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Generazione Amarcord

Io sono stato bambino, poi adolescente, infine ragazzo. Sentivo spesso gli adulti pronunciare l’espressione “la mia generazione”*, ed era ogni volta diversa, come se la Storia fosse una gelateria e ogni generazione fosse un gusto diverso; generazione bruciata, generazione arrivista, generazione ribelle, generazione consumistica, genrazione x, generazione allo sbando e generazione dello sballo, e via dicendo. Ora che anagraficamente posso definirmi un adulto anche io, mi guardo intorno e cerco di capire il sapore della mia generazione, qualcuno ha parlato di generazione 1000 euro, ma è una definizione inevitabilmente soggetta all’inflazione, qualche tempo fa si parlava di generazione precaria, ma oggi come oggi non sono sicuro che i precari siano di più dei disoccupati definitivi. Faccio un giro nel web e scopro che la mia è la generazione dei nostalgici, la generazione Amarcord; la rete è zeppa di blog e forum che ricordano i gelati Eldorado e le sorprese delle merendine Mulino Bianco (che qualche tempo fa ha annunciato di voler ripescare ricetta e foggia dei biscotti di quegli anni), del Crystal Ball e del Piaggio Sì. Non è un caso che il Cinema stia riproponendo sempre più spesso gli anni 80, non è un caso che l’uomo più pagato della televisione fosse il maestro del primo asilo catodico (Paolo Bonolis). Se fossi uno che non si arrende direi che la mia generazione è così perché gli è stata negata la possibilità di essere protagonista, gli è stato tolto tutto tranne, appunto, i ricordi. Ma io non sono uno che non si arrende, non sono uno che lotta, io sono un neo-adulto, io sono uno della mia generazione, e allora cerco di ricordare, e ricordo degli omini della lego, ma con la testa di animale, leone, elefante, ippopotamo, pecora ect, e ricordo un libretto, con dei racconti semi-illustrati che avevano per protagonisti questi pupazzetti, ed erano i racconti più malinconici che abbia mai letto, mi pare di ricordare che fossero delle sorprese, forse dello Sprint (di cui foto in alto)? Offro un Ciocorì a chiunque mi sappia dare più informazioni su quel libretto.

* “La mia generazione” è anche il titolo di un bellissimo film di Wilma Labate del 1996

C’è un mostro sotto il mio letto

Ha fatto il giro del mondo questo video, in cui un robot mandato nelle fogne di Raleigh (North Carolina, Usa), ha ripreso delle masse gelatinose che stimolate dalla luce della videocamera reagiscono contraendosi. Ovviamente si è scatenata la bagarre delle pseudo teorie, chi sostiene siano larve aliene, chi essere mutanti, chi parla di video tarocco. A queste tre ipotesi si accostano tre correnti, tre scuole di pensiero che addobbano il web con le loro elucubrazioni: gli ufologisti (ho letto ultimamente che addirittura la crisi economica sarebbe, secondo loro, una strategia aliena), gli eco-apocalittici, gli scettici-complottisti (anche questo post è un fake scritto da un impiegato Cia per distogliere l’attenzione dai problemi politici mondiali)*. Il biologo Thomas Kwak ha sostenuto trattarsi di colonie di Brizoi, invertebrati che spesso formano colonie di quella dimensione, mentre l’ingegnere Mark Senior della ditta di manutenzione delle fogne di Raleigh, ha dichiarato che non c’è nulla di strano, si tratta del Tubifex Tubifex, verme che si nutre principalmente di batteri e vive in acqua o in zone umide, è comunemente presente nelle fogne e nei canali di scolo. Facendo un giro sul web non si può non dar ragione al buon Mark Senior, impiegatucolo municipale che ha sbeffeggiato gli esperti del News & Observer, basta ricercare su Google Immagini il Tubifex per trovare grovigli dello stesso colore e fattezze dei “mostri” delle fogne di Raleigh (inoltre c’è chi i Tubifex addirittura li vende o li alleva come mangime per i pesci d’acquario). Ma non è esattamente di questo che voglio parlare (cioè di cosa siano quei cosi nelle fogne), ma della psicosi sociale, già qui avevo sostenuto che la madre di tutte le leggende metropolitane è la paura, “La paura del progresso scientifico, la paura del degrado ambientale, la paura del diverso, la paura dell’ignoto, la paura della paura”. Le fogne sono un luogo mitico, come tutti i luoghi che esistono ma non si vedono, come i Paesi del cosidetto Terzo Mondo per l’occidente, come una stanza buia per un bambino. Inoltre le fogne hanno un significato simbolico ben preciso: esse raccolgono quello che il  nostro organismo produce ma di cui la mente si vergogna (per intenderci le feci, gli escrementi, lo sterco, le deiezioni, la cacca, la pupù, la merda la… ehm… sì, ritorno in me, è che da grande volevo fare il vocabolario dei sinonimi e contrari), è inevitabile che le fogne si carichino di una quantità di fantasie e miti non comuni: oltre ai citatissimi coccodrilli nelle fogne di New York, alcuni immaginavano colonie di umanoidi o società parallele, per citare uno dei tanti esempi nella letteratura e nel cinema, nelle fogne vivevano i sovversivi del film “Delicatessen”, di Marc Caro e Jean-Pierre Jeunet (quello de “Il Favoloso Mondo d’Amalie”). Vabbè, volevo concludere con una carrellata di questi esempi, ma il mio entusiamo si è esaurito come la batteria di questo vecchio notebook, quindi vi linko l’elenco delle creature leggendarie non umane.

