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il mattone nel parcheggio dell’autogrill

E con quello di Renzi salgono a 3 i partiti che riportano il toponimo “Italia” nel nome.

Un tempo il nome di un partito ricordava l’ideologia di riferimento (liberale, socialista, comunista, repubblicano, monarchico, cristiano…), va be’, dici le ideologie sono morte, ma neanche la fantasia si sente tanto bene però. Eh sì che in politica ci sono molti più esperti di comunicazione rispetto a un tempo, si fanno ricerche, analisi, focus group, quindi ne deduco che i miei connazionali proprio desiderano che gli venga ricordato in che Stato abitano, hai visto mai si confondano con il Canada, La Norvegia, la Nuova Zelanda… ed effettivamente da quando Di Maio ha abolito la povertà il dubbio viene; confondere Tor Bella Monaca con Zurigo è un attimo eh.

Tutti a dirci che il genio italico è svanito, sfumato, dissolto nel vento, il Made in Italy depredato, svenduto, mortificato; eppure abbiamo sotto gli occhi una delle più brillanti trovate imprenditoriali degli ultimi decenni: l’Italia, cioè l’Italia proprio come brand. Il nome di un paese che non vale niente, sommerso dai debiti e dalla monnezza, avvelenato nel corpo e nell’anima, eppure… eppure c’è mezza nazione che pensa che dei disperati di un altro continente mollino gli affetti, affrontino un viaggio disperato, spesso mortale, per cosa? Per venire in Italia… ma quelli non sanno nemmeno dov’è l’italia, che forma ha, se è su un’isola o su una montagna, avranno sentito il nome, quello sì, perché… perché il cibo, mizzica, la storia, li mortacci, l’arte, maremma maiala, la moda, cazzofiga.

Per crederci meglio ce lo siamo raccontati tra di noi, ci siamo venduti a vicenda il mattone nel parcheggio dell’autogrill. Ci abbiamo perfino chiamato tre partiti politici.

Alessandro Manzoni avrà anche regalato la lingua all’Italia, ma è Piero che gli ha insegnato a vendersi, e a campare.

C’era una volta…

C’era una volta un vecchio saggio che venne folgorato da un’idea: “se tagliassimo i costi della politica potremmo risanare il debito del nostro Paese, e vivere felici per sempre”, alcuni coraggiosi cavalieri e impavide dame, non corrotti dal malvagio re e dai professoroni di corte, strinsero un sacro patto col vecchio saggio e partirono alla conquista del Castello dei Castelli. Dopo mesi di battaglie senza esclusione di colpi, i coraggiosi cavalieri e le impavide dame riuscirono nel loro intento, e facendo un’alleanza con gli oscuri spiriti del Nord, sedettero sul trono e tagliarono i costi della politica (forse, boh, non so, ma facciamo finta di sì) e… e niente, il debito aumentò segnando un record senza precedenti, tanto che anche l’alleanza dei Regni richiese un ingente obolo a titolo di sanzione, e i sudditi vissero ancora più infelici e indebitati, perché questo è il destino che merita chi è tanto coglione da credere alle favole.

Spin-off: il vecchio saggio, che era in realtà un saltimbanco disoccupato, quando si accorse che il suo disegno stava prendendo vita, fischiettando si allontanò…

