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Tre cose che ho imparato guardando i film americani in lingua originale (sottotitolati), anziché doppiati.

pepperoniPizza1. Il tipo di pizza più diffuso negli USA è la Pepperoni Pizza (in foto), che non è la pizza coi peperoni bensì la diavola, la pizza col salame piccante.
2. Ehi Amico! L’intercalare più noto e caratterizzante delle pellicole a stelle e strisce è in realtà meno confidenziale: Man (uomo) e non Friend (amico). Guy invece indica un individuo X non meglio specificato, quello che in italiano potrebbe essere tradotto come tipo/tizio, o con l’odiosissimo “omino”, ma più frequentemente viene tradotto come “ragazzo”.
3. Come sapete tutti “Ciao” è la parola italiana più conosciuta al mondo, ed è stata anche adottata da diverse altre lingue, quello che, forse, non sapete (almeno io non lo sapevo), è che negli USA (e anche in UK) “Ciao” è un saluto di congedo, ovvero sinonimo di “goodbye”, ma non di hello.

Si dice che l’Italia abbia la migliore scuola di doppiatori al mondo,  non entro nel merito, almeno non per quanto riguarda il livello attoriale/interpretativo, ma da un po’ di tempo noto un peggioramento netto per quanto riguarda l’adattamento dei testi: qualche tempo fa ho visto “the art of steal” di Jonathan Sobol, un film mediocre, ma non è del film in sé che voglio parlare, ma della versione italiana, ed è una cosa che mi ha fatto impazzire: la storia gira intorno a un colpo, un furto/truffa con al centro il secondo libro che Gutenberg avrebbe stampato dopo la Bibbia, un libro che la Chiesa si prodigò a far sparire, il vangelo di Giovanni. Aspetta un secondo: il vangelo di Giovanni? E perché? Il vangelo di Giovanni è uno dei vangeli canonici. E infatti nell’originale era il vangelo di GIACOMO! Il presunto fratello di Cristo (e vi assicuro che mentre scrivo sto urlando lo stesso nome, e non perché abbia bisogno di autodettarmi le cose…). Perché? Perché cazzo? Ah, un particolare che rende la storia ancora più ridicola: nel film, quando esordisce nel racconto la storia del vangelo di GIACOMO, il regista ci mette pure un inserto video (timecode 26:00), di cui allego fotogramma, e in cui si legge chiaramente il nome J A M E S. Le opzioni che mi vengono in mente sono due: o chi si è occupato della traduzione della sceneggiatura ha sbagliato nonostante la didascalia da sussidiario, ed è una cosa assai triste, oppure lo/gli stesso/i hanno pensato che il pubblico medio è talmente stupido ed ignorante che si sarebbe “stranito” nel sentire pronunciare il vangelo di Giacomo, e hanno optato per il più familiare Giovanni, ed è un’ipotesi ancora più triste.

james

Per Vizio di Mente – Reprise

La notizia è passata un po’ in sordina, sintetizzata come “decreto per la chiusura degli opg” presentato dal governo giusto un mese fa e approvato dal Senato il 10 aprile di quest’anno. Ma il decreto n° 24/2013 non è il primo atto che prescrive la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari; infatti la commissione giustizia del Senato aveva già approvato nel 2012 la chiusura degli stessi entro la data del 31/3/2013, mentre il decreto succitato ne rinvia gli effetti al 1/4/2014. Per coloro che non sanno cosa sia un Opg, incollo questo breve articolo scritto nel 2010:

Ci sono dei detenuti, o meglio, dei soggetti affidati alla custodia dello Stato, che non hanno mai usufruito, e mai potranno farlo, di amnistie e indulti; sono gli internati negli Opg (ospedali psichiatrici giudiziari), che paradossalmente sono considerati dalla legge innocenti, pur avendo commesso materialmente un reato non sono imputabili per “vizio di mente”, incapaci di intendere e di volere, e la detenzione negli Opg è interpretata come una forma di tutela del soggetto e della società, e non di pena. La legge 180, quella che ha chiuso i manicomi, è una norma in materia sanitaria, mentre gli Opg rispondono alla giurisdizione penitenziaria, in sintesi, come molti sostengono, gli Opg sono gli ultimi manicomi, nello specifico manicomi criminali. In Italia ve ne sono 6; Aversa (Ce), Barcellona Pozzo di Gotto (Me), Castiglione delle stiviere (Ma), Montelupo Fiorentino (Fi), Napoli, Reggio Emilia. In totale 1547 internati contro 1322 di capienza massima. Per quanto le condizioni dei detenuti in carcere siano drammatiche, quelle degli internati lo sono di più. In Opg si finisce con una condanna-non-condanna di 2, 5 o 10 anni, di volta in volta prorogabili se il soggetto non presenta miglioramenti sostanziali. Si esce solo quando si è guariti, quando si è guariti da soli; il giornalista Dario Stefano dall’Aquila, agli inizi del 2007, fece una “irruzione civica” nell’Opg di Aversa insieme all’allora deputato di Rifondazione Francesco Caruso, vi trovò uno scenario pre-basagliano, con soggetti in grave stato di salute, fisico prima che mentale, nell’ospedale di Aversa il personale medico-psichiatrico non era assunto, gli psichiatri avevano delle consulenze a ore, dividendo il monte ore per gli internati si aveva una media di 12 minuti a settimana di assistenza psichiatrica. Dodici minuti. Un “soggiorno” in Opg di 2 anni può trasformarsi in una privazione a vita della libertà. “Fine pena mai”, come dicono gli ergastolani. E questo senza avere alcuna colpa. O meglio, la colpa c’è, ed ha l’aspetto di uno strato di lerciume depositato negli anni e nascosto sotto il tappeto della decenza. Non è vero che quello del disagio mentale è un vicolo cieco. Non è vero che il manicomio criminale è l’unico strumento in caso di reati compiuti da soggetti psicotici. La metà degli internati ad Aversa è lì per reati contro il patrimonio, non per delitti, soggetti non pericolosi, soggetti accoglibili in strutture a misura d’uomo, come previsto per i “disagiati non penali”. Solo nel 2003 la Corte Costituzionale ha ritenuto incostituzionale la parte dell’articolo 222 del codice penale che imponeva al giudice di non adottare strade “alternative” all’Opg, come la custodia a comunità qualificate, come succede per i tossicodipendenti. Una superficialità legislativa dovuta al fatto che il malato psichiatrico, sottoposto o meno a processo, è comunque colpevole di un reato, quello della malattia; i matti, insieme ai vecchi, ricordano al resto del mondo la miseria e la precarietà della condizione umana. I nazisti li uccidevano, noi ci limitiamo a ignorarli.

Didascalia alla foto: il soggetto ritratto è Michael “Charles Bronson” Peterson, da molti ritenuto il più famoso detenuto inglese, a lui è dedicato un film di Nicolas Winding Refn intitolato per l’appunto “Bronson”. Detenuto difficile e violento venne, come spesso capita, “parcheggiato” in un manicomio criminale per potersene liberare per sempre, in quanto quello della prigione dei pazzi è l’unico vero modo di “buttare la chiave”.

Sono solo canzonette – reprise

Ripropongo questo vecchio post, all’epoca in cui fu pubblicato andava in onda X-Factor, mentre ripubblico invece è in corso la kermesse sanremese; da sempre la canzonetta, ma anche la cultura occidentale tutta, attribuisce al cuore un valore simbolico enorme, attribuendogli i sentimenti e le emozioni più nobili. Eppure è solo una pompa idraulica. Questo post parla dell’origine di questo equivoco, e in nome della democrazia (almeno linguistica), promuove il riscatto di un altro organo interno, ingiustamente snobbato.