*Non me ne vogliano i diretti interessati. Ma soprattutto mi scusino per l’estrema semplificazione, tipica di chi non conosce quello di cui sta parlando, o degli intellettual-fascisti (quelli che “è come dico io, e chi la pensa diversamente è un idiota e non ha diritto di dire la sua”) , però se mi dovessi mettere ad analizzare tutte le ipotesi dovrei chiedere tre mesi di aspettativa al lavoro e nutrirmi via flebo per non perdere tempo (ho volontariamente tralasciato la parte inerente al catetere… ops… l’ho detto).

Psicopatologia del Web Searching / 2

Avevo già parlato (qui) degli strani vizi dei frequentatori di Google, ma mi era sfuggita una categoria fantastica che mi è chiara solo ora, una categoria che potremmo definire “futurista” : c’è gente che interroga Google nel vero senso dell’espressione, cioè gli fa proprio delle domande, come se il sito fosse Hal 9000, il supercomputer di “2001 Odissea nello Spazio”. Qualche esempio dalle statistiche del mio blog:

  • come tranqullizzarmi dopo il terremoto?
  • quali sono i temi di vai e vivrai?
  • i miliardi con quanti 0 si scrivono? (questa l’avevo già segnalata nel primo post, Nda)
  • scossa di terremoto circa 40 minuti fa, dove? (questa è di gran lunga la mia preferita)

E il bello è che comunque qualche risultato attinente alla loro ricerca i futuristi lo trovano, e quindi pensano che davvero l’oracolo di Mountain View risponda alle loro domande. Ora una volta tanto non voglio fare il moralista savonarola (condizione che mi sono accorto alquanto frequente nella mia vita on-line, ma non in quella reale) arringando contro l’ignoranza del popolo italiano; probabilmente c’è nel nostro paese un’ingenuità riguardo la tecnologia e la scienza (fortunatamente non generale, come dimostrano le cariolate di ricercatori che esportiamo), ma così è, stop, è un carattere, non è colpa di nessuno. Ancora ricordo, scompisciandomi, quando per fare uno scherzo a mia madre, mi nascosi in cucina e con quei puntatori laser che andavano di moda anni fa (ma ogni tanto gli ambulanti li ripropongono) “sparai” la massa informe che sarebbe diventata pasta al forno; mi toccò schivare un mattarello lanciato a mo’ di boomerang, non tanto come ritorsione per lo scherzo, ma come ammonimento a non “contaminare” più il cibo con le “radiazioni di quel coso”. Ma se provo tenerezza pensando a un vecchietto con gli occhiali sulla punta del naso, che scrive al “Caro signor Google…” col vocabolario accanto per non sbagliare, e non fare figuracce davanti alle persone importanti, sono meno sereno quando penso che questo è l’humus ideale per quella gentaglia che approfitta dell’ingenuità tecno-scientifica per rifilare macchine miracolose per guarire i tumori comodamente a casa (fatto realmente accaduto), e quant’altro… di questo sì che bisognerebbe vergognarsi e chiedersi se… ecco, chiudo il post qui, prima che Girolamo Maria Francesco Matteo (che non è una scolaresca ma il nome completo di Savonarola) abbia il sopravvento su di me.

P.s. Non c’entra nulla col post, ma volevo segnalare questo video, parafrasando Andrea G. Pinketts: è così idiota che è geniale.

Ad ognuno il suo Vietnam

In Sociologia c’è un concetto fondamentale che è quello dell’anomia. Il suo significato può variare da scuola a scuola, ma sostanzialmente si può indicare come anomia uno stato di sofferenza, individuale e diffuso, dovuto alla discrepanza tra mete culturali e le reali possibilità di raggiungerle. Un esempio; si pensi alla cultura dei paesi capitalisti, la ricchezza è il successo professionale sono delle mete, dei valori, ma non tutti possono raggiungerle, e così cresce fra i losers (come vengono chiamati negli U.s.a.) l’alienazione, spesso la rabbia e comportamenti devianti (che altro non sono che strategie per raggiungere in maniera diversa gli stessi obbiettivi, in altre parole la delinquenza come strada per la ricchezza).

