Tutti gli articoli di Barabba Marlin

Un ragazzo fortunato – Il Picco (una commedia brutta e inopportuna)

“7 marzo 2020: un’anticipazione su un decreto che estende la zona rossa a tutta la Lombardia, scatena una fuga da Milano verso le città italiane non coinvolte dal provvedimento”

Un ragazzo fortunato

Un pacchetto rosa e un biglietto a forma di cuore. Fabio ripone delicatamente nella valigia il regalo per la sua ragazza, ci va poco altro; ha prenotato un volo low cost, uno di quelli che concedono un bagaglio a mano poco più grande di un beauty case. Ma poco importa, quello che conta è essere l’otto marzo a Roma, non per la festa delle donne, ma per la festa di una donna in particolare: Diana. Diana vive a Roma, la stessa città in cui Fabio è cresciuto, anche se per lavoro si trova da qualche anno a Milano.

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Una grande opportunità – Il Picco (una commedia brutta e inopportuna)

“6 marzo 2020: tra i contagiati cominciano ad essere annoverati personaggi noti e rappresentanti delle istituzioni”

Letto e interpretato da Giorgio Consoli

Una grande opportunità

L’onorevole Walter Corbucci si prepara per la prima volta un tè da solo, nella cucina della sua splendida casa. Indossa giacca e cravatta, ma dalla cintola in giù veste i pantaloni di un pigiama e un paio di ciabatte. Sta parlando al telefono con la sua compagna, le chiede quanto deve far bollire l’acqua. «Devi farti un tè, mica un brodino» ride lei. Poi torna seria e gli chiede come sta.

«Sto bene sto bene, non preoccuparti…»

Un suono elettronico viene da un’altra stanza.

«Ho la conference call, ti devo lasciare».

Walter versa l’acqua bollente nella tazza e la porta con sé davanti al Pc nella stanza adibita a studio.

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Tutti virologi – Il Picco (una commedia brutta e inopportuna)

“29 febbraio 2020: il numero dei contagi aumenta esponenzialmente e l’epidemia diventa l’argomento di gran lunga più dibattuto dagli italiani”

Letto e interpretato da Giorgio Consoli

Tutti virologi

La stanza è illuminata solo dalla fioca luce blu del monitor. Il blu di un noto social network. Un sito bloccato sui computer di molti uffici, perché considerato il nemico numero uno della produttività. Ma Luca su quel sito non cerca svago, non vuole perdere tempo, non ha voglia di cazzeggiare. Dio solo sa quanto sia lontana da lui la voglia di cazzeggiare in questo momento. Luca è su quel sito per chiedere un parere, cioè: questo è quello che ha scritto, ma la verità è che ha un disperato bisogno di conforto.

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I Guanti – Il Picco (una commedia brutta e inopportuna)

 

“25 febbraio 2020: dopo la scoperta di un focolaio in Lombardia, l’Italia si scopre il Paese europeo con più contagiati da Sars-CoV 2”

Letto e interpretato da Giorgio Consoli

dirty kitchen | Emily Harrison

I guanti

«Italiano!»

Lo chiama così, non per nome, per nazionalità. Vincenzo quel cliente lo conosce bene, è uno che lavora nel settore finanziario, o qualcosa del genere, comunque è un cliente fisso, e mai si era rivolto così a lui o a qualsiasi altro cameriere.

Vincenzo si avvicina e prende gentilmente l’ordinazione, ma il cliente ha una richiesta specifica: tira fuori un kit con dei guanti di lattice e una mascherina chirurgica.

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Autoisolamento – Il Picco (una commedia brutta e inopportuna)

 

21 Febbraio 2020: dopo i primi casi accertati di contagio sul territorio italiano, scattano misure atte a prevenire la diffusione del virus Sars-CoV 2

Letto e interpretato da Giorgio Consoli

Autoisolamento

Qualcuno potrebbe pensare che a furia di prendere botte uno si abitui, invece no. Almeno Vittorio no. È a terra; ad ogni calcio ricevuto il dolore non si somma a quello del colpo precedente, si moltiplica. Si moltiplica come i soldi che deve al capo di quei due animali che lo stanno picchiando. Ancora due giorni e poi finisce sottoterra gli dicono.