L’altro giorno mi è partito involontariamente un colpo di telecomando e mi sono ritrovato su X Factor, il format internazionale che ha l’obbiettivo di creare una nuova pop-star, o una cazzata del genere. C’è una cosa di quella visione che mi ha violentato: l’abuso della parola “emozione”. Dunque, io nella maggior parte dei casi aborro l’uso del termine in questione, per vari motivi che non vi spiegherò, e non ve lo spiegherò perché voglio in realtà parlare di un altro imperdonabile abuso linguistico. Vi siete mai chiesti perché associamo il muscolo cardiaco al sentimento noto come amore? Io sì, e finalmente ho scoperto perché. Bisogna tornare molto indietro, ai tempi di Ippocrate di Coo, quattrocento avanti Cristo. Ippocrate è stato il primo medico in senso moderno, a lui si devono i concetti di diagnosi e prognosi, lo studio anatomico sui cadaveri e addirittura la cartella clinica, anche se è più comunemente noto per il “giuramento”, un manifesto deontologico a cui si devono attenere anche i medici contemporanei. Il modello fisiologico di Ippocrate è noto come teoria umorale: lo stato psico-fisico del paziente è stabilito dall’equilibrio di quattro umori, la bile gialla, la bile nera, il flegma e il sangue. Ognuno dei fluidi ha sede in un organo e determina un temperamento: la bile gialla nel fegato e provoca la collera, la bile nera nella milza ed è responsabile della malinconia, il flegma risiede nel cervello e genera beatitudine e calma, infine il sangue dipende dal cuore e a lui si associano, come sappiamo, le passioni. Quindi la fortuna di tanti poetastri, nonché la forma di alcuni cioccolatini, viene decretata da una teoria priva di fondamento di 2500 anni fa. Ma anche l’associazione tra ira e fegato discende dalla medicina di Ippocrate. Ma c’è un organo che proprio non ce l’ha fatta ad affrancarsi, forse perché il temperamento che gli attribuiva Ippocrate è quello meno desiderato; la milza. Se immaginassimo un mondo in cui la milza rappresentasse per la malinconia quello che il cuore rappresenta per l’amore, dovremmo riscrivere la storia. Ma intanto cominciamo con le canzonette. Cercando su google scopro che almeno tre brani hanno come titolo “Malinconia” (uno di Luca Carboni, uno di Riccardo Fogli e uno di Califano), almeno uno di loro avrebbe potuto intitolare il brano come la sacca di sangue riposta nel nostro addome, superando così il problema dell’omonimia, mentre il brano del ventennio “Vivere senza malinconia” di Bixio, poi parodiato da Jannacci, diventerebbe “Vivere senza milza” che mi sembra anche un bel messaggio per chi ne ha subito l’asportazione chirurgica, decisamente da far vedere a uno specialista è l’“Azzurra milza” di Toto Cotugno, più poetica e misteriosa è la “Milza d’ottobre” di Dalla. Se poi ampliamo le proprietà biologico-semantiche  dell’organo fino a comprendere il concetto di “tristezza”, la lista dei brani da riscrivere si fa ben più lunga; da quello che sarebbe anche un ottimo nome per una rivista medica, ovvero “Milza moderna” di Patty Pravo, al saluto che le rivolge il reuccio Claudio Villa con “Buongiorno Milza”, tormentato è invece Astrud Gilberto che si strugge in “Milza ti prego va via” (per giunta il verso “dipingerò la mia stanza di rosso prefigura probabilmente un cruento tentativo di asportazione in ambito domestico), e Biagio Antonacci sembra aver risolto il problema firmando “Ciao Milza”, e così ad libitum…

Sedici anni fa – reprise

Quest’anno l’orrore che ha solcato la terra di Kigali diventerebbe maggiorenne; ai miei connazionali che maggiorenni non lo sono ancora, e a quelli che lo sono da un pezzo, dico che abbiamo un dovere, quello di sapere e ricordare storie come questa, può sembrare poco, e probabilmente lo è, non diventeremo certo eroi per questo, ma ignorare e dimenticare, invece, ci rende disumani, oltre che pericolosamente vulnerabili. 

Oggi mi è capitato di vedere su Rai News 24, un toccante documentario sul genocidio del Ruanda; per chi ha voluto dimenticare, o per chi non poteva ricordare perché troppo piccolo, correva l’anno del Signore 1994, ma probabilmente quell’anno il Signore si era messo in aspettativa, perché quello che è successo sedici anni fa in quel piccolo staterello dell’Africa Orientale, sembra progettato dall’anticristo in persona: un esercito, non di soldati, ma che sarebbe paradossale definire di civili, scese in strada con machete e mazze chiodate, con le radioline sintonizzate sull’unica stazione rimasta, quella governativa, che incitava a “lavorare”, a eliminare gli scarafaggi, ovvero i Tutsi (ma anche gli Hutu che si ribellavano al massacro). Essere nati Tutsi significava attendere il proprio massacro, magari ad opera del vicino di casa, quello che fino a qualche mese prima avresti potuto definire addirittura tuo amico. L’alternativa era scappare, magari in Burundi, correre per dodici ore senza guardare indietro, e verso una salvezza che era solo un’ipotesi di speranza. Ma chi erano, e chi sono, i Tutsi e gli Hutu? Sono due gruppi etnici, che si sono scoperti diversi solo con la colonizzazione europea (che nell’area identificarono anche un terzo gruppo, i Twa, i pigmei), prima tedesca e poi belga, generalmente si identificano i Tutsi con i cosiddetti Watussi, ma le differenze fisiche e somatiche con gli Hutu vennero forzate dagli scienziati e dagli antropologi dell’epoca, del resto le unioni e i matrimoni misti nell’area erano la regola. Gli europei preferirono i Tutsi, che erano minoranza, in parte perché riconosciuti fisicamente più prossimi alla razza caucasica, in parte perché più ricchi e colti (tradizionalmente erano allevatori, e gli Hutu agricoltori). Finita la colonizzazione cominciarono le tensioni, che sfociarono prima nella guerra civile (1990-1993), e poi nel genocidio; “motivi etnici”, la sentenza è fin troppo semplice, “scontri tribali”. Ma non è così; l’unico inviato italiano durante il genocidio, Federico Marchini (cliccate per vedere un’intervista sull’argomento) descrive che quello che spingeva uno ad ammazzare il proprio vicino di casa, non era l’odio razziale, ma la minaccia, da parte delle milizie e dei gruppi che miravano al potere, che in caso si fosse rifiutato a morire sarebbero stati lui e i suoi parenti. Avevo quattordici anni quando cominciò il genocidio ruandese, ora ne ho trenta e quell’inferno si è solo arrampicato sullo stesso meridiano fermandosi dalle parti del Darfur. Ok, ma a cosa serve rivangare il passato? noi cosa ci possiamo fare? E’ una frase che almeno una volta nella vita ci siamo fatti. Ovviamente io non so cosa possiamo fare, ma ho qualche idea su cosa non dobbiamo fare; ad esempio dimenticare. I superstiti del genocidio che raccontano in giro per il mondo quello che hanno visto, rischiano la vita ogni giorno, come racconta la scrittrice Yolande Mukagasana, e se c’è qualcuno disposto a uccidere qualcun altro per un ricordo, ma soprattutto se c’è qualcuno disposto a morire per raccontarlo, un motivo ci sarà.

