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Minoranze elettive

Ero in cucina a bermi del succo d’ananas, no, non sono a dieta, dovrei piuttosto mettere su qualche chilo, semplicemente era in offerta al supermercato, e poi era oggettivamente troppo presto per una birra, insomma, ero lì a bere direttamente dal brick (odio i formalismi di ogni sorta, ma non odio abbastanza me stesso da impormeli anche quando sono solo), e sento un vociare isterico provenire dalla strada, quattro piani più giù. Mi affaccio e vedo una fila di persone allineate contro il muro, e poco distante una ragazza con un cane, un bellissimo labrador non ancora adulto e non più cucciolo, riesco a distinguere una parola ricorrente: “schifo!”. Lì per lì ho pensato che il labrador avesse lasciato la conseguenza solida del suo metabolismo in mezzo al marciapiede, e la persona dall’altro capo del guinzaglio, una ragazzetta di poco più che vent’anni, non fosse munita di apposito kit per la rimozione. E che ce l’avessero con lui lo avrà pensato anche il cane, che orecchie basse e coda tra le zampe aveva puntato il naso verso un portone, accompagnando lo sguardo con alcuni timidi passi. Ok mi dico, è una cosa che non piace neanche a me, ma la sommossa popolare mi sembra un tantino eccessiva, poi ho focalizzato la platea e mi sono accorto di alcune dita puntate, ho seguito l’ideale retta passante per la scapola e il dito indice di uno dei soggetti, e ho visto qualcosa muoversi tra il muso di un auto parcheggiata e il culo di quella davanti: un topo, un ratto che di certo non ha avuto problemi di sviluppo, tanto che a circa 15 metri di distanza riuscivo a distinguerne la coda. Il roditore, probabilmente fuoriuscito e disorientato dai lavori in corso sul lato opposto della strada, vagava impaurito, nascondendosi come meglio poteva, poi un eroico vecchietto, magari un ex militare con la divisa incelofanata nell’armadio pronta per essere indossata in cerimonie ufficiali quali battesimi, matrimoni e il suo funerale, si è staccato dal gruppo e ha cominciato a inseguire il topo, accanendosi con una sorta di rituale fatto di piedi sbattuti e strani versi con la bocca, soprattutto quando l’animale (quello inseguito) si è fermato su una grata del marciapiede, per intenderci quelle che servono a far scorrere l’acqua piovana e a farci cadere le chiavi dentro, non ci si sarebbe potuto infilare nemmeno se fosse passato prima sotto a un rullo compressore, ma lui per un attimo ci ha creduto, fino a quando non ha ceduto all’abilità tattico-strategica del vecchietto e scappando ha voltato l’angolo. Il domatore di ratti si è voltato soddisfatto, impettito, ora il problema era di quelli dell’altra strada, lui aveva difeso gagliardamente il confine, non erano più cazzi suoi. L’eco di tali gesta riecheggia nel tempo, tanto che mentre scrivo, a distanza di un’ora, una signora dal balcone ragguaglia la vicina col seguente bollettino urlato a squarciagola “ce sta ‘n sorcio!”.

Non ho mai avuto grande simpatia per i ratti di fogna, ma io, se non si fosse già capito, ho tifato per il sorcio. Non riesco a non provare empatia verso chi è in difficoltà, per chi è destinato a perdere. Come in Caro Diario di Nanni Moretti “Stavo pensando una cosa molto triste: cioè che io, anche in una società più decente di questa, mi troverò sempre con una minoranza di persone. Ma non nel senso di quei film dove c’è un uomo e una donna che si odiano, si sbranano su un’isola deserta perché il regista non crede nelle persone. Io credo nelle persone, però non credo nella maggioranza delle persone: mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza”. Devo averlo fatto dire anche al protagonista di questo romanzo a puntate, da qualche parte, non che Spartaco Scimè sia il mio alter-ego, ma indubbiamente questi afflati di misantropia che mi assalgono come attacchi allergici al pollice opponibile, sono stati d’ispirazione. Volevo finire il post valorizzando il sentimento della minoranza elettiva, sottolineando come in tutte le civiltà degne di questo nome, anche il criminale più crudele e  flagrante merita un avvocato, e se tale modello di giustizia si è tramandato nei secoli è perché c’è sempre qualche romantico, irrazionale, egocentrico e masochista rompicoglioni disposto a spendere due parole per lui. Non male come finale, però non sapevo come incastrarlo, e dato che adesso sì, è l’ora giusta per una birra, la lascio appoggiata così, con le transenne e il nastro della municipale intorno, sperando che non vi scappi via qualche creatura del sottosuolo.

Quello che all’asilo non vi hanno mai detto – reprise

Le fiabe rispecchiano, attraverso metafore e allegorie, l’animo umano, e di conseguenza anche la sessualità, che dell’animo umano è parte integrante; Bruno Bettelheim (1903-1990), autorevole psicanalista (che compare nel ruolo di sé stesso in “Zelig” di Woody Allen), nel testo “Il mondo incantato” sosteneva che nelle fiabe dei fratelli Grimm sarebbero raccontati i miti freudiani, e quindi sarebbero sublimati anche i nostri istinti più “bassi”, perché come diceva lo stesso Freud, “Le pulsioni sono i nostri miti”.