Appunti preliminari per un’antropologia del grillominkismo

Anche se ormai ho abbandonato il commento dell’attualità politica su questo blog, vorrei tuttavia condividere con voi alcune considerazioni, che ho maturato negli ultimi mesi, su quella tipologia italiana che vado a definire come Grillominkia. Il significato di tale termine è abbastanza intuitivo, soprattutto per chi frequenta assiduamente il Web e ne conosce il gergo; la radice Grillo si riferisce a Beppe Grillo, il resto della parola richiama il termine “Bimbominkia”, usato per indicare chi in chat o forum ha un comportamento infantile, che si riflette anche e soprattutto nella forma grafica, caratterizzata da infiniti punti di sospensione e punti esclamativi, uso smodato delle maiuscole, sostituzione delle C con le K anche quando la terza lettera dell’alfabeto non è seguita da una H (il che rende comprensibile la traslitterazione qualora si voglia o si debba risparmiare un carattere), e uno sdoganamento pressoché totale dell’errore grammaticale. Il grillominkia non è il semplice elettore o eletto del Movimento 5 Stelle, non è sufficiente nemmeno la lettura quotidiana del blog di Beppe Grillo; il grillominkia è colui che sbandierando lo slogan “uno vale uno” accetta, più o meno coscientemente, che Grillo, parafrasando Orwell, valga più uno degli altri. Ho individuato alcuni idealtipi del grillominkia, sono ovviamente delle tipologie pure, la personalità di un grillominkia reale si muove all’interno del poligono che possiede i seguenti vertici:

Grillominkia digitale: l’assioma esistenziale di questo grillominkia è che la civiltà non è nata con la parola, col fuoco, la ruota o la moneta, bensì col modem 56k. La sua parola più frequente è “rete”. Tutto ciò che storicamente viene prima della rete è sbagliato, tutto ciò che oggigiorno è esterno alla rete è sbagliato e in più malvagio. Spesso vede dovunque congiure e cospirazioni di carattere planetario (Bilderberg e New World Order). Il suo unico canale di informazione è ovviamente la rete, ma talvolta, o per una carenza di strumenti cognitivi o per deferenza verso il dio rete, non distingue le informazioni dalle bufale (vedi sottocategoria Grillominkia micro-chip)

Grillominkia anti-casta: il delirio di persecuzione di questo grillominkia non è di carattere internazionale ma più modestamente italico. Il grillominkia anti-casta vede una minaccia in chiunque abbia, o abbia avuto, una tessera di partito o sindacale, sia egli effettivamente un corrotto criminale che un misero e impotente cittadino come lui. Questa tipologia attribuisce alla cosiddetta Casta qualsiasi suo fallimento o frustrazione, ma è soprattutto il denaro ad ossessionarlo; per lui eliminando i rimborsi elettorali si risolverebbero i problemi strutturali del nostro Paese. Vuole il reddito di cittadinanza e lo finanzierebbe con i rimborsi elettorali, darebbe internet a banda larga gratis per tutti coprendo i costi con i rimborsi elettorali, eliminerebbe tutte le tasse tanto ci sono i rimborsi elettorali! Pensa che i rimborsi elettorali siano così cospicui che un partito, primo fra tutti il Pd, possa permettersi di pagare degli individui col compito di criticare il M5S anche solo con un tweet. La sottocategoria dei grilliminkia ragionier Filini raccoglie quei soggetti che, partendo dal quadro ossessivo finora descritto, provano sollievo solo nello spulciare, con solerzia notarile, note spesa e rendiconti dei propri eletti. Un tentativo di discussione politica con loro si trasforma sempre in un corso di aggiornamento per commercialisti. Per loro dimostrare che il proprio eletto non ha intascato un solo centesimo in più equivale al risanamento del debito pubblico. La sottocategoria dei grilliminkia No-E (no equitalia, no euro) sogna lo smantellamento dell’attuale sistema economico, non preoccupandosi però, di offrire un progetto sostitutivo fattibile. L’ultima sottocategoria individuata, probabilmente la più numerosa, è quella del grillominkia mangia-partiti: tale soggetto non si accontenta di eliminare i privilegi del sistema partitico, egli è un vero e proprio iconoclasta della forma partito, e infatti non manca mai di ricordare che il M5S è un movimento e non un partito. È una categoria verbalmente aggressiva (seconda solo al grillominkia cripto-fascista), ma è anche quella che maggiormente accusa il colpo quando gli vengono fatte notare le contraddizioni del movimento, quali la mancanza di democrazia interna. Al culmine della rabbia il grillominkia mangia-partiti produce un verso che generalmente segna la fine della diatriba (almeno sul piano della dialettica razionale): “Troll!”.

