Tutti virologi – Il Picco (una commedia brutta e inopportuna)

“29 febbraio 2020: il numero dei contagi aumenta esponenzialmente e l’epidemia diventa l’argomento di gran lunga più dibattuto dagli italiani”

Letto e interpretato da Giorgio Consoli

Tutti virologi

La stanza è illuminata solo dalla fioca luce blu del monitor. Il blu di un noto social network. Un sito bloccato sui computer di molti uffici, perché considerato il nemico numero uno della produttività. Ma Luca su quel sito non cerca svago, non vuole perdere tempo, non ha voglia di cazzeggiare. Dio solo sa quanto sia lontana da lui la voglia di cazzeggiare in questo momento. Luca è su quel sito per chiedere un parere, cioè: questo è quello che ha scritto, ma la verità è che ha un disperato bisogno di conforto.

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I Guanti – Il Picco (una commedia brutta e inopportuna)

 

“25 febbraio 2020: dopo la scoperta di un focolaio in Lombardia, l’Italia si scopre il Paese europeo con più contagiati da Sars-CoV 2”

Letto e interpretato da Giorgio Consoli

dirty kitchen | Emily Harrison

I guanti

«Italiano!»

Lo chiama così, non per nome, per nazionalità. Vincenzo quel cliente lo conosce bene, è uno che lavora nel settore finanziario, o qualcosa del genere, comunque è un cliente fisso, e mai si era rivolto così a lui o a qualsiasi altro cameriere.

Vincenzo si avvicina e prende gentilmente l’ordinazione, ma il cliente ha una richiesta specifica: tira fuori un kit con dei guanti di lattice e una mascherina chirurgica.

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Autoisolamento – Il Picco (una commedia brutta e inopportuna)

 

21 Febbraio 2020: dopo i primi casi accertati di contagio sul territorio italiano, scattano misure atte a prevenire la diffusione del virus Sars-CoV 2

Letto e interpretato da Giorgio Consoli

Autoisolamento

Qualcuno potrebbe pensare che a furia di prendere botte uno si abitui, invece no. Almeno Vittorio no. È a terra; ad ogni calcio ricevuto il dolore non si somma a quello del colpo precedente, si moltiplica. Si moltiplica come i soldi che deve al capo di quei due animali che lo stanno picchiando. Ancora due giorni e poi finisce sottoterra gli dicono.

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Una proposta molesta / Le classifiche europee

Ogni volta che viene fuori una classifica europea mi vergogno come un ladro, perché so già che il mio Paese, l’Italia, sarà il peggiore. Il peggiore per lotta all’evasione, per crescita economica, per iscrizioni universitarie, per alfabetizzazione digitale… eppure c’è una cosa che potremmo fare, semplicissima, a costo zero, per evitare questa continua umiliazione: uscire dall’Europa ed entrare nell’Africa.
Pensate ai vantaggi: diventeremmo l’estremo nord del continente, saremmo visti come i norvegesi del maghreb, e non so voi ma io dentro al mio cuore mi sono sempre sentito un po’ biondo e con gli occhi azzurri.
Risolveremmo il problema dell’immigrazione: innanzitutto i migranti non sarebbero più extracomunitari, o meglio nessuno li definirebbe più così perché saremmo extracomunitari pure noi. Essendo un Paese africano saremmo visti come un Paese di transito e non la destinazione, che poi è quello che siamo anche oggi, ma almeno così il concetto sarebbe più chiaro a quelli che finora non lo hanno capito o che non vogliono capirlo. Ma soprattutto nessuno griderebbe all’invasione, alla sostituzione etnica, salvo forse quando i tedeschi verrebbero in vacanza sulle nostre coste.
Potremmo tirare i pacchi ai magnati cinesi: sapete che la Cina sta acquistando tutte le miniere di minerali rari in Africa, potremmo dire “uè cine’, guarda che siamo Africa pure noi eh, comprati sto sercio, sto san pietrino raro…”.
I nostalgici della lira farebbero l’upgrade diventando finalmente nostalgici dell’euro, i sovranisti andrebbero in cortocircuito e comincerebbero a sbattere contro gli ostacoli come aspirapolveri robot.
Infine potremmo finalmente svettare nelle classifiche continentali dei principali indici di sviluppo, eccetto uno: rimarremmo comunque il Paese col più alto numero di italiani al mondo. Quindi, prima di annetterci all’Africa, ognuno di noi dovrebbe prendere la cittadinanza di un Paese figo… anzi no, mi è venuta un’idea geniale, lo scherzo del secolo: accontentiamo i leghisti della prima ora, quelli che fanno finta di essere diventati nazionalisti ma lo sappiamo tutti che sognano ancora la secessione, gli facciamo fare sta cavolo di Padania, prendiamo la cittadinanza padana e dopo diventiamo tutti africani!

il mattone nel parcheggio dell’autogrill

E con quello di Renzi salgono a 3 i partiti che riportano il toponimo “Italia” nel nome.

Un tempo il nome di un partito ricordava l’ideologia di riferimento (liberale, socialista, comunista, repubblicano, monarchico, cristiano…), va be’, dici le ideologie sono morte, ma neanche la fantasia si sente tanto bene però. Eh sì che in politica ci sono molti più esperti di comunicazione rispetto a un tempo, si fanno ricerche, analisi, focus group, quindi ne deduco che i miei connazionali proprio desiderano che gli venga ricordato in che Stato abitano, hai visto mai si confondano con il Canada, La Norvegia, la Nuova Zelanda… ed effettivamente da quando Di Maio ha abolito la povertà il dubbio viene; confondere Tor Bella Monaca con Zurigo è un attimo eh.

Tutti a dirci che il genio italico è svanito, sfumato, dissolto nel vento, il Made in Italy depredato, svenduto, mortificato; eppure abbiamo sotto gli occhi una delle più brillanti trovate imprenditoriali degli ultimi decenni: l’Italia, cioè l’Italia proprio come brand. Il nome di un paese che non vale niente, sommerso dai debiti e dalla monnezza, avvelenato nel corpo e nell’anima, eppure… eppure c’è mezza nazione che pensa che dei disperati di un altro continente mollino gli affetti, affrontino un viaggio disperato, spesso mortale, per cosa? Per venire in Italia… ma quelli non sanno nemmeno dov’è l’italia, che forma ha, se è su un’isola o su una montagna, avranno sentito il nome, quello sì, perché… perché il cibo, mizzica, la storia, li mortacci, l’arte, maremma maiala, la moda, cazzofiga.

Per crederci meglio ce lo siamo raccontati tra di noi, ci siamo venduti a vicenda il mattone nel parcheggio dell’autogrill. Ci abbiamo perfino chiamato tre partiti politici.

Alessandro Manzoni avrà anche regalato la lingua all’Italia, ma è Piero che gli ha insegnato a vendersi, e a campare.

Una proposta molesta / Calcio e salute

Sapevate che ci sono malattie che colpiscono maggiormente gli ex calciatori? La SLA, in particolare, ha un’incidenza 6 volte superiore rispetto al resto della popolazione. Non si sa ancora se dipenda dai ripetuti traumi muscolo-scheletrici, oppure dall’abuso di sostanze legali o paralegali. Quello che mi colpisce è che la Società accetti tutto questo ma ritenga accettabile gli spot che mi dicono, per una decina di volte durante la partita, di bere alcol responsabilmente.