Nobilitato da tale premessa, posso dare libero sfogo alla mia goliardia andando ad individuare quelle “particolari inclinazioni” individuabili nelle fiabe più note:

Cenerentola= fin troppo facile, feticismo: il principe è un retifista, un feticista del piede femminile e delle relative calzature. Uno che cerca la sua donna eclusivamente dall’osservazione del piede, nella ricerca del piede perfetto nella scarpa perfetta.

I vestiti nuovi dell’imperatore= esibizionismo. L’imperatore sfila nudo per le vie (pensando di indossare degli abiti speciali) mentre il popolo ne acclama la “naturale eleganza”.

La bella addormentata nel bosco= necrofilia: un principe che bacia quella che sembra una ragazza morta.

Il principe ranocchio= anche qui la soluzione è abbastanza semplice, zoofilia: una ragazza che bacia un rospo (o una rana/ranocchia, a seconda delle traduzioni), in alcune versioni il ranocchio si trasforma in principe dopo aver passato la notte sul cuscino della principessa, ovvero dopo essere stato a letto con la principessa. Jung, però (e per davvero), ne ravvisava la rappresentazione simbolica della perdita della verginità femminile.

Cappuccetto Rosso= travestitismo: il lupo che indossa gli abiti della nonna, e asseconda il gioco di ruolo rispondendo alle domande di Capuccetto Rosso sulle proprie caratteristiche fisiche (“che orecchie grandi che hai…”), inoltre il titolo della favola nonché il soprannome della protagonista sono un riferimento all’abbigliamento/travestimento.

Pinocchio= onanismo: Pinocchio è un burattino, nato da un intenso e solitario lavoro manuale (…) di Mastro Geppetto. C’è un’unica figura femminile nella sua vita, ed è una donna immaginaria (la fata turchina). La storia di Pinocchio è la storia della sua tensione e diventare carnale.

Raperonzolo= Scambismo ed esercizio della libertà sessuale. La cosa merita un approfondimento serio; ricordando solo la trama principale della fiaba non vi trovavo allegorie sessuali, fino a quando non ho letto il testo integrale, leggete questi estratti del prologo: “C’era una volta un uomo e una donna […] Un giorno la donna stava alla finestra e, guardando il giardino vide dei meravigliosi raperonzoli in un’aiuola. Subito ebbe voglia di mangiarne e, siccome sapeva di non poterli avere, divenne magra e smunta a tal punto che il marito se ne accorse […] Così, una sera, scavalcò il muro, colse in tutta fretta una manciata di raperonzoli e li portò a sua moglie. La donna si preparò subito un’insalata e la mangiò con avidità. Ma i raperonzoli le erano piaciuti a tal punto che il giorno dopo la sua voglia si triplicò. L’uomo capì che non si sarebbe chetata, così penetrò ancora una volta nel giardino”. A voler cercare necessariamente un’allusione si potrebbe pensare, con l’ausilio di una certa malizia, che i raperonzoli rappresentino uomini e amanti occasionali, e il marito vestire i panni di uno scambista ante-litteram, ma si tratta di esercizio di fantasia, fin quando il marito non viene beccato dalla maga, proprietaria del giardino in cui crescevano i raperonzoli (una moglie ignara delle avventure del marito?), la donna ascoltate le scuse dell’uomo rispose: “ti permetto di portar via tutti i raperonzoli che desideri, ma a una condizione: mi darai il bambino che tua moglie metterà al mondo”. Il collegamento verbale diretto tra l’uso dei raperonzoli e la nascita di un bambino vivifica l’impressione sopra esposta. Continuando a leggere la fiaba con la stessa chiave di lettura, si apprende una storia di ordinaria chiusura mentale, infatti Raperonzolo, la bambina che poi effettivamente nacque, fu cresciuta dalla maga e rinchiusa in una torre all’età di dodici anni, ovvero quando cominciava a diventare una donna, probabilmente per impedirle di diventare una “scostumata” come la sua vera madre, ma un principe trovò il modo di salire sulla torre aggrappandosi alle lunghe trecce di Raperonzolo; dunque, la tradizione orale e i fratelli Grimm non ci dicono che i due giovani fecero l’amore, altrimenti non starei qui a scrivere di simbologie, ma la cosa diventa alquanto chiara quando la maga, scoperte le visite clandestine che la sua figlia adottiva riceveva, ripudiò la ragazza che guarda un po’, dopo qualche mese partorì due gemelli, da sola e fra gli stenti, immagine tristemente suggestiva pensando alla situazione delle donne in quelle culture che non a caso hanno anche una rigida morale sessuale.