Ora tutto sto pippone perché ho letto un articolo (non ricordo più dove) in cui si raccontava dei casi di instabilità mentale di ex concorrenti di reality italiani (mi pare che un certo Paolo dell’ultima edizione del Grande Fratello sia stato sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio, modo politicamente corretto per dire che è stato tradotto in un reparto psichiatrico indipendentemente dalla sua volontà, ancora più semplice: lo hanno portato al manicomio), leggevo quest’articolo dicevo, e mi è venuto in mente che questa televisione è un laboratorio in cui si è creata l’anomia in provetta: chi accede ad un programma definito reality et similia, ha l’obbiettivo, la meta, di “sistemarsi” in tv, ma il numero di soggetti è superiore ai reali posti che la tv di lungo periodo può offrire, creando frustrazione negli esclusi.

La televisione dei reality sta producendo un’emergenza sociale; la sindrome del reduce che non riesce, o non vuole, reintegrarsi nella società, che è quello che succedeva negli Usa con chi aveva fatto la Seconda Guerra Mondiale o il Vietnam. Pensate al grande cinema di guerra, riveduto alla luce di queste considerazioni:

Apocalypse Now show:  lo stagista Beniamino viene incaricato direttamente dalla dirigenza della televisione per cui lavora, di trovare il potente dirigente Curzio, che sembra abbia dato di matto e si sia nascosto in una piccola emittente locale italiana, in cui ha creato uno spettacolo che va in onda 24 ore su 24 solo per lui. In questa missione, che deve rimanere segreta per non ledere la fama dell’azienda, allo stagista Beniamino viene affidata una squadra sgangherata, tra cui un ballerino omosessuale in là con l’età, un opinionista riconglionito, Dj Francesco.

Full Metal Tutù: Primo Tempo – Scuola di preparaione alla Scuola di Amici. un ragazzotto sovrappeso viene continuamente insultato dall’insegnante di ballo, il ragozzotto si mette di impegno e riesce a superare le selezioni, ma la sera stessa con un tutù soffoca l’insegnante e poi si uccide mangiando tutte le scarpette del plotone. – Secondo Tempo – La trasmissione comincia, i concorrenti vengono eliminati (in tutti i sensi), ei sopravvissuti cantano la sigla finale.

Il Cacciatore di talenti: tre ragazzi, tre amici, vengono mandati a fare da giudici alle pre-selezioni di x-factor, nel loro girovagare vengono rapiti da una famiglia di cinesi che li chiudono in un seminterrato di Prato e li costringono all’ascolto, per ore, di canzoni italiane con accento cantonese, uno dei ragazzi sfila la pistola di uno dei caricerieri, se la punta alla tempia e prova a suicidarsi, ma la pistola è scarica. I tre riescono in qualche modo a fuggire, ma uno di loro scompare: lo ritrovano anni dopo in un ristorante cinese di Bologna a servire pollo e bambù, pensa di essere nato a Pechino e sogna di partecipare alla Corrida.

La dolce vita e il pregiudizio estetico

Attenzione: contiene anticipazioni sulla trama e sul finale del film “La Dolce Vita”

Un verso di Rino Gaetano fa: “mio fratello è figlio unico perché non ha mai giudicato un film senza prima vederlo”. Ho sempre cercato di rispettare questo piccolo comandamento. Ma facendomi un’esame di coscienza devo confessare che molti film non li ho visti affatto per via di pregiudizi estetici. Uno di questi è “La Dolce Vita” di Federico Fellini, che ho finora snobbato sia per una non grande simpatia per il regista riminese (non mi sono mai piaciuti i primi della classe), sia per un’immagine del film che mi ero fatto come un inno alla frivolezza. L’altra notte mi è capitato di vederlo in tv e ho scoperto che tutti quelli che parlano della via Veneto di Fellini con nostalgia, o non hanno visto il film, oppure non lo ricordano. “La Dolce Vita” è uno dei film più cupi e cinici che abbia mai visto. Lo sfarzo dello star system osservato da Marcello Rubini (Marcello Matroianni), e fotografato dall’amico Paparazzi (Walter Santesso), è usato per rendere ancora più atroce il racconto delle miserie umane; lo squallore in cui abita una prostituta di periferia, il fanatismo religioso, la vergogna del padre del protagonista dopo un malore, il suicidio dello scrittore Stainer, la metamorfosi dello stesso protagonista nel finale. E proprio nel finale che il film si imbeve di allusioni e simbologie cupe. Dopo una grottesca festa in villa, Marcello e gli altri vanno in spiaggia, qui dei pescatori portano a riva una creatura marina non identificabile, uno dei pescatori precisa che “è morta da almeno quattro giorni”, la studiosa americana Karen Pinkus sostiene che quella creatura, e quel ritrovamento, rappresenterebbero il corpo di Wilma Montesi, al cui caso, secondo la Pinkus, tutto il film alluderebbe. Il caso di Wilma Montesi è stato il primo caso di nera ad alto impatto mediatico, una sorta di Cogne o Erba ante litteram, ma con forti ripercussioni a livello politico; una ragazza viene trovata morta sulla spiaggia di Torvaianica (Roma) nell’aprile del ’53, in un primo momento si pensa ad un malore, ma alcuni giornalisti non sono d’accordo avanzando tesi inquietanti che fanno tremare la classe dirigente, fino all’ultima ipotesi, quella nota come dei “Capocottari”, in cui durante un festino della Roma Bene in una villa a Capocotta, la Montesi si sarebbe sentita male dopo aver assunto varie sostanze stupefacenti e alcol, per evitare lo scandalo, i notabili avrebbero trasportato il corpo della giovane nella vicina spiaggia in cui fu poi ritrovata. Prima della scena dei pescatori e della creatura marina, Fellini “racconta” una lunga e noiosa festa in una villa sul mare, in cui il Marcello Rubini, invecchiato dal tempo e dalla delusione, maltratta tutti, una ragazza in particolare, palesemente ubriaca, viene quasi umiliata fisicamente.

