Archivi categoria: La stanza degli alambicchi

racconti, storie e finzioni

Le fiale – Il Picco (una commedia brutta e inopportuna)

“15 MARZO 2021: IN ATTESA DI VERIFICHE DA PARTE DELL’AGENZIA EMA SU ALCUNE MORTI SOSPETTE, L’ITALIA SOSPENDE LE VACCINAZIONI CON IL FARMACO PRODOTTO DA ASTRAZENECA”

La fiala

Marco guida verso casa di suo cognato; per strada non c’è nessuno a causa della “zona rossa”, così può spingere la sua vecchia Fiesta a tavoletta, e senza accorgersene ondeggia avanti e indietro sul sedile, come a spingere fisicamente quella carretta, il cui contachilometri è ormai fermo da anni per sfinimento e disperazione. Marco è un trentenne romano dalla corporatura minuta e per questo è chiamato da tutti Marchino, e la cosa gli dà terribilmente fastidio; non tanto perché quel nomignolo gli ricorderebbe la sua non prorompente fisicità, ma perché nessuno si è sforzato di trovargli un soprannome ironico, in una città che dell’ironia e del sarcasmo ha fatto una sua seconda lingua. Prendi suo cognato ad esempio, il marito di sua sorella Cinzia, si chiama Alessio, ma tutti lo chiamano l’Abate, e non perché sia un fervente sostenitore dei precetti cristiani, al contrario è conosciuto come uno dei più pericolosi figli di puttana dell’Alessandrino. Ufficialmente l’Abate gestirebbe una pompa di benzina, ma la sua vera occupazione sono gli impicci, che nella capitale sono una precisa categoria del terziario: commercio, trasporti, servizi e appunto impicci. Nello specifico si occupa di ricettazione, ma anche truffe e strozzinaggio, e non disdegna talvolta rompere le ossa a qualcuno dietro compenso. Insomma, un uomo timorato di Dio.

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“Natale 2020” – Il Picco (una commedia brutta e inopportuna)

 

“3 dicembre 2020: nonostante la curva dei contagi della seconda ondata sia in fase discendente, il governo vara un serie di provvedimenti restrittivi per impedire che nelle festività natalizie ci sia una nuova impennata dei casi. Tra le misure vi è anche il divieto di muoversi tra regioni differenti in prossimità delle feste”

4/12/2020
Chat di famiglia.

Christian: salve ragazzi, avete letto le disposizioni per Natale?

Veronica: Sì, possiamo andare da mamma, l’importante è partire prima del 20! Ho temuto che alla fine non ci facessero muovere del tutto. Per fortuna va… e hanno pure reso la Puglia da arancione a gialla!

Christian: Sì, ma come facciamo?

Veronica: In che senso?

Christian: Ho chiamato l’agenzia che ci trovava i B&B gli altri anni, ma dice che gli appartamenti sono tutti prenotati. Non c’è posto per tutti a casa di mamma. Noi ora siamo quattro, senza contare tutti gli armamentari del bambino e quel fesso del cane. Voi siete tre, e immagino che Davide non dorma più con voi nel lettone, non possiamo stare tutti lì.

Veronica: Cavolo. Alberghi?

Christian: Seeee… tra quelli che sono rimasti aperti il più vicino è a Bari. Senti, ma casa di zia Immacolata e zio Salvatore?

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“Seconda ondata” – Il Picco (una commedia brutta e inopportuna)

Puntata speciale del podcast “Il Picco”. La puntata suonerà meno professionale delle altre, per via della mia voce citofonica e del fatto che è stata realizzata quasi interamente con l’ausilio di un telefono. Apparentemente sembrerebbe non c’entrare nulla con il tema del podcast, ma se avrete la pazienza di ascoltare fino alla fine vi garantisco che vi tornerà tutto. Potete ascoltarla in questa pagina o sulle principali piattaforme audio, qui l’elenco completo.

Ringrazio Giampiero Kesten per aver concesso l’utilizzo di un estratto del suo bellissimo podcast “Cose molto umane” (https://www.spreaker.com/show/cose-molto-umane), e i miei amici Bernardo, Sandro e Ivano.

TUTTI GLI EPISODI

Il picco – Il Picco (una commedia brutta e inopportuna)

31 Marzo 2020: il presidente dell’istituto superiore di sanità dichiara che è stato probabilmente raggiunto il picco dei contagi. Intanto nessuna partita di calcio ufficiale viene disputata nel mondo.”

Letto e interpretato da Giorgio Consoli.

Il picco

Ore 17:45. Una stradina della Capitale. Non passa nessuno, tranne un sessantenne con un barboncino bianco al guinzaglio. L’uomo si guarda intorno circospetto, poi si ferma all’altezza di una saracinesca. Bussa: una volta, due volte e per finire tre colpi in rapida successione. Una domanda proviene dall’altra parte della superficie metallica: «Ci stanno le guardie?»

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Il lato oscuro – Il Picco (una commedia brutta e inopportuna)

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Letto e interpretato da Giorgio Consoli.