Di fronte all’evidente monarchizzazione del Movimento, le categorie viste finora superano la dissonanza cognitiva con un trasfert sui mass-media; se Beppe Grillo viene fuori con uno dei suoi proclami da ventennio nero, il grillominkia accusa la stampa e i telegiornali di aver decontesualizzato e manipolato la dichiarazione, anche prima che la stessa venga effettivamente ripresa dai soggetti in questione. Ma vi sono almeno due categorie che promuovono l’autocrazia di Grillo:

Grillominkia cripto-fascista: categoria aggressiva e violenta anche con altri grilliminchia, è dedita all’attività minatoria attraverso commento anonimo, specie se si tocca l’argomento cittadinanza. Attacca gli esponenti politici avversari con appellativi omofobi, razzisti e volgari. Ambisce alla rivolta armata. Cita sempre la guerra civile del momento prefigurando una situazione simile per l’Italia nell’immediato futuro.

Grillominchia mistico: come in tutte le dittature vi è un manipolo, più o meno folto, che sviluppa un’adorazione religiosa nei confronti del leader. I reperti associabili a questa categoria sono quasi completamente contenuti nei commenti al blog, alquanto ripetitivi a dire la verità, come del resto tutte le preghiere: “W Beppe”, “Forza Beppe”, “Grillo sei tutti noi” e via dicendo. Si noti che questi reperti, comprese versioni più articolate, sono sempre avulsi dall’argomento trattato nel post. Per scuotere un grillominkia mistico dalla sua catarsi è necessaria la blasfemia; non argomentazioni inoppugnabili ma solo l’attacco diretto a Beppe Grillo riescono a strapparlo dalla contemplazione, allora il grillominchia mistico può uscire dal tempio del blog e ammonire gli infedeli con frasi del tipo “dovreste solo dire grazie a Grillo”, “Vergogna!” e il celeberrimo “Sveglia” seguito da un numero imprecisato di punti esclamativi.

Breve racconto autobiografico da 64 kb

Da bambino andavo spesso a giocare da un compagno di scuola, scuola elementare ovviamente, un bravo ragazzo figlio di coltivatori diretti. Erano molto poveri, ciò nonostante era l’unica persona che conoscessi che possedeva un Commodore 64, che all’epoca chiamavamo semplicemente computer, oddio, l’avverbio usato non rende bene l’idea, perché all’epoca il termine computer incuteva un religioso rispetto, tanto per rendere il concetto in quegli anni si usava un adagio, poi lentamente tramontato con l’aumentare della complessità dei processori, che suonava più o meno così: “i computer non sbagliano mai”. Seppure le prestazioni di quel dinosauro dell’informatica oggi sarebbero uguagliate da un telefonino di fascia bassa da spento, a noi il fenomeno di quei pochi pixel sullo schermo a cui attribuivamo i significati di uomini, mostri, armi e mondi interi e che obbedivano ai nostri comandi attraverso l’inclinazione di una sorta di cazzo di plastica a due bottoni, costituiva la prova che un futuro fantascientifico ci aspettava dietro l’angolo. Fatto sta che un giorno, mentre attendevamo il loading di una cassetta, sentimmo dei rumori provenire dall’orto, il mio amico andò a controllare, io lo seguii, e ci si presentò la seguente scena; il suo cane, un vecchio volpino attaccato a una catena, girava freneticamente in tondo ringhiando contro il nulla, mentre a pochi centimetri un gatto bianco giaceva inerme con la testa in una pozza d’acqua appena tinta di sangue. Io chiesi se quel gatto fosse di uno dei vicini, e lui mi rispose di no, che era il loro gatto, e che era cresciuto insieme al cane, insieme al suo assassino. Poi mi disse di tornare in casa, un velo di tristezza gli coprì gli occhi ma tentò lo stesso di sorridermi, di essere cordiale; aveva la mia stessa età, ma in quel momento mi parve più adulto degli adulti, che sapesse della vita molto più di quanto ne avessi capito io, e di quanto ne avrei capito in futuro. Stupidamente pensai che quella tastiera, a cui attribuivo poteri magici e che intimamente gli invidiavo, lui se la meritasse molto più di me. Tornammo in casa e facemmo il record a Golden Axe.