Se non te ne frega niente della salute di 22 ragazzi, ma vuoi sensibilizzare la popolazione sui danni da abuso di alcol, allora promuovi il “Calcio Alcolico”.

Nel Calcio Alcolico potrebbero giocare solo atleti maggiorenni ma ubriachi. Prima della gara l’arbitro, oltre a controllare i tacchetti, sottoporrebbe ogni giocatore ad alcol test. Non ci sarebbero più squadre under 19, under 20, under 21, ma under 0.8, under 1.5, under 3.0, laddove il numero indica ovviamente il tasso alcolemico.

I Bar Sport diventerebbero i nuovi vivai, e si trasformerebbero da luoghi di rancore a luoghi di speranza.

Un universo di nuove tattiche imprevedibili e barcollanti si aprirebbe agli allenatori. Il manuale dei gesti tecnici si arricchirebbe del dribbling involontario, mentre la rovesciata in aria sarebbe sostituita da quella di stomaco.

Il tanto criticato VAR non servirebbe più, perché la partita sarebbe giocata già direttamente alla moviola.

Le risse ci sarebbero comunque, ma sarebbero molto, ma molto più divertenti; immaginate uomini avvezzi a rompere bottiglie di vetro per procurarsi un’arma, ma in mano avrebbero delle morbide borracce di plastica… come dei mercenari sanguinari che si fronteggiano in una battaglia dei cuscini.

Massaggiatori e personale medico sarebbero sostituiti da barman esperti. Il ghiaccio secco e il ghiaccio spray lascerebbero il posto al giacchio vero, purché immerso nel whisky o nella vodka. La sbornia triste sarebbe considerata infortunio. In caso di svenimento in area si darebbe rigore.

La panchina, con quelle poltroncine fighette che si usano da un po’ di anni, andrebbe eliminata, altrimenti le riserve ci si addormenterebbero, meglio gli sgabelli da pub, ma gli sgabelli senza bancone sono ridicoli… ecco: cambiamo il concetto di panchina con quello di bancone. La sostituzione si chiederebbe spillando una birra.

Non so se funzionerebbe, so però che sarebbe un mondo un po’ meno ipocrita, e che nessuno griderebbe allo scandalo se un terzino dell’Inter di 20 anni venisse fotografato con un mojito in mano in discoteca, ma al contrario ci si incazzerebbe se in mano avesse un cocktail analcolico, del resto come è giusto che sia, perché non c’è nulla di più immorale di un cocktail analcolico.

 

Una proposta molesta / La spesa pubblica

licheri

L’Italia, si sa, è uno dei Paesi col più alto deficit del mondo; ci dobbiamo abituare all’idea di nuovi sistemi di finanziamento della cosa pubblica.

Giustizia: se Forum è una delle trasmissioni più longeve della tv italiana, un motivo ci sarà, no? Propongo di far pagare il biglietto a chi va a vedere i processi, quelli veri. Tuttavia bisogna dare qualcosa a quel pubblico, bisogna dare un minimo di spettacolo, quindi avvocati e giudici sarebbero sostituiti da attori professionisti, i “testi” sarebbero scritti comunque da uomini e donne di legge, che tuttavia dovrebbero fare un tirocinio come sceneggiatori di fiction in Rai.

Scuola: nonostante i programmi di prevenzione e le sanzioni penali, nonostante le buone e le cattive, gli atti di bullismo ripresi col telefonino sono in continuo aumento, video che in pochi giorni fanno le views di una partita della Nazionale. Se proprio la cosa non si può debellare, proviamo a guadagnarci qualcosa: vendiamo spazi pubblicitari all’interno di quei video. Tappezziamo i muri delle aule con manifesti pubblicitari e loghi, come ai bordi dei campi di calcio, così quando un bullo fa un video a scuola, non può evitare di riprendere anche il marchio dell’inserzionista. Inoltre i cartelloni pagati dagli sponsor aiuterebbero a tenere in piedi la scuola, intendo proprio a livello edile.

Forze dell’ordine: davvero? E chi ha bisogno delle forze dell’ordine quando uno può tenere in casa un M16 con cui uccidere per sbaglio moglie, figlia, sé stesso e chiunque altro che non sia il ladro, che tra l’altro è il cugino, che essendo l’unico consanguineo rimasto in vita eredita tutto, senza rubare nulla.

Una proposta molesta / La vecchiaia

La vecchiaia, le malattie, il decadimento fisico e mentale, sono le principali fonti di angoscia dell’essere umano. Qualcuno dirà che è la natura, nessuno può farci nulla, men che meno la politica. Io invece penso di no, seguitemi in questa idea: a partire dall’età di 70/75 anni dovrebbe essere legale farsi di eroina. Anzi, non semplicemente legale, cioè consentito, ma proprio fortemente consigliato.

Pensateci; cosa ci importerebbe di non essere più attraenti, di diventare ogni giorno più lenti, stanchi e demotivati, se per la maggior parte del tempo staremmo riversi per terra privi di sensi?

Sotto botta quanto sarebbero più divertenti il Bingo, i cantieri, la Messa e perfino le trasmissioni di Barbara D’Urso?

I costi della sanità crollerebbero: tutti gli under 70 condurrebbero vite salubri, equilibrate, irreprensibili, perché sarebbe insopportabile l’idea di morire prima della fatidica soglia. Senza parlare del calo di vendite di analgesici e antidolorifici, voglio dire: l’ibuprofene? Dai su…

Il mondo del lavoro italiano subirebbe uno svecchiamento senza precedenti, avremmo i notai e i manager più giovani d’Europa, perché, parafrasando il capolavoro di Welsh, chi ha bisogno di un lavoro, di una carriera e di un maxitelevisore del cazzo, quando ha l’eroina?

A Natale sarebbero i nipoti a dare i soldi ai nonni, ma solo previa frase di rito “Mi raccomando, con questi compratici la droga”. Ladri e truffatori si terrebbero alla larga dagli anziani, anzi sarebbero gli anziani a cercare loro, per cercare di rifilargli l’argenteria, quella del servizio buono, al quale misteriosamente mancano i cucchiaini.

Certo, ci sarebbero degli effetti collaterali: i nostri anziani, oggi spesso così soli, avrebbero improvvisamente la fila davanti alla porta, giovani tossici desiderosi di ascoltare i loro racconti, ma che in realtà sperano solo in uno schizzo gratis, ma in fondo che male c’è? È quella che gli economisti chiamano “win-win situation”, cioè una circostanza in cui ci guadagnano tutti. 

Concludendo; in Italia, lo sappiamo, il futuro di troppi giovani dipende dai risparmi dei genitori, quando i genitori non lavorano è la pensione dei nonni a garantire il sostentamento, per non parlare della situazione abitativa e immobiliare. Questo è stato possibile perché, da che mondo è mondo, maturità è sinonimo di responsabilità, ma che succede quando chi deve essere responsabile diventa irresponsabile, avendone, tra l’altro, tutto il diritto? Forse la rivoluzione? Non so, ma di sicuro un cambiamento radicale.

