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Un regolamento di conti tra truffatori creativi

Quello non ero io – dodicesima puntata

 

"Hypnosys" by Escif

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-Allora?
Mi fa Samuel, mentre un lavavetri ci snobba puntando un Bmw alle nostre spalle.
-Allora cosa?
Rispondo io. Un centocinquanta guadagna qualche metro infilandomi sulla destra.
-Allora c’hai scopato con la tipa o no?
-Che c’è? La mammina ti ha cancellato i filmini porno e ti serve materiale su cui farti le seghe?
-No, a farmi le seghe ci pensa già la tua, di mammina.
-Ah, sta bene? Io è quasi trent’anni che non la vedo…
Mi volto verso Samuel. Lui non mi guarda. Dopo un po’  mi dice: -È  verde; parti finocchio.
Parto.
Entriamo nella chiesa, sembra non esserci nessuno. Ho avuto come l’impressione che il pesante portone fosse forzato. Ci sono dei lavori in corso, una botola è aperta nel pavimento e dei cavi elettrici ci si tuffano dentro, ma non c’è traccia di operai, restauratori o preti. Non frequento i cantieri e le chiese, ma penso sia normale che alle dieci di sera non ci sia movimento. Hanno sbagliato a darci l’indirizzo. Oppure è uno scherzo.
-Andiamo.
Dico a Samuel. Lui mi risponde di andare in macchina, che lui arriva subito. Non sapevo che fosse religioso. Almeno penso che lo sia. Che voglia pregare o qualcosa del genere, non penso voglia rimanere solo per incularsi gli spicci dell’offertorio. Sarebbe disonesto da parte sua, intendo non steccare il lavoro.

Uno non può svegliarsi la mattina e mettersi a fare il baro, come uno non può svegliarsi la mattina e mettersi a fare il chirurgo, e se è vero che c’è qualcuno che si finge medico senza essere neanche laureato, di bari improvvisati non se n’è mai visto uno. Forse perché il finto chirurgo gioca con la vita degli altri, il finto baro con la propria. Uno non può svegliarsi la mattina e mettersi a fare il double duke o il ruffle shuffle, uno non può svegliarsi la mattina e provare un miscuglio nel cavo della mano, altrimenti detto all’italiana. Un modesto baro professionista è dieci volte più veloce, dieci volte più preciso del migliore dei prestigiatori da palcoscenico. E guadagna cento volte di più. Se ti accorgi di stare davanti a un baro la cosa più intelligente che puoi fare è alzarti dal tavolo, ma generalmente è troppo tardi. E noi lo capimmo quando finimmo a Las Vegas, la bisca di via Salaria.
Col poker cominciammo a lavorare di brutto, era rischioso, poco remunerativo ma era schifosamente divertente. Siamo arrivati a lavorarci fino a tre polli a notte. Ogni sera giravamo un remake de il “Regalo di Natale” di Pupi Avati nel nostro ufficio. Con l’esperienza diventammo spudorati; ci scambiavamo le carte sul tavolo, in due tempi, indipendentemente da chi dava le carte. Un pollo che ancora conservava un briciolo di dignità, forse per farci impressione ci disse che era un frequentatore della bisca nota come Las Vegas, a duecento metri da piazza Fiume, il posto dove secondo lui si giocava più forte in tutta Roma. Facemmo vincere il pollo, ci serviva per entrare a Las Vegas, lo facemmo vincere alla grande, perché doveva presentarci come dei coglioni.
Las Vegas era uno stanzone sotterraneo a cui si accedeva da un cortile interno, forse un tempo era una cantina, forse era stato usato come rifugio durante i bombardamenti. Più che a un casinò del Nevada assomigliava ad una sala da gioco di inizi novecento, o forse lo era, forse quello stanzone era una bisca da sempre. L’illuminazione era tenue ma diffusa, al centro c’era una roulette immensa che mi dissero essere appartenuta ai Savoia, tutto intorno tavoli verdi, quelli da quattro, i più piccoli, erano verso l’esterno. La parete in fondo, quella opposta all’entrata, era occupata da un enorme mobile bar, ma a servire non c’era nessuno, chiunque poteva versarsi da bere liberamente, ma se qualcuno voleva tirarsela poteva sempre farsi portare da bere da un gorilla in cambio di una mancia. Era la suite del gioco d’azzardo capitolino; una retata di venerdì sera e sarebbe finita in commissariato buona parte della classe dirigente romana.
Pensavamo di lavorarci una bocciofila di vecchi rincoglioniti, invece eravamo in un vestibolo dell’intestino del potere. E non fu difficile muoversi al suo interno, il solo fatto di essere lì ti eleggeva a esserne degno, se eri lì non lo eri per caso, se eri lì non eri un morto di fame, se eri lì un motivo c’era. E  nessuno ti chiedeva niente, nessuno voleva sapere cosa facevi nella vita, le pubbliche virtù in quel sotterraneo valevano zero, quello che contava era solo il vizio privato.

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Quello non ero io – undicesima puntata

 

"shared lonelines" di Escif & Sam3

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Ho scolato il mio amaro in due sorsi, senza ghiaccio faceva schifo, ma non l’ho detto, non mi sembrava carino. In macchina pensavo che stasera si scopava facile, invece sono qui che ascolto questo pony pazzo che mi racconta del suo ex, e non ci capisco un cazzo. Ammesso che me ne importasse qualcosa sarebbe praticamente impossibile seguirla; rapita dalla narrazione ignora le più semplici regole della sintassi, non ho nemmeno capito come si chiami il tipo, il fantino intendo. Allora la fisso negli occhi e penso ai cazzi miei, ogni tanto annuisco, è una cosa che mi riesce tremendamente bene, lo facevo anche a scuola: “Signora suo nipote è sempre così attento…”, dicevano i professori a mia nonna. Andavo bene a scuola, però a casa erano comunque botte da orbi. Forse al ristorante ho sbagliato, forse la biondina pensa che sono uno a cui piace parlare, ma a me non piace parlare, preferisco pensare, e ora, in questo momento, voglio pensare a questa storia della chiesa; cerco di passare in rassegna i nostri vecchi clienti. Cerco di capirci qualcosa, anzi, cerco di capire se ci sia qualcosa da capire. Insomma penso, ma mi devo fermare perché la biondina smette di parlare. Così, all’improvviso. Senza nemmeno mettere un punto alla fine dell’ultima frase. E si avvicina, infila una mano tra i miei capelli e sussurra: -Adoro gli uomini che sanno ascoltare.