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Una proposta molesta / Le classifiche europee

Ogni volta che viene fuori una classifica europea mi vergogno come un ladro, perché so già che il mio Paese, l’Italia, sarà il peggiore. Il peggiore per lotta all’evasione, per crescita economica, per iscrizioni universitarie, per alfabetizzazione digitale… eppure c’è una cosa che potremmo fare, semplicissima, a costo zero, per evitare questa continua umiliazione: uscire dall’Europa ed entrare nell’Africa.
Pensate ai vantaggi: diventeremmo l’estremo nord del continente, saremmo visti come i norvegesi del maghreb, e non so voi ma io dentro al mio cuore mi sono sempre sentito un po’ biondo e con gli occhi azzurri.
Risolveremmo il problema dell’immigrazione: innanzitutto i migranti non sarebbero più extracomunitari, o meglio nessuno li definirebbe più così perché saremmo extracomunitari pure noi. Essendo un Paese africano saremmo visti come un Paese di transito e non la destinazione, che poi è quello che siamo anche oggi, ma almeno così il concetto sarebbe più chiaro a quelli che finora non lo hanno capito o che non vogliono capirlo. Ma soprattutto nessuno griderebbe all’invasione, alla sostituzione etnica, salvo forse quando i tedeschi verrebbero in vacanza sulle nostre coste.
Potremmo tirare i pacchi ai magnati cinesi: sapete che la Cina sta acquistando tutte le miniere di minerali rari in Africa, potremmo dire “uè cine’, guarda che siamo Africa pure noi eh, comprati sto sercio, sto san pietrino raro…”.
I nostalgici della lira farebbero l’upgrade diventando finalmente nostalgici dell’euro, i sovranisti andrebbero in cortocircuito e comincerebbero a sbattere contro gli ostacoli come aspirapolveri robot.
Infine potremmo finalmente svettare nelle classifiche continentali dei principali indici di sviluppo, eccetto uno: rimarremmo comunque il Paese col più alto numero di italiani al mondo. Quindi, prima di annetterci all’Africa, ognuno di noi dovrebbe prendere la cittadinanza di un Paese figo… anzi no, mi è venuta un’idea geniale, lo scherzo del secolo: accontentiamo i leghisti della prima ora, quelli che fanno finta di essere diventati nazionalisti ma lo sappiamo tutti che sognano ancora la secessione, gli facciamo fare sta cavolo di Padania, prendiamo la cittadinanza padana e dopo diventiamo tutti africani!

il mattone nel parcheggio dell’autogrill

E con quello di Renzi salgono a 3 i partiti che riportano il toponimo “Italia” nel nome.

Un tempo il nome di un partito ricordava l’ideologia di riferimento (liberale, socialista, comunista, repubblicano, monarchico, cristiano…), va be’, dici le ideologie sono morte, ma neanche la fantasia si sente tanto bene però. Eh sì che in politica ci sono molti più esperti di comunicazione rispetto a un tempo, si fanno ricerche, analisi, focus group, quindi ne deduco che i miei connazionali proprio desiderano che gli venga ricordato in che Stato abitano, hai visto mai si confondano con il Canada, La Norvegia, la Nuova Zelanda… ed effettivamente da quando Di Maio ha abolito la povertà il dubbio viene; confondere Tor Bella Monaca con Zurigo è un attimo eh.