Qualcosa che mi piacerebbe non sentire più

Oggi comincia l’anno del dragone, e non so assolutamente cosa questo significhi; non credo agli oroscopi e men che meno a uno che mi indicizza sotto il poco onorevole segno della Capra, ad ogni modo quelli di seguito sono alcuni luoghi comuni che mi auguro di non sentire più in questo nuovo anno cinese (visto che quello gregoriano è già bruciato):

1-      Se è naturale non può far male; prendete l’amanita phalloides, è naturale, mica esistono i funghi artificiali, eppure ne basta un centimetro quadrato per ammazzare un uomo, ma non subito, dopo tre giorni, come una mossa segreta della sacra scuola di Hokuto, il tempo necessario di fare testamento e dire al mondo che si è stati tanto idioti da aver creduto che se qualcosa è naturale non può far male.

2-     Se è cinese è di scarsa qualità/ se è cinese fa male alla salute; non esiste merce, negli scaffali dei nostri negozi, che non abbia un qualche tipo di legame con la Cina. A Pechino esistono aziende legali che seguono norme non dissimili come rigidità a quelle occidentali , e infinite attività illegali che offrono merci a costi irrisori. La garanzia di qualità non la dà la provenienza della merce ma la responsabilità dell’azienda occidentale che compra/importa dall’oriente.

3-     Oggi ci si ammala di più rispetto a cinquant’anni fa; l’aspettativa di vita in Italia nel 1900 era quasi di 43 anni, 55 nel 1930, 65,50 nel 1959 e nel 2010 di 81 anni. E questo è quanto.

4-      Scusate ma questa è puramente personale; quando qualcuno mi offre un caffè e io lo bevo senza aggiungere zucchero, non ce la faccio più a sentire la seguente frase: Perché? È già tanto amara la vita?!, ok, la prima volta fa sorridere, la prima volta però…

Breve racconto poco Zen

Una  volta ho avuto un dialogo, tanto breve quanto surreale, con uno sconosciuto. Ero nel quartiere San Lorenzo a Roma, a via di Porta Labicana se la memoria non mi inganna, e una lunga scritta a spray rosso campeggiava su un muro condominiale. Un uomo la guardava incuriosito, avrà avuto circa cinquant’anni, e gli abiti che portava sembravano aver visto più cambi di stagione di lui, più per il taglio che per lo stato di conservazione. «Scusi» mi fa, proprio a me, che a poco più di vent’anni non ero abituato a sentirmi dare del lei, «Scusi se la disturbo, sa dirmi a chi si riferisce?», indicò la fine della scritta, una roba poco originale del tipo vi ammazzeremo tutti, io controllai il resto della proposizione, mi strinsi nelle spalle e la buttai lì: «Alla polizia», anche se vi era una leggera incertezza nella mia risposta, tipo un punto interrogativo tra parentesi, lo sconosciuto però non se ne accorse, mi guardò con interesse, ripeté la mia risposta e poi rilesse a mezza voce tutta la frase sul muro, come se stesse ripassando la parafrasi di un verso di Dante. «Sì, penso proprio che lei abbia ragione» disse all’improvviso raggiante. «La ringrazio tanto», aggiunse, e simulò di togliersi il cappello, che non aveva, in segno di saluto. A pensarci ora mi viene in mente quella scena di Brian di Nazareth in cui il protagonista viene beccato da un centurione mentre scrive una frase contro l’oppressore romano, e invece di essere arrestato per quello che ha espresso subisce una reprimenda per aver declinato male le desinenze latine, oppure, con un capitombolo pindarico, penso a un crononauta, uno scienziato del futuro che catapultato nel 2000 ha cannato l’abbigliamento. Ma la verità è che all’epoca pensai subito a uno squinternato, e la mancanza di indignazione o al contrario di compiacimento, per il contenuto della frase, ma solo la sincera soddisfazione per averne imbroccato l’analisi logica, mi affascinarono, e mi parve di intravederne un’invidiabile forma di saggezza.

Considerazioni a margine di una sbronza

L’idea è vecchia di dieci anni, ma si sta imponendo solo ora; dei micro dispositivi da areosol che vaporizzando una miscela (che può contenere nicotina) regalano un’esperienza paragonabile al fumo senza i relativi danni per la salute, ovvero le cosiddette sigarette elettroniche. Oggi mi è balenata in mente una domanda, che potrà suonare blasfema per qualche professore di italiano, ma che sinceramente giudico interessante al di là dell’effetto comico: ma oggi, con le sigarette elettroniche, Italo Svevo avrebbe scritto “La coscienza di Zeno”? La letteratura, come tutte le grandi imprese, nasce dall’inquietudine, che è innata nella natura umana e che non può essere lenita dalla tecnologia, ma inevitabilmente quest’ultima modifica le forme in cui essa si esprime. Foscolo avrebbe firmato “Gli ultimi tweet di Jacopo Ortis”? Il pescatore Santiago de “Il vecchio e il mare” di Hemingway, e soprattutto Ulisse, avrebbero usato un navigatore satellitare? L’Agostino di Moravia avrebbe liquidato i suoi turbamenti con una nottata su youporn (e tanti fazzoletti)? Madame Bovary si sarebbe accontentata dei fittizi tradimenti racchiusi in una finestra di chatroulette? Chissà se, oggi, il giovane Holden avrebbe chiesto dove vanno d’inverno le anatre di Central Park su Yahoo! Answers, o se Dorian Gray avrebbe ritoccato il suo ritratto con Photoshop. Chissà se Mattia Pascal avrebbe aperto un profilo facebook a nome Adriano Meis e se Amleto avrebbe cercato la risposta al suo dilemma su Google. Chissà se Voltaire sarebbe stato un amministratore di Wikipedia o si sarebbe limitato a creare una voce ogni tanto, e se Lutero avrebbe ottimizzato le novantacinque tesi per la visualizzazione su IPad. Chissà se avrei avuto speranze di entrare nel bloroll di Ennio Flaiano…