Cavie

ex-Carcere di Procida ... in lontananza Capo Miseno e i Campi Flegrei - Porfirio in licenza CCCe l’ho il biglietto ce l’ho! Ce l’ho il biglietto ce l’ho ce l’ho! – Urlando queste parole mi si parò davanti un vecchio ragazzo, mi agitava sotto al naso il rettangolo di carta che la cassiera del cinema gli aveva consegnato. Il suo tono era pregno di paura. Poi una (bella) ragazza lo allontanò gentilmente da me e mi chiese scusa. E di cosa risposi io. Dopo capì che quella ragazza, e un’altra che vidi solo in sala, dovevano essere delle psicologhe tirocinanti o qualcosa del genere, e avevano portato gli ospiti di una casa famiglia al cinema. Mi divertii a guardarle; le severe reprimende che inscenavano verso gli ospiti più scalmanati non le appartenevano, non ancora almeno, vestivano l’autorità come una divisa di tre taglie più grandi, il loro era più che altro una reazione all’imbarazzo, l’imbarazzo per gli improbabili commenti ad alta voce che il vecchio ragazzo proponeva durante le scene di sesso. Ma tornando al biglietto, quella fu la prima volta, anche se solo per una frazione di secondo, che mi sentii come… come immagino si senta una guardia, se si esclude il breve periodo in cui sono stato un assistente universitario, ma allora era diverso, la prepotenza istituzionale che ero chiamato a rappresentare era fatta di giudizio, un giudizio una tantum, e così gli studenti, spesso miei coetanei, mi guardavano in modo ambiguo, sorrisi tirati e falsi, ma dopo i miei voti sempre troppo alti, anzi più precisamente dopo la verbalizzazione da parte della professoressa del voto che avevo deciso io, quella tensione vaporizzava, i lei si trasformavano magicamente in tu, e io tornavo ad essere ai loro occhi un pischelletto con cui magari avrebbero scambiato due chiacchiere nei corridoi della facoltà, o magari no, non più un potenziale stronzo che avrebbe potuto rovinargli la giornata, o un sadico capace di fargli saltare la sessione di laurea. Un segno convenzionale a penna su un foglietto di carta stabiliva le regole del gioco di ruolo, un pezzo di carta, come il biglietto del cinema. Il contesto sociale determina la percezione della realtà sociale, suggerisce la visione di un ordine naturale anche quando quell’ordine naturale non esiste, quando è un compromesso, un’illusione. Un esempio che mi pare appartenga a Bunuel: una donna entra in ascensore, nella cabina c’è anche un uomo, l’uomo chiede alla donna di togliersi le mutande, la donna risponde con uno schiaffo, l’ascensore si ferma, l’uomo e la donna entrano nella stesso appartamento, è uno studio medico, l’uomo è un ginecologo, la donna una paziente, l’uomo ripete la richiesta e la donna esegue senza trovarci nulla di strano. Gli attori sono gli stessi, anche la richiesta è la stessa, ma cambia il contesto, e quindi anche il senso sociale, le regole. Nel 1971 lo psicologo Philip Zimbardo realizzò un esperimento che sfuggì drammaticamente di mano a lui e a si suoi collaboratori e che diventò un caso emblematico nelle scienze sociali, si tratta dell’esperimento carcerario di Standford; nel seminterrato della facoltà di psicologia dell’università di Stanford venne ricreato un carcere, gli studenti volontari che accettarono di prendere parte all’esperimento vennero assegnati casualmente al ruolo di guardia o di detenuto, dopo alcuni giorni si crearono delle dinamiche perverse, per capirci immaginate un crudo prison movie o i resoconti della caserma di Bolzaneto nel 2001. Una parte degli studenti/guardie cominciò scientificamente a minare la dignità degli studenti/detenuti, e cercò di spezzare la solidarietà che si stava creando tra i membri del gruppo in difficoltà. L’esperimento fu sospeso e furono registrati gravi casi di depressione tra i partecipanti. Il fatto che fosse un esperimento, e che i volontari chiusi dietro le sbarre non avessero commesso nessun crimine e che recitassero quel ruolo, piuttosto di quello di guardia, solo per puro caso, non inibì la comparsa di comportamenti che gli stessi protagonisti consideravano intollerabili in altri contesti. L’abito non fa il monaco dice un vecchio adagio, ma evidentemente può fare l’aguzzino. Se vogliamo quello di Zimbardo è un metaesperimento, un esperimento su un esperimento, perché la detenzione è la più grande forma di esperimento involontario della storia umana: avete presente i test sugli animali? Per stabilire la dose letale di un particolare farmaco la cavia viene bombardata da dosi massicce di principio attivo, analogamente il detenuto è sottoposto a una somministrazione massiva di obblighi, divieti e privazione della libertà, elementi comunque presenti, ma in quantità nettamente inferiori, nella vita dei cosiddetti cittadini liberi. Dalle situazioni carcerarie i governi traggono involontariamente (?) informazioni su quanto, e come, possa essere oppressa la società che amministrano, qual è il punto di non ritorno oltre il quale le regole del gioco di ruolo non valgono più.

Comunque alla fine il film non era un granché.

Sotto il segno del granchio di fiume

Come in quell’antico proverbio cinese, l’altro giorno mi sono seduto sulla riva del fiume e ho atteso il cadavere del mio nemico, ovviamente non è successo niente, anche perché il mio antagonista sarebbe dovuto essere uno gnomo, in quanto quello che avevo davanti non era davvero un fiume ma un rigagnolo, la diramazione di un torrente che un tempo affluiva nel Tevere. Cercavo con lo sguardo i pesci, guardarli mi tranquillizza, e immagino conviene essere rilassati prima di vedere il cadavere putrefatto di uno gnomo, ma non se n’è visto manco uno, né di pesce né di gnom0, però ho osservato a lungo un granchio; infilava le chele nel fango, probabilmente nella melma apriva e chiudeva velocemente le tenaglie fino a quando qualcosa non inceppava il meccanismo, allora tirava su l’arto dal fango e portava alla bocca, o in qualsiasi altro modo si chiami l’incipit del tratto digestivo di un granchio, quel qualcosa che era rimasto intrappolato nella chela. A volte non trovava niente, allora faceva due passi in diagonale e si tuffava in due nuovi carotaggi. Questa scena mi ha fatto pensare a un concetto filosofico che probabilmente molti lettori reputeranno troppo ostico ed elitario, il cui gergo suonerà ai più eccessivamente aulico: la merda. Perché cos’è un granchio di fiume se non una creatura geneticamente programmata a frugare nella merda? Avete storto la bocca o avete provato pena per il Potamon fluviatile? È evidente che il vostro gusto, la vostra sensibilità o il vostro pudore, sono innaturali, perché contrari alla logica che governa la natura; gli animali coprofagi (di cui non fa parte il granchio) non sono un’aberrazione della natura, ma un anello fondamentale della catena alimentare, e anche le farfalle, ebbene sì, anche alcune eleganti farfalle sono ghiotte di cacca. Gli escrementi sono il tasso di interesse che il regno animale paga alla terra per le sostanze nutritive che da essa prende in prestito, pensate che fico sarebbe portare mensilmente in banca un secchio di feci in cambio della rata del mutuo, merda al posto del mattone, che poi è quello che succede in alcune zone dell’Africa in cui gli escrementi di vacca vengono impastati con la paglia secca per costruire capanne. A livello esistenziale la merda è l’unica certezza della vita insieme alla morte. L’impatto psicologico degli escrementi, e dei traumi che ad essi sono associati, non sono di certo una novità per la psicologia post-freudiana, basti pensare all’importanza che il padre della psicoanalisi aveva attribuito alla fase anale nella formazione dell’io. Esistono testimonianze etnografiche di popolazioni in cui urinare in pubblico era considerato normale, ma non mi risulta (ma potrei sbagliarmi) di realtà culturali che non contemplassero il pudore nell’espletazione dei bisogni corporali solidi, e ciò renderebbe la defecazione il solo tabù universale insieme all’incesto. Alla merda è legato anche il progresso tecnologico; si pensi al contributo che ha dato alla nascita dell’ingegneria idraulica la necessità di allontanare dagli stanziamenti umani i liquami fognari, e si pensi oggi alla possibilità di trarre energia elettrica da essi. Il caffè più costoso al mondo è il Kopi Luwak (o altre miscele che lo contengono), che prevede l’uso dei chicchi di caffè digeriti (e quindi defecati) dal Paradoxurus hermaphroditus, altrimenti noto come zibetto della palme. Ma alla prova dei fatti la cacca cos’è? È il prodotto di una funzione fisiologica, nello specifico dell’apparato digerente; la merda sta all’intestino come le idee stanno al cervello (a volte qualcuno partorisce “idee di merda” ma a fini esplicativi riterremo la cosa un’eccezione), e se è vero che sotto le nostre città ci sono mari di cacca e se, con buona pace di Leibniz, questo è un mondo di merda, è vero anche che da qualche parte esistono mari di idee e un mondo di idee. È così che il cesso di casa dimostra in maniera lampante l’esistenza dell’Iperuranio.