Tutti a dirci che il genio italico è svanito, sfumato, dissolto nel vento, il Made in Italy depredato, svenduto, mortificato; eppure abbiamo sotto gli occhi una delle più brillanti trovate imprenditoriali degli ultimi decenni: l’Italia, cioè l’Italia proprio come brand. Il nome di un paese che non vale niente, sommerso dai debiti e dalla monnezza, avvelenato nel corpo e nell’anima, eppure… eppure c’è mezza nazione che pensa che dei disperati di un altro continente mollino gli affetti, affrontino un viaggio disperato, spesso mortale, per cosa? Per venire in Italia… ma quelli non sanno nemmeno dov’è l’italia, che forma ha, se è su un’isola o su una montagna, avranno sentito il nome, quello sì, perché… perché il cibo, mizzica, la storia, li mortacci, l’arte, maremma maiala, la moda, cazzofiga.

Per crederci meglio ce lo siamo raccontati tra di noi, ci siamo venduti a vicenda il mattone nel parcheggio dell’autogrill. Ci abbiamo perfino chiamato tre partiti politici.

Alessandro Manzoni avrà anche regalato la lingua all’Italia, ma è Piero che gli ha insegnato a vendersi, e a campare.

Una proposta molesta / Calcio e salute

Sapevate che ci sono malattie che colpiscono maggiormente gli ex calciatori? La SLA, in particolare, ha un’incidenza 6 volte superiore rispetto al resto della popolazione. Non si sa ancora se dipenda dai ripetuti traumi muscolo-scheletrici, oppure dall’abuso di sostanze legali o paralegali. Quello che mi colpisce è che la Società accetti tutto questo ma ritenga accettabile gli spot che mi dicono, per una decina di volte durante la partita, di bere alcol responsabilmente.

Se non te ne frega niente della salute di 22 ragazzi, ma vuoi sensibilizzare la popolazione sui danni da abuso di alcol, allora promuovi il “Calcio Alcolico”.

Nel Calcio Alcolico potrebbero giocare solo atleti maggiorenni ma ubriachi. Prima della gara l’arbitro, oltre a controllare i tacchetti, sottoporrebbe ogni giocatore ad alcol test. Non ci sarebbero più squadre under 19, under 20, under 21, ma under 0.8, under 1.5, under 3.0, laddove il numero indica ovviamente il tasso alcolemico.

I Bar Sport diventerebbero i nuovi vivai, e si trasformerebbero da luoghi di rancore a luoghi di speranza.

Un universo di nuove tattiche imprevedibili e barcollanti si aprirebbe agli allenatori. Il manuale dei gesti tecnici si arricchirebbe del dribbling involontario, mentre la rovesciata in aria sarebbe sostituita da quella di stomaco.

Il tanto criticato VAR non servirebbe più, perché la partita sarebbe giocata già direttamente alla moviola.

Le risse ci sarebbero comunque, ma sarebbero molto, ma molto più divertenti; immaginate uomini avvezzi a rompere bottiglie di vetro per procurarsi un’arma, ma in mano avrebbero delle morbide borracce di plastica… come dei mercenari sanguinari che si fronteggiano in una battaglia dei cuscini.

Massaggiatori e personale medico sarebbero sostituiti da barman esperti. Il ghiaccio secco e il ghiaccio spray lascerebbero il posto al giacchio vero, purché immerso nel whisky o nella vodka. La sbornia triste sarebbe considerata infortunio. In caso di svenimento in area si darebbe rigore.

La panchina, con quelle poltroncine fighette che si usano da un po’ di anni, andrebbe eliminata, altrimenti le riserve ci si addormenterebbero, meglio gli sgabelli da pub, ma gli sgabelli senza bancone sono ridicoli… ecco: cambiamo il concetto di panchina con quello di bancone. La sostituzione si chiederebbe spillando una birra.

Non so se funzionerebbe, so però che sarebbe un mondo un po’ meno ipocrita, e che nessuno griderebbe allo scandalo se un terzino dell’Inter di 20 anni venisse fotografato con un mojito in mano in discoteca, ma al contrario ci si incazzerebbe se in mano avesse un cocktail analcolico, del resto come è giusto che sia, perché non c’è nulla di più immorale di un cocktail analcolico.

