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Questo posto sono io – reprise

Ho smesso di fumare da cinque anni, eppure in questo momento darei una falange per una sigaretta, o anche solo per un tiro di quella miccia fetente che fuma l’autista del camion. Lui sembra leggermi nel pensiero. Dal vano portaoggetti alla sua sinistra tira fuori una sfera bianca, la guardo bene, è grande come una noce, o poco meno, l’involucro è di plastica, la stessa delle buste, quelle che continueranno ad essere disponibili per migliaia di anni in qualsiasi angolo del pianeta come souvenir della modernità. L’allunga indietro, verso di me, attraverso il lunotto senza vetro, io sto per prendere il fagottino ma lui lo ritrae all’ultimo momento, stacca anche l’altra mano dal volante e mi indica con le dita il prezzo che devo sborsare per impadronirmi dell’oggetto misterioso. Acconsento. Avrei potuto tirare sul prezzo, come per qualsiasi altra cosa in questo continente, ma solo l’idea della contrattazione mi sfinisce. Poi l’autista mi dice in francese che è erba nigeriana, o almeno è quello che capisco, tanto la fumerò lo stesso, qualsiasi cosa sia. Questo del fumo non è il primo strappo alla regola della mia nuova vita, quella che hanno voluto per me amici, parenti e medici volenterosi; tre giorni fa, quando ero ancora sulla costa, ho sentito il bisogno di stare con una donna, ho chiesto al tipo dell’albergo dove potevo comprare del sesso, mi ha indicato una strada sulla cartina della città. Quando vi sono arrivato mi si è presentata una scenografia inequivocabile; una serie di baracche con delle ragazze sull’uscio, vocianti, ammiccanti, e un via vai di uomini, molti di pelle bianca come me. Ho abbassato la testa e sono entrato nella prima baracca che ho incontrato, stando attento solo che la tenutaria non fosse una bambina. Era invece una ragazza con gli occhi distanti e tristi, e dopo che si è stesa con le gambe aperte sul letto di paglia sono andato via, senza reclamare i pochi spicci che lei aveva voluto anticipatamente. Ho affrettato il passo lungo la strada polverosa, schivando i puttanieri locali e internazionali. Avevo l’impressione che le ragazze ridessero di me, che quelle urla sguaiate per invitare i potenziali clienti fossero in realtà risate di scherno nei miei confronti, mi è salita in corpo una rabbia mai provata, ho spinto dentro la baracca la prostituta più sfrontata, non ho nemmeno finito di infilare il preservativo sul cazzo semi-rigido, metà guaina di lattice mi penzolava oltre la punta, sembrava la propaggine vuota di un calzino troppo stretto o troppo largo, o quell’escrescenza che hanno i galli sotto al becco. L’ho scopata con furore, e più la fottevo più lei rideva, e più lei rideva più la mia camicia si impregnava di sudore, del mio sudore malato. Finì tutto in pochi secondi, quando ansimante alzai la testa mi accorsi di un bestione che vegliava poco rassicurante su di noi, la puttana gli disse qualcosa nel loro incomprensibile dialetto, e il bestione si allontanò borbottando. Il camion su cui viaggiamo prende una buca e io ritorno alla realtà dal limbo dei miei pensieri. Nella mia mano l’erba nigeriana o qualsiasi altra cosa sia, davanti a me il camionista da cui ho comprato un passaggio fino a Bangui, oltre alla caramella fibrosa poc’anzi descritta, sotto i miei piedi il pianale del camion, e sotto ancora la terra del sahel, la steppa, alle mie spalle lo zaino con lo stretto necessario per questo viaggio, che è poi più di quanto la maggior parte degli uomini e delle donne di queste parti può sognare di avere in tutta la propria vita, o almeno gli uomini e le donne che sono con me su questo camion. Mio fratello, che mi ha pagato il viaggio, mi crede in un villaggio vacanze a Nairobi, non capirebbe mai perché uno preferisca attraversare da una costa all’altra l’Africa centrale, e non lo so nemmeno io a dire la verità, e di certo non lo sanno queste persone, loro qui ci sono nate e molti ci moriranno, qualcuno invece tirerà le cuoia nel viaggio verso nord attraverso il deserto, qualcun altro in mare, ma i più sfortunati moriranno nella terra promessa, quello che pensavano fosse il paradiso ma che in realtà scopriranno essere solo un inferno temperato, sì, loro sono i più sfortunati, quelli che moriranno sopravvivendo alla disillusione. Queste persone accanto a me, su questo camion con i pneumatici sul punto di scoppiare, hanno facce di una dignità indescrivibile. Non mi sento fortunato a essere nato in un paese che ha debellato la lebbra, mi sento in colpa. Tutte quelle storie