Tra l’oleandro e il baobab

C’è un continente che sembra distante anni luce da noi, eppure quasi sfiora il nostro laddove un tempo si pensava finisse il mondo. Un continente che spesso viene associato al concetto di povertà, eppure è ricco delle risorse chiave del nostro tempo. Un continente dove ci sono tuttora guerre tribali, un continente dove i cosiddetti popoli civilizzati hanno dato il peggio. In Africa è apparso per la prima volta l’homo sapiens, l’Africa è l’inconscio del pianeta.

I film e i romanzi ambientati nel continente nero non si contano, volevo fare una lista, una selezione di quelli che mi hanno colpito di più, ma sono andato in corto circuito. Mi limito a proporre tre reportage presenti sul web: “La guida al Congo di Vice”, in cinque brevi puntate, un viaggio verso le recondite miniere senza le quali non avremmo i nostri laptop, smartphone e giocattoli tecnologici vari; le condizioni di lavoro in quei luoghi, almeno in Congo, sembrano essere migliorate, ma guardatelo per farvi la vostra idea. Altro video suggerito è quello di Pif; “La strada per l’acqua”, un documentario toccante ma anche divertente sulla penuria d’acqua in Africa orientale. Segnalo infine un servizio di Pablo Trincia che per la trasmissione Le Iene si è inventato venditore ambulante per le strade di Dakar. Non me ne vogliate ma ne approfitto per linkare anche uno dei miei ultimi racconti che è ambientato nella steppa africana, questo.

Quello che all’asilo non vi hanno mai detto – reprise

Le fiabe rispecchiano, attraverso metafore e allegorie, l’animo umano, e di conseguenza anche la sessualità, che dell’animo umano è parte integrante; Bruno Bettelheim (1903-1990), autorevole psicanalista (che compare nel ruolo di sé stesso in “Zelig” di Woody Allen), nel testo “Il mondo incantato” sosteneva che nelle fiabe dei fratelli Grimm sarebbero raccontati i miti freudiani, e quindi sarebbero sublimati anche i nostri istinti più “bassi”, perché come diceva lo stesso Freud, “Le pulsioni sono i nostri miti”.

Nobilitato da tale premessa, posso dare libero sfogo alla mia goliardia andando ad individuare quelle “particolari inclinazioni” individuabili nelle fiabe più note:

Cenerentola= fin troppo facile, feticismo: il principe è un retifista, un feticista del piede femminile e delle relative calzature. Uno che cerca la sua donna eclusivamente dall’osservazione del piede, nella ricerca del piede perfetto nella scarpa perfetta.

I vestiti nuovi dell’imperatore= esibizionismo. L’imperatore sfila nudo per le vie (pensando di indossare degli abiti speciali) mentre il popolo ne acclama la “naturale eleganza”.

La bella addormentata nel bosco= necrofilia: un principe che bacia quella che sembra una ragazza morta.

Il principe ranocchio= anche qui la soluzione è abbastanza semplice, zoofilia: una ragazza che bacia un rospo (o una rana/ranocchia, a seconda delle traduzioni), in alcune versioni il ranocchio si trasforma in principe dopo aver passato la notte sul cuscino della principessa, ovvero dopo essere stato a letto con la principessa. Jung, però (e per davvero), ne ravvisava la rappresentazione simbolica della perdita della verginità femminile.

Cappuccetto Rosso= travestitismo: il lupo che indossa gli abiti della nonna, e asseconda il gioco di ruolo rispondendo alle domande di Capuccetto Rosso sulle proprie caratteristiche fisiche (“che orecchie grandi che hai…”), inoltre il titolo della favola nonché il soprannome della protagonista sono un riferimento all’abbigliamento/travestimento.

Pinocchio= onanismo: Pinocchio è un burattino, nato da un intenso e solitario lavoro manuale (…) di Mastro Geppetto. C’è un’unica figura femminile nella sua vita, ed è una donna immaginaria (la fata turchina). La storia di Pinocchio è la storia della sua tensione e diventare carnale.

Raperonzolo= Scambismo ed esercizio della libertà sessuale. La cosa merita un approfondimento serio; ricordando solo la trama principale della fiaba non vi trovavo allegorie sessuali, fino a quando non ho letto il testo integrale, leggete questi estratti del prologo: “C’era una volta un uomo e una donna […] Un giorno la donna stava alla finestra e, guardando il giardino vide dei meravigliosi raperonzoli in un’aiuola. Subito ebbe voglia di mangiarne e, siccome sapeva di non poterli avere, divenne magra e smunta a tal punto che il marito se ne accorse […] Così, una sera, scavalcò il muro, colse in tutta fretta una manciata di raperonzoli e li portò a sua moglie. La donna si preparò subito un’insalata e la mangiò con avidità. Ma i raperonzoli le erano piaciuti a tal punto che il giorno dopo la sua voglia si triplicò. L’uomo capì che non si sarebbe chetata, così penetrò ancora una volta nel giardino”. A voler cercare necessariamente un’allusione si potrebbe pensare, con l’ausilio di una certa malizia, che i raperonzoli rappresentino uomini e amanti occasionali, e il marito vestire i panni di uno scambista ante-litteram, ma si tratta di esercizio di fantasia, fin quando il marito non viene beccato dalla maga, proprietaria del giardino in cui crescevano i raperonzoli (una moglie ignara delle avventure del marito?), la donna ascoltate le scuse dell’uomo rispose: “ti permetto di portar via tutti i raperonzoli che desideri, ma a una condizione: mi darai il bambino che tua moglie metterà al mondo”. Il collegamento verbale diretto tra l’uso dei raperonzoli e la nascita di un bambino vivifica l’impressione sopra esposta. Continuando a leggere la fiaba con la stessa chiave di lettura, si apprende una storia di ordinaria chiusura mentale, infatti Raperonzolo, la bambina che poi effettivamente nacque, fu cresciuta dalla maga e rinchiusa in una torre all’età di dodici anni, ovvero quando cominciava a diventare una donna, probabilmente per impedirle di diventare una “scostumata” come la sua vera madre, ma un principe trovò il modo di salire sulla torre aggrappandosi alle lunghe trecce di Raperonzolo; dunque, la tradizione orale e i fratelli Grimm non ci dicono che i due giovani fecero l’amore, altrimenti non starei qui a scrivere di simbologie, ma la cosa diventa alquanto chiara quando la maga, scoperte le visite clandestine che la sua figlia adottiva riceveva, ripudiò la ragazza che guarda un po’, dopo qualche mese partorì due gemelli, da sola e fra gli stenti, immagine tristemente suggestiva pensando alla situazione delle donne in quelle culture che non a caso hanno anche una rigida morale sessuale.