Ora al prossimo che parla de “La Dolce Vita” come un filmetto divertente e solare lo prendo a calci nei denti.

Il mio nome è Pauli, Barabba Pauli

Ho sempre avuto una certa abilità a far impallare (involontariamente) computer et similia, ma ultimamente questo mio talento sta raggiungendo livelli impressionanti; oggi ho bruciato l’account di un collega di lavoro con la sola imposizione dello sguardo.

Carl Gustav Jung, padre insieme a Freud della psicoanalisi, formulò una teoria nota come “Sincronicità”, secondo la quale la relazione di due eventi (psichici o oggettivi) che si verificano insieme, non è solo di causa-effetto (schiaccio l’interruttore e la lampadina si accende), a volte i due eventi si verificano insieme perché esiste una “comunanza di significato”. In pratica non tutte le coincidenze sono casuali, a volte si tratta di “coincidenze significative”. Un esempio di tale teoria, o pseudo-teoria, è l’effetto Pauli (da non confondere col Principio di Pauli): Wolfgang Pauli è stato un genio della fisica teorica, ma i suoi colleghi non lo facevano avvicinare ai laboratori, perché sostenevano che in sua presenza il numero di incidenti ed esperimenti falliti si moltiplicasse esponenzialmente. Come se al talento teorico si accompagnasse un’influenza negativa nell’attività pratica.

Ora considerando ciò e la mia crescente aura distruttrice, potrei dedurre di essere vicino alla formulazione di una grande teoria. Ma probabilmente nel mio caso si tratta solo di comunissima, materialissima, volgarissima Sfiga.

P.S.: per via di questa teoria, Jung si beccò, giustamente, non poche pernacchie. Con gli sviluppi della fisica quantistica, e in particolare con l’osservazione del comportamento di alcune particelle elementari, la sua teoria oggi appare un po’ meno folle. Ma siamo comunque ben lontani da una dimostrazione scientifica. La fisica quantistica ha appena inventato la ruota, Jung ha progettato una Lamborghini.

Psicopatologia del Web Searching / 1

C’è un post (questo) in cui ho sostenuto che poche cose come le leggende metropolitane descrivono meglio una cultura, tra quelle poche cose c’è anche google; chiunque abbia un blog o un sito sa bene che tra le Keywords visibili nel proprio contatore (ovvero le parole ricercate nei motori di ricerca che hanno portato l’utente web a finire in una pagina del nostro sito), ci sono delle robe allucinanti, riporto alcune delle ricerche più bizzarre del mese di maggio per il mio blog:

dove comprare un kalashnikov
Emma Marcegaglia nuda
[lo giuro! ndr] e la variante Emma Marcegaglia al mare
Figlio di Franco Giuseppucci
[Franco Giuseppucci è stato uno dei boss della Banda della Magliana, lo cito qui e qui] e la variante Dove abita il figlio di Franco Giuseppucci*
foto soldi davanti e dietro
fidanzate spiate
lo stipendio di maria de filippi
come si scrive qualcosa
apparentato col come si scrive per la qual cosa
9,5 miliardi come si scrive
ma che cazzo è il ministero della gioven
[lo vorrei sapere anche io caro lettore, qui]
i miliardi con quanti 0 si scrivono?

*Nel mio Web Counter ho registrato anche un vecchio blog usato da me e da altri cialtroni come bacheca per una lega di fantacalcio, e la ricorrenza della categoria “dove abita xxxx?” è impressionante (Dove abita Mexes? Dove abita Materazzi? Dove abita Califano? … ), se queste informazioni sono ricercate da fan, ladri, finanzieri o paparazzi, purtroppo non è dato sapere.