sul valore della vita che mi hanno fatto mandare giù ai tempi della disintossicazione, si dissolvono come acqua sulla terra di Ciad. Ora mi è tutto chiaro: è qui che devo scendere, prima che cominci la savana e poi la foresta, l’Africa che tutti immaginano e sognano. È qui, su questa terra arida, tra questi rari alberi senza foglie, in questi spazi razziati dai bracconieri che deve finire il mio viaggio. Questo posto mi somiglia, questo posto sono io. Do due pugni alla cabina di guida, urlo che voglio scendere, l’autista mi guarda incredulo, poi dice che non può fermarsi, che devo saltare giù mentre rallenta, e che non mi ridà i soldi. Mi aiutano a scendere da dietro, cado di culo, e rimango così, seduto, sorretto dallo zaino, con in bocca il sapore della terra che il camion solleva allontanandosi da me. Presto scenderà la notte, ho acqua e viveri per due, tre giorni al massimo; se la morte arriverà spero non per mano dei miei simili, sarebbe incongruente, spero di non essere intercettato da una banda armata, sarebbe difficile spiegare che dal sequestro di un ex-tossicodipendente con un lavoro part-time e precario non riuscirebbero a ricavare i soldi nemmeno per due cartucce dei loro AK-47. Faccio due passi e mi tolgo dalla strada, mi sfilo lo zaino, cerco l’accendi fuoco da campeggio e strappo un pezzo di cartina geografica. Arrotolo il Madagascar attorno all’erba nigeriana, e accendo il tutto. Tossisco, la carta e l’erba non sono gentili con le mie vie respiratorie. Dopo tre tiri mi pulsano le tempie, mi stendo, ho l’impressione che il cielo si riempia di frattali viola. Penso ai miei genitori e a mio fratello, che nonostante tutto hanno ancora fiducia in me, penso al mio amico Mario e a tutte le volte che mi ha raccolto in stato di incoscienza nei parchi di periferia. Perché non riesco ad essere come loro? Oppure perché loro non riescono ad essere come me? Avverto l’abbassamento di temperatura, le gambe vibrano impercettibilmente di freddo, ho un formicolio al collo, potrebbe essere la circolazione o l’assalto di minuscoli insetti. Chiudo gli occhi e i frattali cominciano a vorticare a una velocità vertiginosa. Mi piacerebbe che questa terra mi avvolgesse e la mia coscienza fosse assorbita da quella del pianeta. Il malessere si affievolisce, come l’affanno dopo aver corso o aver fatto le scale, ho addirittura l’impressione di stare bene. È la serotonina; nel mio cervello è scattata l’operazione equilibrio chimico. Quali stracazzo di macchine complesse siamo. Il caos non esiste, è il nome che diamo a ciò che non comprendiamo. Sto vaneggiando, faccio discorsi filosofici da quattro soldi, la merda nigeriana mi è salita su fino al midollo. Ho voglia di mangiare quei crostacei buonissimi che ho assaggiato sulla costa, o sentirmi esplodere in bocca uno spicchio di arancia, ho voglia di bere una birra con Mario, di telefonare a mio padre e sfotterlo dicendo che la sua squadra quest’anno fa schifo, ho voglia di dire il mio nome a uno sconosciuto e ascoltare il suo, di abbracciare una donna e sentire il suo seno premere contro di me. Mi è venuta voglia di vivere, vaffanculo, ma dove cazzo vado? Devo stare calmo, faccio training autogeno, devo visualizzare un’immagine rilassante, quando lo faccio in Italia penso a un paesaggio più o meno come questo, e ora che sono qui a cosa penso? A Milano? Apro gli occhi, è notte, mi volto a destra, c’è un po’ di luce che mi fa percepire la sagoma dei cespugli, probabilmente è la luna, mi volto a sinistra, e vedo un animale accanto a me, forse è un’allucinazione, forse no. Sembra un piccolo cane con delle grosse orecchie: deve essere un fennec. Ma che cazzo ci fa qua? È un animale del deserto, dell’Africa settentrionale. No, forse è una volpe pallida del sahel, ad ogni modo non ha paura di me. E io non ho paura di lei. Guardo la sua ombra per un tempo che non saprei definire, mi aspetto che faccia qualcosa, ma non succede nulla. Poi la volpe mi dice di dormire, o meglio non è che lo dice davvero, è una voce nella mia testa, ma so che è la sua voce, come quando nei sogni sai perfettamente che uno degli attori onirici è una persona che tu conosci, l’equivalente inconscio di una persona realmente esistente, anche se non gli assomiglia per niente. Insomma la volpe mi dice che è ora di dormire, e io vorrei rispondere che non lo so più se voglio addormentarmi, ma non ho la forza di coordinare l’apparato vocale, e comunque non avrebbe senso rispondere a un animale, che per giunta forse nemmeno esiste, e mentre penso questo i miei occhi si chiudono da soli.