 

Una proposta molesta / La spesa pubblica

licheri

L’Italia, si sa, è uno dei Paesi col più alto deficit del mondo; ci dobbiamo abituare all’idea di nuovi sistemi di finanziamento della cosa pubblica.

Giustizia: se Forum è una delle trasmissioni più longeve della tv italiana, un motivo ci sarà, no? Propongo di far pagare il biglietto a chi va a vedere i processi, quelli veri. Tuttavia bisogna dare qualcosa a quel pubblico, bisogna dare un minimo di spettacolo, quindi avvocati e giudici sarebbero sostituiti da attori professionisti, i “testi” sarebbero scritti comunque da uomini e donne di legge, che tuttavia dovrebbero fare un tirocinio come sceneggiatori di fiction in Rai.

Scuola: nonostante i programmi di prevenzione e le sanzioni penali, nonostante le buone e le cattive, gli atti di bullismo ripresi col telefonino sono in continuo aumento, video che in pochi giorni fanno le views di una partita della Nazionale. Se proprio la cosa non si può debellare, proviamo a guadagnarci qualcosa: vendiamo spazi pubblicitari all’interno di quei video. Tappezziamo i muri delle aule con manifesti pubblicitari e loghi, come ai bordi dei campi di calcio, così quando un bullo fa un video a scuola, non può evitare di riprendere anche il marchio dell’inserzionista. Inoltre i cartelloni pagati dagli sponsor aiuterebbero a tenere in piedi la scuola, intendo proprio a livello edile.

Forze dell’ordine: davvero? E chi ha bisogno delle forze dell’ordine quando uno può tenere in casa un M16 con cui uccidere per sbaglio moglie, figlia, sé stesso e chiunque altro che non sia il ladro, che tra l’altro è il cugino, che essendo l’unico consanguineo rimasto in vita eredita tutto, senza rubare nulla.

Una proposta molesta / La vecchiaia

La vecchiaia, le malattie, il decadimento fisico e mentale, sono le principali fonti di angoscia dell’essere umano. Qualcuno dirà che è la natura, nessuno può farci nulla, men che meno la politica. Io invece penso di no, seguitemi in questa idea: a partire dall’età di 70/75 anni dovrebbe essere legale farsi di eroina. Anzi, non semplicemente legale, cioè consentito, ma proprio fortemente consigliato.

Pensateci; cosa ci importerebbe di non essere più attraenti, di diventare ogni giorno più lenti, stanchi e demotivati, se per la maggior parte del tempo staremmo riversi per terra privi di sensi?

Sotto botta quanto sarebbero più divertenti il Bingo, i cantieri, la Messa e perfino le trasmissioni di Barbara D’Urso?

I costi della sanità crollerebbero: tutti gli under 70 condurrebbero vite salubri, equilibrate, irreprensibili, perché sarebbe insopportabile l’idea di morire prima della fatidica soglia. Senza parlare del calo di vendite di analgesici e antidolorifici, voglio dire: l’ibuprofene? Dai su…

Il mondo del lavoro italiano subirebbe uno svecchiamento senza precedenti, avremmo i notai e i manager più giovani d’Europa, perché, parafrasando il capolavoro di Welsh, chi ha bisogno di un lavoro, di una carriera e di un maxitelevisore del cazzo, quando ha l’eroina?

A Natale sarebbero i nipoti a dare i soldi ai nonni, ma solo previa frase di rito “Mi raccomando, con questi compratici la droga”. Ladri e truffatori si terrebbero alla larga dagli anziani, anzi sarebbero gli anziani a cercare loro, per cercare di rifilargli l’argenteria, quella del servizio buono, al quale misteriosamente mancano i cucchiaini.

Certo, ci sarebbero degli effetti collaterali: i nostri anziani, oggi spesso così soli, avrebbero improvvisamente la fila davanti alla porta, giovani tossici desiderosi di ascoltare i loro racconti, ma che in realtà sperano solo in uno schizzo gratis, ma in fondo che male c’è? È quella che gli economisti chiamano “win-win situation”, cioè una circostanza in cui ci guadagnano tutti. 