Ed ora una conclusione seriosa per far apparire tutto il resto meno cazzaro. La rivoluzione digitale – dalla seconda metà del novecento l’unica rivoluzione capace di stravolgere permanentemente la condizione di ogni classe sociale, più di quella sessuale con le sue sacche di recrudescenza reazionaria, più delle conquiste sindacali e dei lavoratori oggi rimesse in discussione – con le opportunità di accesso globale alla conoscenza, di comunicazione interpersonale, di maggiore dominio sul mondo fisico, spinge l’uomo a trovare il suo antagonista, o alleato, non più nel divino, nella natura o nel fato, ma solo e soltanto in sé stesso.

Phascolarctos cinereus

Era la fine degli anni ottanta, o i primissimi scampoli del decennio successivo, ero a casa di mia nonna a guardare la tv, e stranamente non davano un film con Jerry Lewis. Nell’ineffabile meccanismo che regola l’universo, c’era questo curioso effetto che mi materializzava a casa di mia nonna ogni qualvolta, nella fascia dieci-mezzogiorno, era prevista una pellicola del tipo Ragazzo tuttofare o Il Cenerentolo, e dubito che ci fosse un rapporto di causa-effetto, o che mia madre fosse segretamente in contatto con un responsabile dei palinsesti e stessero compiendo su di me un qualche tipo di esperimento pavloviano. Ad ogni modo, come già detto, quella volta non guardavo un film con Jerry Lewis, ma un documentario; in questo documentario, ad un certo punto, un koala scende dal suo eucalipto e arranca alla ricerca di un altro condominio vegetale. Mia nonna passò dalle parti del teleschermo ed esclamò: «Che carino quel cane!». «No nonna» le dissi io, «non è un cane. È un koala». La madre di mia madre guardò bene lo schermo e poi sentenziò perentoria: «No, è un cane». Rimanemmo per un tempo imprecisato a fissarci negli occhi sorridendoci, ma dietro quel sorriso io pensavo «Povera nonna, così ignorante che non sa nemmeno cos’è un koala», e mia nonna probabilmente pensava «Povero bambino, così stupido che non sa nemmeno riconoscere un cane»
Ieri un amico mi raccontava come suo nipote fosse stato beccato dalle maestre d’asilo mentre baciava in bocca una compagna. Non riuscivo a comprendere cosa ci fosse di così scandaloso, mi è stato risposto che non è un comportamento opportuno, soprattutto nei riguardi dei genitori della bambina; ok, mi sono fatto rispiegare la faccenda e… no, avevo capito bene, suo nipote non aveva baciato in bocca la madre della bambina, e quello sì sarebbe stato inopportuno, ma proprio la bambina, e ovviamente la cosa era stata consensuale, ciò nonostante al maschietto veniva riservata la reprimenda più severa; una concatenazione di elementi scontati per chi mi parlava, ma non per me, come quella frase finale, che da bambino avrò ascoltato mille volte e con la quale anche quel playboy col pannolino ha dovuto fare i conti: “Sei troppo piccolo per queste cose”. Ascoltando il suono di quelle parole mi è tornato in mente l’episodio che ho raccontato prima, e ho pensato che se mia nonna mi avesse detto “sei troppo piccolo per queste cose”, qualsiasi fossero le cose per cui ero troppo piccolo, mi sarei chiesto per quale diavolo di motivo quella vecchia talmente esperta del mondo e della vita da conoscere quattro animali al massimo, avesse accesso a delle attività a me precluse. O molto più semplicemente avrei fissato mia nonna e le avrei sorriso, pensando “sì, come no…”, e lei rispondendo alle mie pupille e ai miei denti da latte avrebbe pensato “certo che i bambini si bevono proprio tutto…”.
Poi ci sono sicuramente mocciosi che dicono “sì nonna, hai ragione tu, quello è un cane”, e ci credono sinceramente, nonostante la scritta in sovraimpressione ripetuta 10 volte e il commentatore che si sgola: “non crederle, è un koala! Uno stracazzo di koala! K-o-a-l-a!”. Immagino che quei bambini, crescendo, diventino quel genere di adulti che ti guarda con sospetto quando dimostri di sapere qualcosa che loro non sanno. “Studi chimica?” ti senti chiedere con diffidenza da questi individui perché magari, chiacchierando del clima e del caldo, ti è scappato che i metalli col calore si dilatano. Non sono stupidi o ignoranti, generalmente sono persone determinate e ferrate nei loro campi, ma sfugge alla loro comprensione come qualcuno possa interessarsi a qualcosa  senza che da tale studio possa trarsi un guadagno tangibile. Loro non capiscono, e quindi hanno paura. Io invece odio loro, come la burocrazia o i balli di gruppo. E così quando a quello dei metalli dico che no, non studio chimica, e un po’ per sdrammatizzare e un po’ per vaffanculo sto per aggiungere che sarebbe stato più appropriato chiedermi se studiavo fisica, quello se ne esce con un “Allora come lo sai?”. Per anni ho combattuto con l’incubo di questa domanda, non sapevo mai darvi risposta, per me era l’equivalente concettuale dell’oblio; non ricordo in quale cazzo di occasione ho appreso che i metalli si dilatano col calore, o quando ho letto che la capitale della Somalia è Mogadiscio e così via. Dopo anni di meditazione penso di aver trovato la risposta corretta, che tra l’altro, come spesso accade, era anche la più semplice: “Perché mi piace sapere le cose”. Finora mi è capitato poche volte, ma quando ho avuto la fortuna di mostrare la mia pietra filosofale, ho percepito nel mio interlocutore uno spiazzamento totale, con mio sommo piacere, perché c’è solo una cosa che mi piace di più di sapere le cose: destabilizzare quelli che mi guardano con sospetto quando dimostro di sapere qualcosa che loro non sanno.