“26 Marzo 2020: il ministero dell’interno rivela che durante il lockdown i reati comuni sono crollati del 75%”

Il lato oscuro

«Perché nun se famo un supermercato de notte?»

Amedeo Caccia parla di lavoro con suo figlio Giovanni, e il loro lavoro, da almeno tre generazioni, è rubare negli appartamenti. Con il lockdown, e la conseguente costante presenza degli italiani in casa, l’azienda di famiglia è entrata in crisi.

«Ah papà ma che cazzo sta a ddi’? Ma tu c’hai presente i sistemi de videosorveglianza e l’allarmi che ce stanno mo? Mica stamo ai tempi tua…»

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Musica Maestro! – Il Picco (una commedia brutta e inopportuna)

Letto e interpretato da Giorgio Consoli

“12 Marzo 2020: riscuote un immediato successo l’iniziativa per cui alle 18 di ogni giorno gli italiani in isolamento si ritrovano per suonare e cantare dai balconi”

Musica Maestro!

L’ispettore capo in pensione Neri si reca nella stanza che ha tappezzato di riconoscimenti e foto di quando faceva parte della banda della Polizia di Stato. Apre la valigetta che lo ha accompagnato per quasi tutta la sua vita e monta il suo amato clarinetto: becco, barilotto, corpo superiore, corpo inferiore, campana.

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Animali in gabbia – Il Picco (una commedia brutta e inopportuna)

“11 Marzo 2020: il Governo impone ulteriori limitazioni per prevenire la diffusione del virus: chiudono definitivamente bar e negozi ”

Letto e interpretato da Giorgio Consoli

Animali in gabbia

Un cilindro bianco con gli spigoli smussati si illumina di una luce aliena, è un assistente virtuale, e come ogni mattina suona la sveglia per Lui e Lei. Una coppia benestante, istruita e professionalmente realizzata. Ma questa non è una mattina come le altre, questo è il primo giorno in cui Lui e Lei sono tenuti a rimanere tutto il giorno in casa. Smartworking e Lockdown sono le parole d’ordine.

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Libertà di circolazione – Il Picco (una commedia brutta e inopportuna)

“9 marzo 2020: il Governo vara misure restrittive per tutto il territorio nazionale. Nelle carceri scoppiano tumulti per la limitazione dei colloqui”

Letto e interpretato da Giorgio Consoli

Libertà di circolazione

«Ma se uno deve portare il cane a pisciare?»

Gli agenti di pubblica sicurezza Venturi e Barra effettuano il turno di pattugliamento notturno e discutono del decreto appena annunciato dal Governo, il decreto “io resto a casa”.

«Che intendi?» chiede Venturi.

«Se uno deve portare fuori il cane, come fa? Il decreto parla di casi di necessità… necessità è andare a lavorare, andare a fare la spesa, andare in ospedale, mica portare a pisciare il cane». Spiega Barra mentre guida.

«Come no, per il cane è una necessità e come, è proprio la necessità per eccellenza».

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Un ragazzo fortunato – Il Picco (una commedia brutta e inopportuna)

“7 marzo 2020: un’anticipazione su un decreto che estende la zona rossa a tutta la Lombardia, scatena una fuga da Milano verso le città italiane non coinvolte dal provvedimento”

Un ragazzo fortunato

Un pacchetto rosa e un biglietto a forma di cuore. Fabio ripone delicatamente nella valigia il regalo per la sua ragazza, ci va poco altro; ha prenotato un volo low cost, uno di quelli che concedono un bagaglio a mano poco più grande di un beauty case. Ma poco importa, quello che conta è essere l’otto marzo a Roma, non per la festa delle donne, ma per la festa di una donna in particolare: Diana. Diana vive a Roma, la stessa città in cui Fabio è cresciuto, anche se per lavoro si trova da qualche anno a Milano.

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Una grande opportunità – Il Picco (una commedia brutta e inopportuna)

“6 marzo 2020: tra i contagiati cominciano ad essere annoverati personaggi noti e rappresentanti delle istituzioni”

Letto e interpretato da Giorgio Consoli

Una grande opportunità

L’onorevole Walter Corbucci si prepara per la prima volta un tè da solo, nella cucina della sua splendida casa. Indossa giacca e cravatta, ma dalla cintola in giù veste i pantaloni di un pigiama e un paio di ciabatte. Sta parlando al telefono con la sua compagna, le chiede quanto deve far bollire l’acqua. «Devi farti un tè, mica un brodino» ride lei. Poi torna seria e gli chiede come sta.

«Sto bene sto bene, non preoccuparti…»

Un suono elettronico viene da un’altra stanza.

«Ho la conference call, ti devo lasciare».

Walter versa l’acqua bollente nella tazza e la porta con sé davanti al Pc nella stanza adibita a studio.