Concludendo; in Italia, lo sappiamo, il futuro di troppi giovani dipende dai risparmi dei genitori, quando i genitori non lavorano è la pensione dei nonni a garantire il sostentamento, per non parlare della situazione abitativa e immobiliare. Questo è stato possibile perché, da che mondo è mondo, maturità è sinonimo di responsabilità, ma che succede quando chi deve essere responsabile diventa irresponsabile, avendone, tra l’altro, tutto il diritto? Forse la rivoluzione? Non so, ma di sicuro un cambiamento radicale.

Quindi, amici, questa sera, prima di tornare a casa, passate per la stazione, o andate ai giardinetti, o in qualsiasi altro posto che fate finta di non conoscere, e portate in dono a quell’adorabile vecchietta che abita accanto a voi, una bustina.

Lei vi ringrazierà, il Paese ve ne sarà riconoscente, la Storia vi renderà onore.

C’era una volta…

C’era una volta un vecchio saggio che venne folgorato da un’idea: “se tagliassimo i costi della politica potremmo risanare il debito del nostro Paese, e vivere felici per sempre”, alcuni coraggiosi cavalieri e impavide dame, non corrotti dal malvagio re e dai professoroni di corte, strinsero un sacro patto col vecchio saggio e partirono alla conquista del Castello dei Castelli. Dopo mesi di battaglie senza esclusione di colpi, i coraggiosi cavalieri e le impavide dame riuscirono nel loro intento, e facendo un’alleanza con gli oscuri spiriti del Nord, sedettero sul trono e tagliarono i costi della politica (forse, boh, non so, ma facciamo finta di sì) e… e niente, il debito aumentò segnando un record senza precedenti, tanto che anche l’alleanza dei Regni richiese un ingente obolo a titolo di sanzione, e i sudditi vissero ancora più infelici e indebitati, perché questo è il destino che merita chi è tanto coglione da credere alle favole.

Spin-off: il vecchio saggio, che era in realtà un saltimbanco disoccupato, quando si accorse che il suo disegno stava prendendo vita, fischiettando si allontanò…

Non essere cattivo

“lo devi vedere… è troppo trash” mi disse un persona che conoscevo; parlava di un film girato ad Ostia, con attori dei tossici veri. Ovviamente parlava di “Amore tossico”, ma io all’epoca non lo conoscevo. Di Caligari avevo già visto l’altro suo film, “l’odore della notte”, e avevo immaginato che il regista fosse un ragazzo, un esordiente, non perché il film fosse tecnicamente acerbo, anzi, ma vi era una cattiveria, una corrosività, una sovversiva inquietudine che poche volte, se non mai, avevo riscontrato nelle opere di autori navigati, ma in fondo, “navigato”, Caligari non lo è mai stato: scrisse 9 sceneggiature mai realizzate, attenzione, non manoscritti che ognuno di noi può scrivere a casa propria, ma veri e propri progetti con una produzione dietro, due anni di preparazione per ciascuno e poi il produttore che dice che non se ne fa più niente… d’accordo, è una dinamica abbastanza nota per il cinema italiano, ma per l’autore di “Amore Tossico”, per l’autore di un film presentato al Festival di Venezia nel 1983, con Marco Ferreri che si alza indignato durante la proiezione perché riteneva che quel film dovesse gareggiare in concorso, con quelli “bravi”, insomma per Caligari, solo due film in oltre ventanni sembrano assai pochi, anche per il mercato cinematografico italiano (a proposito, poi Amore Tossico lo vidi, e realizzai che quella persona era una cretina). Perché Caligari non riusciva a lavorare? C’è chi dice fosse uno stronzo, chi sostiene che non si piegava alle logiche di produzione, altri ancora apportano ragioni politiche. Fatto sta che fa venire i brividi pensare che, quando finalmente sta per realizzare il suo terzo film grazie anche all’impegno dell’amico Valerio Mastandrea (protagonista ne “L’odore della notte”), a mettergli i bastoni tra le ruote questa volta è il cancro, ma lui resiste, il tempo di finire il suo terzo e ultimo film, e muore subito dopo. Un tale attaccamento all’arte andrebbe celebrato anche se il frutto del lavoro fosse una schifezza, ma non è questo il caso. Porcoddue se non lo è. “Non essere cattivo” è un film potente, a tratti disturbante, come gli altri suoi due film racconta senza retorica e moralismi una storia che viene dalle viscere della nostra società.