Breve racconto poco Zen

Una  volta ho avuto un dialogo, tanto breve quanto surreale, con uno sconosciuto. Ero nel quartiere San Lorenzo a Roma, a via di Porta Labicana se la memoria non mi inganna, e una lunga scritta a spray rosso campeggiava su un muro condominiale. Un uomo la guardava incuriosito, avrà avuto circa cinquant’anni, e gli abiti che portava sembravano aver visto più cambi di stagione di lui, più per il taglio che per lo stato di conservazione. «Scusi» mi fa, proprio a me, che a poco più di vent’anni non ero abituato a sentirmi dare del lei, «Scusi se la disturbo, sa dirmi a chi si riferisce?», indicò la fine della scritta, una roba poco originale del tipo vi ammazzeremo tutti, io controllai il resto della proposizione, mi strinsi nelle spalle e la buttai lì: «Alla polizia», anche se vi era una leggera incertezza nella mia risposta, tipo un punto interrogativo tra parentesi, lo sconosciuto però non se ne accorse, mi guardò con interesse, ripeté la mia risposta e poi rilesse a mezza voce tutta la frase sul muro, come se stesse ripassando la parafrasi di un verso di Dante. «Sì, penso proprio che lei abbia ragione» disse all’improvviso raggiante. «La ringrazio tanto», aggiunse, e simulò di togliersi il cappello, che non aveva, in segno di saluto. A pensarci ora mi viene in mente quella scena di Brian di Nazareth in cui il protagonista viene beccato da un centurione mentre scrive una frase contro l’oppressore romano, e invece di essere arrestato per quello che ha espresso subisce una reprimenda per aver declinato male le desinenze latine, oppure, con un capitombolo pindarico, penso a un crononauta, uno scienziato del futuro che catapultato nel 2000 ha cannato l’abbigliamento. Ma la verità è che all’epoca pensai subito a uno squinternato, e la mancanza di indignazione o al contrario di compiacimento, per il contenuto della frase, ma solo la sincera soddisfazione per averne imbroccato l’analisi logica, mi affascinarono, e mi parve di intravederne un’invidiabile forma di saggezza.

Il soliloquio della tenia nel ventre dell’agente di polizia Bruce Robertson

Dedicato a tutti gli agenti di pubblica sicurezza, come quelli impegnati ora a Terzigno. Dedicato a tutti i poliziotti; quelli che la notte non riescono a dormire, quelli che dormono benissimo e quelli che dormono solo se glielo ordinano.

