»

La saracinesca si solleva piano per non fare troppo rumore, a reggere il serramento è un uomo smilzo di mezza età, con una mascherina chirurgica sul volto. Lo smilzo, soprannominato ironicamente “Trippa”, chiede al sessantenne: «E te non ce l’hai ‘a mascherina?»

«Ma levete dar cazzo» gli risponde l’altro che entra nel locale: un grande bar con annessa sala per le scommesse sportive. Ufficialmente l’attività è chiusa da settimane, ma in realtà non ha mai smesso di accogliere clandestinamente la clientela più accanita. Il sessantenne “parcheggia” il barboncino che riceve l’immediata attenzione di altri cani, tutti ammassati in un angolo, insieme a un bambino di 4 anni, il nipote di Rossi detto “er Cubano”, che non avendo animali che giustificassero un’uscita si è dovuto arrangiare con quello che aveva in casa.

Gli anziani bevono grappe e caffè, giocano a briscola e tressette, ma controllano costantemente gli schermi disposti lungo il perimetro del locale: i televisori, che un tempo riproducevano vari eventi sportivi, ora sono sintonizzati tutti su un canale di informazione che a breve trasmetterà il bollettino della protezione civile. L’unico a non controllare gli schermi è il signor Egidio, non perché non sia interessato, ma perché si è dimenticato della pandemia. La memoria, il signor Egidio, l’ha cominciata a perdere che c’erano ancora le lire, tant’è che quando va a pagare qualcosa, una volta aperto il portafoglio, va su tutte le furie, sostenendo che qualche stronzo gli ha sostituito per scherzo i soldi con una valuta estera. Per quanto la memoria del signor Egidio sia un edificio in rovina, la sua capacità di calcolo è ancora intatta ed efficientissima, e questo lo rende uno dei più temibili avversari da incontrare al tavolo da gioco, anche se qualche volta, a metà di una partita di scopa, può capitare che giri le carte e gridi: “Sette e mezzo!”.

A prima vista anche Peppe Colangeli sembra soffrire di problemi di memoria, ma è un’impressione superficiale; il problema di Colangeli è la distrazione, da sempre, e non la memoria. Colangeli è quello che dimentica la moglie all’autogrill. Colangeli è quello che chiede l’intervento di un carrozziere perché non riesce ad entrare in auto, salvo accorgersi dopo un’ora che non è la sua. Colangeli è quello che in questo momento indossa una mascherina chirurgica con un’evidente macchia scura: ha provato a bere un amaro ma ha dimenticato che indossava il dispositivo di protezione.

Gli avventori del locale clandestino non sono tutti in età da pensione; in particolare un trentenne è seduto da solo in mezzo alla sala, ha lo sguardo concentrato e numerosi fogli davanti. Gli altri gli passano vicino, gli fanno cenni di intesa o di saluto, ma nessuno si siede al suo tavolo. È circondato da un alone di severa autorevolezza.

Poi le scope e le briscole si fermano: il capo della protezione civile appare in video, saluta e poi da i numeri della giornata.

Mezza sala esulta, l’altra bestemmia. I cani abbaiano. Il nipote de Er Cubano fa un verso a metà tra l’uomo e il cucciolo di lupo. Il Trippa cerca a gesti di far abbassare i decibel, non ottenendo il minimo risultato.

Quelli che avevano esultato formano una fila davanti al tavolino del trentenne.

«Solo tre contagiati in più; la scommessa è da annullare!» Marchegiani, ex impiegato al catasto, manifesta il suo disappunto a pieni polmoni, e tale è lo sforzo che deve poggiarsi al bancone del bar.

Quelli che sono in fila lo mandano al diavolo. Ma tra i delusi qualcuno prova a dare manforte al Marchegiani: «Tre su 4053… è ridicolo, non è né over nè under, è lo stesso numero e basta, e se l’Ingegnere non ha calcolato il pareggio sono cazzi suoi, ci deve ridare i soldi».