Quindi, amici, questa sera, prima di tornare a casa, passate per la stazione, o andate ai giardinetti, o in qualsiasi altro posto che fate finta di non conoscere, e portate in dono a quell’adorabile vecchietta che abita accanto a voi, una bustina.

Lei vi ringrazierà, il Paese ve ne sarà riconoscente, la Storia vi renderà onore.

C’era una volta…

C’era una volta un vecchio saggio che venne folgorato da un’idea: “se tagliassimo i costi della politica potremmo risanare il debito del nostro Paese, e vivere felici per sempre”, alcuni coraggiosi cavalieri e impavide dame, non corrotti dal malvagio re e dai professoroni di corte, strinsero un sacro patto col vecchio saggio e partirono alla conquista del Castello dei Castelli. Dopo mesi di battaglie senza esclusione di colpi, i coraggiosi cavalieri e le impavide dame riuscirono nel loro intento, e facendo un’alleanza con gli oscuri spiriti del Nord, sedettero sul trono e tagliarono i costi della politica (forse, boh, non so, ma facciamo finta di sì) e… e niente, il debito aumentò segnando un record senza precedenti, tanto che anche l’alleanza dei Regni richiese un ingente obolo a titolo di sanzione, e i sudditi vissero ancora più infelici e indebitati, perché questo è il destino che merita chi è tanto coglione da credere alle favole.

Spin-off: il vecchio saggio, che era in realtà un saltimbanco disoccupato, quando si accorse che il suo disegno stava prendendo vita, fischiettando si allontanò…

Non essere cattivo

“lo devi vedere… è troppo trash” mi disse un persona che conoscevo; parlava di un film girato ad Ostia, con attori dei tossici veri. Ovviamente parlava di “Amore tossico”, ma io all’epoca non lo conoscevo. Di Caligari avevo già visto l’altro suo film, “l’odore della notte”, e avevo immaginato che il regista fosse un ragazzo, un esordiente, non perché il film fosse tecnicamente acerbo, anzi, ma vi era una cattiveria, una corrosività, una sovversiva inquietudine che poche volte, se non mai, avevo riscontrato nelle opere di autori navigati, ma in fondo, “navigato”, Caligari non lo è mai stato: scrisse 9 sceneggiature mai realizzate, attenzione, non manoscritti che ognuno di noi può scrivere a casa propria, ma veri e propri progetti con una produzione dietro, due anni di preparazione per ciascuno e poi il produttore che dice che non se ne fa più niente… d’accordo, è una dinamica abbastanza nota per il cinema italiano, ma per l’autore di “Amore Tossico”, per l’autore di un film presentato al Festival di Venezia nel 1983, con Marco Ferreri che si alza indignato durante la proiezione perché riteneva che quel film dovesse gareggiare in concorso, con quelli “bravi”, insomma per Caligari, solo due film in oltre ventanni sembrano assai pochi, anche per il mercato cinematografico italiano (a proposito, poi Amore Tossico lo vidi, e realizzai che quella persona era una cretina). Perché Caligari non riusciva a lavorare? C’è chi dice fosse uno stronzo, chi sostiene che non si piegava alle logiche di produzione, altri ancora apportano ragioni politiche. Fatto sta che fa venire i brividi pensare che, quando finalmente sta per realizzare il suo terzo film grazie anche all’impegno dell’amico Valerio Mastandrea (protagonista ne “L’odore della notte”), a mettergli i bastoni tra le ruote questa volta è il cancro, ma lui resiste, il tempo di finire il suo terzo e ultimo film, e muore subito dopo. Un tale attaccamento all’arte andrebbe celebrato anche se il frutto del lavoro fosse una schifezza, ma non è questo il caso. Porcoddue se non lo è. “Non essere cattivo” è un film potente, a tratti disturbante, come gli altri suoi due film racconta senza retorica e moralismi una storia che viene dalle viscere della nostra società.

Al liceo, quando studiavamo i modelli testuali, la mia insegnante mi chiese di scrivere una recensione, io la scrissi, lei la lesse e poi mi disse “manca il finale”, “cioè?” chiesi io, e lei spiegò: “lo consigli oppure no?”. Quindi se dovessi seguire questa “linea editoriale” (che detto tra noi reputo offensiva e paternalistica) direi sì, certo, lo consiglio a tutti coloro che amano il Cinema, quello vero, non certo a quelli che ritengono trash un tossicodipendente che ha le occhiaie e i denti marci, e invece ritengono accettabile un eroinomane bello come un modello di Dolce&Gabbana (di moda non ne so un nulla, ma immagino qualsiasi stilista io scelga il risultato non cambia), che sghignazzano davanti a una scena ambientata in una scalcinata casa abusiva tipica della nostra provincia, mentre non ci trovano nulla di strano se un personaggio che fa l’impiegato abita in un attico a New York o in una villa di Malibù, a quelli che pensano che il Cinema debba raccontare favole e non semplicemente Raccontare. Poi ci penso e mi dico no, cazzo, sono proprio loro i primi a doverlo vedere.

Indie Game: the movie

Allora, “indie game: the movie” è un documentario che è possibile vedere online, ad esempio sulla piattaforma di gaming di Valve, Steam, come suggerisce il nome tratta di videogiochi indipendenti, ovvero videogiochi nati dall’idea di una o due persone, e sviluppati dagli stessi senza avere alle spalle colossi milionari, ma solo i propri risparmi e quelli di qualche sprovveduto, o qualche volta lungimirante, investitore, un esempio eccellente è “World of Goo” di qualche anno fa che viene brevemente citato nello stesso documentario, gioco a cui sono molto affezionato, o il più famoso “Minecraft”, gioco nato ormai diversi anni fa (ricordo di aver giocato a una versione gratuita anni fa, forse la beta), ma letteralmente esplosa solo di recente, con un fatturato mi pare di 400 milioni di dollari e un’offerta di acquisto da parte di Microsoft di 2 miliardi di dollari.

Il film (accessibile a tutti e non solo agli appassionati di informatica/videogiochi) segue le vicende di due progetti: lo sbarco sul market di Xbox di Super Meat Boy e il lancio di Fez.

Si penserà che il documentario (che su imdb vanta un meritatissimo 7,8) sia un elogio dell’impresa privata, un film in qualche modo “capitalista”, invece è un viaggio nella drammatica solitudine e nell’assenza di prospettive certe che nell’IT, e più in generale nel mondo del lavoro informatico, è più radicato che in altri campi, forse perché è il settore economico più giovane, lo specchio del nostro tempo. Non è l’informatica ad aver contribuito alla precarizzazione del lavoro, ma essa ne è la prima vittima. I protagonisti delle storie di “Indie game”, seppur fortunati, seppur di successo, hanno tutti avuto una storia di depressione o paranoia, e sfido chiunque a restare sani quando si lavora per cinque o sei anni a un progetto, chiusi nella propria stanza, mentre tecnologie e gusti dei consumatori fuori dalla finestra cambiano in un tempo così breve che a te è sufficiente a malapena a completare un livello, senza un salario, ma solo col ricordo di un programmatore, uno di quelli che ce l’ha fatta, che anni prima ha visto la tua demo e ti ha detto “interessante, ci dovresti lavorare un po’ su”.