Come potrò perdonarti? Ma devo perdonarti. Conosco la tua storia. Come ti posso perdonare… ma devo. Lo devo? Come posso perdonarti? Perdonare ti devo. Devo farlo? La tua storia. E’ incominciata in un piccolo villaggio minerario che si chiama Nittin, poco lontano dalla bella città di Edina. Eri il primogenito, nato in circostanze travagliate da Ian Robertson e Molly Hanlon. Gente di miniera. Tu eri il primogenito ma qualcosa non funzionò. Erano persone abituate a lottare nella vita. Niente, però, poteva prepararle al trauma che sarebbe toccato loro. Le genti delle comunità minerarie erano ben consapevoli del proprio stato. Sapevano che in tutta la storia le classi al potere avevano sempre badato ai loro interessi; agli aristocratici proprietari della terra da cui i minatori estraevano il carbone e i capitalisti proprietari delle fabbriche che vivevano rifornite di quella fonte di energia. Molto di rado, per non dire mai, il governo prendeva le parti di quelli che lavoravano in fabbrica o estraevano il carbone. Tuttavia, alcune battaglie i minatori le vinsero perché si unirono e diventarono forti e compatti. Poi, nell’unica occasione in cui non lo furono, persero tutto. Ma la tua famiglia, Bruce, perse tutto già nel momento in cui ebbe qualcosa. Così vieni da un borgo minerario e da una famiglia di minatori. Sei persino sceso in miniera quando hai lasciato la scuola. Però quando la polizia intervenne contro di loro per imporre le nuove leggi antisindacali a vantaggio dello stato, e spezzò la resistenza dei minatori che picchettavano contro la chiusura delle miniere, tu non eri dalla parte dei lavoratori. Eri dall’altra parte. Il potere era tutto. Tu lo comprendesti. Non serviva uno scopo, a ottenere qualcosa che migliorasse agli altri, ma soltanto ad averlo, e mantenerlo e goderne. L’importante era trovarsi dalla parte vincente: se non puoi sconfiggerli unisciti a loro. Solo i vincitori o quelli foraggiati dai vincitori scrivono la storia dell’epoca. E quella storia decreta che solo  vincitori hanno una storia degna di essere raccontata. La peggior cosa al mondo è essere dalla parte di chi perde. Devi accettare il linguaggio del potere come moneta corrente, ma anche pagare un prezzo. Il prezzo è la tua anima. Tu sei arrivato a perdere l’anima. A non sentire più niente. La tua vita, la tua condizione e il tuo lavoro reclamano quel prezzo. Temendo di non gettare ombra quando ti trovavi davanti al sole, cessasti di guardarlo.

da “Il Lercio” di Irvine Welsh, 1998. Traduzione di Massimo Bocchiola, 1999. Pag. 256-257 Tea libri.

L’equivoco dell’eufemismo

Ero in un supermercato, all’angolo dei prodotti parafarmaceutici, cercavo i tappi per le orecchie, palliativo per la mia sociopatia, quando mi cade lo sguardo su un “contenitore sterile per coprologia”, al ripiano inferiore i contenitori per le urine. Al supermercato, urine si può dire, feci no. Piuttosto si usa un termine (per carità, di normale uso in biologia e medicina) che letteralmente significa “discorso di merda”.
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Anno 6543; un archeologo ritrova un manufatto probabilmente risalente alla prima rivoluzione digitale, della civiltà italiota, popolo misterioso che pur avendo delle leggi scritte si faceva amministrare da chi meglio infrangeva le stesse. Dopo diverse ricerche ed analisi lo scienziato è riuscito a decifrare le scritte poste sul reperto: si tratterebbe di un recipiente provvisto di tappo per la conservazione di parole e discorsi sconvenienti e contrari alla morale, che nella cultura di questo popolo erano associati simbolicamente agli scarti solidi corporei. Si tratta probabilmente di un oggetto rituale. Nei pressi del contenitore sono stati rinvenuti oggetti di automedicazione già noti e catalogati, questo fa supporre che all’oggetto si attribuissero poteri taumaturgici. Grazie alla traduzione, ancora incompleta, delle istruzioni cerimoniali rinvenute, sappiamo che il rito consisteva nelle fasi di apertura del contenitore, “riempimento” simbolico -forse deponendo all’interno del contenitore un foglio manoscritto, o forse pronunciando il discorso con la cavità rivolta verso la bocca -, chiusura e cessione a un soggetto esterno, forse uno sciamano, o un sensitivo, molto numerosi all’epoca, anche se la loro principale attività era una complessa e misteriosa divinazione numerologica, nota come “Superenalotto”. L’autore della scoperta ritiene che ci troviamo a un punto di svolta nello studio della civiltà italiota, forse nel rito della defecazione verbale si trovano i codici culturali per la comprensione di questo popolo. Tra breve, magari, potremo sciogliere il più grande mistero di questa affascinante civiltà, ovvero perché i cittadini italioti, a un certo punto della loro storia, cominciarono regredire?