Ad un certo punto, non so bene quando, ma sicuramente durante il primo tempo della nostra storia come organizzazione a scopo di lucro, capimmo che avremmo dovuto diversificare il nostro portafoglio, guardare a nuove opportunità di business, rivalutare la mission aziendale. E non che avessimo intenzione di fare un salto di qualità nella malavita, non ci siamo mai sentiti dei criminali, eravamo piuttosto dei colletti bianchi, dei giovani professionisti di passaggio, ma ad un certo punto, non so bene quando, ma sicuramente ad un certo punto, ci accorgemmo che l’import-export di fumo, seppur redditizio, ci andava stretto, non ci divertiva più, ci aveva rotto le palle insomma.
L’occasione venne fuori quando un nostro compratore venne a ritirare due chili di marocchino. Chiese se poteva assaggiarlo, si rollò una canna e senza guardarci in faccia ci chiese se poteva ritardare il pagamento; nessuno di noi rispose se non altro perché nessuno di noi era preparato a quel tipo di richiesta, allora il bamboccio scoppiò a piangere come un ragazzina, e disse che aveva perso una fortuna in una bisca in via Tuscolana la sera prima.
La bisca altro non era che due tavolacci verdi nel retro di un negozio gestito da cinesi, uno di quei negozi che vende cianfrusaglia a pochi euro. Come appresi dopo, nella capitale questo tipo di affari è gestito da clan della Cosa Nuova calabrese, ma non mancano bische gestite da albanesi, rumeni e appunto cinesi.
Frequentai quel buco per qualche settimana. Non tutta la clientela aveva gli occhi a mandorla, ai tavoli si affacciavano anche italiani che palesavano il loro razzismo man mano che si sputtanavano la busta paga, e anche una donna il cui aspetto lasciava intuire una convivenza col demone dell’alcol oltre che con quello del gioco, ma a colpirmi fu il gregge di fighette ben vestite, polli ricchi di famiglia, mocciosi che giocavano a fare i dannati coi soldi di papà, all’improvviso mi accorsi che anche il nostro cliente, quello che mi aveva introdotto in quel retrobottega, altri non era che uno di loro: un imbecille che aspettava solo di essere spennato.
Il gioco d’azzardo sarebbe stato dunque il nostro nuovo investimento.
Carlito e Bradpitt mi seguirono nelle incursioni notturne in via Tuscolana; all’inizio spendemmo qualche migliaio di euro a baccarà, poi trovammo il nostro metodo, ma al tavolo più maledetto, quello del poker. Era un sistema decisamente ingenuo, ma finché avevamo a che fare con dei mocciosi tanto ricchi quanto coglioni, andava più che bene; l’importante era sedersi al tavolo tre contro uno, cioè io, Carlito e Bradpitt contro il pollo da spennare. Battevo le sale da biliardo e le bische del prenestino fino a quando non trovavo un imbecille pieno di sé e pieno di coca, ma soprattutto pieno di soldi. Mi avvicinavo e gli chiedevo dove potevo trovare qualcuno che voleva giocare duro, qualcuno che ci sapesse fare con le carte, raccontavo che mi aspettavano per un pokerino ma non volevo che il quarto lo scegliesse il padrone di casa, per non essere messo in mezzo, dicevo insomma che mi serviva un mezzo compare. L’idiozia con cui abboccavano mi sorprendeva sempre. A giocare ci trovavamo all’ufficio in via dei Cessati Spiriti, la tattica era questa: quando le carte le dava Carlito, la prima cosa che facevo era mettere subito da parte le carte che avrei cambiato, come fanno i dilettanti, ma invece degli scarti io mettevo da parte i punti, coppie, tris e doppie coppie, quando Carlito cambiava le carte  raccoglieva il mio scarto, fingeva di metterlo da parte ma in realtà lo sostituiva con le prime carte del mazzo, così quando Bradpitt cambiava le sue, raccoglieva il mio punto. Bradpitt aveva anche inventato un codice per comunicarmi il punto che aveva, fissava pensieroso le sue carte, picchiettava con la falange dell’indice una volta se aveva una coppia, due se era doppia, tre se aveva un tris, quattro se aveva quattro quinti di scala o di colore, e non lo faceva sul tavolo, ma sul dorso di una carta, se bussava al centro il punto era di assi, l’angolo in alto a sinistra era un punto di jack, in alto a destra di donne e via dicendo, se si portava la mano al volto aveva bisogno di una carta di cuori, se giocava nervoso con l’accendino gli serviva un picche. Quando io ero di mano Bradpitt aveva una probabilità esponenziale di vincere, per questo aprivo chiamando buio. Per il resto della partita ci tenevamo bassi, evitando ti stuzzicare la fortuna del pollo, quando lui passava io e Carlito fingevamo di giocare tra noi, e io fingevo di perdere, ogni maledetta mano, dovevo necessariamente perdere più di quanto perdesse il pollo, con questo sistema si evitava che il fesso capisse di essere il fesso. Questa accortezza, che probabilmente mi ha evitato qualche coltellata, la devo al capolavoro di Victor Lustig; Lustig si trasferì un periodo negli Stati Uniti, nel giro della mala lo conoscevano tutti, ma lui riuscì comunque a mettere a segno una perla, e non a spese di uno qualunque, ma di Al Capone. Lustig si presentò da lui dicendo di voler mettere su una truffa che avrebbe fruttato un sacco di soldi, ma aveva bisogno di un capitale iniziale, quindi propose al boss un prestito di cinquanta mila dollari e che gli avrebbe reso il doppio dopo due mesi, Al Capone accettò informando Lustig che se quello fosse stato uno dei sui trucchi, non avrebbe avuto modo di farne altri, in fondo all’oceano. Lustig prese i soldi e li portò in banca, per due mesi non fece assolutamente niente, poi prelevò il deposito e si presentò al boss a capo chino, confessò che la truffa era andata a puttane, però aveva fatto in modo di raccogliere tutti i soldi prestati, fino all’ultimo centesimo, Al Capone prese la valigetta coi soldi, l’aprì e tirò fuori cinque mila dollari che diede a Lustig, come a dire che un uomo d’onore è spietato coi nemici e magnanimo con chi gli è leale.

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Quello non ero io – decima puntata

 