Appendice sui fatti di Barletta

Guardo la trasmissione Piazza Pulita di Corrado Formigli su La7, e il servizio sulle operaie di Barletta morte in uno scantinato mentre lavoravano a 3,90€ l’ora. Un’operaia sopravvissuta, dal letto d’ospedale, difende quel datore di lavoro che gli ha offerto quel pur misero stipendio. Ed è una difesa sincera. Io ho vissuto i miei primi vent’anni di vita in Puglia, e credo a quella paradossale riconoscenza. La descrive bene Nicola Lagioia in “Riportando tutto a casa”, riporto alcuni stralci:

Il giorno dopo, papà mi svegliò all’alba. Facemmo colazione con latte e caffè mentre il rosa del cielo contagiava lentamente la cucina. Si spazzolò i calzoni da qualche briciola di fetta biscottata. Accostò l’orecchio alla porta del corridoio per verificare se la mamma fosse sveglia. «Si parte?» disse raccogliendo dal pavimento la sua ventiquattrore di pelle.

Uscimmo da Bari a bordo di questo Fiorino bianco il cui chilometraggio era stato azzerato un numero di volte sufficiente a coprire parecchi giri della linea equatoriale. Oltre i confini della città si aprivano scenari leonardeschi con l’aggiunta dei metalli economici: campi di fango a bordo strada, cieli carichi di nubi e dappertutto muri sottili di lamiera che avanzavano di giorno in giorno per contenere l’espansione della proprietà privata. Il Fiorino rallentò a pochi metri dai primi centri abitati.

Bitetto, Triggiano, Capurso, Cellammare… Nei paesini ci aspettavano le ricamatrici. Mio padre le riforniva di lino, di seta, di cotone e loro trasformavano quei semplici  tessuti nella dote di qualche ricca sposa di cui non si avevano notizie fuori dei rendiconti dei dettaglianti. Erano donne anziane, spesso vecchissime. Le loro case, ai margini di vicoletti o strade senza uscita, erano strani paradossi temporali: si respirava un’atmosfera prerisorgimentale ma tra i bracieri, i tavolacci di legno, le gabbie piene di conigli c’erano anche i televisori e rediosveglie. 

[…]

D’accordo i conigli sgozzati. D’accordo il braciere e le gengive scoperte. Ma le mani! Che cos’erano le mani di quelle donne… Secche, legnose, piene di nodi e chiazze rosse, portavano l’ago da una parte all’altra del tessuto con una velocità, una regolarità, una precisione. Sembravano governate non da un dio, ma da un destino anteriore alle scritture. Neanche la malattia: solo la morte poteva fermarle. Per il resto se ne fregavano dei glaucomi e dei disturbi mentali: era sufficiente che almeno una volta ci fosse stato un dialogo tra il loro tessuto nervoso e il corpo cellulare di un singolo neurone – ed ecco un punto croce, un punto smock, un fiore di seta, un grappolo d’uva…

Non appena quel giorno entrammo in casa loro, almeno venti mani smisero di ricamare e si posarono in attesa sulle gonne. Diciotto occhi si abbassarono. Annina abbandonò la sedia e ci venne incontro. Mi accarezzò la faccia. Poi abbracciò mio padre con la profonda benevolenza che si potrebbe riservare a un figlio fragile che ha incontrato la fortuna. Iniziarono a parlarsi in dialetto. Tra quei violenti raddoppi di consonanti non ero mai stato a mio agio: dei loro discorsi non capivo quasi niente. […] Mentre mio padre e Annina continuavano a parlare, due di loro si diressero con discrezione verso la cucina. Un’altra alleggerì il passo e imboccò la scalinata che portava in magazzino. Annina fece cenno a mio padre di aspettare, si allontanò verso la camera da letto. Tornò da noi circondata dal silenzio, con una pila di lenzuola ricamate tra le braccia. Poggiò la merce sul tavolo. Papà le consegnò la busta col contante. La stanza tornò a riempirsi allora di voci e di sorrisi: le altre donne iniziarono a muoversi verso di noi, all’improvviso eravamo completamente circondati. Portavano il caffè. Portavano vassoi pieni di ciliegie, cartellate, fichi secchi e altri doni votivi. Dicevano: «Vogliate gradire! Vogliate gradire!» con uno sguardo di riconoscenza che superava il soffitto della casa. 

Come la maggior parte dei ragazzi, soffrivo di una certa ipersensibilità a basso costo per le situazioni dispari. Eppure, non avvertì una vera sproporzione di ruoli. Noi avevamo il Fiorino e la Bmw, tra poco saremmo andati a stare in villa mentre loro vivevano in una specie di stamberga e intraprendevano il suffragio universale come supplemento d’obbedienza degli abbagli dei mariti. Però il denaro non le contaminava come faceva con noi. Fuori dalla casa di Annina il nostro rapporto non avrebbe potuto definirsi se non con il nome di sfruttamento. Ma dentro… dentro si consumavano questi bonsai si scene bibliche: l’assenza di malizia spaccava interi oceani di studi sulla lotta di classe.  

Quella raccontata da Lagioia e quella riportata dai giornali su Barletta è una sorta di “sfruttamento solidale”, che si è stratificato nei decenni, forse nei secoli, che guarda in faccia chi lavora, e che qualche volta ci muore insieme negli scantinati, ma è pur sempre sfruttamento, e per questo va sradicato, ma non si può pensare di farlo con la burocrazia o con un decreto (ammettendo che ci fosse un esecutivo interessato a farlo), parliamo di sistemi che hanno trovato un equilibrio spontaneo, seppur iniquo e precario, in realtà chiuse o semichiuse come erano alcune aree del mezzogiorno, equilibri che sopravvivono anche nell’era della globalizzazione perché funzionali ai nuovi sistemi di produzione, al neo-capitalismo. Le maglierie di Barletta non sono un problema di Barletta, non sono una storia di miseria che inizia e finisce in una sconosciuta neo-provincia che risponde all’acronimo BAT, sono un problema della comunità intera, se crolla il seminterrato crolla tutto il palazzo, anche il lussuoso attico.

Gli striscianti (replica estiva)

Non c’è niente da fare, ci sono contenuti mediatici che ritornano con cadenza stagionale con più puntualità delle stagioni stesse; consigli per non farsi fregare con i saldi, per la tintarella perfetta, per una sana insalata di riso, per evitare le zanzare e le code in autostrada. Io non sono da meno e ripubblico un vecchio post ispirato a una emergenza di cui si parla poco, quella degli scarafaggi (in senso letterale, non lato). Tra l’altro apprendo da uno spot dell’insetticida che uno scarafaggio è quattro volte più reattivo di un uomo, quindi presumo che quattro giorni fa una blatta ha ripubblicato un post ispirato all’emergenza uomo. 