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Tutti virologi – Il Picco (una commedia brutta e inopportuna)

“29 febbraio 2020: il numero dei contagi aumenta esponenzialmente e l’epidemia diventa l’argomento di gran lunga più dibattuto dagli italiani”

Letto e interpretato da Giorgio Consoli

Tutti virologi

La stanza è illuminata solo dalla fioca luce blu del monitor. Il blu di un noto social network. Un sito bloccato sui computer di molti uffici, perché considerato il nemico numero uno della produttività. Ma Luca su quel sito non cerca svago, non vuole perdere tempo, non ha voglia di cazzeggiare. Dio solo sa quanto sia lontana da lui la voglia di cazzeggiare in questo momento. Luca è su quel sito per chiedere un parere, cioè: questo è quello che ha scritto, ma la verità è che ha un disperato bisogno di conforto.

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I Guanti – Il Picco (una commedia brutta e inopportuna)

 

“25 febbraio 2020: dopo la scoperta di un focolaio in Lombardia, l’Italia si scopre il Paese europeo con più contagiati da Sars-CoV 2”

Letto e interpretato da Giorgio Consoli

dirty kitchen | Emily Harrison

I guanti

«Italiano!»

Lo chiama così, non per nome, per nazionalità. Vincenzo quel cliente lo conosce bene, è uno che lavora nel settore finanziario, o qualcosa del genere, comunque è un cliente fisso, e mai si era rivolto così a lui o a qualsiasi altro cameriere.

Vincenzo si avvicina e prende gentilmente l’ordinazione, ma il cliente ha una richiesta specifica: tira fuori un kit con dei guanti di lattice e una mascherina chirurgica.

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Autoisolamento – Il Picco (una commedia brutta e inopportuna)

 

21 Febbraio 2020: dopo i primi casi accertati di contagio sul territorio italiano, scattano misure atte a prevenire la diffusione del virus Sars-CoV 2

Letto e interpretato da Giorgio Consoli

Autoisolamento

Qualcuno potrebbe pensare che a furia di prendere botte uno si abitui, invece no. Almeno Vittorio no. È a terra; ad ogni calcio ricevuto il dolore non si somma a quello del colpo precedente, si moltiplica. Si moltiplica come i soldi che deve al capo di quei due animali che lo stanno picchiando. Ancora due giorni e poi finisce sottoterra gli dicono.

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Bruciare le tappe

Mariani, detto Er Teppa dalla sua cricca, e per sfregio Er Trippa da tutti gli altri, copiava in maniera sfacciata. Silvia guardò la sua testa, rasata a zero solo sui lati, guardò le battute del Libanese di Romanzo Criminale scritte a pennarello sullo zaino, e capì di essere arrivata al quarto stadio. Stava bruciando le tappe: non aveva ancora completato il suo primo anno di insegnamento e già aveva raggiunto il capolinea dell’atteggiamento docente davanti a un alunno che copia. Dopo “Se copi non serve a niente”, dopo “E’ un’ingiustizia nei confronti dei tuoi compagni”, dopo “A me non mi prendi per culo”, Silvia, al termine di quattro mesi di supplenza, era già giunta al nirvanico “Sta copiando? E sticazzi”. Lei era stata sempre la prima della classe, la più brava, e ora aveva un lavoro da fame la cui esistenza e durata dipendevano dalla fertilità delle sue colleghe di ruolo, come Isabella Rapisardi, la nipote del provveditore, quella che aveva vinto il concorso alla prima botta e se ne era andata in maternità lasciandola agli atteggiamenti neo-guappistici di Mariani. Silvia quei ragazzi li invidiava, invidiava la loro età, anzi, invidiava la loro vita alla loro età, non sarebbe mai tornata ai suoi di sedici anni, ma avrebbe voluto i sedici anni di Jasmine, prima fila ultimo banco a destra, o i sedici anni di Chanel, seduta al banco diametralmente opposto, avrebbe voluto le loro vite, magari senza quei nomi ridicoli. Avrebbe voluto l’adolescenza di qualsiasi ragazzina in quella classe, ma non avrebbe mai voluto tornare alla sua. Non che avesse subito traumi o abusi, non che avesse vissuto malattie debilitanti o disastri familiari, ma quando pensava alla sé liceale vedeva una ragazzina seduta in una stanza illuminata da una lampada sulla scrivania, una scrivania popolata da libri e appunti, una ragazzina che sacrificava la sua giovinezza per un avvenire radioso. Sì, radioso il cazzo! Aveva soffocato con un cuscino anche i suoi primi fremiti sessuali, non perché fosse bigotta, ma perché nulla doveva distrarla dal diventare ciò che voleva diventare. Poi all’università recuperò, ma era soprattutto nel presente che si stava superando. Aveva ospitato un’amica per due mesi, quella un giorno dimenticò il suo profilo Facebook aperto, Silvia non se ne accorse immediatamente, avevano molti amici in comune e i nomi negli aggiornamenti erano gli stessi, si accorse che non era il suo account quando cliccò sul simbolo del nuovo messaggio in arrivo: era una conversazione con una conoscenza in comune del liceo, la sua amica raccontava all’altra di come Silvia si portasse a casa ogni sera un uomo diverso, e che tipi poi… Non era vero, non era ogni sera, magari, solo il venerdì e il sabato, se era fortunata anche uno la domenica. E sul target poi… aveva già troppi casini con la sua vita per accollarsi le fisime di qualcuno come lei: ben istruito, educato, pieno di rabbia repressa e frustrazione. Insomma, che Mariani copiasse non le poteva importare di meno, anzi, si sarebbe battuta affinché fosse promosso, per non permettergli di avere un alibi quando la sua vita sarebbe andata fatalmente a rotoli. Dio quanto odiava Er Trippa.