opera di Swoon

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Forse la fine del nostro gruppo cominciò quando comparve Serena. Non so bene come Spud la conobbe, fatto sta che ce la trovammo tra i piedi da un giorno all’altro. Sapeva tutto dei nostri giri, quando c’era da prendere una decisione l’opinione di Spud era in realtà quella di Serena. La cosa non ci turbò più di tanto; prima di lei le opinioni di Spud coincidevano con le mie, qualsiasi esse fossero; non si può dire che Spud avesse una gran spina dorsale, però era un amico, un povero diavolo ma un buon amico. La bottega di artigianato africano, copertura per i nostri frequenti movimenti tra Roma e Rabat, fu un’idea di Serena; però quando quelli della Digos irruppero nel negozio, tutti eccitati come un branco di bambini anfetaminizzati la notte di Natale, ci trovarono solo il povero Spud.
Quella del negozio fu un’idea del cazzo. Il nostro vero centro direzionale, o come direbbe un mediocre cronista, la nostra base, era invece un bilocale in via dei Cessati Spiriti, dalle parti di Arco di Travertino, una strada appartata con poche case, a ridosso di un quartiere popoloso; di giorno ci trovavi tossici, ladruncoli intenti a spartirsi la refurtiva, ragazzini che facevano sega a scuola. Lì avevamo trovato un vecchio che si accontentava di intascare l’affitto in nero senza fare troppe domande. Al bilocale ci incontravamo per parlare di affari, a volte lo usavamo come deposito.
Una volta ero giù in strada con Bradpitt, aspettavamo Spud e Carlito, avevo appena comprato una Lancia Delta, di seconda mano ma tenuta bene; due ragazzine con lo zainetto ci guardavano, erano sedute su un muretto a non fare nulla, dopo un po’ una ci salutò, Bradpitt sorrise, allora la più intraprendente delle due si avvicinò e chiese se avevamo una sigaretta, Bradpitt rispose che aveva il pacchetto pieno, ma su in “ufficio” c’era anche qualcosa di meglio. Salirono con noi, fumammo due canne e andarono via. Sembrava finita lì, ma probabilmente avevamo fatto colpo; le due mocciose cominciarono a presentarsi in ufficio ogni lunedì e giovedì, ci spiegarono che erano i giorni in cui avevano matematica, facevano il quarto anno di liceo linguistico. La più vispa delle due, di cui non ricordo il nome, dopo un mesetto finì a letto, anzi sul divano, con Bradpitt; da allora non si fece più viva, anzi no, tornò dopo qualche tempo chiedendomi di fingermi suo fratello maggiore durante i colloqui scolastici. L’altra invece, Valentina, non rinunciò alla sua libertà clandestina e divenne una habitué del centro direzionale. Noi non ci andavamo ogni giorno, così quel filantropo di Bradpitt pensò bene di darle un doppione della chiave. A me questa situazione non piaceva, eppure non potevo fare a meno di guardare Valentina e invidiarla, invidiare la sua ingenuità, invidiarla per come andava verso il baratro senza paura, ed era un’invidia strana, tanto strana che una mattina mi spinse con lei sul divano, quello stesso divano sul quale si erano già stesi la sua amica e Bradpitt.
All’incirca una settimana dopo tornai in ufficio e la trovai pesta; il padre aveva scoperto che mancava da scuola da mesi, lei era scappata di casa e aveva dormito lì, nel bilocale. I ragazzi non dissero nulla, ma la situazione era chiara a tutti: una minorenne in ufficio, verosimilmente cercata dalla madama, era come una granata senza sicura sulla scrivania, a mo’ di fermacarte. Lasciai trascorrere due notti, poi l’afferrai e la trascinai a casa sua; lei strillava e si disperava neanche la stessi portando al patibolo, e non si fermò neppure quando la madre le saltò addosso piangendo anche lei, ma di gioia.
Quella fu l’ultima volta che la vidi. Però mi scrisse. Molto. Ogni giorno ricevevo minacce di morte e auguri di ogni male in posta prioritaria. Smontai la cassetta delle lettere e il problema fu risolto.

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Quello non ero io – nona puntata

 

opera di Banksy

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Il brutto di considerare amico qualcuno è che, prima o poi, quello si mette in testa di farti mettere con qualcuna, generalmente un’amica della sua donna; e Claudia, la moglie di Renato, di amiche ne ha una scorta senza fine. Anche Claudia, a suo modo, è come Renato e come quel tale che non dava alcolici ai vecchi; lei pensa di fare la sua parte nel mondo accoppiando a caso tutte le persone non accoppiate che gli passano davanti. All’inizio mi ci sono messo d’impegno per farla desistere: ho trattato di merda tutte le sue migliori amiche, sono stato maleducato, volgare, aggressivo, ma non è servito a nulla; la mattina dopo Claudia aveva sempre una nuova candidata. Così ora mi sono arreso, mi limito a venire a queste cene senza celare la noia e la discreta rottura di coglioni; ordino una pizza ai funghi, parlo solo se interrogato, chiedo il conto sbuffando e poi sparisco.
Questa sera è il turno di Stefania, una biondina di un metro e sessanta scarso, jeans e pulloverino blu, borsa rosa e stivali col tacco… ecco… i tacchi, mentre parla ogni tanto sbatte il tacco destro per terra: scalcia insomma, come un cavallo, anzi come un pony, vista la statura. Non sarebbe nemmeno male, ma stasera mi ha detto sfiga: dalle presentazioni scopro che il pony è una collega di Claudia, la categoria peggiore, nulla a che vedere con le amiche, le amiche delle amiche, le cugine, le lontane parenti, quando c’è una collega in ballo Claudia è insopportabile. Più del solito intendo.
Il ristorante è sempre lo stesso, il cameriere ci conosce e mi guarda con invidia. O con disprezzo, non so.
-Allora che fai nella vita?
Mi fa la biondina. Quel figlio di puttana di Renato ha ordinato da bere prima che lo potessi fare io, quindi mi tocca rispondere.
-Lavoro.
-Beh… ok… ma di che ti occupi?
-Comunicazione d’impresa.
-Ah… interessante, ma esattamente cosa fai?
-Voi sapete già cosa prendere?
Chiedo, una buona scusa per cambiare argomento, ma sotto il tavolo Renato mi colpisce la caviglia, col suo scarpino laccato a punta da avvocato: fa un male cane.
-Spartaco lavora in proprio, ha una piccola agenzia. Ma non ama molto parlarne.
La biondina ride, ha un bel sorriso.
-Beh magari ne riparliamo a stomaco pieno, eh?
E  mi fa l’occhiolino, la biondina. Non è affatto male, peccato averla conosciuta in questa occasione.
-Noi andiamo a lavarci le mani.
Dice Claudia lacrimando adrenalina.
-Senti Renà, questa storia della chiesa non mi convince… dobbiamo capire…
Dico all’unico rimasto a tavola, ma prima che possa finire la frase, Renato mi blocca la testa tra le mani e mi dice: -No senti tu testa di cazzo: se Dio vuole, questa sembra tanto pazza da trovarti attraente, e tu, mia bella testa di cazzo, stavolta non mandi tutto a puttane, hai capito? Io non ne posso più Spartaco, io non ne posso più: non esco da solo con Claudia da mesi, sei diventato la sua ossessione… quindi; quando quella… che diciamocelo: è anche un gran scopata… quando quella torna a tavola, tu fai di tutto, e dico di tutto, per non farti dare dello stronzo prima del caffè. Hai capito?
Io non amo gli ordini, ma odio sentirmi incapace; in fondo che mi costa? Fingere divertimento: per una sera lo posso anche fare, magari ci cascano e non mi rompono più le palle, che mi costa? Per una sera posso provare a essere brillante. E allora racconto: racconto di tutte le botte prese da mia nonna e a scuola, racconto di quando non avevo neanche i soldi per comprarmi un maglione, racconto di quando quasi morii assiderato, racconto, e loro ridono, sì, ridono, ridono perché questa sera racconto, e sono brillante, divertente. E allora continuo: racconto di quando per strada camminavo a testa bassa nella speranza di trovare qualche mozzicone ancora fumabile, racconto di tutte quelle volte che entravo nei cinema dall’uscita di sicurezza per non pagare il biglietto e per soffocare il tempo, racconto di Victor Lustig, racconto di Lina Wertmuller, racconto. E mi ritrovo fuori dal ristorante, con il pony che mi guarda e mi chiede:
-Mi accompagni?
Questa deve essere davvero pazza.