Avete visto mai un serpente dal vivo? Non intendo in un rettilario o in una teca, ma nel suo ambiente naturale, io sì, ed è tutta un’altra cosa, se dovessi scegliere un solo aggettivo per descrivere questo rettile sceglierei “ipnotico”, anche la biscia più comune ha un modo di muoversi che è una specie di danza misteriosa, arcana, per non parlare dei colori psichedelici di alcune vipere. Non è un caso che il serpente sia l’animale più presente nelle religioni umane; per gli Aztechi era un dio, e anche per i Maya, Yaxchilan, il serpente piumato, e come serpente piumato gli antichi egizi raffiuguravano il dio Atum, mentre nella mitologia norrena Miðgarðsormr era un enorme serpente che cingeva il mondo. I serpenti sono animali venerati nell’induismo e nel buddismo, secondo la leggenda un cobra si posò sulla testa di Buddha per proteggerlo dal sole cocente, per gli antichi romani il serpente era legato a Esculapio e quindi alla medicina, per la religione cristiana quello del serpente è l’abito preferito dal diavolo, quello che indossò in occasione del peccato originale, anche se per la religione ebraica antica il serpente non aveva una valenza univocamente negativa. In due paesini dell’Abruzzo, Cocullo e Pretoro, a maggio si tiene la processione dei serpari, in cui la statua di san Domenico viene avvolta da un groviglio di serpenti vivi. E’ chiaro, quindi, che i serpenti vivano da sempre nell’immaginario degli uomini, e quindi anche nei loro sogni; per Freud, i serpenti, quando non rappresentano semplicemente dei serpenti, sono la rappresentazione della vitalità sessuale, mentre per Jung sono associati alle pulsioni inconsce che spingono per emergere. Nella cultura popolare e contadina le serpi oniriche sono simbolo di fortuna, ma anche di tradimento, malelingue, la cosa si rispecchia in alcuni modi di dire, “viscido come un serpente” o “avere/allevare una serpe in seno”. Il mistero della serpe, il suo fascino, ma anche l’avversione e la fobia verso il rettile strisciante, sono nel tempo parecchio inflazionate, probabilmente a causa dell’urbanizzazione, e al relativo allontanamento dell’uomo dall’animale in oggetto e dal suo habitat naturale. Ma lo zoo immaginifico del cittadino occidentale non è chiuso, ha semplicemente cambiato attrazioni faunistiche. Tra le bestie della giungla cementizia, quella che probabilmente ha stanato il serpente nell’antro più oscuro dell’animo umano, è la blatta… lo scarafaggio, lo scarrafone, il bacarozzo… Potrei essere tremendamente prolisso e tedioso nel descrivere forma e colore del mito scarafaggio, ma mi sembra più eloquente il seguente racconto trovato su Yahoo! Answers, che assomiglia più alla cronaca di un incontro ravvicinato del terzo tipo: “Stanotte è successa una cosa: mi sono svegliato alle 3 perché sentivo un rumore accanto al letto e c’era un coso terribile (presumo uno scarafaggio). L’ho un po’ danneggiato con un libro e ha perso una specie di cosino (forma tipo pillola o capsula) rosso scuro. però nn era morto, anzi! è scappato via veloce. ho riprovato a ucciderlo ma questo scappava. alla fine l’ho chiuso fuori dalla finestra, tra la finestra e la zanzariera, ma questa mattina non c’era più.
domande:
1) dove è finito? vola? potrebbe essere entrato nel cassone della tapparella?
2) il resto che ha lasciato è un uovo o un’ooteca? perché ho guardato le foto, è simile, ma è più ovale e perfetto.
3) la mia camera è infestata? oppure uno non vuol dire niente?
cosa faccio?”

Questo post è dedicato alla memoria di un ignoto scarafaggio che per comodità chiameremo Piero. In questi giorni, causa caldo e afa, a Roma c’è emergenza scarafaggi; l’uomo non ha mai imparato ad accogliere i propri simili, figuriamoci gli artropodi. Io non conoscevo Piero, ma ammetto di averlo odiato, e solo dopo aver fatto scricchiolare il suo esoscheletro ustionato dal Baygon sotto la mia scarpa, che ho capito che in fondo, non avevo nulla contro di lui. Ma è la guerra. E forse non sono stato io ad ucciderlo, ma lui a farsi ammazzare, correndo contro il mio piede, impazzito ed esasperato dopo 24 ore di bombardamenti chimici. Spero che tu abbia avuto una vita lunga e felice, Piero, e son sicuro che se in una vita futura i nostri ruoli si invertiranno, mi ricambierai la cortesia.

Rear view mirror, 2010

Dopo aver pubblicato l‘almanacco dei racconti 2010 di Magari Domani, diciamo i vangeli secondo Barabba (mh… buona, me la devo ricordare…), provo a rievocare l’anno che sta per concludersi attraverso alcune notizie e relativi post da esse ispirati:

Gennaio: A Rosarno, in Calabria, è rivolta fra i migranti, un idiota su un tetto comincia a sparare contro i manifestanti [Articolo 3]. Fa discutere un editoriale del direttore del Tg1 Minzolini su Craxi, “C’è chi gli vuole intitolare una strada…” [la toponomastica spiegata a un bambino di otto anni].  Esce il nuovo film di Paolo Virzì, ed è un gran bel film [La prima cosa bella].

Febbraio: Un’indagine della magistratura rivela il marcio dietro il G8 a L’Aquila [l’esame]. Parlamento, un’ordinaria storia di cazzotti e voti [Il grande giorno di Evangelio Fabiani]. Berlusconi invoca i paladini della libertà in vista delle elezioni regionali di marzo [ci provo col pensiero laterale].

Marzo: disastro organizzativo del centrodestra in vista delle elezioni, rischiano di saltare la lista Formigoni, la lista Polverini e il Pdl per la provincia di Roma [L’autogol]. Dal palco di piazza San Giovanni, durante la manifestazione del Pdl in chiusura di campagna elettorale, Silvio Berlusconi annuncia che entro pochi anni il governo sconfiggerà il cancro [Una volta ho quasi vinto il Nobel per la fisica].

Aprile: indignazione per una dichiarazione del cardinal Bertone che mette sullo stesso piano pedofilia e omosessualità [Malachia e l’Arcigay, e un approfondimento su vaticano e omosessualità]. L’Eurpol fa sapere che il numero di nuove sostanze stupefacenti, sintetizzate per aggirare le tabelle delle sostanze proibite, è raddoppiato rispetto all’anno precedente [I-Buffalo]

Maggio: nuove rivelazioni su Diego Anemone e Bertolaso, la banda delle emergenze, intanto a S. Onofrio (VV) un singolare caso di processione sciolta per infiltrazione mafiosa [Il sangue amaro]. Continua il suo iter parlamentare il Ddl Alfano per la riforma della giustizia, nel testo diverse norme liberticide, tra cui una subito ribattezzata norma anti-d’addario [Arrestate Nanni Loy!, e anche Al capezzale dello stato di diritto – Bis].

Giugno: Marchionne minaccia Pomigliano, ma lui lo chiama referendum [Quinto: onora il padrone, perché egli ti ha dato la vita]. Tonfo della nazionale di calcio ai mondiali in Sudafrica [Le porga la chioma]. Berlusconi si produce in quello che diventerà uno dei suoi hobby preferiti: la telefonata in diretta a Ballarò [La testa nel forno e i piedi nel congelatore]. Un video che gira su internet inchioda l’autore Daniele Luttazzi; buona parte del suo reperterio appartiene ad autori americani [Non leggete questo post e Dagli appunti del dottor B.M. / 9 (il caso Luttazzi)]

Luglio: Vendola lancia la sua candidatura a leader del centro-sinistra [Lo sparigliamento]. Nuovo testo per la riforma della Giustizia, ai blog viene richiesto il diritto di rettifica esattamente come per la stampa [Al capezzale dello stato di diritto – Quater]. Un sindaco della provincia di Treviso dichiara guerra agli omosessuali [I valori]. Caldo eccezionale, Roma invasa dagli scarafaggi [Gli striscianti]

Agosto: Tre operai dello stabilimento Fiat di Melfi vincono una vertenza, ma l’azienda prova a togliergli la dignità [Barozzino, Lamorte e Pignatelli]

Ottobre: La trasmissione televisiva Report manda in onda un servizio sulle dimore del Presidente del Consiglio nel paradiso fiscale di Antigua, intanto viene fatto ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani [Everybody can be “Ministro”]. Visita del Papa a Palermo, maluomori per il denaro pubblico investito per l’evento, e atti di squadrismo nei confronti di chi manifesta il proprio dissenso [Il Papa e la cupola], Breve riepilogo della destra extraparlamentare [la riva nera]. Giro di vite sulla pirateria, chiuso il sito Mulve [Guardie e pirati].

Novembre: Grande attesa per le rivelazioni del sito di Wikileaks [Mail, bugie e Wikileaks]. Nasce Futuro e Libertà, il partito di Gianfranco Fini [Il curioso caso di Gianfranco Button (storia di un partito nato vecchio)].  Giuliano Pisapia, outsider di Sinistra e Libertà, vince le primarie come candidato di coalizione di centro-sinistra a sindaco di Milano [Di ideali e altre quisquilie].