Random Walk

Random Walk

«Prendete una moltiplicazione, ad esempio 347 per 83; provate a risolverla a mente. I meno allenati ci metteranno anche diversi minuti, alla calcolatrice invece basterà una frazione di secondo. Ora pensate a un numero tra zero e mille, un numero a caso, il primo che vi viene in mente, questa volta sarete voi a risolvere il problema in una frazione di secondo, sempre se nel frattempo non vi fermerete per chiedervi cosa state facendo e perché. La calcolatrice, invece, per estrarre un numero attraverso la funzione random, ci metterà più tempo che per fare la moltiplicazione di prima, e non è finita; per estrarre quel numero la calcolatrice ha anche barato, perché ha fatto dei calcoli matematici, e infatti quel numero non è davvero un numero casuale, ma è detto pseudo-casuale. “Il caso non esiste”, un’enunciazione che è impossibile da dimostrare quando riferita a sistemi complessi, ma se ci riferiamo alla logica informatica diventa assai arduo dimostrare l’affermazione contraria. Questo perché tutto quello che nasce, cresce e muore nei nostri computer e dispositivi digitali è basato su due soli elementi primitivi: 0 e 1, oppure Sì e No, Vero e Falso, Circuito Chiuso e Circuito Aperto. In questo alfabeto bifonetico, in questa tavola periodica con solo due simboli, il “forse”, il compromesso tra lo Yin e lo Yang, non è contemplato. L’estrema rigidità della logica informatica nei confronti dell’incertezza è la fonte anche di buona parte delle imprecazioni che in ogni istante si propagano nell’atmosfera: il malfunzionamento dei programmi. Un programma altro non è che una serie di istruzioni da compiere in un determinato ordine, a volte capita che due o più istruzioni vadano in conflitto; come abbiamo visto un computer non conosce l’ambiguità e quando per caso la incontra potrebbe restare a contemplarla in eterno, finché l’utente umano non interviene per risolvere il blocco, e nell’immediato è possibile farlo solo uscendo dal ciclo di istruzioni in cui si è presentato il conflitto, reinizializzando il programma. Descritto così potrà sembrare un processo complesso, ma in realtà è soltanto il caro e vecchio “spegni e riaccendi”, efficace allo stesso modo sia che lo faccia il più geniale programmatore del mondo sia che lo faccia mia nonna. In realtà da svariati anni gli hardware permettono software sufficientemente complessi da gestire internamente gli errori e i blocchi a qualsiasi livello, il problema però è che anche la gestione degli errori è determinato da istruzioni software, e quindi anche la gestione degli errori non è esente da errori potenziali… ma sto divagando».

– Cos’è? – chiese Ginevra abbracciando Oreste.

– Penso che sia… anzi no, ne sono sicuro; è la sbobinatura di una lezione universitaria…

– Una sbobba che? Va beh, io mi faccio una doccia e poi vado a letto… – fece finta di annusarlo – e ti consiglio di farti una doccia anche tu… sempre se non vuoi dormire qui… ti fai un bel letto con queste cartacce…

Detto questo Ginevra baciò sulla guancia Oreste e poi si diresse verso il bagno, schivando con le lunghe gambe e i piedi nudi le piramidi di libri, i cumuli di riviste e le montagnole di appunti che popolavano la stanza, in quel tipico disordine che preannuncia un trasloco.

– Sì, certo, ho finito… – rispose lentamente e automaticamente Oreste, senza sollevare lo sguardo dal quel foglio ingiallito; in quelle ore aveva trovato tanta roba risalente al periodo in cui era uno studente universitario, più di quanto avrebbe previsto, e da buon ingegnere l’aveva sistematicamente divisa per materiale, per meglio soddisfare la sua precisione e la normativa comunale in materia di rifiuti. Inutile dire che il sacchetto che possedeva la maggioranza azionaria era quello della carta: appunti propri e altrui, in originale e fotocopiati, a volte ornati da scarabocchi nati dalla noia di una lezione o del ripasso domestico, a volte corredati da schemi, diagrammi sintetici, sottolineature e note a margine, tutti generati analogicamente, ovvero, a penna. Ma quel foglio che teneva in mano in quel momento era diverso, la trascrizione di quella prima e informale lezione di “fondamenti di informatica” gli ricordava qualcosa, ed era un qualcosa che poteva aver soltanto immaginato, una variabile impazzita che ancora non si era palesata ma di cui percepiva la presenza.