Gli striscianti

Avete visto mai un serpente dal vivo? Non intendo in un rettilario o in una teca, ma nel suo ambiente naturale, io sì, ed è tutta un’altra cosa, se dovessi scegliere un solo aggettivo per descrivere questo rettile sceglierei “ipnotico”, anche la biscia più comune ha un modo di muoversi che è una specie di danza misteriosa, arcana, per non parlare dei colori psichedelici di alcune vipere. Non è un caso che il serpente sia l’animale più presente nelle religioni umane; per gli Aztechi era un dio, e anche per i Maya, Yaxchilan, il serpente piumato, e come serpente piumato gli antichi egizi raffiuguravano il dio Atum, mentre nella mitologia norrena Miðgarðsormr era un enorme serpente che cingeva il mondo. I serpenti sono animali venerati nell’induismo e nel buddismo, secondo la leggenda un cobra si posò sulla testa di Buddha per proteggerlo dal sole cocente, per gli antichi romani il serpente era legato a Esculapio e quindi alla medicina, per la religione cristiana quello del serpente è l’abito preferito dal diavolo, quello che indossò in occasione del peccato originale, anche se per la religione ebraica antica il serpente non aveva una valenza univocamente negativa. In due paesini dell’Abruzzo, Cocullo e Pretoro, a maggio si tiene la processione dei serpari, in cui la statua di san Domenico viene avvolta da un groviglio di serpenti vivi (nella foto). E’ chiaro, quindi, che i serpenti vivano da sempre nell’immaginario degli uomini, e quindi anche nei loro sogni; per Freud, i serpenti, quando non rappresentano semplicemente dei serpenti, sono la rappresentazione della vitalità sessuale, mentre per Jung sono associati alle pulsioni inconsce che spingono per emergere. Nella cultura popolare e contadina le serpi oniriche sono simbolo di fortuna, ma anche di tradimento, malelingue, la cosa si rispecchia in alcuni modi di dire, “viscido come un serpente” o “avere/allevare una serpe in seno”. Il mistero della serpe, il suo fascino, ma anche l’avversione e la fobia verso il rettile strisciante, sono nel tempo parecchio inflazionate, probabilmente a causa dell’urbanizzazione, e al relativo allontanamento dell’uomo dall’animale in oggetto e dal suo habitat naturale. Ma lo zoo immaginifico del cittadino occidentale non è chiuso, ha semplicemente cambiato attrazioni faunistiche. Tra le bestie della giungla cementizia, quella che probabilmente ha stanato il serpente nell’antro più oscuro dell’animo umano, è la blatta… lo scarafaggio, lo scarrafone, il bacarozzo… Potrei essere tremendamente prolisso e tedioso nel descrivere forma e colore del mito scarafaggio, ma mi sembra più eloquente il seguente racconto trovato su Yahoo! Answers, che assomiglia più alla cronaca di un incontro ravvicinato del terzo tipo: Stanotte è successa una cosa: mi sono svegliato alle 3 perché sentivo un rumore accanto al letto e c’era un coso terribile (presumo uno scarafaggio). L’ho un po’ danneggiato con un libro e ha perso una specie di cosino (forma tipo pillola o capsula) rosso scuro. però nn era morto, anzi! è scappato via veloce. ho riprovato a ucciderlo ma questo scappava. alla fine l’ho chiuso fuori dalla finestra, tra la finestra e la zanzariera, ma questa mattina non c’era più.
domande:
1) dove è finito? vola? potrebbe essere entrato nel cassone della tapparella?
2) il resto che ha lasciato è un uovo o un’ooteca? perché ho guardato le foto, è simile, ma è più ovale e perfetto.
3) la mia camera è infestata? oppure uno non vuol dire niente?
cosa faccio?”