Ezio Vendrame

 

C’è un pregiudizio che vuole i calciatori professionisti come rari esempi di ignoranza, vanità, qualunquismo. E probabilmente non è un pregiudizio totalmente infondato. Ma anche le leggi fisiche hanno le eccezioni, figuriamoci i pregiudizi. Tra i calciatori che ho avuto modo di vedere in attività, quello più lontano dall’equazione calciatore=analfabeta è Damiano Tommasi, storico mediano della Roma (dieci stagioni dieci), soprannominato “Anima Candida” per il suo impegno nel sociale e la statura morale, basti pensare che dopo un infortunio di un anno si autoridusse lo stipendio al minimo sindacale dei calciatori professionisti, cioè 1500€. Ma non è di lui che voglio parlare, ma di un uomo agli antipodi rispetto all’indimenticato numero 8 giallorosso, ma in un certo senso affine a lui, se non altro nell’esercizio di una personalità non comune; Ezio Vendrame. Per ragioni anagrafiche non l’ho mai visto giocare (nato nel ’47 ha giocato tra il ’67 e il ’77, ai numerologi le conclusioni sulla ricorrenza del 7), ma anche chi negli anni settanta era un giovincello ossessionato dalle sfere di cuoio, difficilmente avrà avuto la fortuna di vederlo correre in campo: nessuna grande squadra lo ha mai voluto, la maggior parte del suo acido lattico è stato immolato per il Lanerossi Vicenza e il Padova, ma l’eco della sua follia anarcoide ha superato le classifiche ei decenni. Nato nella città di Pasolini, Casarsa, e cresciuto in orfanotrofio, Vendrame bazzicò le giovanili di molte squadre friulane fino ad approdare all’Udinese, ma la sua irrequietudine (inquietudine+irrequietezza) interferiva col calcio da prima pagina, e con la Spal cominciò uno zingaresco girovagare per i campi di calcio di seconda linea. Le sue bravate fanno parte della storia picaresca del calcio; se Cassano è da molti ritenuto un provocatore professionista, Vendrame era il vate della presa per il culo. Sono tante le storielle al limite del verosimile che lo vedono protagonista, la più bella e senz’altro questa che riporto con le sue stesse parole: “Giocavo nel Padova, contro la Cremonese. In campo avevano deciso la ‘torta’, che a me proprio non andava giù. Non potevo certo prendermela con gli avversari e puntare verso la loro rete. Così, dal centro del campo, feci dietro front e puntai verso la nostra area. Qualche compagno, ripresosi dallo spavento, mi si fece incontro ma io lo dribblai, fino a trovarmi a tu per tu con il nostro portiere. Solo a quel punto, e dopo aver fintato il tiro, stoppai invece il pallone con la pianta del piede. Ricordo il sospiro come di sollievo di tutto lo stadio… Solo a fine partita seppi del dramma: un tifoso si era spaventato a tal punto da morire di infarto”. Tra tutte le versioni dell’episodio, questa è la più moderata, perché Vendrame è anche, a suo modo, modesto, nel cercare di portare nei binari della normalità e del senso comune le sue bravate: si pulisce il naso con la bandierina del corner? “Ero lì per battere un calcio d’angolo, e mi sembrò più fine, se vuoi anche più educativo, usare la bandierina a mo’ di fazzoletto”. Salta a piè pari sul pallone mettendo una mano sulla fronte per scrutare l’orizzonte, facendo infuriare gli avversari? “Semplicemente quei 30 centimetri di altezza in più mi permettevano, per davvero, di dare un’occhiata migliore al piazzamento dei miei”. Ad ogni modo questo post non ci sarebbe stato se Ezio Vendrame non fosse diventato uno scrittore e un poeta (di quelli veri, non da istant book), tra gli undici libri da lui scritti (ancora per i numerologi le considerazioni sul fatto che sia lo stesso numero dei giocatori di una squadra di calcio) segnalo “Un farabutto esistere” (1999) e “Se mi mandi in tribuna godo” (2002).

I commenti originali di Vendrame sono presi da questa intervista di Pagine70.

Amo la tu figa/non perché è figa/ma perché è tua. Dall’introvabile “Senza nessun anticopro”.