«Ritorniamo alla struttura elementare dei nostri computer: qual è secondo voi la prima proteina, la principale molecola formatasi nel brodo primordiale dell’elettrologia che ha permesso lo sviluppo dell’informatica? Ve lo dico io: l’interruttore. E non perché, come potrebbe pensare qualche buontempone, senza interruttore non si accende il computer, ma perché ogni volta che premiamo un interruttore, anche se non lo sappiamo, creiamo un atomo informatico, il bit, che può assumere solo due stati: corrente no e corrente sì, o se volete 0 e 1, Falso e Vero e via dicendo. Ora dirvi che un computer moderno è una pila di interruttori sarebbe da parte mia un’imperdonabile semplificazione, ma insisto su questa suggestione per farvi riflettere sulla natura dell’informatica e dell’elettronica digitale… temo di essermi perso… comunque: durante questo corso apprenderemo le basi dei principali linguaggi di programmazione, e se non rimarremo indietro col programma nelle ultime due o tre lezioni tenteremo di dare una risposta a questa domanda: “è possibile un’informatica diversa?”, e intendo radicalmente diversa, che non discenda dall’interruttore come l’uomo dalla scimmia, un’informatica aliena, che contempli un numero differente di stati elementari, o che addirittura non abbia numeri».

Sul bizzarro quesito, l’attenzione di Oreste, che era andata scemando in modo lineare da quando Ginevra l’aveva richiamato ad un’adeguata igiene personale, ebbe una repentina impennata.

«Per rassicurarvi sul fatto che non vi siete sbagliati, e che questa mattina siete effettivamente venuti in facoltà e non a una convention di fantascienza, vi anticipo che esistono diversi modelli alternativi all’elettronica che conosciamo e che popola le nostre vite; ad esempio il Dna Computing, che sfrutta il dna come fosse un circuito stampato, o i computer quantistici».

Ora Oreste era definitivamente rapito.

«Nel caso dei computer organici il principio alla base delle architetture al silicio, dei comuni chip per intenderci, non viene stravolto, discorso diverso per i computer quantistici; come avrete modo di apprendere in altri corsi, le leggi che determinano il comportamento delle particelle elementari sono decisamente differenti rispetto alle leggi del mondo macroscopico. Il qubit, ovvero l’equivalente del bit in un computer quantistico, può contenere un numero di informazioni virtualmente infinito, contro i soli due stati del bit classico, con i computer quantistici riusciremo a creare davvero numeri e dati casuali. Probabilmente non riusciremo mai a costruire una macchina in grado di gestire interamente un qubit, avremo bisogno di limitarlo, quantificarlo, misurarlo facendo a cazzotti con il principio di indeterminazione, e questo finché illumineremo il nostro percorso attraverso la teoria classica dell’informazione, già, perché finora vi ho parlato dei nuovi orizzonti dell’elettronica, ma non dell’informatica in senso stretto. Quindi veniamo a una domanda che vi avrei dovuto fare all’inizio di quest’incontro: cos’è l’informatica? È una filosofia, un complesso di regole logiche di un gioco che abbiamo inventato noi, regole che se vogliamo possiamo cambiare, anzi, regole che dobbiamo cambiare se vogliamo progredire. La grande sfida da quando è nata l’informatica è quella di costruire una macchina che abbia la complessità del cervello umano, ma finché insisteremo sul solco dell’attuale informatica, che come abbiamo visto sa compiere calcoli astronomici ma si blocca difronte all’ambiguità e al mistero, invece di avvicinarci ci allontaneremo sempre di più dal nostro obbiettivo. Se vogliamo costruire una macchina pensatrice e non solo calcolatrice, dovremo inventarci l’illogica informatica».

La porta del bagno si aprì e venne fuori Ginevra avvolta solo da una nuvola di vapore caldo. Oreste la guardò, e il suo sguardo si concentrò sul gocciolamento, apparentemente casuale, dei pochi e radi peli sul pube della sua compagna. Lei appoggiò maliziosamente le mani sui fianchi per fornire una cornice più geometrica all’origine del mondo, equivocando i pensieri di Oreste, che invece erano bloccati in un loop tutt’altro che erotico: “chi è questo professore e perché non ricordo le sue lezioni?”.

 ***

Telefonata 1:

– Gianni?

– Bella Orè… dimmi tutto.

– Tu te lo ricordi il corso di Informatica 1 all’università?

– Può esse, ce devo pensa’, che te serve?

– Una curiosità, ho trovato degli appunti, non ricordo il nome del professore.

– Aspetta un attimo però; informatica hai detto ve’? No, ora mi ricordo, io informatica l’ho fatta a Fisica, prima di trasferirmi a Ingegneria. Ma che te frulla per la capoccia?

– Nulla, curiosità.

– Prova a parlarne con Paoletta…

Telefonata 2:

– Paola?

– Chi non muore si risente, eh?

– Tutto bene?

– Io come al solito. Tu piuttosto? Ho saputo che ti trasferisci a Stoccolma.