Al liceo, quando studiavamo i modelli testuali, la mia insegnante mi chiese di scrivere una recensione, io la scrissi, lei la lesse e poi mi disse “manca il finale”, “cioè?” chiesi io, e lei spiegò: “lo consigli oppure no?”. Quindi se dovessi seguire questa “linea editoriale” (che detto tra noi reputo offensiva e paternalistica) direi sì, certo, lo consiglio a tutti coloro che amano il Cinema, quello vero, non certo a quelli che ritengono trash un tossicodipendente che ha le occhiaie e i denti marci, e invece ritengono accettabile un eroinomane bello come un modello di Dolce&Gabbana (di moda non ne so un nulla, ma immagino qualsiasi stilista io scelga il risultato non cambia), che sghignazzano davanti a una scena ambientata in una scalcinata casa abusiva tipica della nostra provincia, mentre non ci trovano nulla di strano se un personaggio che fa l’impiegato abita in un attico a New York o in una villa di Malibù, a quelli che pensano che il Cinema debba raccontare favole e non semplicemente Raccontare. Poi ci penso e mi dico no, cazzo, sono proprio loro i primi a doverlo vedere.

Indie Game: the movie

Allora, “indie game: the movie” è un documentario che è possibile vedere online, ad esempio sulla piattaforma di gaming di Valve, Steam, come suggerisce il nome tratta di videogiochi indipendenti, ovvero videogiochi nati dall’idea di una o due persone, e sviluppati dagli stessi senza avere alle spalle colossi milionari, ma solo i propri risparmi e quelli di qualche sprovveduto, o qualche volta lungimirante, investitore, un esempio eccellente è “World of Goo” di qualche anno fa che viene brevemente citato nello stesso documentario, gioco a cui sono molto affezionato, o il più famoso “Minecraft”, gioco nato ormai diversi anni fa (ricordo di aver giocato a una versione gratuita anni fa, forse la beta), ma letteralmente esplosa solo di recente, con un fatturato mi pare di 400 milioni di dollari e un’offerta di acquisto da parte di Microsoft di 2 miliardi di dollari.

Il film (accessibile a tutti e non solo agli appassionati di informatica/videogiochi) segue le vicende di due progetti: lo sbarco sul market di Xbox di Super Meat Boy e il lancio di Fez.

Si penserà che il documentario (che su imdb vanta un meritatissimo 7,8) sia un elogio dell’impresa privata, un film in qualche modo “capitalista”, invece è un viaggio nella drammatica solitudine e nell’assenza di prospettive certe che nell’IT, e più in generale nel mondo del lavoro informatico, è più radicato che in altri campi, forse perché è il settore economico più giovane, lo specchio del nostro tempo. Non è l’informatica ad aver contribuito alla precarizzazione del lavoro, ma essa ne è la prima vittima. I protagonisti delle storie di “Indie game”, seppur fortunati, seppur di successo, hanno tutti avuto una storia di depressione o paranoia, e sfido chiunque a restare sani quando si lavora per cinque o sei anni a un progetto, chiusi nella propria stanza, mentre tecnologie e gusti dei consumatori fuori dalla finestra cambiano in un tempo così breve che a te è sufficiente a malapena a completare un livello, senza un salario, ma solo col ricordo di un programmatore, uno di quelli che ce l’ha fatta, che anni prima ha visto la tua demo e ti ha detto “interessante, ci dovresti lavorare un po’ su”.