Questa è solo una delle riflessioni che suggerisce questo bellissimo documentario, ma ve ne sono altre di natura tecnica che non sono meno interessanti: la gran parte dei videogiochi indipendenti, in parte per necessità e in parte per scelta stilistica, hanno una meccanica e uno stile retrò, spesso sono bidimensionali, pixelosi, eppure Super Meat Boy raggiunge una delle votazioni più alte di sempre nelle riviste specializzate, ma la tendenza nell’industria videoludica va nella direzione esattamente opposta. La storia della tecnologia non si muove sui binari di un treno, non ha una strada segnata, non può procedere solo in avanti; la tecnologia è imprevedibile, a volte abbandona delle idee che vengono riprese anni dopo e noi le prendiamo come il frutto di un’evoluzione lineare, ma non è così: il touch screen è nato negli anni 80, caduto nel dimenticatoio è diventata poi una tecnologia “inevitabile” oltre ventanni dopo. Per rimanere nell’ambito videoludico: la console Dreamcast della Sega, del 1998, aveva un hardware superiore a qualsiasi altra console in commercio all’epoca, aveva 6 volte e mezzo la Ram della Nintendo 64, ma soprattutto aveva implementato uno schermo sul controller, eppure fu un progetto pressoché fallimentare, che fece abbandonare alla Sega il mercato delle console. Dieci anni dopo la Nintendo riprende l’idea dello schermo sul controller, con la Wii U, presentandola come innovazione rivoluzionaria. (Qualche altra riflessione sul percorso a zig zag della tecnologia qui)

quiqiqui:

Bruciare le tappe

Mariani, detto Er Teppa dalla sua cricca, e per sfregio Er Trippa da tutti gli altri, copiava in maniera sfacciata. Silvia guardò la sua testa, rasata a zero solo sui lati, guardò le battute del Libanese di Romanzo Criminale scritte a pennarello sullo zaino, e capì di essere arrivata al quarto stadio. Stava bruciando le tappe: non aveva ancora completato il suo primo anno di insegnamento e già aveva raggiunto il capolinea dell’atteggiamento docente davanti a un alunno che copia. Dopo “Se copi non serve a niente”, dopo “E’ un’ingiustizia nei confronti dei tuoi compagni”, dopo “A me non mi prendi per culo”, Silvia, al termine di quattro mesi di supplenza, era già giunta al nirvanico “Sta copiando? E sticazzi”. Lei era stata sempre la prima della classe, la più brava, e ora aveva un lavoro da fame la cui esistenza e durata dipendevano dalla fertilità delle sue colleghe di ruolo, come Isabella Rapisardi, la nipote del provveditore, quella che aveva vinto il concorso alla prima botta e se ne era andata in maternità lasciandola agli atteggiamenti neo-guappistici di Mariani. Silvia quei ragazzi li invidiava, invidiava la loro età, anzi, invidiava la loro vita alla loro età, non sarebbe mai tornata ai suoi di sedici anni, ma avrebbe voluto i sedici anni di Jasmine, prima fila ultimo banco a destra, o i sedici anni di Chanel, seduta al banco diametralmente opposto, avrebbe voluto le loro vite, magari senza quei nomi ridicoli. Avrebbe voluto l’adolescenza di qualsiasi ragazzina in quella classe, ma non avrebbe mai voluto tornare alla sua. Non che avesse subito traumi o abusi, non che avesse vissuto malattie debilitanti o disastri familiari, ma quando pensava alla sé liceale vedeva una ragazzina seduta in una stanza illuminata da una lampada sulla scrivania, una scrivania popolata da libri e appunti, una ragazzina che sacrificava la sua giovinezza per un avvenire radioso. Sì, radioso il cazzo! Aveva soffocato con un cuscino anche i suoi primi fremiti sessuali, non perché fosse bigotta, ma perché nulla doveva distrarla dal diventare ciò che voleva diventare. Poi all’università recuperò, ma era soprattutto nel presente che si stava superando. Aveva ospitato un’amica per due mesi, quella un giorno dimenticò il suo profilo Facebook aperto, Silvia non se ne accorse immediatamente, avevano molti amici in comune e i nomi negli aggiornamenti erano gli stessi, si accorse che non era il suo account quando cliccò sul simbolo del nuovo messaggio in arrivo: era una conversazione con una conoscenza in comune del liceo, la sua amica raccontava all’altra di come Silvia si portasse a casa ogni sera un uomo diverso, e che tipi poi… Non era vero, non era ogni sera, magari, solo il venerdì e il sabato, se era fortunata anche uno la domenica. E sul target poi… aveva già troppi casini con la sua vita per accollarsi le fisime di qualcuno come lei: ben istruito, educato, pieno di rabbia repressa e frustrazione. Insomma, che Mariani copiasse non le poteva importare di meno, anzi, si sarebbe battuta affinché fosse promosso, per non permettergli di avere un alibi quando la sua vita sarebbe andata fatalmente a rotoli. Dio quanto odiava Er Trippa.

Tre cose che ho imparato guardando i film americani in lingua originale (sottotitolati), anziché doppiati.

pepperoniPizza1. Il tipo di pizza più diffuso negli USA è la Pepperoni Pizza (in foto), che non è la pizza coi peperoni bensì la diavola, la pizza col salame piccante.
2. Ehi Amico! L’intercalare più noto e caratterizzante delle pellicole a stelle e strisce è in realtà meno confidenziale: Man (uomo) e non Friend (amico). Guy invece indica un individuo X non meglio specificato, quello che in italiano potrebbe essere tradotto come tipo/tizio, o con l’odiosissimo “omino”, ma più frequentemente viene tradotto come “ragazzo”.
3. Come sapete tutti “Ciao” è la parola italiana più conosciuta al mondo, ed è stata anche adottata da diverse altre lingue, quello che, forse, non sapete (almeno io non lo sapevo), è che negli USA (e anche in UK) “Ciao” è un saluto di congedo, ovvero sinonimo di “goodbye”, ma non di hello.

Si dice che l’Italia abbia la migliore scuola di doppiatori al mondo,  non entro nel merito, almeno non per quanto riguarda il livello attoriale/interpretativo, ma da un po’ di tempo noto un peggioramento netto per quanto riguarda l’adattamento dei testi: qualche tempo fa ho visto “the art of steal” di Jonathan Sobol, un film mediocre, ma non è del film in sé che voglio parlare, ma della versione italiana, ed è una cosa che mi ha fatto impazzire: la storia gira intorno a un colpo, un furto/truffa con al centro il secondo libro che Gutenberg avrebbe stampato dopo la Bibbia, un libro che la Chiesa si prodigò a far sparire, il vangelo di Giovanni. Aspetta un secondo: il vangelo di Giovanni? E perché? Il vangelo di Giovanni è uno dei vangeli canonici. E infatti nell’originale era il vangelo di GIACOMO! Il presunto fratello di Cristo (e vi assicuro che mentre scrivo sto urlando lo stesso nome, e non perché abbia bisogno di autodettarmi le cose…). Perché? Perché cazzo? Ah, un particolare che rende la storia ancora più ridicola: nel film, quando esordisce nel racconto la storia del vangelo di GIACOMO, il regista ci mette pure un inserto video (timecode 26:00), di cui allego fotogramma, e in cui si legge chiaramente il nome J A M E S. Le opzioni che mi vengono in mente sono due: o chi si è occupato della traduzione della sceneggiatura ha sbagliato nonostante la didascalia da sussidiario, ed è una cosa assai triste, oppure lo/gli stesso/i hanno pensato che il pubblico medio è talmente stupido ed ignorante che si sarebbe “stranito” nel sentire pronunciare il vangelo di Giacomo, e hanno optato per il più familiare Giovanni, ed è un’ipotesi ancora più triste.