Dicembre: Voto di fiducia per il governo Berlusconi dopo lo strappo di Fini, il governo si salva per tre voti alla Camera. Nel frattempo scontri a Roma tra alcuni facinorosi e la polizia durante una manifestazione contro il governo, arrestati alcuni studenti che poi vengono scarcerati scatenando le ire di Alemanno, Maroni e Alfano [Nevica, governo infame!]. Niente funerali religiosi per Mario Monicelli, la leggenda del cinema italiano suicidatosi a 95 anni, finale amaro di cui non a caso era indiscusso maestro [Addio Mario]

Per vizio di mente

Marco Travaglio, nell’ultima puntata di Anno Zero, ha raccontato di un “indultino mascherato” che il Governo ha preparato e che il 16 dicembre dovrebbe portare fuori dalle carceri migliaia di detenuti. Ma ci sono dei detenuti, o meglio, dei soggetti affidati alla custodia dello Stato, che non hanno mai usufruito, e mai potranno farlo, di amnistie e indulti; sono gli internati negli Opg, ospedali psichiatrici giudiziari, che paradossalmente sono considerati dalla legge innocenti, pur avendo commesso materialmente un reato non sono imputabili per “vizio di mente”, incapaci di intendere e di volere, e la detenzione negli Opg una forma di tutela del soggetto e della società, e non di pena. La legge 180, quella che ha chiuso i manicomi, è una norma in materia sanitaria, mentre gli Opg rispondono alla giurisdizione penitenziaria, in sintesi, come molti sostengono, gli Opg sono gli ultimi manicomi, nello specifico manicomi criminali. In Italia ve ne sono 6; Aversa (Ce), Barcellona Pozzo di Gotto (Me), Castiglione delle stiviere (Ma), Montelupo Fiorentino (Fi), Napoli, Reggio Emilia. In totale 1547 internati contro 1322 di capienza massima. Per quanto le condizioni dei detenuti in carcere siano drammatiche, quelle degli internati lo sono di più. In Opg si finisce con una condanna-non-condanna di 2, 5 o 10 anni, di volta in volta prorogabili se il soggetto non presenta miglioramenti sostanziali. Si esce solo quando si è guariti, quando si è guariti da soli; il giornalista Dario Stefano dall’Aquila, agli inizi del 2007, fece una “irruzione civica” nell’Opg di Aversa insieme all’allora deputato di Rifondazione Francesco Caruso, vi trovò uno scenario pre-basagliano, con soggetti in grave stato di salute, fisico prima che mentale, nell’ospedale di Aversa il personale medico-psichiatrico non era assunto, gli psichiatri avevano delle consulenze a ore, dividendo il monte ore per gli internati si aveva una media di 12 minuti a settimana di assistenza psichiatrica. Dodici minuti. Un “soggiorno” in Opg di 2 anni può trasformarsi in una privazione a vita della libertà. “Fine pena mai”, come dicono gli ergastolani. E questo senza avere alcuna colpa. O meglio, la colpa c’è, ed ha l’aspetto di uno strato di lerciume depositato negli anni e nascosto sotto il tappeto della decenza. Non è vero che quello del disagio mentale è un vicolo cieco. Non è vero che il manicomio criminale è l’unico strumento in caso di reati compiuti da soggetti psicotici. La metà degli internati ad Aversa è lì per reati contro il patrimonio, non per delitti, soggetti non pericolosi, soggetti accoglibili in strutture a misura d’uomo, come previsto per i “disagiati non penali”. Solo nel 2003 la Corte Costituzionale ha ritenuto incostituzionale la parte dell’articolo 222 del codice penale che imponeva al giudice di non adottare strade “alternative” all’Opg, come la custodia a comunità qualificate, come succede per i tossicodipendenti. Una superficialità legislativa dovuta al fatto che il malato psichiatrico, sottoposto o meno a processo, è comunque colpevole di un reato, quello della malattia; i matti, insieme ai vecchi, ricordano al resto del mondo la miseria e la precarietà della condizione umana. I nazisti li uccidevano, noi ci limitiamo a ignorarli.

 

Quello che all’asilo non vi hanno mai detto…

Le fiabe rispecchiano, attraverso metafore e allegorie, l’animo umano, e di conseguenza anche la sessualità, che dell’animo umano è parte integrante; Bruno Bettelheim (1903-1990), autorevole psicanalista (che compare nel ruolo di sé stesso in “Zelig” di Woody Allen), nel testo “Il mondo incantato” sosteneva che nelle fiabe dei fratelli Grimm sarebbero raccontati i miti freudiani, e quindi sarebbero sublimati anche i nostri istinti più “bassi”, perché come diceva lo stesso Freud, “Le pulsioni sono i nostri miti”.

Nobilitato da tale premessa, posso dare libero sfogo alla mia goliardia andando ad individuare quelle “particolari inclinazioni” individuabili nelle fiabe più note:

Cenerentola= fin troppo facile, feticismo: il principe è un retifista, un feticista del piede femminile e delle relative calzature. Uno che cerca la sua donna eclusivamente dall’osservazione del piede, nella ricerca del piede perfetto nella scarpa perfetta.

I vestiti nuovi dell’imperatore= esibizionismo. L’imperatore sfila nudo per le vie (pensando di indossare degli abiti speciali) mentre il popolo ne acclama la “naturale eleganza”.

La bella addormentata nel bosco= necrofilia: un principe che bacia quella che sembra una ragazza morta.

Il principe ranocchio= anche qui la soluzione è abbastanza semplice, zoofilia: una ragazza che bacia un rospo (o una rana/ranocchia, a seconda delle traduzioni), in alcune versioni il ranocchio si trasforma in principe dopo aver passato la notte sul cuscino della principessa, ovvero dopo essere stato a letto con la principessa. Jung, però (e per davvero), ne ravvisava la rappresentazione simbolica della perdita della verginità femminile.

Cappuccetto Rosso= travestitismo: il lupo che indossa gli abiti della nonna, e asseconda il gioco di ruolo rispondendo alle domande di Capuccetto Rosso sulle proprie caratteristiche fisiche (“che orecchie grandi che hai…”)

Raperonzolo= Scambismo ed esercizio della libertà sessuale. La cosa merita un approfondimento serio; ricordando solo la trama principale della fiaba non vi trovavo allegorie sessuali, fino a quando non ho letto il testo integrale, leggete questi estratti del prologo: “C’era una volta un uomo e una donna […] Un giorno la donna stava alla finestra e, guardando il giardino vide dei meravigliosi raperonzoli in un’aiuola. Subito ebbe voglia di mangiarne e, siccome sapeva di non poterli avere, divenne magra e smunta a tal punto che il marito se ne accorse […] Così, una sera, scavalcò il muro, colse in tutta fretta una manciata di raperonzoli e li portò a sua moglie. La donna si preparò subito un’insalata e la mangiò con avidità. Ma i raperonzoli le erano piaciuti a tal punto che il giorno dopo la sua voglia si triplicò. L’uomo capì che non si sarebbe chetata, così penetrò ancora una volta nel giardino”. A voler cercare necessariamente un’allusione si potrebbe pensare, con l’ausilio di una certa malizia, che i raperonzoli rappresentino uomini e amanti occasionali, e il marito vestire i panni di uno scambista ante-litteram, ma si tratta di esercizio di fantasia, fin quando il marito non viene beccato dalla maga, proprietaria del giardino in cui crescevano i raperonzoli (una moglie ignara delle avventure del marito?), la donna ascoltate le scuse dell’uomo rispose: “ti permetto di portar via tutti i raperonzoli che desideri, ma a una condizione: mi darai il bambino che tua moglie metterà al mondo”. Il collegamento verbale diretto tra l’uso dei raperonzoli e la nascita di un bambino vivifica l’impressione sopra esposta. Continuando a leggere la fiaba con la stessa chiave di lettura, si apprende una storia di ordinaria chiusura mentale, infatti Raperonzolo, la bambina che poi effettivamente nacque, fu cresciuta dalla maga e rinchiusa in una torre all’età di dodici anni, ovvero quando cominciava a diventare una donna, probabilmente per impedirle di diventare una “scostumata” come la sua vera madre, ma un principe trovò il modo di salire sulla torre aggrappandosi alle lunghe trecce di Raperonzolo; dunque, la tradizione orale e i fratelli Grimm non ci dicono che i due giovani fecero l’amore, altrimenti non starei qui a scrivere di simbologie, ma la cosa diventa alquanto chiara quando la maga, scoperte le visite clandestine che la sua figlia adottiva riceveva, ripudiò la ragazza che guarda un po’, dopo qualche mese partorì due gemelli, da sola e fra gli stenti, immagine tristemente suggestiva pensando alla situazione delle donne in quelle culture che non a caso hanno anche una rigida morale sessuale.