– Beh, per ora è un progetto di soli 18 mesi, lavoriamo al sistema di raffreddamento del processore del…

– So tutto, e non mi dire altro se no mi fai schiattare d’invidia, se penso che ho studiato come un mulo per fare la disoccupata guarda…

– Senti, a proposito di università, ti posso fare una domanda? Te lo ricordi l’esame di fondamenti di informatica? Ti ricordi il nome del professore?

– Quella con cui ho fatto l’esame io era una donna, la Guerrini, e c’è ancora, è nella commissione per un assegno di ricerca, giusto ieri sono stati pubblicati i membri.

Guerrini… ora ricordava; anche lui aveva fatto l’esame con lei. Severa e temuta, era una donna piccola e magra, con capelli e occhi di un nero intenso, come intensa era probabilmente la sua determinazione, prima nell’essersi affermata in un campo accademico un tempo prevalentemente maschile, e poi nell’essere diventata, come appreso sul sito della Facoltà, vicerettrice. Il fascino di quella trascrizione, però, di quel mistero che veniva dal passato, apparve improvvisamente a Oreste una stupidaggine, un’inutile perdita di tempo. Stava invecchiando probabilmente, e stava diventando sensibile alle facili suggestioni; una considerazione su un campo in cui, casualmente, stava per giocarsi la carriera, un discorso facile per intrigare le matricole, e lui si era innamorato, tanto da credere per un attimo che quel casualmente non fosse poi così casuale.

Ad ogni modo decise di fare un salto in Facoltà per assistere a una lezione della Guerrini. Lo stile non sembrava esattamente quello della trascrizione, praticamente leggeva pedissequamente le slide, è vero anche che stava illustrando l’uso delle librerie nel linguaggio C++ e non stava presentando il programma del corso, argomento decisamente più discorsivo. Attese la fine della lezione per scambiare due parole con l’accademica.

– Permette? Sono l’ingegner Martini, Oreste Martini. Mi sono laureato qui e ho fatto l’esame di informatica con lei.

– Be’ mi sembra un po’ tardi per discutere del voto… – disse scherzosamente la Guerrini. I muscoli del suo piccolo volto comunicavano disponibilità, decisamente un’altra espressione rispetto a quella che aveva avuto fino a pochi secondi prima, prima che Oreste si presentasse, probabilmente lo sguardo di default per intimorire gli studenti.

– Ha ragione; sono qui per altro. Lavoro nel campo della computazione quantistica –, a queste parole la Guerrini non ebbe reazioni visibili, – ho trovato degli appunti risalenti alle sue lezioni; ero curioso di sapere cosa ne pensa oggi, intendo dopo la messa a punto dei primi hardware quantistici.

– Cosa ne penso riguardo a cosa?

Oreste venne spiazzato da quella domanda, si aprì nel suo cervello un pop-up che lo avvertiva di un possibile conflitto del programma, e lo stesso doveva essere avvenuto per la Guerrini: – Lei quando avrebbe seguito il mio corso?

– Nel 92… o nel 93 – rispose Oreste.

– Mh… temo mi abbia scambiata con qualcun altro, ora mi scusi ma devo andare.

Sul volto della Guerrini riapparve l’espressione da battaglia, con gesto rapido raccolse la sua borsa e si dileguò tra gli studenti mezzo narcotizzati da due ore di C++.

 ***

Telefonata 3:

– Pronto Saverio?

– Vecchio porcone, alla fine ci stai andando in Svezia eh?

– Eh sì, partiamo tra una settimana.

– Partiamo? In che senso? Tu e chi altro?

– Io e Ginevra.

– Ginevra? Ma ti sei rincoglionito? Tu vai nel paese che ha inventato la libertà sessuale e ti ci porti la fidanzata, per giunta gelosa e rompicoglioni?

– Save’ falla finita. Senti, c’è una cosa che mi sta facendo ammattire; ti ricordi chi c’era ad insegnare Informatica quando facevamo il primo o secondo anno di Ingegneria ? Esclusa la Guerrini.

– Io ricordo solo lei, però effettivamente… non esiste un albo storico?

– Macché… nessun albo, solo la memoria dell’impiegato anziano in segreteria didattica, e lui conferma che all’epoca c’era solo la Guerrini, però ho degli appunti di una lezione che di sicuro non ha tenuto lei…

– Un assistente?

– C’ho pensato, ma Erminio…

– Chi?

– L’impiegato anziano…

– Ah… ok.

– Erminio dice che il rettore dell’epoca impediva categoricamente a collaboratori e ricercatori di tenere lezioni, solo titolari di cattedra.

– Guarda mi sta ronzando una cosa… ma tu a quest’Erminio come ti sei presentato?

– Con un mazzo di rose… come mi sono presentato?

– No dico, non è per caso che ti ha preso per un giornalista? Guarda forse ti sbroglio la faccenda, però mi devi fare un favore.

– Spara.

– A Natale ti vengo a trovare a Stoccolma e mi devi far trovare in stanza quattro stangone, di quelle che si trovano solo lì.

– Quattro badanti intendi… comunque vedrò cosa posso fare, dimmi.

– Parla con Fausto.

– Fausto? Ma quello ha fatto Lettere.