My Cousin tells me that…

Dopo anni di studi sulle scienze sociali ho appreso solo pochi concetti. Pochi ma confusi. C’è una cosa, però, che non mi hanno insegnato ma che ho capito da solo (in realtà non escludo che possa essere una cosa tanto scontata da non aver bisogno di essere sottolineata): non c’è nulla che descrive meglio una cultura quanto le sue leggende metropolitane. Tutte quelle notizie al limite del verosimile mi mandano in brodo di giugiole (oddio… “brodo di giugiole”, che espressione atavica, “atavica”… che vocabolo vetusto, “vetusto” che… e così ad libitum, “ad libitum”… vabbè, qui la ricetta del brodo di giuggiole), sia per la loro dimensione sociologica, sia per quella letteraria. Immagino che esistano dei trattati seri sul tema, ma io, che sono un cialtrone (ma un signor cialtrone), mi posso permettere di dire la mia senza aver fatto una ricerca approfondita; le leggende del nostro tempo, e del nostro dove, hanno una matrice comune, cioè la paura. “La paura del progresso scientifico, la paura del degrado ambientale, la paura del diverso, la paura dell’ignoto, la paura della paura” (questo virgolettato non ha senso in quanto mi sono autocitato, e per giunta da fonte inedita, ma per protesta gli do anche una mano di corsivo). Ovviamente ci sono leggende e leggende, storie e storielle, alcune vengono addirittura inventate e messe su pista per scopi commerciali!  Già… perché le leggende si possono anche “creare in laboratorio”, e la cosa intriga non poco il mio “Passegero Oscuro” (i fun di Jeff Lindsay e “Dexter” apprezzeranno la citazione). Un trucco per farlo, immagino sia cavalcare i pregiudizi e gli stereotipi,  mi ricordo un sociologo partenopeo, di cui però non rammento il nome (“rammento”, che parola… ect. ect.) che parlando con un suo amico si sente chiedere: “Allora cosa si racconta a Napoli? Cosa si sono inventati ora?”, il sociologo, che in quanto meridionale e intellettuale aveva il raffinato vizio della presa per il culo, gli raccontò che l’ufficio anagrafe di Napoli era pieno di genitori che volevano chiamare i figli “Dottor”, “Professor”, “Ingegner” ect, in maniera che da adulti sarebbero stati il Dottor Esposito, il Professor Russo, l’Ingegner Cavallo, pur avendo magari solo la licenza elementare. Qualche mese dopo la storia “ritornò” allo stesso sociologo sotto forma di racconto di un amico che sosteneva di aver visto con i suoi occhi un atto di nascita.

Concludo il post con una domanda e un link. La domanda è: e se la storia che ho appena raccontato fosse completamente inventata? Se fosse una  meta-leggenda? Il link invece è questo, magari all’interno del sito segnalato c’è anche la risposta alla domanda. Ma anche no.

Lavanderia Lazio

C’è un articolo di questo blog particolarmente cliccato; Idiots Network, un articolo in cui censivo su Facebook le allusioni a vari criminali organizzati. I contatti arrivano principalmente dalle ricerche su Google e Liquida di due nomi: Franco Giuseppucci e Maurizio Abbatino, due boss della banda della Magliana. Per chi ha letto il capolavoro di De Cataldo, oppure visto il film di Placido o la serie televisiva di Solimma, Giuseppucci ha ispirato il personaggio di Libanese (in realtà soprannominato “Er Fornaretto” e “Er Negro”) e Abbatino il Freddo. Strana storia quella della Banda della Magliana; ma non mi riferisco tanto all’epopea criminale, bensì alla percezione di quel periodo storico da parte dei romani. Non poche volte ho sentito dire da qualcuno “quello è figlio di…”, “nipote a…”, se non addirittura ammettere dirette parentele o amicizie, a volte con un po’ di imbarazzo, altre con una punta di stupido orgoglio. Ma soprattutto mi è capitato di ascoltare la “spiegazione” di ricchezze materiali (quali ville, appartamenti e anche carriere) come eredità di quei soggetti oggi visti come membri di un’aristocrazia decaduta, per le strade e nei tribunali, ma non in banca e negli studi notarili. Certamente gioca a livello socio-psicologico il fatto che i crimini della Magliana sembrano lontani nel tempo, relegati a un’Italia che fu, in cui si sbranava per non essere sbranati. Ma è davvero finita quella Roma?