I vincitori della scommessa si voltano verso il trentenne; sono ancora convinti della regolarità della loro vincita, ma l’appunto sul regolamento è effettivamente interessante.

L’ “Ingegnere” solleva un angolo della bocca, è la cosa più vicina a un sorriso che riesce a fare, poi solleva la mano, col le dita unite, è il suo gesto per indicare la ricevuta della scommessa. Fa ruotare il polso, e gli scommettitori capiscono che devono controllare il retro della ricevuta; ci sono delle scritte piccole e fitte, ma la presbiopia ha avuto la meglio su molti di loro, così è Gigietto De Angelis a leggere per tutti: «Puntando su Over il giocatore scommette che il numero totale dei contagi giornalieri sarà superiore rispetto al giorno precedente almeno di una unità. Puntando su Under…»

L’entusiasmo dei vincitori si fa subito sentire, ma l’Ingegnere fa cenno di attendere, poi rotea l’indice, così qualcuno ordina a Gigietto: «Salta… vai alla fine».

«… in caso di perfetta corrispondenza numerica, l’esito vincente sarà quello di segno opposto rispetto all’ultima variazione valida. Per esempio: se il giorno precedente l’esito è stato Under, in caso di stesso numero il giorno dopo, l’esito vincente sarà Over, e viceversa.»

La fila dei vincitori esplode in una mitragliata di gesti dell’ombrello verso i perdenti. Marchegiani accusa il colpo e se la prende in particolare col noto semianalfabeta Giuseppe Ricci, detto “Treccani”: «Che cazzo te festeggi te, che nun c’hai capito n’cazzo?»

«Ho capito che te la sei pijata ‘n der culo… tiè tiè» Lo sbeffeggia Treccani.

I minuti passano e il Trippa fa uscire gli avventori alla spicciolata, per non attirare l’attenzione del vicinato. Nel locale rimangono alcuni irriducibili per il bicchiere della staffa o per piazzare una scommessa per il giorno dopo. Si parla di curve esponenziali e logaritmiche, di picchi epidemici e di plateau, con la stessa sicumera con cui, fino a un mese prima, si disquisiva di Champions League ed Europa League, di panchine lunghe e di vivai giovanili. Poi un spiffero di malinconia penetra nella stanza. Marchegiani chiede scusa per la scenata di prima, confessa che gli manca la normalità, ha paura che non torni più, gli sembra di impazzire, non può sopportare questa pressione a lungo, non senza sua moglie che non c’è più da due anni, ha raggiunto il picco, ma non il picco che tutti aspettano, il picco di questa cazzo di epidemia, ma il picco dell’esasperazione. Gli altri lo consolano. Hanno tutti una parola di conforto. Tutti tranne l’Ingegnere; lui non parla mai, ma le mani le muove, e con una mano stringe quella del Marchegiani. L’ex impiegato del catasto sa che sta per crollare, quindi con gli occhi lucidi indica a Trippa l’uscita; sa che se parlasse ancora, se solo provasse a chiedere di alzargli la saracinesca, scoppierebbe a piangere dopo la prima vocale. Il proprietario del locale accompagna l’anziano, il rumore metallico della serrata sembra ancora più fragoroso nel silenzio irreale che c’è fuori dal locale, e in quello ancora più cupo che c’è dentro. I quattro superstiti guardano a terra, non sanno cosa dire, l’Ingegnere invece scrive forsennatamente, poi mostra l’appunto agli altri. La reazione è una sequela di insulti rabbiosi, che però lasciano indifferente l’Ingegnere.

«Che succede?» Chiede preoccupato il Trippa di ritorno.

«L’Ingegnere ha quotato er suicidio de Marchegiani!»

«E a quanto lo ha messo?»

«A 3… sto fijo de na mignotta! Dai su, mettimelo almeno a 5… nun fa lo stronzo», esorta Treccani mentre tira fuori dal portafogli una banconota da venti.

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