– Fidati, parla con lui, se la memoria non mi inganna… ma non ti voglio anticipare niente. Bando alle ciance; hai guardato quel link che ti ho mandato per email?

– No, di che si tratta?

– Un troione epocale guarda, se la scopano in… non so, saranno stati trenta, uno dietro l’altro, sulle dune di Fregene, almeno così dice il titolo, però per me è Ostia.

– Save’, ma tu da quanto tempo non scopi?

– …

– …

– Non me lo ricordo più.

 ***

Certo che me lo ricordo, e la cosa mi è rimasta qui –, Fausto si indicò il pomod’Adamo con un mano, mentre con l’altra agguantava l’ultimo fiore di zucca fritto – all’epoca facevo cucina al giornale…

– Hai fatto il cuoco? – chiese ironicamente Oreste – Ma almeno qualcosa la lasciavi o ti magnavi tutto te?

– Coglione, fare cucina significa… comunque ‘sti fiori sono la fine del mondo… indica quando uno in una redazione si occupa di raccogliere e selezionare le agenzie, segnalando le notizie ai vari redattori. Quando arrivò la voce di sta storia il direttore ci disse… aò fai segno al cameriere di portarne un altro piatto… ci disse che non se ne faceva niente, che la notizia non doveva uscire.

– Mi pare di capire che questo Fortunati fosse parente di qualcuno…

– Suo padre era un magistrato, non uno importante però, lo avevano sbattuto in una di quelle provincie dove non succede mai un cazzo, ma era amico d’infanzia del direttore, la cosa aveva fatto girare le palle ad alcuni colleghi del giornale, e come ti dicevo anche a me, però il direttore la buttò sull’umanità, perché devi sapere che… oh ma glielo hai detto al cameriere? Devi sapere che Fortunati figlio, dopo che si seppe la faccenda ebbe un esaurimento nervoso, e Fortunati padre… beh, lui sembra che davvero non ne sapesse niente, il figlio era una specie di bambino prodigio, a diciotto anni vinse una borsa di studio per andare a studiare negli Stati Uniti, lui ci andò e un giorno telefonò ai genitori, gli disse che si era già laureato, con sei mesi d’anticipo, e non gli aveva detto niente prima un po’ per scaramanzia e un po’ perché non voleva che affrontassero un viaggio di dodici ore, così quando tornò in Italia… oh eccoli qua, caldi caldi, grazie caro… quando tornò in Italia fece un po’ di concorsi, il padre probabilmente da buon borghese piccolo piccolo oliò qualche ruota e Fortunati Junior divenne docente a progetto alla tua università; dopo un solo mese dall’inizio dell’anno accademico, dopo che qualcuno tagliato fuori aveva fatto ricorso, all’università si accorsero, diciamo così, che il titolo dichiarato da Fortunati non aveva l’equipollenza prevista dalla legge, e così lo sospesero, ma in realtà noi sapevamo che il titolo non esisteva affatto, Aldo Fortunati non si era mai laureato, né in Italia né negli Stati Uniti… mo magna che si freddano…

C’era una cosa che Oreste non aveva avuto il coraggio di confessare a nessuno: da un po’ di tempo sognava di non essersi mai laureato. O meglio; nel sogno si ritrovava in fila con dei ragazzi con la metà dei suoi anni, in attesa di consegnare un modulo, forse proprio di iscrizione all’università, «ma io l’ho già fatto! Io sono laureato!» diceva ai suoi compagni d’attesa, e quelli lo guardavano con compassione, allora si diceva che avrebbe convinto quantomeno l’impiegato, così alzava lo sguardo ma non riusciva a scorgere lo sportello, perché la fila chilometrica ad un certo punto si perdeva in una sorta di nebbia. “Impotenza”, se avesse dovuto scegliere un termine per descrivere la sensazione che gli dava quel sogno, Oreste avrebbe scelto “impotenza”. Probabilmente per questo, quando seppe che il professore che cercava non era laureato, provò per lui un sincero moto d’empatia.