La logica che mi sfugge

La notizia è stata riportata da “Il Fatto Quotidiano”; i giornalisti di Radio Rai sarebbero stati intimati, per mezzo di una lettera firmata dall’assistente del direttore di Radio Rai 1 e dei radiogiornali, a non pronunciare le parole preservativo e profilattico, per giunta nella giornata mondiale contro l’Aids, ma di limitarsi a dei generici riferimenti alla prevenzione. Alcuni giornalisti si sono rifiutati di sottostare all’indegno e insensato diktat e hanno reso pubblica la cosa attraverso i loro sindacalisti. Non si conosce il motivo dell’imposizione, ma è difficile pensare che non vi sia una matrice ultra-cattolica dietro. Premesso che ritengo la maggior parte dei cattolici praticanti più aperti e intelligenti dei loro massimi esponenti (e verrebbe da pensare che è un segno dei nostri tempi, come la classe diretta sia spesso migliore della classe dirigente), decido di fare quattro passi virtuali tra i forum e i siti degli integralisti cattolici cercando considerazioni sul tema del preservativo. Che ritengano l’anticoncezionale immorale non mi ha stupito, ma mi si è lussata la mascella leggendo più volte una conclusione di cui mi sfugge la logica: il preservativo incentiva la fornicazione. Il preservativo incentiva la fornicazione. Il preservativo incentiva la fornicazione. Come dire che il consumismo è causato dalla disponibilità di buste per la spesa. C’è qualcuno poi che sostiene (qui) che tale dogma è da ritenersi valido solo in occidente, molto probabilmente perché sa che vietare il preservativo in Africa significa condannare milioni di persone a una malattia atroce, non proprio una cosa cristiana.

Sul tema Vaticano e sessualità rimando anche a questo vecchio post.

Di calzoncini rossi e blu

Se avessi fatto Lettere, avrei chiesto la tesi in linguistica, con un lavoro incentrato sulle mutuazioni dai gerghi sportivi. A sorpresa, nella mia tesi, si sarebbe letto che lo sport che ha prestato più termini ed espressioni all’italiano quotidiano, non è il calcio ma il pugilato. Saper incassare i colpi, mandare qualcuno al tappeto, metterlo alle corde, gettare la spugna, salire sul ring, rifugiarsi nell’angolo, parare o schivare i colpi, appendere i guantoni al chiodo, essere o incontrare uno sparring partner, affrontare un peso massimo, sferrare un gancio, salvato dal gong; sono tutte espressioni nate sul e per il quadrato, ma normalmente usate in senso figurato in altri sport o nel linguaggio comune. La cosa non è spiegabile solo col fatto di essere uno degli sport più antichi, questo non giustificherebbe termini relativamente moderni (e anglofoni) come il Knock-Out, ovvero il notissimo K.O. La forza del pugilato è di essere una rappresentazione ancestrale; due uomini che si prendono a cazzotti davanti a una folla, cosa c’è di più primitivo, ma al tempo stesso di più sublime? Attraverso la rappresentazione codificata della violenza l’uomo sublima e soddisfa i suoi istinti brutali. E’ una cosa comune a tutti gli sport, ma nel pugilato non vi sono elementi di astrazione che allontanano da questa comprensione, come reti, palloni o linee convenzionali, guardi un incontro di boxe e sai che stai vedendo due uomini picchiarsi, senza mezze misure. In questo senso il pugilato più che essere una nobile arte, è un mestiere eroico, ed eroici sono coloro che salgono sul ring, magari senza la prospettiva di una carriera brillante ma con quella, in tarda età, di una demenza che i manuali di neurologia chiamano appunto del pugile, con un’incidenza del trenta percento dei pugili professionisti. Queste considerazioni rispecchiano quello che penso di tutte le altre rappresentazioni simboliche della violenza umana, che esorcizzando gli istinti distruttivi e predatori li disinnescano. Per questo mi viene la pelle d’oca quando sento della Clinton che si scaglia contro l’ultimo titolo della Rockstar Games o Alemanno che attribuisce all’emulazione della serie “Romanzo Criminale” l’incremento di atti criminosi nella capitale. Come coloro che criticano la televisione basandosi sul testo di Karl Popper “Cattiva maestra televisione”, senza considerare che nel testo viene stilata una lista di programmi che avrebbero dovuto corrompere e desensibilizzare i giovani sulla violenza, tra questi il noto cartone animato “Tom & Jerry”; secondo Popper la mia generazione e le precedenti si sarebbero dovute estinguere a suon di martellate in testa. Insomma, non tutti i bambini che giocano alla guerra diventano soldati.