james

Sesso, bugie e videogame

Una volta da ragazzo, avrò avuto diciotto o diciannove anni, ero in auto con un’amica, aspettavamo un’altra persona che non sarebbe arrivata prima di una ventina di minuti, eravamo lì rilassati a chiacchierare tranquillamente, poi lei, con una naturalezza con la quale qualcun altro avrebbe sfilato una sigaretta dal pacchetto senza smettere di parlare, mi abbassò i pantaloni della tuta, accertatasi che non vi fosse opposizione da parte mia, mi abbassò anche le mutande, osservò il mio pene che nel frattempo cambiava velocemente forma e dimensione, farfugliò qualcosa (la ragazza, non il pene) e poi cominciò una fellatio. Ok mi dissi, deve essere un sogno, è chiaramente un sogno, ma finché dura perché non divertirsi? Le accarezzai la testa, il collo e poi le spalle, di cui non me ne fregava assolutamente nulla, e infine giunsi al seno, che era il mio vero obbiettivo, infilai la mano sotto la maglietta e scostai il reggiseno, poi afferrai il seno più sodo che la mia mano abbia mai toccato, strinsi leggermente il capezzolo tra indice e medio, e lei mi fece capire di approvare con dei mugolii soddisfatti. Rinfrancato lanciai la mano in una nuova impresa; sfiorai appena la sua vulva, sottolineo, sfiorai appena, da sopra i pantaloni. Lei smise di suggere il mio glande, mi fissò con sguardo severo e mi disse “Non pensi che ora stai esagerando?”. E tutto finì lì. Fu così che a diciotto o diciannove anni appresi il concetto di relativismo, ma soprattutto l’esperienza minò per sempre il mio rapporto con i preliminari. Mentre faccio petting con una donna ho l’inconscia paura, se non il terrore, che per colpa di un movimento, magari involontario, delle mie mani o di altre parti del mio corpo, improvvisamente scatti un allarme, nella mia stanza da letto entri una corte d’assise e un pubblico ministero mi additi come mostro criminale. I preliminari sono per me un’attività tanto stressante che talvolta ho la voglia di dire alla tipa “senti tesoro sono stremato, ci vediamo domani e ricominciamo da questo punto? Ci vediamo domani qui alla stessa ora già pomiciati, ok? Anzi sai cosa faccio? Ora salvo… salvo… dov’è che si salva in questa stanza? Cazzo… questa è la vita vera non il computer…”. Mi diverte molto come la rivoluzione digitale ha cambiato la mia visione della vita e della mente, e suppongo anche quella degli altri. Oltre alla castrante sensazione di accorgersi che nella vita vera la magica combinazione Ctrl+Z non funziona, che i checkpoint esistenziali sono meno affidabili di quelli di uno sparatutto per Playstation, spesso mi ritrovo a pensare alla mia memoria come se fosse un hard disk: devo imparare un sacco di roba per lavoro, come faccio? Non mi entrerà mai in testa, devo cancellare qualche ricordo per fare spazio, vediamo un po’: la rivoluzione francese studiata a scuola? Forse, altrimenti quel ricordo della gita in montagna fatta coi miei genitori da bambino, tanto non lo guardo mai… oppure potrei disinstallare il programma che mi permette di giocare a ping pong, tanto non ci giocherò più, nessuno gioca più a ping pong, a meno che non sia la versione sulla Wii… forse per rendere meno traumatico il passaggio dal mondo virtuale al mondo reale bisognerebbe obbligare i programmatori ad adottare una variabile nuova, la variabile “i”, “i” come infame: per esempio stai cercando qualcosa su Google, e l’oracolo di Mountain View invece di rendere i risultati visualizza una pagina con scritto “No” a tutto schermo, perché? Domanderai tu scrivendolo nell’apposita barra delle ricerche, e lui “perché la vita è una merda”, oppure “poi ti vizi”, “sono uno stronzo”, “fai più male a me che a te”, e via dicendo. Ora veniamo al terzo elemento del titolo: ci sono almeno due bugie nel post che ho appena scritto, se vi dicessi quali sono direi la verità e quindi cadrei in contraddizione, o forse sto solo applicando la variabile i.

Random Walk

Random Walk

«Prendete una moltiplicazione, ad esempio 347 per 83; provate a risolverla a mente. I meno allenati ci metteranno anche diversi minuti, alla calcolatrice invece basterà una frazione di secondo. Ora pensate a un numero tra zero e mille, un numero a caso, il primo che vi viene in mente, questa volta sarete voi a risolvere il problema in una frazione di secondo, sempre se nel frattempo non vi fermerete per chiedervi cosa state facendo e perché. La calcolatrice, invece, per estrarre un numero attraverso la funzione random, ci metterà più tempo che per fare la moltiplicazione di prima, e non è finita; per estrarre quel numero la calcolatrice ha anche barato, perché ha fatto dei calcoli matematici, e infatti quel numero non è davvero un numero casuale, ma è detto pseudo-casuale. “Il caso non esiste”, un’enunciazione che è impossibile da dimostrare quando riferita a sistemi complessi, ma se ci riferiamo alla logica informatica diventa assai arduo dimostrare l’affermazione contraria. Questo perché tutto quello che nasce, cresce e muore nei nostri computer e dispositivi digitali è basato su due soli elementi primitivi: 0 e 1, oppure Sì e No, Vero e Falso, Circuito Chiuso e Circuito Aperto. In questo alfabeto bifonetico, in questa tavola periodica con solo due simboli, il “forse”, il compromesso tra lo Yin e lo Yang, non è contemplato. L’estrema rigidità della logica informatica nei confronti dell’incertezza è la fonte anche di buona parte delle imprecazioni che in ogni istante si propagano nell’atmosfera: il malfunzionamento dei programmi. Un programma altro non è che una serie di istruzioni da compiere in un determinato ordine, a volte capita che due o più istruzioni vadano in conflitto; come abbiamo visto un computer non conosce l’ambiguità e quando per caso la incontra potrebbe restare a contemplarla in eterno, finché l’utente umano non interviene per risolvere il blocco, e nell’immediato è possibile farlo solo uscendo dal ciclo di istruzioni in cui si è presentato il conflitto, reinizializzando il programma. Descritto così potrà sembrare un processo complesso, ma in realtà è soltanto il caro e vecchio “spegni e riaccendi”, efficace allo stesso modo sia che lo faccia il più geniale programmatore del mondo sia che lo faccia mia nonna. In realtà da svariati anni gli hardware permettono software sufficientemente complessi da gestire internamente gli errori e i blocchi a qualsiasi livello, il problema però è che anche la gestione degli errori è determinato da istruzioni software, e quindi anche la gestione degli errori non è esente da errori potenziali… ma sto divagando».

– Cos’è? – chiese Ginevra abbracciando Oreste.