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Quello non ero io – ottava puntata

 

opera di Banksy

Puntata precedente

-Sparta, ripeto: io non ne so niente…
-Ma sei sicuro? Magari te ne sei dimenticato…
-Ma stai scherzando? Figurati se non ricordo una cosa del genere… rilassati e non dimenticarti l’appuntamento di stasera.
Saluto Renato e chiudo il cellulare facendolo schioccare come una nacchera.
Samuel è disteso sul divano, sul mio divano. Ha un’aria rilassata. Lo vedrei a fumarsi una sigaretta, ma lui non fuma. Io invece sì; sfilo una sigaretta dal pacchetto e gli do fuoco.
-Renato dice che non ha dato il mio numero a nessun prete o roba del genere.
Samuel si volta verso di me, lento. Mi guarda dall’abisso del suo relax.
-Domani andiamo e vediamo di che si tratta. Che problema c’è?
Mi dice.
-Voglio capire come ci hanno trovato.
Gli rispondo.
Spengo la sigaretta. Le spengo sempre prima della fine, almeno un paio si centimetri prima del filtro.
-Ma chi te li da tutti quei film?
Mi chiede Samuel. Ora è completamente sdraiato e torce il collo all’indietro per osservare una montagnola di dvd.
-Chi vuoi che mi li dia… li compro…
Samuel riassesta il cranio facendo scrocchiare le prime vertebre.
-Non ci siamo mai lavorati una videoteca. Ci hai mai pensato?
Sono concentrato su quella maledetta chiesa, però la domanda di Samuel mi punge le cervella. Come si può sabotare una videoteca? Forse scambiando le targhette dei film, così quando un bravo padre di famiglia, separato ma responsabile, rifila per l’ottava volta “Alla ricerca di Nemo” alla sua bimbetta, in quel momento ecco che parte “Le porno collegiali”. Allora il bravo paparino, separato ma responsabile, e che lavora nella guardia di finanza, s’incula il videotecaro.
-Ma quanti ne vedi in una settimana?
-Dipende… se rimango a casa ne vedo anche tre, quattro in un giorno…
Samuel increspa le labbra come a voler fischiare, però non fischia.
-Se la vita ti avesse detto culo avresti fatto il critico cinematografico…
Mi dice.
-No, se la vita mi avesse detto culo avrei fatto l’imprenditore, anzi no, avrei fatto lo sbirro…

Il poliziesco è il mio genere cinematografico preferito. “Milano calibro 9” di Fernando di Leo è quello che mi piace di più. O forse no. Però è il migliore che ora mi viene in mente. E forse non è neanche un vero poliziesco. “Confessione di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica”, quello sì che è un bel film, però probabilmente neanche quello è un poliziesco.
Il mio regista preferito, invece, è Lina Wertmuller, forse dovrei dire la mia regista preferita, ma non rende l’idea; Lina Wertmuller è il mio regista preferito. Nessun altro autore è più virile di lei. Gli uomini dei suoi film quando si innamorano non sembrano mai delle fighette.
“Pasqualino 7 bellezze” è il suo capolavoro. Lo vidi da ragazzino; certo non riuscivo a capire la poesia di certe trovate come l’anarchico che si suicida tuffandosi nella latrina, o lo sguardo di Giannini allo specchio una volta tornato a casa, eppure capivo che in quelle facce c’era qualcosa di grande, di sacro, ma un sacro che non aveva nulla a che fare con quello che mi insegnavano al catechismo. E dopo aver visto quel film cominciai a fantasticare su mio padre; non mi hanno mai detto nulla di lui, ma io cominciai a credere che avesse avuto una serie di disavventure per il mondo, che avesse avuto centinaia di donne, che doveva assomigliare a Giancarlo Giannini.
Intendiamoci: non mi è mai mancato un padre, non mi è mancata nemmeno una madre. Mi è bastata mia nonna.

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Quello non ero io – settima puntata

 

opera di David Ellis

Puntata precedente

Il lavoro al supermercato è filato liscio, tutti i pacchi di pasta e biscotti sono zuppi del mio napalm. Saranno costretti a buttarli. Tra una settimana ripassiamo per un richiamino.  Controllo i messaggi sul cellulare, una richiesta di colloquio, alle ventidue del giorno dopo, un indirizzo che non conosco, prendo il Tuttocittà sotto il sedile di Samuel e controllo. È di strada per il ritorno a casa, diamo una controllata: cazzo. Questa non ci era mai capitata: una chiesa.

La rogna più fastidiosa del nostro lavoro è la pubblicità… nel senso della nostra stessa pubblicità… dell’arrivare ai clienti. Non possiamo certo contare sul passaparola, perché chi ha fatto la carogna non lo va mica a dire in giro. Un periodo tentammo con un annuncio: “Avete paura che la vostra attività non abbia un’immagine all’altezza della qualità che siete in grado di offrire? Contattateci e…” e via dicendo. Ci misi un giorno per scriverlo; non ci ha mai chiamato nessuno. Riusciamo a lavorare grazie a Renato.
Renato Festa è il mio avvocato, oltre a quello che più si avvicina alla definizione de il mio migliore amico, anche se è una cosa un po’ da fighette. Lo conobbi in tribunale; io avevo un avvocato di ufficio che non sapeva neanche come mi chiamassi… Renato difendeva un tipo, un pazzo, che lavorava come barman in una balera, in pratica il tipo aveva sostituito tutti gli alcolici con bevande analcoliche, camuffava il sapore servendo con molto ghiaccio e aggiungendo essenze balsamiche o tabasco per simulare il sapore dell’alcol, e non lo faceva per lucro, lo faceva perché era una specie di missione, lo faceva per salvare il fegato di quei vecchietti; fatto sta però che un giorno un pensionato di 73 anni ci ha quasi lasciato le pelle dopo aver bevuto un amaro, cioè un chinotto sgasato, era allergico non so a cosa. Il barman se la cavò con una multa. Quando mi condannarono contattai Renato e gli raccontai la mia storia, gli anticipai che non avevo un soldo bucato, ma lui non si scompose e la cosa un po’ mi turbò. Col tempo ho capito che Renato non è molto diverso da quel barman, anche lui ha la presunzione di far del bene alla gente, di aiutarla, anche lui ha l’egoistica ambizione di fare qualcosa per rendere questo mondo leggermente migliore, ma è stato l’unico a credere alla mia estraneità con quella truffa immobiliare, e questo non lo dimenticherò mai.
Questa è la procedura con cui Renato ci fa pubblicità; supponiamo che un commerciante o un libero professionista si rechi da lui lamentando la presunta concorrenza sleale di un collega, se ci sono gli estremi per un’azione legale si procede per quelle vie, se invece il cliente vuole semplicemente dare una lezione all’altro, Renato fa il suo colpo di teatro, spinge schifato la sua poltrona lontano dalla scrivania e dai clienti, e se questi non sembrano aver accusato il colpo allora li informa: -Io sono un uomo di legge e quello che volete voi con la legge non c’entra nulla… ciò nonostante se siete convinti di proseguire per questa strada, proprio perché sono un uomo di legge, ho il dovere di tenervi lontano da gente e ambienti pericolosi. Tenete; questo è il numero di due ragazzi che lavorano pulito e non vi chiedono nient’altro in più di quello che pattuite.
Renato è un gran figlio di puttana.