Questa è solo una delle riflessioni che suggerisce questo bellissimo documentario, ma ve ne sono altre di natura tecnica che non sono meno interessanti: la gran parte dei videogiochi indipendenti, in parte per necessità e in parte per scelta stilistica, hanno una meccanica e uno stile retrò, spesso sono bidimensionali, pixelosi, eppure Super Meat Boy raggiunge una delle votazioni più alte di sempre nelle riviste specializzate, ma la tendenza nell’industria videoludica va nella direzione esattamente opposta. La storia della tecnologia non si muove sui binari di un treno, non ha una strada segnata, non può procedere solo in avanti; la tecnologia è imprevedibile, a volte abbandona delle idee che vengono riprese anni dopo e noi le prendiamo come il frutto di un’evoluzione lineare, ma non è così: il touch screen è nato negli anni 80, caduto nel dimenticatoio è diventata poi una tecnologia “inevitabile” oltre ventanni dopo. Per rimanere nell’ambito videoludico: la console Dreamcast della Sega, del 1998, aveva un hardware superiore a qualsiasi altra console in commercio all’epoca, aveva 6 volte e mezzo la Ram della Nintendo 64, ma soprattutto aveva implementato uno schermo sul controller, eppure fu un progetto pressoché fallimentare, che fece abbandonare alla Sega il mercato delle console. Dieci anni dopo la Nintendo riprende l’idea dello schermo sul controller, con la Wii U, presentandola come innovazione rivoluzionaria. (Qualche altra riflessione sul percorso a zig zag della tecnologia qui)

quiqiqui:

Bruciare le tappe

Mariani, detto Er Teppa dalla sua cricca, e per sfregio Er Trippa da tutti gli altri, copiava in maniera sfacciata. Silvia guardò la sua testa, rasata a zero solo sui lati, guardò le battute del Libanese di Romanzo Criminale scritte a pennarello sullo zaino, e capì di essere arrivata al quarto stadio. Stava bruciando le tappe: non aveva ancora completato il suo primo anno di insegnamento e già aveva raggiunto il capolinea dell’atteggiamento docente davanti a un alunno che copia. Dopo “Se copi non serve a niente”, dopo “E’ un’ingiustizia nei confronti dei tuoi compagni”, dopo “A me non mi prendi per culo”, Silvia, al termine di quattro mesi di supplenza, era già giunta al nirvanico “Sta copiando? E sticazzi”. Lei era stata sempre la prima della classe, la più brava, e ora aveva un lavoro da fame la cui esistenza e durata dipendevano dalla fertilità delle sue colleghe di ruolo, come Isabella Rapisardi, la nipote del provveditore, quella che aveva vinto il concorso alla prima botta e se ne era andata in maternità lasciandola agli atteggiamenti neo-guappistici di Mariani. Silvia quei ragazzi li invidiava, invidiava la loro età, anzi, invidiava la loro vita alla loro età, non sarebbe mai tornata ai suoi di sedici anni, ma avrebbe voluto i sedici anni di Jasmine, prima fila ultimo banco a destra, o i sedici anni di Chanel, seduta al banco diametralmente opposto, avrebbe voluto le loro vite, magari senza quei nomi ridicoli. Avrebbe voluto l’adolescenza di qualsiasi ragazzina in quella classe, ma non avrebbe mai voluto tornare alla sua. Non che avesse subito traumi o abusi, non che avesse vissuto malattie debilitanti o disastri familiari, ma quando pensava alla sé liceale vedeva una ragazzina seduta in una stanza illuminata da una lampada sulla scrivania, una scrivania popolata da libri e appunti, una ragazzina che sacrificava la sua giovinezza per un avvenire radioso. Sì, radioso il cazzo! Aveva soffocato con un cuscino anche i suoi primi fremiti sessuali, non perché fosse bigotta, ma perché nulla doveva distrarla dal diventare ciò che voleva diventare. Poi all’università recuperò, ma era soprattutto nel presente che si stava superando. Aveva ospitato un’amica per due mesi, quella un giorno dimenticò il suo profilo Facebook aperto, Silvia non se ne accorse immediatamente, avevano molti amici in comune e i nomi negli aggiornamenti erano gli stessi, si accorse che non era il suo account quando cliccò sul simbolo del nuovo messaggio in arrivo: era una conversazione con una conoscenza in comune del liceo, la sua amica raccontava all’altra di come Silvia si portasse a casa ogni sera un uomo diverso, e che tipi poi… Non era vero, non era ogni sera, magari, solo il venerdì e il sabato, se era fortunata anche uno la domenica. E sul target poi… aveva già troppi casini con la sua vita per accollarsi le fisime di qualcuno come lei: ben istruito, educato, pieno di rabbia repressa e frustrazione. Insomma, che Mariani copiasse non le poteva importare di meno, anzi, si sarebbe battuta affinché fosse promosso, per non permettergli di avere un alibi quando la sua vita sarebbe andata fatalmente a rotoli. Dio quanto odiava Er Trippa.