Quando mi sveglio la luce mi acceca, mi accorgo di essere già fracido di sudore, ho voglia di farmi, uno schizzetto leggero per attraversare questa giornata camminando sulle nuvole, ma mi passerà. C’è un volto davanti a me, è un bianco, coi capelli biondi come la barba, dall’inflessione del suo inglese potrebbe essere tedesco. Ha un sorriso smagliante. Allungo il collo e vedo dietro di lui un Land Rover, e un nero con gli occhiali da sole che abbraccia un M16; una guardia del corpo. Il tedesco mi fa bere, trema per l’emozione, mi fa salire sul fuoristrada, un giorno lo racconterà ai suoi nipoti, tralascerà che si trovava in Africa per una società dedita al traffico di diamanti coi locali signori della guerra, ma racconterà di aver salvato la vita a un uomo. Chi sono io per distruggere questa sua illusione, il suo inutile trip consolatorio? Mi siedo e comincio a inventare: sono stato stato cinque giorni ostaggio dei ribelli… lui mi guarda con gli occhi bramosi di bugie come un bambino.

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Culo Nudo

Con questo post voglio invitarvi a guardare questo reportage della rivista Vice, sulla Liberia, Stato africano che ricorda un passato recente che definire drammatico sarebbe un eufemismo. In questo viaggio Shane Smith incontra vari testimoni e protagonisti della guerra civile in Liberia, e tra questi ve ne è uno che all’epoca veniva chiamato Butt Naked, ovvero culo nudo, non fatevi intenerire dal nomignolo, Butt Naked ha fatto cose che solo compendiando i vostri incubi peggiori potreste immaginare, come aprire la pancia a un bambino ancora vivo e berne prima il sangue e poi mangiarne la carne. Fatto un’idea? bene, guardate ora Butt Naked, guardatelo nel reportage, guardatelo sorridere, guardatelo parlare orgoglioso della missione che sta costruendo, guardatelo raccontare commosso di come ha recuperato diversi ex bambini soldato, guardatelo vestito da pastore a portare la buona novella cantando e ballando, ma guardatelo soprattutto quando ammette il suo passato, quando ammette di aver commesso crimini indicibili e di attendere sereno la sua punizione. Noi siamo le stesse persone di venti, trentanni fa? Siamo responsabili di quello che un’altra persona con il nostro stesso nome ha fatto in passato? un uomo che ha perso la memoria può essere considerato colpevole di un reato che non ricorda? è un tema che mi ha sempre interessato, un dilemma a cui non so dare una risposta e che costituisce la sottotraccia di un romanzo breve che ho pubblicato a puntate su questo blog  un paio di anni fa (qui, per andare avanti cliccare “continua” alla fine di ogni capitolo). Con questo non voglio dire che Joshua Blahyi, altrimenti noto come Butt Naked, non debba essere processato dal tribunale dell’Aia per i crimini di guerra (l’eventualità è tuttora in discussione), un processo va sempre celebrato, anche quando i protagonisti non ci sono più, perché un processo non serve solo a decretare pene, ma anche a restituire a una comunità ciò che la rende libera, ovvero la verità (Veritas Vos Liberat, Giovanni 8:32, passo che lo stesso Butt Naked cita in una sua predica). E non voglio neanche sostenere che Butt Naked sia davvero pentito, che non sia capace di fare in futuro ciò che ha già fatto in passato. Lo stesso Shane Smith si chiedeva se il demone fosse semplicemente in letargo, in attesa di tempi migliori per svegliarsi, come il ritiro dalla Liberia delle truppe dell’Onu, così Vice è tornata a intervistare Butt Naked a due anni dal ritiro Onu (e tre dal reportage), ma nessun colpo di scena; continua a fare il predicatore, anche se alcuni sostengono sarebbe dietro a un nascente gruppo pronto a sovvertire con le armi il governo.