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Quello non ero io – sesta puntata

 

opera di Alexandre Farto alias Vhils, su muro portoghese

Puntata precedente

Carlo Imposimato, detto Carlito per le sua carnagione caraibica, era un ladro generico, cioè non si era specializzato in nulla: c’è chi si perfeziona in furto di automobili e moto, chi in denaro e valori, chi infine sceglie di svaligiare ville e appartamenti, lui no, faceva tutto. O almeno avrebbe voluto. Ci sono due malattie che rendono la professione del ladro un inferno; una è la totale mancanza di prudenza, l’altra è l’eccessiva prudenza. Carlito aveva il secondo handicap, ma più che prudente era paranoico, ansioso all’inverosimile, se riusciva a fare un colpo stava male per un mese. Carlito a differenza di me e Spud non era mai stato dentro, del resto se se lo fossero bevuto sarebbe morto di infarto al momento, ma nonostante la fifa fottuta sapeva il fatto suo; tra un’ulcera e l’altra si era fatto un discreto gruzzoletto, almeno era quello che diceva Spud, suo amico d’infanzia. Una sera tornai a casa, avevo tentato inutilmente di vendere il nostro televisore in bianco e nero del 76, Bradpitt aveva fatto il giro delle agenzie di viaggi per trovare i voli più economici, Spud era sporco di cera, accartocciato e immobile nel letto. Li guardai e dissi: -Ci serve un socio, ma uno che ha la grana, non un altro sfigato come noi…
Spud sollevò timidamente la testa scoprendo due piaghe tumefatte al posto degli occhi, e sibilò: -Carlito… dobbiamo parlare con lui…
Poi cercò di sputare a terra, ma si scatarrò addosso.
Spud prese un appuntamento con Carlito, quando seppe che c’eravamo anche noi disse che a casa sua non si poteva fare e ci diede appuntamento in un bar dall’altra parte di Roma. Lui prese una birra,  anche noi, nel senso che prendemmo una birra in tre. Gli spiegammo il piano, man mano che parlavo lui diventava sempre più teso, sudava, si guardava attorno, quando io finii lui si alzò di scatto e andò via. Tre giorni dopo ci arrivò una cartolina da Ostia, c’era scritto: “Va  bene. Ci sto”, capimmo che era lui. Il venerdì arrivò una lettera in posta prioritaria imbucata a Frascati, diceva: “Fatemi cercare da Giacomo”, ci misi un po’ per ricordare che quello era il vero nome di Spud.
In Marocco ci andammo solo io e Bradpitt, per tre ragioni: per prima cosa il viaggio per quattro costava troppo, poi Carlito non aveva nessuna intenzione di correre il rischio di farsi arrestare e Spud bastava guardarlo per capire che non era pulito, e infine questo era il modo più equo di distribuire il lavoro; Carlito metteva il capitale, Spud si sarebbe occupato di piazzare la roba, e io e Bradpitt ci occupavamo del trasporto. In realtà l’idea delle candele era stata di Bradpitt, quindi a me spettava il lavoro più duro, quello di portare la borsa con le candele, insomma io ero il corriere.
Trovare il fumo fu un gioco da ragazzi, in quel viaggio lo comprammo per strada, nelle spedizioni successive imparammo a spostarci nelle campagne interne e a trattare direttamente con i coltivatori. Quando fu il momento di lasciare il paese io e Bradpitt ci dividemmo, lui prese un aereo precedente, in modo che se avessero avuto una soffiata prendevano lui, che però era pulito, e io avevo il tempo di disfarmi della roba. Sistemai le candele in una scatola artigianale che comprai al mercato di Marrakech, rivestii le pareti interne con dell’alluminio, quando la scatola passò ai raggi x il tipo della sicurezza chiese di vedere cosa c’era dentro. Aprii quella cazzo di scatola africana e dissi: -It’s for my mother… she loves candles…
-Mother? Are you italian?
Disse il mezzo sbirro e cominciò a ridere dandomi pacche sulla spalle neanche fossimo andati a scuola insieme.
Ero in aereo e non mi sembrava vero, era stato tutto tremendamente facile, era la prima volta che mi ubriacavo di adrenalina. Sceso a Fiumicino presi la borsa e la scatola e cominciai a girarmi come un tarantolato cercando l’uscita, dovevo avere gli occhi fuori dalle orbite e un colorito prossimo al porpora. Quando finalmente imboccai la direzione giusta vidi gli sbirri con i cani; le energie mi crollarono di colpo, mi sentii mancare, per un attimo vidi tutto nero. Erano anni che non mi succedeva, da quando ero bambino e mia nonna mi picchiava finché, appunto, svenivo, avevo addirittura imparato ad anticipare lo svenimento per prenderne di meno, fissavo la croce appesa al collo di mia nonna che oscillava isterica mentre lei si slogava per colpirmi, poi mi concentravo sul dolore e trattenevo il respiro… era una attimo; l’oblio tascabile. Ma in quel momento era inutile svenire, mi avrebbero preso comunque, quindi cercai di camminare il più normalmente possibile. Il cane girava intorno allo sbirro descrivendo un cerchio, sempre lo stesso. Mi annusò per un attimo le tasche e riprese a girare.
Le porte a vetri si aprirono, l’aria fredda mi squarciò i bronchi, Bradpitt mi venne in contro, appena in tempo. Prima che cadessi a terra svenuto.

Continua…

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Quello non ero io – quinta puntata