Questo post è dedicato alla memoria di un ignoto scarafaggio che per comodità chiameremo Piero. In questi giorni, causa caldo e afa, a Roma c’è emergenza scarafaggi; l’uomo non ha mai imparato ad accogliere i propri simili, figuriamoci gli artropodi. Io non conoscevo Piero, ma ammetto di averlo odiato, e solo dopo aver fatto scricchiolare il suo esoscheletro ustionato dal Baygon sotto la mia scarpa, che ho capito che in fondo, non avevo nulla contro di lui. Ma è la guerra. E forse non sono stato io ad ucciderlo, ma lui a farsi ammazzare, correndo contro il mio piede, impazzito ed esasperato dopo 24 ore di bombardamenti chimici. Spero che tu abbia avuto una vita lunga e felice, Piero, e son sicuro che se in una vita futura i nostri ruoli si invertiranno, mi ricambierai la cortesia.

Dagli appunti del dottor B.M. / 9 (il caso Luttazzi)

Avete presente quando siete a una festa tra amici, e avete in mente una frase brillante che per qualche motivo non riuscite a pronunciare? Niente paura, non è Alzheimer, è Luttazzi, che vi ha ciulato la battuta. La cosa che mi scoccia di più nella faccenda Luttazzi è che dovrò spostare i suoi libri nella mia libreria, dalla L di Luttazzi alla A di autori vari. Luttazzi non va condannato, va insignito di onorificenze, sapete che lui è laureato in medicina no? Quello che ha fatto finora non centra nulla con la comicità, era ricerca medica; grazie a lui oggi sappiamo molto di più sulla cleptomania. I fan che ancora difendono Luttazzi a spada tratta, sostengono che tutta la produzione culturale, dalla letteratura al rock, non è altro che un copiarsi l’un l’altro, io aggiungo: è bello qualcosa che, se fosse nostro, ci rallegrerebbe, ma che rimane tale anche se appartiene a qualcun altro… ah… non ce la faccio, non sono mica bravo come Luttazzi, l’aggiunta è di Umberto Eco, da Storia della Bellezza, 2004 (però ora che ci penso potrei cambiare la data del post…)