Tre cose che ho imparato guardando i film americani in lingua originale (sottotitolati), anziché doppiati.

pepperoniPizza1. Il tipo di pizza più diffuso negli USA è la Pepperoni Pizza (in foto), che non è la pizza coi peperoni bensì la diavola, la pizza col salame piccante.
2. Ehi Amico! L’intercalare più noto e caratterizzante delle pellicole a stelle e strisce è in realtà meno confidenziale: Man (uomo) e non Friend (amico). Guy invece indica un individuo X non meglio specificato, quello che in italiano potrebbe essere tradotto come tipo/tizio, o con l’odiosissimo “omino”, ma più frequentemente viene tradotto come “ragazzo”.
3. Come sapete tutti “Ciao” è la parola italiana più conosciuta al mondo, ed è stata anche adottata da diverse altre lingue, quello che, forse, non sapete (almeno io non lo sapevo), è che negli USA (e anche in UK) “Ciao” è un saluto di congedo, ovvero sinonimo di “goodbye”, ma non di hello.

Si dice che l’Italia abbia la migliore scuola di doppiatori al mondo,  non entro nel merito, almeno non per quanto riguarda il livello attoriale/interpretativo, ma da un po’ di tempo noto un peggioramento netto per quanto riguarda l’adattamento dei testi: qualche tempo fa ho visto “the art of steal” di Jonathan Sobol, un film mediocre, ma non è del film in sé che voglio parlare, ma della versione italiana, ed è una cosa che mi ha fatto impazzire: la storia gira intorno a un colpo, un furto/truffa con al centro il secondo libro che Gutenberg avrebbe stampato dopo la Bibbia, un libro che la Chiesa si prodigò a far sparire, il vangelo di Giovanni. Aspetta un secondo: il vangelo di Giovanni? E perché? Il vangelo di Giovanni è uno dei vangeli canonici. E infatti nell’originale era il vangelo di GIACOMO! Il presunto fratello di Cristo (e vi assicuro che mentre scrivo sto urlando lo stesso nome, e non perché abbia bisogno di autodettarmi le cose…). Perché? Perché cazzo? Ah, un particolare che rende la storia ancora più ridicola: nel film, quando esordisce nel racconto la storia del vangelo di GIACOMO, il regista ci mette pure un inserto video (timecode 26:00), di cui allego fotogramma, e in cui si legge chiaramente il nome J A M E S. Le opzioni che mi vengono in mente sono due: o chi si è occupato della traduzione della sceneggiatura ha sbagliato nonostante la didascalia da sussidiario, ed è una cosa assai triste, oppure lo/gli stesso/i hanno pensato che il pubblico medio è talmente stupido ed ignorante che si sarebbe “stranito” nel sentire pronunciare il vangelo di Giacomo, e hanno optato per il più familiare Giovanni, ed è un’ipotesi ancora più triste.

james