– Penso che sia… anzi no, ne sono sicuro; è la sbobinatura di una lezione universitaria…

– Una sbobba che? Va beh, io mi faccio una doccia e poi vado a letto… – fece finta di annusarlo – e ti consiglio di farti una doccia anche tu… sempre se non vuoi dormire qui… ti fai un bel letto con queste cartacce…

Detto questo Ginevra baciò sulla guancia Oreste e poi si diresse verso il bagno, schivando con le lunghe gambe e i piedi nudi le piramidi di libri, i cumuli di riviste e le montagnole di appunti che popolavano la stanza, in quel tipico disordine che preannuncia un trasloco.

– Sì, certo, ho finito… – rispose lentamente e automaticamente Oreste, senza sollevare lo sguardo dal quel foglio ingiallito; in quelle ore aveva trovato tanta roba risalente al periodo in cui era uno studente universitario, più di quanto avrebbe previsto, e da buon ingegnere l’aveva sistematicamente divisa per materiale, per meglio soddisfare la sua precisione e la normativa comunale in materia di rifiuti. Inutile dire che il sacchetto che possedeva la maggioranza azionaria era quello della carta: appunti propri e altrui, in originale e fotocopiati, a volte ornati da scarabocchi nati dalla noia di una lezione o del ripasso domestico, a volte corredati da schemi, diagrammi sintetici, sottolineature e note a margine, tutti generati analogicamente, ovvero, a penna. Ma quel foglio che teneva in mano in quel momento era diverso, la trascrizione di quella prima e informale lezione di “fondamenti di informatica” gli ricordava qualcosa, ed era un qualcosa che poteva aver soltanto immaginato, una variabile impazzita che ancora non si era palesata ma di cui percepiva la presenza.

«Ritorniamo alla struttura elementare dei nostri computer: qual è secondo voi la prima proteina, la principale molecola formatasi nel brodo primordiale dell’elettrologia che ha permesso lo sviluppo dell’informatica? Ve lo dico io: l’interruttore. E non perché, come potrebbe pensare qualche buontempone, senza interruttore non si accende il computer, ma perché ogni volta che premiamo un interruttore, anche se non lo sappiamo, creiamo un atomo informatico, il bit, che può assumere solo due stati: corrente no e corrente sì, o se volete 0 e 1, Falso e Vero e via dicendo. Ora dirvi che un computer moderno è una pila di interruttori sarebbe da parte mia un’imperdonabile semplificazione, ma insisto su questa suggestione per farvi riflettere sulla natura dell’informatica e dell’elettronica digitale… temo di essermi perso… comunque: durante questo corso apprenderemo le basi dei principali linguaggi di programmazione, e se non rimarremo indietro col programma nelle ultime due o tre lezioni tenteremo di dare una risposta a questa domanda: “è possibile un’informatica diversa?”, e intendo radicalmente diversa, che non discenda dall’interruttore come l’uomo dalla scimmia, un’informatica aliena, che contempli un numero differente di stati elementari, o che addirittura non abbia numeri».

Sul bizzarro quesito, l’attenzione di Oreste, che era andata scemando in modo lineare da quando Ginevra l’aveva richiamato ad un’adeguata igiene personale, ebbe una repentina impennata.

«Per rassicurarvi sul fatto che non vi siete sbagliati, e che questa mattina siete effettivamente venuti in facoltà e non a una convention di fantascienza, vi anticipo che esistono diversi modelli alternativi all’elettronica che conosciamo e che popola le nostre vite; ad esempio il Dna Computing, che sfrutta il dna come fosse un circuito stampato, o i computer quantistici».

Ora Oreste era definitivamente rapito.

«Nel caso dei computer organici il principio alla base delle architetture al silicio, dei comuni chip per intenderci, non viene stravolto, discorso diverso per i computer quantistici; come avrete modo di apprendere in altri corsi, le leggi che determinano il comportamento delle particelle elementari sono decisamente differenti rispetto alle leggi del mondo macroscopico. Il qubit, ovvero l’equivalente del bit in un computer quantistico, può contenere un numero di informazioni virtualmente infinito, contro i soli due stati del bit classico, con i computer quantistici riusciremo a creare davvero numeri e dati casuali. Probabilmente non riusciremo mai a costruire una macchina in grado di gestire interamente un qubit, avremo bisogno di limitarlo, quantificarlo, misurarlo facendo a cazzotti con il principio di indeterminazione, e questo finché illumineremo il nostro percorso attraverso la teoria classica dell’informazione, già, perché finora vi ho parlato dei nuovi orizzonti dell’elettronica, ma non dell’informatica in senso stretto. Quindi veniamo a una domanda che vi avrei dovuto fare all’inizio di quest’incontro: cos’è l’informatica? È una filosofia, un complesso di regole logiche di un gioco che abbiamo inventato noi, regole che se vogliamo possiamo cambiare, anzi, regole che dobbiamo cambiare se vogliamo progredire. La grande sfida da quando è nata l’informatica è quella di costruire una macchina che abbia la complessità del cervello umano, ma finché insisteremo sul solco dell’attuale informatica, che come abbiamo visto sa compiere calcoli astronomici ma si blocca difronte all’ambiguità e al mistero, invece di avvicinarci ci allontaneremo sempre di più dal nostro obbiettivo. Se vogliamo costruire una macchina pensatrice e non solo calcolatrice, dovremo inventarci l’illogica informatica».

La porta del bagno si aprì e venne fuori Ginevra avvolta solo da una nuvola di vapore caldo. Oreste la guardò, e il suo sguardo si concentrò sul gocciolamento, apparentemente casuale, dei pochi e radi peli sul pube della sua compagna. Lei appoggiò maliziosamente le mani sui fianchi per fornire una cornice più geometrica all’origine del mondo, equivocando i pensieri di Oreste, che invece erano bloccati in un loop tutt’altro che erotico: “chi è questo professore e perché non ricordo le sue lezioni?”.

 ***

Telefonata 1:

– Gianni?

– Bella Orè… dimmi tutto.

– Tu te lo ricordi il corso di Informatica 1 all’università?

– Può esse, ce devo pensa’, che te serve?

– Una curiosità, ho trovato degli appunti, non ricordo il nome del professore.

– Aspetta un attimo però; informatica hai detto ve’? No, ora mi ricordo, io informatica l’ho fatta a Fisica, prima di trasferirmi a Ingegneria. Ma che te frulla per la capoccia?

– Nulla, curiosità.

– Prova a parlarne con Paoletta…

Telefonata 2:

– Paola?

– Chi non muore si risente, eh?

– Tutto bene?

– Io come al solito. Tu piuttosto? Ho saputo che ti trasferisci a Stoccolma.

– Beh, per ora è un progetto di soli 18 mesi, lavoriamo al sistema di raffreddamento del processore del…

– So tutto, e non mi dire altro se no mi fai schiattare d’invidia, se penso che ho studiato come un mulo per fare la disoccupata guarda…

– Senti, a proposito di università, ti posso fare una domanda? Te lo ricordi l’esame di fondamenti di informatica? Ti ricordi il nome del professore?

– Quella con cui ho fatto l’esame io era una donna, la Guerrini, e c’è ancora, è nella commissione per un assegno di ricerca, giusto ieri sono stati pubblicati i membri.