Discorso sul Discorso del Re

Questo post contiene lo spoiler del film “Il discorso del re” di Tom Hooper.

Il lungometraggio, vincitore dell’Oscar 2011 per il miglior film, è una pellicola lineare e scontata, ogni tanto viene regalata un’inquadratura interessante, ma la sceneggiatura procede sui binari della prevedibilità, un hollywood movie vestito di fumo di Londra. Quello che mi interessa qui descrivere, è però, il finale; il re Giorgio VI, padre dell’attuale regina Elisabetta II, si trova nella spiecevole situazione di informare via radio il proprio popolo dell’entrata in guerra contro la Germania nazista. Il discorso del re, nonostante egli sia balbuziente, fila liscio, anche grazie all’aiuto del suo logopedista. Re Giorgio, soddisfatto, esce dalla sala di registrazione e tutti i presenti gli tributano un applauso convinto, fino all’apoteosi, ovvero l’ovazione della folla fuori i cancelli della residenza reale. Tutto è cucito in maniera tale da esaltare la vittoria personale del re sulle proprie insicurezze, ma il contesto implica un interrogativo che potremmo definire di filosofia etica della sceneggiatura; è giusto dare priorità a un dramma personale rispetto a quello di milioni di persone, ovvero la guerra? Fottersene bellamente di un evento che farà perdere la vita a milioni di persone (e sottolineo come nel film fosse ancora vivo il ricordo della grande guerra, quindi si sapeva bene cosa fosse un conflitto) per essere contenti di aver letto senza intoppi la filastrocca, potrebbe descrivere bene un personaggio sociopatico, ma la musica, l’applauso degli astanti e il tripudio della folla sono artifizi registici per montare l’emozione dello spettatore e favorirne l’immedesimazione col protagonista, e anche questo di per sé non sarebbe un problema se non fosse che dopo ci sono i titoli di coda, e non è stato ristabilito il giusto ordine d’importanza delle cose. Lungi da me pensare che ci fosse volontà da parte dello sceneggiatore (David Seidler, specializzato in storie regali) di sminuire l’importanza e la drammaticità della seconda guerra mondiale, ma quel finale, montato in quel modo, è “disonesto”; non si tratta de “Una giornata particolare”, che racconta la fugace passione di un uomo e una donna mentre in sottofondo vengono diffuse le parole di Mussolini durante la visita di Hitler a Roma, no, nel “Discorso del re” la persona deputata a dichiarare una guerra e comunicarlo alla propria nazione si compiace di come lo ha detto, senza porre la minima preoccupazione su cosa abbia detto, il trionfo della forma sulla sostanza, e se questo sarebbe accettabile da parte di un personaggio, non lo è se il regista tenta di spacciare come “accetabile”, “naturale” e “oggettiva” questa situazione. In sintesi ritengo regista, sceneggiatore e produttori, colpevoli di non aver prestato rispetto al pubblico, negandogli il realismo dovuto (tutti gli elementi storici combaciano con quelli raccontati, in questo quadro lo spettatore si abbandona e accetta ciò che vede come una ricostruzione, anche se filtrata dall’estetica dell’autore), solo per poter confezionare un prodotto più dolce, ma pieno di edulcoranti artificiali.

P.S. Se qualcuno vorrà esporre una posizione diversa sarò ben lieto di leggerla, purché, cortesemente, argomentata.

Cinque idee idiote che non brevetterò

Alcuni spunti per dei brevetti assurdi ed antieconomici che proprio in virtù di queste caratteristiche potrebbero essere stati già depositati:

Un alloggiamento sim per occhiali da vista e da sole, in maniera da potergli fare uno squillo quando non li trovi.

Orologio da polso con Gps che si aggiorna da solo quando si cambia fuso orario.

Telecamera da cruscotto con software per riconoscimento viso (come quello delle macchinette fotografiche) per l’auto-regolazione degli specchietti a secondo dell’altezza e postura del guidatore.