 

Dagli appunti del dottor B.M / 10

La Nasa ha “quantificato” l’età di un buco nero nella galassia M100 della costellazione di Berenice; avrebbe 30 anni. Ecco, scoprire di essere più vecchio di un oggetto astronomico è quel genere di cose che ti fa sembrare giusti i tagli alla ricerca.

Intanto il prestigioso “Journal of Personality and Social Psychology” ha annunciato, provocando grande scalpore nel mondo scientifico, che a fine anno pubblicherà uno studio a firma di alcuni scienziati della Cornell University di Ithaca, in cui sarebbe stato isolato il fattore “psi”, che dimostrerebbe, in pratica, che è possibile prevedere, “sentire”, il futuro. “Lo studio ha ragione”, ha sostenuto l’editore, che infatti aveva “sentito” che gli abbonamenti sarebbero raddoppiati.

La riva nera

Extraparlamentare. Un tempo era un termine che evocava seminterrati fumosi, ciclostili, impegno viscerale e qualche volta eversione. Oggi, invece, è la condizione di tanti, la trasposizione della precarietà dal lavoro alla politica, vedi un partito dalla nobile storia come Rifondazione, o Sel, dalle cui fila potrebbe venire il prossimo candidato premier per il centrosinistra, e poi i Verdi, i comunisti italiani e sinistra critica, Ferrando e i trotzkisti. Partiti e movimenti di sinistra. E la destra? Contrariamente a quanto si possa pensare al di qua del fiume, le terre del neo-fascismo e dell’estrema destra, non sono di così semplice lettura. Provo a tracciare i capisaldi della relativa geografia. Il partito più “continentale” è “la Destra” di Francesco Storace, ex presidente della regione Lazio, condannato lo scorso 5 maggio a un anno e sei mesi relativamente all’inchiesta nota come “Laziogate”. La Destra nasce come corrente di Alleanza Nazionale (D-Destra), da cui si staccò definitivamente nel 2007. Simbolo una mano che regge una fiaccola, sullo sfondo un tricolore sventolante. L’articolo 1 dello statuto de La Destra dipinge un partito tutto Dio Patria e Famiglia, e relativamente al rapporto col fascismo, Storace ha più volte definito il suo partito come non-nostalgico ma non-antifascista. Nelle fallimentari elezioni politiche del 2008, La Destra si è presentata in coalizione con Fiamma Tricolore, nome completo Movimento Sociale-Fiamma Tricolore, partito di ben più antica fondazione, 1995, su spinta di Pino Rauti e di altri missini contrari alla svolta di Fiuggi. Lo stesso Rauti uscirà da Fiamma per fondare nel 2004 Movimento Idea Sociale, misero partitino da un decimo di punto percentuale, cosa che fece abbandonare al partito i suoi intenti indipendentisti per tentare l’alleanza con i giganti di centrodestra della Casa delle Libertà, nel 2006, alleanza che naufragò per l’impresentabilità di alcuni candidati, Rauti si accontenterà poi di apparentarsi con Forza Nuova. Ma torniamo a Fiamma Tricolore, attuale segretario è Luca Romagnoli, un soggetto che nel 2006, ai microfoni di Sky Tg 24, dichiarò di non conoscere prove certe sull’esistenza delle camere a gas naziste. Fiamma Tricolore è un partito nazionalista che nel suo statuto si prefigge di costituire uno “Stato Nazionale del Lavoro” attraverso l’alternativa corporativa, il riferimento è all’istituto fascista del corporativismo, codificato nella Carta del Lavoro del 1927. Ora possiamo tornare a Pino Rauti e ai suoi nuovi amici, quelli di Forza Nuova, una storia di amore e odio, cominciata anni prima quando i due fondatori di FN, Roberto Fiore (segretario ininterrottamente dal 97) e Massimo Morsello, furono accompagnati alla porta di Fiamma Tricolore proprio da Rauti, a indispettire il camerata Rauti sembra fu il consenso che i due riscuotevano fra i giovani del partito, ma evidentemente i tre avevano varie cose in comune, come la militanza nell’eversione nera, infatti Roberto Fiore fu uno dei fondatori di Terza Posizione e per questo arrestato a Londra negli anni 80 niente meno che da Scotland Yard, mentre Massimo Morsello, morto sempre a Londra nel 2001, militò nei Nar, i nuclei armati rivoluzionari, quelli di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, accusati tra i vari omicidi anche della strage della stazione di Bologna, mentre nonno Rauti poteva vantare un arresto nel 51 per la partecipazione ai Fasci di Azione Rivoluzionaria. Anche Forza Nuova propugna il corporativismo, e a differenza degli altri partiti fin qui citati, è dichiaratamente antieuropeo, e la cosa curiosa che l’unico seggio che Fn vanti lo ha ottenuto proprio alle elezioni europee del 2004. Il programma di Forza Nuova è sintetizzato in otto punti, fra cui l’abrogazione della legge sull’aborto, e il ripristino in toto del Concordato del 29, cancellando di fatto il laicismo dello stato italiano. Negli anni Forza Nuova ha saputo costruirsi un certa fama, superiore al suo reale consenso, grazie a quello che, con una perifrasi di moda, viene descritto come “radicamento nel territorio”, oggi però deve guardarsi da Casa Pound, un movimento che non nasce da costole di partito, ma dalla strada, esattamente da via Napoleone III a Roma, sede dell’originale Casa Pound, centro sociale occupato. La novità di Casa Pound è la sua propensione e abilità nella comunicazione, a partire da Gianluca Iannone, leader del movimento nonchè front-man del gruppo rock ZetaZeroAlfa, alle azioni di “squadrismo mediatico”, atte ad attirare l’attenzione delle televisioni, come l’assalto alla bolla del Grande Fratello nel 2008, all’attribuzione abusiva di personalità artistiche come quella di Rino Gaetano nonché dello stesso Ezra Pound (nella foto), il poeta americano richiamato nel nome, “omaggio” che la figlia del poeta, Mary de Rachewiltz, non ha affatto gradito. Ma al di là della mitologia fascista più volte richiamata, come nel caso dell’Autarchia questa volta chiesta a livello europeo, l’impegno politico e sociale di Casa Pound spesso lambisce argomenti propri della sinistra, proposte di CP sono quelle di un mutuo sociale per la casa, nazionalizzazione delle banche, riduzione degli orari di lavoro settimanali a trenta ore, Rca statale, e altre svariate proposte tra cui spiccano però, altre di più chiara sfumatura cromatica, come il blocco dell’immigrazione, e regole per favorire i lavoratori italiani rispetto a quelli stranieri. Simbolo del movimento, e dal 2008 del relativo partito, una tartaruga con carapace ottogonale.
In questo breve escursus ho tralasciato svariati corpuscoli vaganti nell’aree di estrema destra, come il Movimento Fascismo e Libertà, l’Azione Sociale di Alessandra Mussolini (disciolto nel 2009), il Fronte Sociale Nazionale (sciolto nel 2008), Area Destra, e altri.