 

opera degli Os Gemeos, Lisbona

Puntata precedente

Il nostro gruppo operativo, o la nostra banda, come avrebbe detto un mediocre cronista, mise a segno il suo primo colpo nel duemila; una cosa rocambolesca, roba da film… non so… di Scorsese, ecco… roba alla “Quei bravi ragazzi”. In principio eravamo io e Bradpitt che avevamo un fottuto bisogno di metter su qualche spicciolo. Io mi ero licenziato da tre mesi e il padre di Bradpitt gli aveva tagliato i viveri quando aveva scoperto che dopo due anni di università non aveva fatto neanche un esame. Al gabbio avevo conosciuto qualcuno, mi ero fatto qualche amico, ma francamente la malavita, quella vera, non era il mio mondo, né tanto meno quello di Bradpitt con le sue camicie col colletto all’insù. Ci voleva un’idea. Anzi no, non proprio un’idea, quello che ci serviva era una grande, spudorata, oscena, esagerata, botta di culo. E la botta di culo arrivò.
Giacomo Santoro, detto Spud, come il tipo di “Traispotting”, quello più fatto di tutti, quello che anche a vederne l’ombra si capiva che era un tossico allo stadio terminale… beh insomma, Spud era appena uscito da Rebibbia; cercava un posto dove stare, eravamo in cella insieme e non avevamo mai avuto scazzi. Io lo avrei ospitato senza pensarci, ma Bradpitt voleva qualcuno che almeno pagasse la sua quota d’affitto, visto che noi non ricordavamo più da quanti mesi non pagavamo la nostra. Spud non nascose di essere messo peggio di noi, ma aveva una dritta… il fratello era appena tornato dal Marocco e gli aveva raccontato che là il fumo costa meno del pane, quindi voleva fare una colletta e partire in Africa per fare il pieno di cioccolato, ritornato in Italia sapeva a chi rivenderlo. Io volevo prenderlo a calci nel culo, come si fa a essere tanto idioti? Come pensava di passare la dogana? Gli avevano dato due anni per essersi rivenduto una pasta al figlio di un assessore comunale che un altro po’ ci rimetteva la pelle, come cazzo faceva a non cacarsi addosso all’idea di essere bevuto per traffico internazionale di stupefacenti? In quel momento pensai che il carcere fosse uno strumento della selezione naturale; chi è più coglione finisce dentro e non ha possibilità di riprodursi. Anch’io ero finito dentro soltanto per idiozia: preso il diploma mi cercai un lavoro, mi assunse una piccola agenzia immobiliare di cui non seppi mai il nome, mezza giornata di formazione ed ero già operativo. In una giornata facevo vedere lo stesso monolocale a venti persone, il giorno dopo ero dall’altra parte della città a cercare di far affittare una villetta con giardino, poi per dieci quindici giorni i due dell’agenzia sparivano, io non sapevo se fossi in ferie o se mi potevo ritenere disoccupato; si rifacevano vivi per telefono, mi davano appuntamento in un nuovo ufficio, mi davano ottocento mila lire in contanti e le chiavi del nuovo appartamento da piazzare… già, le chiavi, sono state quelle a fottermi,  se non avessi avuto tutte quelle fottute chiavi nel bauletto del motorino il giudice mi avrebbe anche creduto, e invece… io al fresco per truffa aggravata e violazione di domicilio, e il gatto e la volpe chissà dove coi milioni delle caparre. Fui un idiota a farmi fottere, però ero praticamente un bambino, ma i bambini, si sa, imparano alla svelta: da allora non mi ha più fottuto nessuno. Spud invece era coglione nel dna. O forse erano tutte le paste che prendeva, non lo so, fatto sta che stavo per prenderlo a calci nel culo quando Bradpitt alle mie spalle mormorò: -Che gran botta di culo…
La botta di culo consisteva in questo: Bradpitt la sera prima era a casa di una tipa che si era scopato… premetto che Bradpitt era la persona che scopava di più al mondo, ma di gran lunga, anche il soprannome derivava indirettamente da quella dote; una volta sparì per tre giorni, quando tornò raccontò di avere incontrato una quarantenne che lo trascinò a casa per trombare, al terzo giorno la tipa pretese di avere un rapporto anale, allora io per sfotterlo lo chiamai Marlon Brando, ricordando l’inculata di un famoso film di Bertolucci, e un tale che abitava a casa nostra, un certo Pietro e non ricordo cos’altro, sembrò gradire molto la citazione, dopo aver smesso di ridere si asciugò la bava  e disse: -Michè ha raggione Spartaco, sii propia como a Brèdd pitt.
Comunque Bradpitt era sul letto della tipa ed era ipnotizzato da quelle candele che da lì a poco sarebbero diventate di moda, quelle trasparenti con le conchiglie e altre cazzate dentro, guardava quella candela e gli passò per la mente un’idea, all’improvviso, come se gliela avesse iniettata qualcuno con un siringone intracranico: un panetto di fumo, o un rotolino pieno di coca, dentro una di quelle candele, ovviamente non trasparente, magari di quelle colorate tipo psichedeliche… chissà se quei fottuti cani poliziotto riescono a sentire l’odore della roba anche così, teoricamente no… qualcuno gli aveva raccontato che aveva portato un po’ d’erba dall’Olanda  dentro lo shampoo, soltanto che se questo metodo era giunto fino a lui prima o poi sarebbe arrivato anche agli sbirri, e poi una bottiglia è sempre un oggetto cavo, ma una candela no…
-È un’idea del cazzo…
Dissi io.
-È davvero una botta di culo…
Convenne Spud.
-È l’intervento divino…
Riprese Bradpitt.
-Ecco appunto; io Dio come socio non ce lo voglio…
Non resistetti a lungo. Quando il fornaio sotto casa si rifiutò di farmi ancora credito diventai più malleabile.
Una sera Bradpitt venne a casa con una frikkettona dell’accademia delle Belle Arti che ci mostrò come si confezionano le candele. Chiunque sarebbe rimasto quantomeno perplesso nel vedere tre morti di fame tanto interessati a quel passatempo da vecchie signore, ma era talmente cotta di Bradpitt che ci avrebbe anche insegnato a ricamare senza trovarci nulla di strano. Rimaneva un problema; trovare un po’ di spiccioli per la gita in Marocco. E qui che entrò in scena Carlito.

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Quello non ero io – quarta puntata