 ***

Trovare l’indirizzo non fu difficile; il giudice Fortunati, morto di infarto dopo qualche anno dai fatti, smise la toga quasi subito, e tornò nella natia Roma ad occuparsi del figlio, sembra mai ripresosi. Il difficile fu inventarsi una scusa, una scusa in grado di aggirare il firewall della diffidenza materna per incontrare il professore-non-professore Aldo Fortunati. Da quel poco che conosceva della natura umana, Oreste valutava che aggrapparsi a qualcosa che riguardava la vita di Aldo dopo il capitolo degli Stati Uniti, era assai rischioso, meglio sfruttare il periodo in cui era ancora sotto la tutela parentale: così si fece fare una targa fasulla della fantomatica Associazione Matematica Italiana, e si inventò la storia che in occasione del suo cinquantenario l’associazione aveva prodotto quei riconoscimenti commemorativi per tutti coloro che negli anni avevano vinto il Campionato Italiano di Algebra e Geometria, competizione che si teneva nelle scuole medie e superiori (in realtà Oreste, che aveva una buona capacità di analisi ma una scarsa creatività, aveva preso spunto dalle Olimpiadi della Matematica organizzate dall’Unione Matematica Italiana, olimpiadi a cui egli stesso aveva partecipato portando a casa un discreto piazzamento nell’edizione del 1988) . L’ottuagenaria vedova Fortunati ispezionò la targa a lungo, mentre Oreste, seduto sul divano buono, osservava con la coda dell’occhio Aldo, un uomo di mezza età con una calvizie avanzata, lo sguardo fisso su un tablet che teneva tra le mani e che sembrava spento, e un tetro mezzo sorriso immobile sul volto. Accanto ad Aldo vi era un ventenne annoiato, con un abbigliamento fintamente trasandato, che accanto a quello fintamente curato di Aldo formava un contrasto quasi comico. Oreste apprese in seguito che quel ragazzo, di nome Diego, era un volontario che si occupava di Aldo, evidentemente più bisognoso di sostegno rispetto all’anziana padrona di casa che dopo cinque minuti buoni riemerse dalla sua ispezione. Un sorriso dolce come può esserlo solo quello di una madre soddisfatta di suo figlio, fece capire ad Oreste di averla sfangata.

Dopo aver ingollato un amaro alle erbe alle dieci del mattino e a stomaco vuoto, Oreste si congedò dalla vedova Fortunati esattamente nel momento in cui Diego si apprestava ad accompagnare Aldo nella sua passeggiata quotidiana. I tre attraversarono in silenzio la strada che portava a un piccolo parchetto, un rettangolo verde attrezzato solo con quattro panchine e uno scivolo per bambini. Aldo si sedette, riprendendo a rimirare lo schermo nero della tavoletta digitale. Oreste notò l’attenzione oculare che il volontario riservava a un’agenzia di scommesse sportive nella strada adiacente.

– Se hai qualcosa da fare faccio io compagnia ad Aldo… – gli disse Oreste.

– Be’ effettivamente dovrei fare una cosa… – e poi rivolgendosi a Fortunati – Aldo ti lascio un attimo col signore, d’accordo?

Aldo guardò Diego e poi fece quel gesto con due dita davanti alla bocca che in quasi tutte le culture contemporanee indica la volontà di fumare, il ragazzo arrossì ed emise un risatina imbarazzata, Oreste piegò leggermente la testa, un gesto il cui significato era decisamente meno universale, ma che in quella precisa situazione fece comprendere a Diego che quello sconosciuto seduto accanto ad Aldo non aveva l’intenzione di interpretare la parte del delatore. Così il volontario estrasse da un pacchetto di sigarette quella che a prima vista non appariva come una sigaretta, per così dire, convenzionale. Aldo, con guizzo imprevisto considerata la lentezza dei movimenti osservata fino a quel momento, si proiettò verso la fiamma dell’accendino di Diego, e con due boccate avide portò a regime la combustione della cartina.

– Come sta professore?

Chiese Oreste mentre Diego si allontanava. Ma Aldo non rispose.

– Lo sa che sto lavorando a un computer quantistico a 14 qubit?

Fortunati si voltò verso il suo interlocutore, a cui per un attimo si fermò il cuore.

– Cosa vuoi da me?

Chiese Aldo, e questa volta fu Oreste a non rispondere.

Dopo qualche boccata Aldo porse la canna a Oreste, che accettò la staffetta e dopo quindici anni dall’ultima volta inspirò i fumi d’hascisc; nel farlo chiuse gli occhi e quando li riaprì era immerso in una nuvola bianca.

 ***

La nuvola si diradò e Oreste ebbe modo di riconoscere dall’alto la città di Milano, accanto a lui Ginevra, addormentatasi fin dalle prime fasi di decollo. Stava lasciando l’Italia come Aldo anni prima, quel personaggio che casualmente era spuntato nella sua vita, e che casualmente come lui era interessato alla computistica quantistica. Le considerazioni di Aldo erano incomplete; per costruire un pensatore non è sufficiente una macchina che accetti e generi il caso, serve una macchina che provi a dare significato al caso, il che evidentemente è un paradosso, un errore logico, eppure nonostante questo apparente bug di programmazione, il più efficiente computer del mondo, il cervello umano, funziona e si evolve da migliaia di anni. Mentre Oreste pensava questo, la hostess Ingrid afferrava a caso una delle due bottiglie di succo d’arancia sul carrello portavivande, lo sguardo della piccola Anette vagava senza un ordine prestabilito fuori dall’oblò, le imprevedibili turbolenze d’aria producevano disordinati tremolii delle ali e della fusoliera, e fuori da essa atomi e molecole della troposfera si spostavano in base al tipico moto casuale dei gas.

È vero che ci siamo affacciati all’universo per caso, ma l’idea stessa di “caso” non è altro che il paravento della nostra ignoranza. — Freeman Dyson , Turbare l’Universo, 1979

Il caso è il solo sovrano legittimo dell’universo. — Honoré de Balzac, Massime e pensieri di Napoleone, 1838