Liberainformazione, osservatorio sulle mafie e organo dell’Associazione Libera (la stessa che si adopera per riqualificare i beni confiscati alle mafie), è convinta di no. Anzi forse più che mai, oggi il Lazio è il crocevia per ogni genere di traffico e un’enorme lavanderia di denaro sporco. Il Dossier di Liberainformazione non inventa niente; tutti i dati riportati sono dati ufficiali raccolti dalla Dda e dalla Dna, alla faccia del negazionismo politico che cerca di vendere Roma come una “città sotto controllo” (espressione usata dal prefetto Achille Serra), in cui magari c’è un problema di microcriminalità, ma non di criminalità organizzata. La premiata Lavanderia Lazio comincia a Latina, provincia confinante col casertano, sia a livello territoriale che criminale. Ma a Latina non fanno affari solo i casalesi (Mendico, Moccia, Di Maio), ma si può parlare di un vero meltin’pot fra ndrine (Alvaro, Galati, Ienco, Tassone) e mafie esteuropee. Il segno più evidente dell’infiltrazione criminale a Latina è la miracolosa moltiplicazione del cemento, un’edificazione selvaggia in barba a un piano edilizio discusso ma mai varato, un’edificazione non supportata da una reale domanda, e così campeggiano nella città voluta da Mussolini, palazzoni a dieci piani (che forse sarebbero piaciuti allo stesso) completamente sfitti. Ma se nel Basso Lazio (oltre a Latina e provincia, anche Frosinone e soprattutto Cassino) la penetrazione criminosa è un fatto compiuto, la parte settentrionale della Regione non è da meno, l’inchiesta Cobra del 2002 ha mostrato come i fratelli Rinzivillo (legati ai Madonia), avessero tessuto una trama di rapporti con imprenditoria e istituzioni per controllare l’appalto del porto di Civitavecchia. Inoltre Rieti e Viterbo si stanno trasformando in terreno fertile per i “gemelli ammazza economia”; Racket e Usura. La regione Lazio è al secondo posto per quanto riguarda l’usura, col 28,7% di commercianti indebitati, del resto anche ai tempi della Magliana l’usura era uno degli affari preferiti, ottimizzata dall’attività di Enrico Nicoletti (“Il secco” nei film e nel libro sulla Banda). Ma veniamo alla grande centrifuga della Quinta Mafia: Roma. A Roma tutti i capitali del crimine laziale e molti capitali delle altre organizzazioni diventano alberghi, ristoranti, autosaloni, finanziarie, negozi di abbigliamento e grande distribuzione, sale giochi (videopoker ecc.), supermercati, centri commerciali, outlet, catene e discount. Al secondo e al terzo lavaggio, i capitali riciclati sono praticamente impossibili da individuare, e soprattutto da dimostrare in sede giudiziaria.

Chiunque voglia approfondire l’argomento può leggere il Dossier Lazio “Mafie&Cicoria” a cura di Alessio Magro, Gabriella Valentini e Adele Conte.

dossier_lazio

P.s. Per conoscere tutte le attività dell’Associazione Libera cliccate qui o andate sul sito http://www.libera.it. Per donare il 5×1000 a Libera inserite nel riquadro indicato come “Sostegno delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale, delle associazioni di promozione sociale…” del Cud o 730, il codice fiscale di Libera. Associazioni nomi e numeri contro le mafie 97116440583

Terremoto a Roma

Ore 3:40 am, Roma: Forte scossa di terremoto, durata circa 20-30 secondi. Nel quartiere Tuscolano zona Quadraro non sembrano esserci stati danni. Sostanzialmente questo post è inutile; domani tutti i giornali ei siti ne parleranno ampiamente, ma volevo provare l’ebrezza di dare la notizia in anteprima, un vezzo  inutile e sciocco… ma la vita è breve, e pochi minuti fa ne ho avuto il sentore.

Postilla del giorno dopo: ho deciso di non modificare questo telegrafico post, anche se le informazioni e la mente fredda consentirebbero un racconto più articolato e una riflessione più complessa, ma da una parte penso che sia “giusto” che rimanga così, una polaroid un po’ mossa scattata quasi per caso.

Idiots Network

Il 4 marzo è apparso sul sito di Repubblica un articolo in cui si raccontava che Nino Randisi, giornalista impegnato da anni nella lotta contro la mafia, era stato cancellato da Facebook. E Randisi Facebook non lo utilizza per cazzegiare con gli amici… il timore espresso dallo stesso Randisi era che l’account fosse stato cancellato su “richiesta” di qualche altro utente, ad ogni modo il profilo è stato ripristinato con tanto di scuse e spiegazione: Randisi era stato cancellato da un sistema automatico che individua flussi anomali di traffico, relativamente al numero di messaggi inviati, testi, foto e video caricati. Le condizioni d’uso di Facebook sono molto più rigide di quanto si pensi, riporto qualche divieto:

-caricare, pubblicare, trasmettere, condividere, memorizzare o rendere disponibili in altro modo video di natura differente da quella personale che: (i) rappresentano te o i tuoi amici, (ii) siano stati realizzati da te o da tuoi amici, oppure (iii) siano opere d’arte originali o animazioni create da te o da tuoi amici;

Quindi bando a quasi tutti i video di YouTube, cioè il 90%  dei video caricati sul social network

-registrare più di un account utente, aprire un account per conto di un altra persona o aprire un account per conto di un gruppo o di un’entità;

Questa regola è palesemente contraria alla consuetudine, chi conosce Facebook sa che è piena di qualsiasi tipo di gruppo, e di pagine aperte in “omaggio” ad alcuni personaggi, noti e non.