L’apocalissernet

Questa notte ho sognato la fine del mondo… di internet. L’apocalissernet. Tipo una Chernobyl quantistica, o un tipo che al Cern di Ginevra rovescia il suo caffè lungo su un computer che era meglio restasse asciutto, un hacker che senza volerlo del tutto mette a punto l’ebola informatica, insomma qualcosa che manda in pappa tutti i server collegati in rete. Lo so che non è possibile, ma immaginatelo. Buona parte delle nostre informazioni, in pratica della nostra conoscenza, andrebbe persa, sarebbero salvi i dati salvati su memorie non collegate in rete, i backup, ma quei dati non sarebbero facilmente condivisibili perché non esisterebbe più il web. Sul mio hard disk esterno ho salvato un centinaio scarso di mp3, un due o tre film mediocri che dimentico sempre di cancellare, tre o quattro file di istallazione di programmi antiquati, questo sarebbe il mio misero apporto alla ricostruzione del mondo moderno. Temo che le probabilità di una rivoluzione sarebbero scarse, la fantasia perversa di veder crollare i palazzi delle carte di credito, e di resettare debiti e crediti come nel finale di fight club è appunto una fantasia nella fantasia, per la ragione prima esposta. Eppure gli scenari apocalittici, anche da parte di esperti insospettabili, all’alba del presunto millenium bug, si sprecarono. Un tale scenario fantascentifico farebbe tirare il fiato al mondo della musica e del cinema meno di quanto si pensi, perché la pirateria c’era anche prima del web, ma riportebbe per intero nelle mani degli editori tradizionali la pubblicità, intesa sia come promozione commerciale che come manipolazione della realtà. E a distanza di dieci anni da quel disastro che non c’è stato (se sventato o infondato la risposta agli esperti), sarebbe oggi interessante studiare gli effetti microsociali e le nevrosi dell’apocalissernet; molta gente, e io compreso, perderebbe il nord del proprio sapere, ovvero wikipedia, e poi tossici in crisi d’astinenza da facebook, e blogger frustrati dal mutismo imposto che ad un certo punto danno di matto e cominciano a scrivere sui muri di casa, tipo in shining. Chissà se ha mai pensato a tutto questo Salvatore Cobuzio, chissà se ha mai pensato di rimanere senza lavoro, perché lui, nella rete, fa il piccolo genio del male. Uno che non per provocazione, ma solo per denaro, manipola la realtà percepibile dagli schermi di un computer, per fare un esempio; avete presente la ditta Kirby? Quella che vende le aspirapolveri? Bene, un giorno si è rivolta a questo esperto di marketing per ripulire la propria immagine, e lui ha pensato di abbattere i forum in cui si parlava male dell’azienda con un bombardamento di visualizzazioni, facendone collassare i server e mettendo offline i siti, in maniera che se uno cercava su google informazioni sulla Kirby ne aveva una visione parziale ed epurata dai pareri negativi. Salvatore Cobuzio è anche quello che ha trasformato in una notte i gruppi facebook a sostegno dei terremotati dell’Abruzzo in gruppi di fan di Berlusconi. Queste e altre azioni sono raccontate in un suo romanzo semiautobiografico pubblicato dalla Fazi, “Il testamento di Salvatore Siciliano”. Cado con tutte le scarpe nel viral marketing di questo prodotto, conscio di ciò, semplicemente perché ritengo interessante la visione che dà della rete, lo stesso autore dice: “leggete tutto quello che trovate online con spirito critico. Internet non è un’invenzione come la lavatrice”.

Postilla di quattro giorni dopo: 9 maggio, il Corriere pubblica un articolo in cui l’ex consulente antiterrorismo di Clinton e Bush, Richard Clarke, parla di un potenziale attacco terroristico finalizzato al sabotaggio dei maggiori provider e all’apocalisse informatica, o come la chiama lui, la “Pearl Harbor elettronica”. Un colpo che porterebbe morte e distruzione in tutti gli Stati Uniti, con incidenti aerei, scontri ferroviari e più di 150 città al buio. Questo è lo scenario che descrive nel libro “Cyber War: The Next National Security Threat”, scritto insieme a Robert Knake, membro anziano del «Council on Foreign Relations».

La toponomastica spiegata a un bambino di otto anni

Il bambino percorreva quella strada quasi ogni giorno, era la strada che da scuola lo portava a casa; non ci mise molto a individuare la novità.
-Signore Signore…
Disse il bambino, richiamando l’attenzione di un uomo vestito come il suo papà: giacca, cravatta e scarpe marroni.
-Chi era quello?
E il bambino, che era un bambino intelligente e curioso, indicò una targa, e sulla targa c’era scritto “Via Bettino Craxi”.
-Era un ladro.
Disse l’uomo in giacca e cravatta.
-E perché gli hanno dato una strada?
Chiese il bambino.
-Perché era il più bravo di tutti.
Rispose l’uomo.
-Perché rubava ai ricchi per dare ai poveri?
-Non proprio…
Il bambino non capì, ma fece finta del contrario. Poi quasi cadde per uno schiaffo in piena faccia.
-Ora dammi gli spicci che hai in tasca.
Il bambino, piangendo, e già col moccio che gocciolava dal naso come da un rubinetto rotto, disse che aveva solo due caramelle e una gomma da masticare, e l’uomo in giacca e cravatta rispose che andavano bene lo stesso.
Da quel giorno il bambino capì che un criminale è un criminale anche se porta la giacca e la cravatta. O se gli dedicano una via.