Sedici anni fa – reprise

Quest’anno l’orrore che ha solcato la terra di Kigali diventerebbe maggiorenne; ai miei connazionali che maggiorenni non lo sono ancora, e a quelli che lo sono da un pezzo, dico che abbiamo un dovere, quello di sapere e ricordare storie come questa, può sembrare poco, e probabilmente lo è, non diventeremo certo eroi per questo, ma ignorare e dimenticare, invece, ci rende disumani, oltre che pericolosamente vulnerabili. 

Oggi mi è capitato di vedere su Rai News 24, un toccante documentario sul genocidio del Ruanda; per chi ha voluto dimenticare, o per chi non poteva ricordare perché troppo piccolo, correva l’anno del Signore 1994, ma probabilmente quell’anno il Signore si era messo in aspettativa, perché quello che è successo sedici anni fa in quel piccolo staterello dell’Africa Orientale, sembra progettato dall’anticristo in persona: un esercito, non di soldati, ma che sarebbe paradossale definire di civili, scese in strada con machete e mazze chiodate, con le radioline sintonizzate sull’unica stazione rimasta, quella governativa, che incitava a “lavorare”, a eliminare gli scarafaggi, ovvero i Tutsi (ma anche gli Hutu che si ribellavano al massacro). Essere nati Tutsi significava attendere il proprio massacro, magari ad opera del vicino di casa, quello che fino a qualche mese prima avresti potuto definire addirittura tuo amico. L’alternativa era scappare, magari in Burundi, correre per dodici ore senza guardare indietro, e verso una salvezza che era solo un’ipotesi di speranza. Ma chi erano, e chi sono, i Tutsi e gli Hutu? Sono due gruppi etnici, che si sono scoperti diversi solo con la colonizzazione europea (che nell’area identificarono anche un terzo gruppo, i Twa, i pigmei), prima tedesca e poi belga, generalmente si identificano i Tutsi con i cosiddetti Watussi, ma le differenze fisiche e somatiche con gli Hutu vennero forzate dagli scienziati e dagli antropologi dell’epoca, del resto le unioni e i matrimoni misti nell’area erano la regola. Gli europei preferirono i Tutsi, che erano minoranza, in parte perché riconosciuti fisicamente più prossimi alla razza caucasica, in parte perché più ricchi e colti (tradizionalmente erano allevatori, e gli Hutu agricoltori). Finita la colonizzazione cominciarono le tensioni, che sfociarono prima nella guerra civile (1990-1993), e poi nel genocidio; “motivi etnici”, la sentenza è fin troppo semplice, “scontri tribali”. Ma non è così; l’unico inviato italiano durante il genocidio, Federico Marchini (cliccate per vedere un’intervista sull’argomento) descrive che quello che spingeva uno ad ammazzare il proprio vicino di casa, non era l’odio razziale, ma la minaccia, da parte delle milizie e dei gruppi che miravano al potere, che in caso si fosse rifiutato a morire sarebbero stati lui e i suoi parenti. Avevo quattordici anni quando cominciò il genocidio ruandese, ora ne ho trenta e quell’inferno si è solo arrampicato sullo stesso meridiano fermandosi dalle parti del Darfur. Ok, ma a cosa serve rivangare il passato? noi cosa ci possiamo fare? E’ una frase che almeno una volta nella vita ci siamo fatti. Ovviamente io non so cosa possiamo fare, ma ho qualche idea su cosa non dobbiamo fare; ad esempio dimenticare. I superstiti del genocidio che raccontano in giro per il mondo quello che hanno visto, rischiano la vita ogni giorno, come racconta la scrittrice Yolande Mukagasana, e se c’è qualcuno disposto a uccidere qualcun altro per un ricordo, ma soprattutto se c’è qualcuno disposto a morire per raccontarlo, un motivo ci sarà.