Hard-disk a forma di Vhs con porta a testina magnetica, per trasformare i vecchi Vcr in moderni registratori Hd.

Armadio collegato via bluetooth (o altro protocollo wireless) a un sensore esterno per la rilevazione di temperatura, umidità e vento, finalizzato a suggerire all’utente gli abiti ideali da indossare.

Scambi di persona a Roma Est

Nella mia vita romana ho abitato con un sacco di gente, e per un breve periodo (non ricordo quanti giorni ma sicuramente pochi) ho diviso bagno e cucina con questo tipo nella foto, al secolo Roan Johnson, all’epoca studente del centro sperimentale di cinematografia, poi diventato sceneggiatore, scrittore e apprendo dal suo sito ultimamente anche regista di un lungometraggio. Ma questo post verte sul suo libro pubblicato da Einaudi “Prove di felicità a Roma est”, romanzo di fantasia, ma non completamente, come non lo sono quasi tutti i romanzi; gli elementi autobiografici in questa storia sono i luoghi. I quartieri in cui il protagonista ha vissuto nei suoi primi tempi a Roma sono gli stessi dell’autore. Considerate le premesse ho temuto la lettura del libro, poi mi sono finalmente deciso a sfogliarlo in libreria e ho trovato quello che è stato il mio appartamento per quasi dieci anni al capitolo venti, coincideva tutto; il quartiere, le condizioni di approdo del protagonista/autore (in subaffitto mentre il legittimo proprietario della stanza era in Sud America, in Argentina per la precisione), la descrizione della stanza, del terzo coinquilino e la presenza di un’iguana in un rettilario (in realtà erano tre, due nella teca e uno latitante sul balcone). Io però sono diventato un bulgaro laureato in ingegneria informatica dedito all’autoesilio nella sua stanza, perennemente su internet. E fin qui avrei anche tollerato la licenza narrativa, ma quello che non mi è andato giù è che alla fine del capitolo mi rivelo uno scroccone; ora, caro Roan, visto che non mi hai mai dato i venti euro che non ti ho mai chiesto, io non sborso i sedici euro e cinquanta del prezzo copertina. Ecco siamo pari. Anzi, mi devi tre euro e mezzo di differenza. Con simpatia, Barabba Marlin.

Secondi fini

In questi giorni torna con vigore il tema del Web come incarnazione, anzi, incircuitazione, dello spirito democratico. Il discorso non è così semplice; se è vero che il mezzo permette una partecipazione quasi globale, è anche vero che la circolazione dell’informazione è influenzata dall’attività di poche fonti, almeno in Italia (ma parlare di uno stato nazionale come realtà a sé stante non è forse già un fallimento del sogno internettiano?). Nel nostro Paese ci sono almeno 5 grandi fonti alle quali è affidato il 90% dell’informazione, 5 information gates (non so se esiste l’espressione, ma suona bene ed è spacciabile come gergo tecnico, il che dà al mio ragionamento una marcia in più alla macchina della persuasione, euristica dell’esperto si dice in gergo, questo però non inventato), tra i quali Repubblica.it e il sito di Beppe Grillo. La scintilla parte da questi siti per poi far esplodere le polveri di blog, facebook, twitter e via dicendo. E quando un’informazione nasce dal basso, non di rado, essa diventa ufficiale solo quando viene ripresa dagli information gates. Discorso diverso per la satira, i video, l’e-cazzeggio, che fanno a meno della canonizzazione dei gates, come se il cittadino elettronico italiano fosse sempre pronto a scherzare col vicino al bar, ma per parlare di cose serie si affida a fonti che ritiene serie, e con le sue legittime ragioni, si pensi alla bufala pseudoscientifica del terremoto a Roma dello scorso maggio. Altro gate è Wikipedia, che in Italia è fonte primaria di sapere digitale, eppure bisognerebbe prestare attenzione all’affidarsi ciecamente a tale fonte, perché la struttura del sapere aperto di Wiki non mette sufficientemente al riparo da voci inventate, come testimoniano clamorosi scivoloni, come quello di Ségolène Royal che l’anno scorso citò l’inesistente naturalista e umanista Léon Robert de L’Astran.

Ma ora veniamo a noi e al senso del titolo di questo post; tutto quello che ho scritto finora era solo per darmi un tono e poter strillare senza sensi di colpa tutta la mia indignazione verso quella categoria di utenti che pubblica pagine o interi siti copiaincollando articoli in inglese tradotti con Google Traslate, senza prendersi nemmeno la briga di trasporli in italiano corrente. Se c’è qualcuno tra di voi (perché spero che qualcuno di voi mi stia leggendo) che pensa di fare una cosa geniale e utile alla comunità internettiana, a voi va la mia più sincera compassione, tutti gli altri che lo fanno per guadagnare 2 centesimi l’anno con Ad-Sense sappiate che vi schifo, occupate server e domini abusivamente, siete i venditori di pacchi nell’autogrill del villaggio globale, siete utili come un buco di culo su un gomito (citazione da Kill Bill di Tarantino, perché io specifico quello che cito, io).