opera di Word To Mother

Puntata precedente

Affatico il servofreno della mia Fiat Coupè rossa in uno stradone trafficato.
Il patchwork di lamiera non si scioglierà prima di dieci minuti.
-Ieri ci hanno sgamato…
Mi fa Samuel.
-Ma dai… non me ne ero accorto…
-Sì, ma è la terza volta. Una volta è un caso, la seconda una coincidenza, ma se anche un terzo racconta che un bianco e un nero hanno tentato di fotterlo… forse è meglio se cambiamo piazza…
-Ma ti sei rincoglionito? Ricominciare in un’altra città? Ma sai che significa? Trovare nuovi contatti, esplorare l’ambiente… magari pestiamo i piedi a qualcuno e ci fanno il culo…
-Sì… se è per questo il culo me lo hanno fatto anche ieri…
-Conosci Victor Lustig?
-Chi?
-Hai presente quel film con Totò in cui vende la fontana di Trevi? Beh Victor Lustig lo fece davvero con  la Torre Eiffel. Lesse su un giornale un articolo satirico in cui si diceva che i costi per la manutenzione della torre erano tanto alti che conveniva venderla, magari rottamarla, venderne il metallo…
-Quando è successo?
-Che te ne frega? È una storia senza tempo…
-Senza tempo? Cos’è? “Alice nel paese delle meraviglie”? Quando è successo?
-Va beh agli inizi del novecento, va bene così?
-Di dove era il tipo?
-Ma mi fai raccontare? Cosa ti cambia di dov’era? Comunque era nato a Praga o da quelle parti. Dicevo legge questo articolo e la trova una buona idea; spedisce degli inviti a sei grossisti di acciaio per un colloquio riservato in una suite, gli racconta che lui è un funzionario del governo e si occupa della vendita della torre, l’affare però doveva rimanere segreto il più possibile… perché era evidentemente una cosa impopolare. Fatto sta che mise su una vera e propria gara d’appalto, ricevette le offerte e scelse quella del commerciante che gli sembrava più pollo…
-Ok ma che c’entra con quello che dicevamo?
-E che cazzo fammi finire… sceglie la busta del fesso, lo avverte che la sua era una buona offerta, ma gli dice anche che gli altri erano stati particolarmente generosi con lui, in pratica si fa pagare dal pollo una bustarella… e qui c’è tutto il genio… uno pensa se uno mi vuole fottere potandomi via un sacco di soldi, che se ne fa di quattro carte di tangente? Deve essere per forza vero…
-Ripeto: cosa cazzo c’entra?
-Ripeto: mi hai rotto le palle. Interrompi un’altra volta e vai a prendere l’autobus… allora il cretino ci casca con tutte le scarpe, dopo un po’ Lustig gli chiede l’anticipo sui primi lavori, l’imbecille paga, Lustig prende i soldi e sparisce.
Guardo Samuel, lui ricambia lo sguardo. Tace.
-Di tutta questa storia non ne se ne seppe nulla…
Una station wagon mi strombazza; guadagno tre metri in avanti. Lui continua a tacere.
-Ora puoi dirlo.
-Cosa?
-Puoi chiedere questa storia cosa c’entra…
-Ok: cosa stracazzo c’entra questa storia del cazzo col nostro cazzo di discorso? Va bene così o ci devo aggiungere qualche altro cazzo visto che ti piacciono tanto…
-No per carità, non ti toglierei mai il pane di bocca… dunque: il fesso non denunciò il fatto altrimenti lo avrebbero preso per un imbecille totale quale poi era. Sempre se gli avessero creduto. Quindi fidati; chi si fa fottere non lo dice a nessuno, sarebbe come mettersi un cartello sulla schiena con scritto “coglione”, e quelli che ci menano… beh finché ci menano è un buon segno, loro sanno che fanno una cosa più illegale della nostra, è per questo che dopo due cazzotti scappano via…
-Allora mettiamo in chiaro le cose: finora sono io, e sottolineo io, ad averle prese, e ti assicuro che non erano solo due cazzotti… e se volevo prenderle avrei fatto il pugile…
Approfitto di un vuoto sulla destra per infilare l’auto aziendale in doppia fila, qui a via Taranto.
-Ascolta Jack La Motta: siamo arrivati, il piano è sempre quello, c’è una leggera variante sui materiali…
Usciamo dall’auto aziendale.
-Che vuoi dire?
-Non ho trovato bacarozzi, ho lessato un cavolo nel latte.
-Latte?
-Latte acido, se non se ne accorgono subito quello va a male che è una bellezza, una volta ho dimenticato una mozzarella fuori dal frigo, sono tornato dopo due giorni e non puoi sapere…
-Ok mi fido. È quello il negozio?
Prendo la pompetta col napalm dal portabagagli e raggiungiamo l’obbiettivo. Le porte a vetri si aprono, faccio un passo avanti, c’è l’aria condizionata. Positivo. Col caldo non mi concentro.
Sono ancora nella zona franca del piccolo supermercato, quando avrò varcato il tornello accanto ai carrelli non potrò più sbagliare un passo.
Meno 5 metri, 4, 3, 2, 1…

Continua…

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Quello non ero io – terza puntata

 

opera di Erica il Cane, 2010, Grottaglie (Ta)

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Mentirei se dicessi che il colore della pelle di Samuel non mi ha mai preoccupato, intendo nel lavoro. Anche nei progressisti più convinti c’è un sommerso pregiudizio razziale. Se prendete un campione di italiani, raccattati nei bar, nei cinema, nei ristoranti, nei negozi, e gli fate vedere due uomini chiusi in una stanza per il confronto all’americana, o davanti ai pannelli delle foto segnaletiche, per intenderci come nella locandina de “I soliti sospetti”, e gli chiedete secondo loro quale dei due uomini, uno bianco e uno nero, ha commesso un reato, come minimo il settanta per cento sceglierà il nero. Se poi chiedete con quale dei due sarebbero disposti a dividere un appartamento o un lavoro… beh se ne trovate uno siete fortunati. Io sono quel uno.
Quando uscii dal carcere fui ospite da Samuel per qualche settimana, e capii una cosa; se il nero nella stanza del confronto ha la giacca e gli occhiali, e se parla un italiano impeccabile, allora il nero può uscire dal commissariato incolume, come se al pregiudizio “Gli stranieri sono pericolosi”, ci fosse la postilla “però se sono ben vestiti ed educati sono innocui e simpatici, come i neri dei telefilm”.
Che poi Samuel tecnicamente non è neanche straniero, è stato adottato che aveva tre anni, ha la cittadinanza italiana, e dopo il suo arrivo in Italia non è uscito dai confini nazionali neanche per andare a San Marino.
Non cominciammo a lavorare subito, lui allora non avrebbe mai accettato.
Andai via da casa sua quando trovai un lavoro, o meglio fu mia nonna che lo trovò per me, scomodò i suoi amici preti pur di tenermi lontano da lei e da casa sua. Facevo le pulizie in una mensa; durai tre mesi. Andai a vivere in un appartamento abitato da studenti, qui incontrai Michele Lerni, che da lì a breve sarebbe stato per tutti Bradpitt. Di quella casa ricordo il cortile interno su cui dava la mia stanza: la notte avevo imparato a riconoscere i rumori amplificati dal vuoto tra le mura. Alla scala B abitava uno che in seconda serata scorreggiava tanto forte da far vibrare le molle del letto, mentre al pian terreno viveva un tipo che il venerdì e il sabato rincasava alle cinque, e la prima cosa che faceva era correre in bagno a vomitare. Ma il più molesto di tutti era il pensionato del settimo piano che una volta a settimana faceva la sua onesta lavatrice, ma dimenticava puntualmente di sistemare lo scarico, così l’acqua prima allagava il suo appartamento, poi si gettava giù dal balcone per più di venti metri, producendo uno scoppio da infarto seguito dal Niagara. Mi abituai anche a quello e una volta a settimana sognavo che il cortile era una specie di golfo interno, con iceberg di schiuma vaganti, allora io tiravo fuori una canna da pesca e la proiettavo fuori dalla finestra; ogni tanto tiravo su un’orata con la maglia di lana o un polpo coi tentacoli infilati dentro a dei calzini bucati.