Guerrini… ora ricordava; anche lui aveva fatto l’esame con lei. Severa e temuta, era una donna piccola e magra, con capelli e occhi di un nero intenso, come intensa era probabilmente la sua determinazione, prima nell’essersi affermata in un campo accademico un tempo prevalentemente maschile, e poi nell’essere diventata, come appreso sul sito della Facoltà, vicerettrice. Il fascino di quella trascrizione, però, di quel mistero che veniva dal passato, apparve improvvisamente a Oreste una stupidaggine, un’inutile perdita di tempo. Stava invecchiando probabilmente, e stava diventando sensibile alle facili suggestioni; una considerazione su un campo in cui, casualmente, stava per giocarsi la carriera, un discorso facile per intrigare le matricole, e lui si era innamorato, tanto da credere per un attimo che quel casualmente non fosse poi così casuale.

Ad ogni modo decise di fare un salto in Facoltà per assistere a una lezione della Guerrini. Lo stile non sembrava esattamente quello della trascrizione, praticamente leggeva pedissequamente le slide, è vero anche che stava illustrando l’uso delle librerie nel linguaggio C++ e non stava presentando il programma del corso, argomento decisamente più discorsivo. Attese la fine della lezione per scambiare due parole con l’accademica.

– Permette? Sono l’ingegner Martini, Oreste Martini. Mi sono laureato qui e ho fatto l’esame di informatica con lei.

– Be’ mi sembra un po’ tardi per discutere del voto… – disse scherzosamente la Guerrini. I muscoli del suo piccolo volto comunicavano disponibilità, decisamente un’altra espressione rispetto a quella che aveva avuto fino a pochi secondi prima, prima che Oreste si presentasse, probabilmente lo sguardo di default per intimorire gli studenti.

– Ha ragione; sono qui per altro. Lavoro nel campo della computazione quantistica –, a queste parole la Guerrini non ebbe reazioni visibili, – ho trovato degli appunti risalenti alle sue lezioni; ero curioso di sapere cosa ne pensa oggi, intendo dopo la messa a punto dei primi hardware quantistici.

– Cosa ne penso riguardo a cosa?

Oreste venne spiazzato da quella domanda, si aprì nel suo cervello un pop-up che lo avvertiva di un possibile conflitto del programma, e lo stesso doveva essere avvenuto per la Guerrini: – Lei quando avrebbe seguito il mio corso?

– Nel 92… o nel 93 – rispose Oreste.

– Mh… temo mi abbia scambiata con qualcun altro, ora mi scusi ma devo andare.

Sul volto della Guerrini riapparve l’espressione da battaglia, con gesto rapido raccolse la sua borsa e si dileguò tra gli studenti mezzo narcotizzati da due ore di C++.

 ***

Telefonata 3:

– Pronto Saverio?

– Vecchio porcone, alla fine ci stai andando in Svezia eh?

– Eh sì, partiamo tra una settimana.

– Partiamo? In che senso? Tu e chi altro?

– Io e Ginevra.

– Ginevra? Ma ti sei rincoglionito? Tu vai nel paese che ha inventato la libertà sessuale e ti ci porti la fidanzata, per giunta gelosa e rompicoglioni?

– Save’ falla finita. Senti, c’è una cosa che mi sta facendo ammattire; ti ricordi chi c’era ad insegnare Informatica quando facevamo il primo o secondo anno di Ingegneria ? Esclusa la Guerrini.

– Io ricordo solo lei, però effettivamente… non esiste un albo storico?

– Macché… nessun albo, solo la memoria dell’impiegato anziano in segreteria didattica, e lui conferma che all’epoca c’era solo la Guerrini, però ho degli appunti di una lezione che di sicuro non ha tenuto lei…

– Un assistente?

– C’ho pensato, ma Erminio…

– Chi?

– L’impiegato anziano…

– Ah… ok.

– Erminio dice che il rettore dell’epoca impediva categoricamente a collaboratori e ricercatori di tenere lezioni, solo titolari di cattedra.

– Guarda mi sta ronzando una cosa… ma tu a quest’Erminio come ti sei presentato?

– Con un mazzo di rose… come mi sono presentato?

– No dico, non è per caso che ti ha preso per un giornalista? Guarda forse ti sbroglio la faccenda, però mi devi fare un favore.

– Spara.

– A Natale ti vengo a trovare a Stoccolma e mi devi far trovare in stanza quattro stangone, di quelle che si trovano solo lì.

– Quattro badanti intendi… comunque vedrò cosa posso fare, dimmi.

– Parla con Fausto.

– Fausto? Ma quello ha fatto Lettere.

– Fidati, parla con lui, se la memoria non mi inganna… ma non ti voglio anticipare niente. Bando alle ciance; hai guardato quel link che ti ho mandato per email?

– No, di che si tratta?

– Un troione epocale guarda, se la scopano in… non so, saranno stati trenta, uno dietro l’altro, sulle dune di Fregene, almeno così dice il titolo, però per me è Ostia.

– Save’, ma tu da quanto tempo non scopi?

– …

– …

– Non me lo ricordo più.

 ***

Certo che me lo ricordo, e la cosa mi è rimasta qui –, Fausto si indicò il pomod’Adamo con un mano, mentre con l’altra agguantava l’ultimo fiore di zucca fritto – all’epoca facevo cucina al giornale…

– Hai fatto il cuoco? – chiese ironicamente Oreste – Ma almeno qualcosa la lasciavi o ti magnavi tutto te?

– Coglione, fare cucina significa… comunque ‘sti fiori sono la fine del mondo… indica quando uno in una redazione si occupa di raccogliere e selezionare le agenzie, segnalando le notizie ai vari redattori. Quando arrivò la voce di sta storia il direttore ci disse… aò fai segno al cameriere di portarne un altro piatto… ci disse che non se ne faceva niente, che la notizia non doveva uscire.

– Mi pare di capire che questo Fortunati fosse parente di qualcuno…

– Suo padre era un magistrato, non uno importante però, lo avevano sbattuto in una di quelle provincie dove non succede mai un cazzo, ma era amico d’infanzia del direttore, la cosa aveva fatto girare le palle ad alcuni colleghi del giornale, e come ti dicevo anche a me, però il direttore la buttò sull’umanità, perché devi sapere che… oh ma glielo hai detto al cameriere? Devi sapere che Fortunati figlio, dopo che si seppe la faccenda ebbe un esaurimento nervoso, e Fortunati padre… beh, lui sembra che davvero non ne sapesse niente, il figlio era una specie di bambino prodigio, a diciotto anni vinse una borsa di studio per andare a studiare negli Stati Uniti, lui ci andò e un giorno telefonò ai genitori, gli disse che si era già laureato, con sei mesi d’anticipo, e non gli aveva detto niente prima un po’ per scaramanzia e un po’ perché non voleva che affrontassero un viaggio di dodici ore, così quando tornò in Italia… oh eccoli qua, caldi caldi, grazie caro… quando tornò in Italia fece un po’ di concorsi, il padre probabilmente da buon borghese piccolo piccolo oliò qualche ruota e Fortunati Junior divenne docente a progetto alla tua università; dopo un solo mese dall’inizio dell’anno accademico, dopo che qualcuno tagliato fuori aveva fatto ricorso, all’università si accorsero, diciamo così, che il titolo dichiarato da Fortunati non aveva l’equipollenza prevista dalla legge, e così lo sospesero, ma in realtà noi sapevamo che il titolo non esisteva affatto, Aldo Fortunati non si era mai laureato, né in Italia né negli Stati Uniti… mo magna che si freddano…