-impersonificare qualsiasi persona o entità oppure fornire informazioni false sulla tua identità, sulla tua età o sui tuoi legami con qualsiasi persona o entità;

E qui faccio i nomi; innanzitutto mi autodenuncio, in quanto iscritto con uno pseudonimo… poi denuncio tutte quelle tardone che si sono palesemente tolte gli anni per vanità, quelli che hanno aperto delle pagine col nome “Nutella” senza aver alcun legame con la Ferrero, una tipa che si è iscritta col nome Parmigiana… Ma a parte gli scherzi il caso Randisi mi ha fatto pensare a tutte quelle pagine che citano apertamente riferimenti al mondo criminale (che sarebbe poi vietato da una specifica condizione d’uso), è una storia già raccontata, anche dallo stesso Randisi, ma mi sono permesso di fare una piccola ricerca personale, cercando ad esempio alcuni dei nomi inseriti nell’elenco dei 30 ricercati più pericolosi d’Italia stilata dal Ministero degli Interni, e altri nomi del “settore”. Succede su Facebook alle 2 di notte del 7 marzo 2009 che:

Matteo Messina Denaro, super latitante di cosa nostra, conta: 2 iscrizioni come Personaggio Pubblico, rispettivamente con 39 e 11 fan, 2 gruppi indicizzati come Fan club, 2 gruppi catalogati rispettivamente come organizzazione no profit e organizzazione professionale, 2 persone iscritte con foto del boss. Toto Riina, penso non abbia bisogno di presentazioni: 1 presenza come personaggio noto – Artista, 164 fan, 1 gruppo iscritto come Club con 149 membri, 1 Fan club, e molte, ma molte altre pagine. Bernardo Provenzano, arrestato nel 2006 dopo 40 anni di latitanza: 3 presenze come personaggio pubblico rispettivamente con 99, 54 e 18 fan, 3 fan club e diverse pagine associate. ‘Ndrangheta: 2 iscrizioni come organizzazione, con 44 e 40 membri, 1 fan club. Francesco Schiavone, il più noto esponente dei casalesi: presente come personaggio pubblico, 75 fan. Michele Zagaria, altro casalese, latitante: presente come personaggio pubblico con 10 fan. Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata, attualmente in carcere: 2 presenze come Personaggio pubblico, uno con 52 fan, l’altro con 16, un gruppo “Raffaele Cutolo Libero!” con 70 membri. Giovanni Strangio, membro della ‘ndrangheta: 1 gruppo iscritto nella categoria Affari-Aziende. Sacra Corona Unita, nota anche come la quarta mafia: 1 gruppo con 101 iscritti, 1 persona iscritta. Banda della Magliana: Gruppo iscritto come Affari – Aziende, 1.121 membri. Franco Giuseppucci, detto Er Negro, primo e spietato boss della Banda della Magliana: presente come personaggio pubblico con 290 fan. Maurizio Abbatino, altro capo della Magliana: 2 presenze come Personaggio pubblico, con un totale di 137 fan. Raffaele Arzu, giovane criminale sardo, latitante: 1 gruppo descritto come organizzazione di volontariato, più, probabilmente, un altro gruppo “Raffaele Arzu Libero!” non direttamente collegabile al criminale per mancanza di foto.

Aggiungo in appendice un “simpatico” gruppo dal titolo “Tutti contro Saviano” che riporta nelle notizie recenti la frase “Fa bene a stare nascosto”.

Ho ovviamente escluso dal piccolo e incompleto censimento, gli omonimi (ad esempio Raffaele Cutolo è anche un giovane attore-cantante che sembra essere abbastanza noto) nonchè quei riferminenti a film, romanzi o video giochi (molti per la Banda della Magliana) .

Io penso (ma soprattutto spero) che la maggior parte degli utenti che aprono o si associano a queste pagine lo facciano per goliardia. A questi dico che una provocazione è tale quando è originale, se si ripete è un cazzata.

P.S.: Sembra che lo staff di Facebook faccia spesso tabula rasa almeno delle pagine dedicate ai criminali più noti, da questo articolo del Sole 24 ore si evince che al 7 gennaio 2009 i fan di Riina erano quasi 5000 (l’articolo si sofferma anche su criminali non facenti parte di organizzazioni, come Luciano Liboni, Olindo Romano e Rosa Bazzi ect), da altri articoli sparsi per il web si apprende che un grosso nome era anche quello di Giovanni Brusca,  che oggi conta solo 2 miseri Fan Club con un totale di 10 iscritti. Per dovere di cronaca si deve sotolineare che il numero di utenti iscritti a gruppi che apertamente dichiarano il proprio sdegno sia per la mafia in generale, che per la presenza di questi buontemponi, è decisamente maggiore. E tra i vari eroi dell’antimafia (i vari Falcone, Borsellino, Impastato ect), si trovano anche dei gruppi dedicati a personaggi poco noti, come un omaggio a Rocco Gatto, mugnaio comunista che negli anni 60 e 70 si ribellò alla ‘ndrangheta, con ben 717 iscritti.