P.S. uno psicologo informatico mi saprebbe dire perché il traduttore di Google si rifiuta di tradurre l’espressione “Keep it real” (nella foto)?

Wall-screen

L’altro giorno ho accompagnato un amico in un centro commerciale e sono rimasto sconvolto dal wall screen sul muro di un negozio di arredamento, per intenderci appartenente alla catena scandinava, il cui proprietario è uno degli uomini più ricchi del mondo, e che fa del rispetto dell’ambiente uno dei punti di forza del proprio marchio. Il maxi-schermo è ancora più grande di quelli usati per i megaraduni e i concerti, soltanto che è acceso sempre. Alla chiusura del centro commerciale, a luci spente, il maxi-schermo continuava a illuminare il piazzale antistante. La cosa mi ha fatto pensare all’argomento usato dagli sparuti sostenitori del nucleare in questi giorni; anche ammettendo un ricorso intensivo alle fonti rinnovabili, esse non potranno supportare la domanda di energia delle nostre società, né oggi, né tanto meno domani quando sarà nettamente maggiore. Ma chi ha detto che dobbiamo necessariamente consumare più energia? Il progresso tecnologico non è soltanto la possibilità di avere dispositivi più economici, potenti e versatili, ma anche più efficienti come consumi. Oggi andiamo a colmare il guadagno marginale di consumo energetico dato dai dispositivi più avanzati, aumentando il numero stesso dei dispositivi. In sintesi il progresso tecnologico corre più in fretta di quello sociale. Gli esperti di economia obbietteranno col seguente ragionamento; il progresso tecnologico, e quindi la possibilità di avere dispositivi più efficienti, è mosso dal mercato, se si inibisce la domanda si rallenta anche la ricerca del risparmio energetico. Un ragionamento lineare, ma modellato sulla realtà del libero mercato più sfrenato, che in questi anni ha dimostrato tutta la sua fallibilità. Consumare più che si può oggi per poter consumare ancora di più domani, la stessa filosofia che ha permesso le speculazioni finanziarie che poi hanno portato ai risultati che tutti conosciamo. Ma tornando al maxi-schermo, Roma si sta riempiendo di monitor lcd per un uso quanto meno improprio; schermi che da dietro le vetrine di supermercati, agenzie di scommesse e immobiliari, rimandano immagini statiche delle migliori offerte, lavoro che i vecchi cartonati facevano a costo zero. Mi pare che ci sia una imposta che le attività commerciali pagano per il numero e la metratura delle vetrine, perché non introdurre, almeno per i centri commerciali, una quadratura anche per i monitor? O meglio; si stabilisce la superficie massima possibile per un’attività, calcolata in base all’ambito commerciale (è normale per un negozio di elettronica “mostrare” la propria merce in funzione) e alla grandezza del negozio stesso, superata la metratura consentita il negozio potrà comunque continuare a piastrellare le proprie mura con gli schermi a lcd, ma dovrà sopperire al consumo “non essenziale” di energia con una produzione propria, per capirci un 40 pollici in più nel negozio, un pannello solare in più sul tetto. Capisco che si tratterebbe di un fronzolo burocratico in più, e in questo paese ne abbiamo già fin troppi, ma dovremmo cominciare a pensare a sistemi che inducano a discernere tra consumo essenziale e non-essenziale, tutelando il primo e rendendo comunque possibile e sostenibile il secondo.

Mio padre

“Non bisogna avere paura della morte, perché se c’è lei non ci siamo noi, e se ci siamo noi non c’è lei”. Più o meno così. Comunque Epicuro. Una volta ho vinto un bacio per aver indovinato l’autore di questa massima, un bacio volante, di quelli che non contano nulla, di quelli che non puoi annoverare tra i trofei di caccia, eppure me lo ricordo benissimo… mi pare di aver capito una cosa alla morte di mio padre, dai ricordi degli amici veri, che si sciolgono nel ricordare gli eventi più semplici; ho capito che proprio lì, nella leggerezza, che pulsa più forte la vita. Un’altra cosa che ho capito in questi giorni è che la morte è un miracolo della natura; vegliare sul proprio genitore nei suoi ultimi giorni è un atto istintivo come lo fu per lui accudirti nei tuoi primi giorni. C’è una logica, un citerio, una forza che collega i due eventi superando lo spazio ed il tempo, le convinzioni personali ed universali, ed è la stessa forza che unisce gli atomi in molecole, le molecole in cellule, le cellule in tessuti, i tessuti in organi, gli organi in corpi, ed è la stessa forza che ne determina la disegregazione. Alcuni, tra cui io, per esigenze esplicative la chiamano semplicemente Natura.
Addio papà e grazie, tra le altre cose, per le uscite in barca alle sei del mattino, per avermi accompagnato a scuola con le tue Ritmo scassate, per i “non ti preoccupare, ci penso io”, e scusa se, una volta tanto, a te ci ho pensato io.