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Quello non ero io – seconda puntata

opera di Boris Hoppek, 2010, Grottaglie (Ta)

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Università della vita, non il carcere, l’altra. Seduti accanto a noi ci sono un vecchietto con lo sguardo fisso nel vuoto, un bambino imbronciato e quella che presumibilmente è sua madre. Una ragazza con un vestito viola, invece, è immobile in mezzo al corridoio; è ferma da cinque minuti credo, ma sembra sul punto di muoversi, di scattare verso il reparto, oppure voltare le spalle e sedersi accanto a noi, quando però la porta si apre con un baccano volgare, facendo vibrare pericolosamente i vetri opachi, la ragazza in viola sussulta, un breve scatto, ma di tutto il corpo, come quando un gatto randagio viene svegliato.
È il nostro uomo; un infermiere napoletano di un metro e cinquanta, mi viene in mente un nome: Peppino Profeta, non è il suo nome… chi diavolo è Peppino Profeta?
L’infermiere viene verso di noi e ci fa segno di seguirlo verso l’ascensore. Io sto per dire che non abbiamo tempo da perdere e che preferiamo risolvere la faccenda subito, ma il nano una volta dentro preme il tasto del terzo piano senza mai staccare il mozzicone di dito: -Qua stamo tranquilli. Allora sentite; ce sta un supermercato a via Taranto, ma no un supermercato, un negozietto zozzo, fa quattro lire de incasso, ce lo so perché ce lavora mi nipote, ma il proprietario nun vole venne… è un peccato, è uno spreco, mi cognato c’ha un negozio de mobili e cucine proprio accanto e…
-A Gulliver… vieni al sodo.
Gli dico, e lui riprende tranquillo: -Nvetateve quarche cosa, je dovete fa passà la voja di tennello aperto quer buco, cacateje er cazzo…
A questo punto io generalmente parlo di soldi; quando si parla di soldi bisogna essere seri, bisogna cambiare tono, per far capire all’altro che su quel tema non si è disposti a scherzare, per cambiare tono senza essere ridicoli ci vuole un colpo di teatro, e uno che fa il mio mestiere, il proprio colpo di teatro, lo deve scegliere, studiare, provare, se lo deve tatuare addosso. Io tiro fuori dalla tasca uno zippo d’acciaio, lo roteo tra le dita e poi l’osservo nel palmo della mano, e solo allora, solo in quel preciso momento della coreografia introduco l’argomento soldi; una domanda o una proposta secca, sintetica, senza giri di parole, senza distogliere lo sguardo dall’acciaio. Recitate le poche sillabe guardo negli occhi l’interlocutore. Quando riesce è bellissimo. Quando riesce.
Il nano non c’è più, sputato dall’ascensore e rotolato chissà dove.
Era  il nano nel film “L’imbalsamatore”, ecco chi era Peppino Profeta.

Samuel è un bravo ragazzo, l’ho conosciuto in carcere, a Rebibbia, ma non è come potrebbe sembrare: non aveva fatto niente, era un volontario, faceva il servizio civile. Io invece ero dentro per davvero, ma non avevo fatto niente neppure io, almeno non ancora. Le prime volte Samuel mi sembrava uno di quei ragazzi neri di alcuni film di Spike Lee, tutti presi a darsi un gran da fare, più degli altri, meglio degli altri… io di cinema me ne intendo, cioè non sono di quei fulminati che conoscono tutto il cinema coreano degli anni settanta, io guardo solo quello che mi piace, e se anche non ho mai visto un film coreano degli anni settanta so per certo che non mi piace. Io per il cinema ho una certa… come dire… sensibilità. Ecco sensibilità dovrebbe essere il termine giusto, anche se mi sa un po’ da fighette. Del resto col nome che ho non poteva che essere così: Spartaco è un nome poco comune, qualcuno a Roma si chiama così in omaggio a qualche vecchio parente, ma io non ho parenti che portano il mio stesso nome, almeno che io sappia, così mi piace pensare che l’omaggio, nel mio caso, sia a Kubrick.
Mia madre mi ha avuto che aveva ventitre anni o giù di lì. Uno dei pochi ricordi che ho di lei è l’immagine del suo viso che mi viene vicino con un paio di occhiali da sole enormi, mi dice qualcosa singhiozzando, poi alcune gocce cadono dalla montatura. Non ricordo cosa mi disse, ricordo solo quei giganteschi occhiali. Forse fu il giorno che andò via. O forse no.
Non so cosa mi abbia voluto dire lasciandomi questo nome, forse che dovrei stare attento alle croci?      

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Quello non ero io – prima puntata


Split Milk, by Slinkachu

La testa di Samuel è sull’asfalto. Un occhio è chiuso, compresso dall’ematoma. Il naso è parzialmente sommerso in una pozza di sangue.
– Tutto bene?
L’occhio sano tenta di inquadrarmi. Capisco di aver fatto una domanda del cazzo.
Lo aiuto a rimettersi in piedi. Lui si divincola, poi si accorge che inevitabilmente la gravità porta le sue ossa a scuotersi dolorosamente sull’asfalto. Accetta a malincuore il mio sostegno.

Mi chiamo Spartaco Scimè. Samuel Russo è il mio socio. Lavoriamo nella pubblicità, ma non siamo grafici, creativi o chissà cos’altro. Noi lavoriamo sul campo, in prima linea.
C’è una bella storiella che raccontano all’inizio dei corsi universitari in economia: su un’isola ci sono due uomini, per sopravvivere vanno a pesca, uno con la lenza è un vero talento, l’altro invece è un fenomeno nel trovare e riconoscere funghi, tuberi e bacche. Un giorno il pescatore viene illuminato da un’idea: – In una mattinata io prendo almeno tre pesci, tu nessuno. Nel pomeriggio tu riempi il cesto di funghi, io è tanto se non vengo morso dalle vipere. Se io pescassi tutto il giorno e tu ti dedicassi solo al bosco, insomma se ci specializzassimo, a fine giornata avremmo tre pesci e un cesto di funghi a testa, avremmo cioè raddoppiato il nostro profitto.
Bella storia. Morale della favola è che in un accordo economico ci guadagnano sempre tutti. Peccato che questa sia economia ideale. In un’isola vera il pescatore avrebbe dato fuoco al bosco e il raccoglitore di funghi avrebbe avvelenato le esche, tutto ciò per far aumentare il valore relativo della propria merce. Questa è l’economia reale.
Il nostro lavoro consiste in questo: mettiamo che una tavola calda ci chiami perché il nuovo ristorante cinese in fondo alla strada gli ruba i clienti, noi quella sera ordiniamo ravioli al vapore, alghe fritte, spaghetti alla piastra, pollo con bambù, e appena finito il gelato fritto uno di noi simula un’intossicazione con tanto di collasso sul tavolo dei fidanzatini, fra la salsa agrodolce e le nuvolette di riso. Insomma noi siamo quelli che bruciano il bosco e avvelenano le esche.
Lo so, non è etico. Come si dice: è uno sporco lavoro ma qualcuno lo deve pur fare.
Se almeno una volta nella vita vi siete trovati d’accordo con chi dice “non è vero che non c’è lavoro, basta accontentarsi”, se almeno una volta avete dato ragione a chi sostiene che impegnandosi, dandosi da fare si può sbarcare il lunario, beh allora non potete biasimarci. Noi siamo semplici ingranaggi dell’economia reale.

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