C’era una cosa che Oreste non aveva avuto il coraggio di confessare a nessuno: da un po’ di tempo sognava di non essersi mai laureato. O meglio; nel sogno si ritrovava in fila con dei ragazzi con la metà dei suoi anni, in attesa di consegnare un modulo, forse proprio di iscrizione all’università, «ma io l’ho già fatto! Io sono laureato!» diceva ai suoi compagni d’attesa, e quelli lo guardavano con compassione, allora si diceva che avrebbe convinto quantomeno l’impiegato, così alzava lo sguardo ma non riusciva a scorgere lo sportello, perché la fila chilometrica ad un certo punto si perdeva in una sorta di nebbia. “Impotenza”, se avesse dovuto scegliere un termine per descrivere la sensazione che gli dava quel sogno, Oreste avrebbe scelto “impotenza”. Probabilmente per questo, quando seppe che il professore che cercava non era laureato, provò per lui un sincero moto d’empatia.

 ***

Trovare l’indirizzo non fu difficile; il giudice Fortunati, morto di infarto dopo qualche anno dai fatti, smise la toga quasi subito, e tornò nella natia Roma ad occuparsi del figlio, sembra mai ripresosi. Il difficile fu inventarsi una scusa, una scusa in grado di aggirare il firewall della diffidenza materna per incontrare il professore-non-professore Aldo Fortunati. Da quel poco che conosceva della natura umana, Oreste valutava che aggrapparsi a qualcosa che riguardava la vita di Aldo dopo il capitolo degli Stati Uniti, era assai rischioso, meglio sfruttare il periodo in cui era ancora sotto la tutela parentale: così si fece fare una targa fasulla della fantomatica Associazione Matematica Italiana, e si inventò la storia che in occasione del suo cinquantenario l’associazione aveva prodotto quei riconoscimenti commemorativi per tutti coloro che negli anni avevano vinto il Campionato Italiano di Algebra e Geometria, competizione che si teneva nelle scuole medie e superiori (in realtà Oreste, che aveva una buona capacità di analisi ma una scarsa creatività, aveva preso spunto dalle Olimpiadi della Matematica organizzate dall’Unione Matematica Italiana, olimpiadi a cui egli stesso aveva partecipato portando a casa un discreto piazzamento nell’edizione del 1988) . L’ottuagenaria vedova Fortunati ispezionò la targa a lungo, mentre Oreste, seduto sul divano buono, osservava con la coda dell’occhio Aldo, un uomo di mezza età con una calvizie avanzata, lo sguardo fisso su un tablet che teneva tra le mani e che sembrava spento, e un tetro mezzo sorriso immobile sul volto. Accanto ad Aldo vi era un ventenne annoiato, con un abbigliamento fintamente trasandato, che accanto a quello fintamente curato di Aldo formava un contrasto quasi comico. Oreste apprese in seguito che quel ragazzo, di nome Diego, era un volontario che si occupava di Aldo, evidentemente più bisognoso di sostegno rispetto all’anziana padrona di casa che dopo cinque minuti buoni riemerse dalla sua ispezione. Un sorriso dolce come può esserlo solo quello di una madre soddisfatta di suo figlio, fece capire ad Oreste di averla sfangata.

Dopo aver ingollato un amaro alle erbe alle dieci del mattino e a stomaco vuoto, Oreste si congedò dalla vedova Fortunati esattamente nel momento in cui Diego si apprestava ad accompagnare Aldo nella sua passeggiata quotidiana. I tre attraversarono in silenzio la strada che portava a un piccolo parchetto, un rettangolo verde attrezzato solo con quattro panchine e uno scivolo per bambini. Aldo si sedette, riprendendo a rimirare lo schermo nero della tavoletta digitale. Oreste notò l’attenzione oculare che il volontario riservava a un’agenzia di scommesse sportive nella strada adiacente.

– Se hai qualcosa da fare faccio io compagnia ad Aldo… – gli disse Oreste.

– Be’ effettivamente dovrei fare una cosa… – e poi rivolgendosi a Fortunati – Aldo ti lascio un attimo col signore, d’accordo?

Aldo guardò Diego e poi fece quel gesto con due dita davanti alla bocca che in quasi tutte le culture contemporanee indica la volontà di fumare, il ragazzo arrossì ed emise un risatina imbarazzata, Oreste piegò leggermente la testa, un gesto il cui significato era decisamente meno universale, ma che in quella precisa situazione fece comprendere a Diego che quello sconosciuto seduto accanto ad Aldo non aveva l’intenzione di interpretare la parte del delatore. Così il volontario estrasse da un pacchetto di sigarette quella che a prima vista non appariva come una sigaretta, per così dire, convenzionale. Aldo, con guizzo imprevisto considerata la lentezza dei movimenti osservata fino a quel momento, si proiettò verso la fiamma dell’accendino di Diego, e con due boccate avide portò a regime la combustione della cartina.

– Come sta professore?

Chiese Oreste mentre Diego si allontanava. Ma Aldo non rispose.

– Lo sa che sto lavorando a un computer quantistico a 14 qubit?

Fortunati si voltò verso il suo interlocutore, a cui per un attimo si fermò il cuore.

– Cosa vuoi da me?

Chiese Aldo, e questa volta fu Oreste a non rispondere.

Dopo qualche boccata Aldo porse la canna a Oreste, che accettò la staffetta e dopo quindici anni dall’ultima volta inspirò i fumi d’hascisc; nel farlo chiuse gli occhi e quando li riaprì era immerso in una nuvola bianca.

 ***

La nuvola si diradò e Oreste ebbe modo di riconoscere dall’alto la città di Milano, accanto a lui Ginevra, addormentatasi fin dalle prime fasi di decollo. Stava lasciando l’Italia come Aldo anni prima, quel personaggio che casualmente era spuntato nella sua vita, e che casualmente come lui era interessato alla computistica quantistica. Le considerazioni di Aldo erano incomplete; per costruire un pensatore non è sufficiente una macchina che accetti e generi il caso, serve una macchina che provi a dare significato al caso, il che evidentemente è un paradosso, un errore logico, eppure nonostante questo apparente bug di programmazione, il più efficiente computer del mondo, il cervello umano, funziona e si evolve da migliaia di anni. Mentre Oreste pensava questo, la hostess Ingrid afferrava a caso una delle due bottiglie di succo d’arancia sul carrello portavivande, lo sguardo della piccola Anette vagava senza un ordine prestabilito fuori dall’oblò, le imprevedibili turbolenze d’aria producevano disordinati tremolii delle ali e della fusoliera, e fuori da essa atomi e molecole della troposfera si spostavano in base al tipico moto casuale dei gas.

È vero che ci siamo affacciati all’universo per caso, ma l’idea stessa di “caso” non è altro che il paravento della nostra ignoranza. — Freeman Dyson , Turbare l’Universo, 1979

Il caso è il solo sovrano legittimo dell’universo. — Honoré de Balzac, Massime e pensieri di Napoleone, 1838