Tra l’oleandro e il baobab

C’è un continente che sembra distante anni luce da noi, eppure quasi sfiora il nostro laddove un tempo si pensava finisse il mondo. Un continente che spesso viene associato al concetto di povertà, eppure è ricco delle risorse chiave del nostro tempo. Un continente dove ci sono tuttora guerre tribali, un continente dove i cosiddetti popoli civilizzati hanno dato il peggio. In Africa è apparso per la prima volta l’homo sapiens, l’Africa è l’inconscio del pianeta.

I film e i romanzi ambientati nel continente nero non si contano, volevo fare una lista, una selezione di quelli che mi hanno colpito di più, ma sono andato in corto circuito. Mi limito a proporre tre reportage presenti sul web: “La guida al Congo di Vice”, in cinque brevi puntate, un viaggio verso le recondite miniere senza le quali non avremmo i nostri laptop, smartphone e giocattoli tecnologici vari; le condizioni di lavoro in quei luoghi, almeno in Congo, sembrano essere migliorate, ma guardatelo per farvi la vostra idea. Altro video suggerito è quello di Pif; “La strada per l’acqua”, un documentario toccante ma anche divertente sulla penuria d’acqua in Africa orientale. Segnalo infine un servizio di Pablo Trincia che per la trasmissione Le Iene si è inventato venditore ambulante per le strade di Dakar. Non me ne vogliate ma ne approfitto per linkare anche uno dei miei ultimi racconti che è ambientato nella steppa africana, questo.

Sedici anni fa

Oggi mi è capitato di vedere su Rai News 24, un toccante documentario sul genocidio del Ruanda; per chi ha voluto dimenticare, o per chi non poteva ricordare perché troppo piccolo, correva l’anno del Signore 1994, ma probabilmente quell’anno il Signore si era messo in aspettativa, perché quello che è successo sedici anni fa in quel piccolo staterello dell’Africa Orientale, sembra progettato dall’anticristo in persona: un esercito, non di soldati, ma che sarebbe paradossale definire di civili, scese in strada con machete e mazze chiodate, con le radioline sintonizzate sull’unica stazione rimasta, quella governativa, che incitava a “lavorare”, a eliminare gli scarafaggi, ovvero i Tutsi (ma anche gli Hutu che si ribellavano al massacro). Essere nati Tutsi significava attendere il proprio massacro, magari ad opera del vicino di casa, quello che fino a qualche mese prima avresti potuto definire addirittura tuo amico. L’alternativa era scappare, magari in Burundi, correre per dodici ore senza guardare indietro, e verso una salvezza che era solo un’ipotesi di speranza. Ma chi erano, e chi sono, i Tutsi e gli Hutu? Sono due gruppi etnici, che si sono scoperti diversi solo con la colonizzazione europea (che nell’area identificarono anche un terzo gruppo, i Twa, i pigmei), prima tedesca e poi belga, generalmente si identificano i Tutsi con i cosiddetti Watussi, ma le differenze fisiche e somatiche con gli Hutu vennero forzate dagli scienziati e dagli antropologi dell’epoca, del resto le unioni e i matrimoni misti nell’area erano la regola. Gli europei preferirono i Tutsi, che erano minoranza, in parte perché riconosciuti fisicamente più prossimi alla razza caucasica, in parte perché più ricchi e colti (tradizionalmente erano allevatori, e gli Hutu agricoltori). Finita la colonizzazione cominciarono le tensioni, che sfociarono prima nella guerra civile (1990-1993), e poi nel genocidio; “motivi etnici”, la sentenza è fin troppo semplice, “scontri tribali”. Ma non è così; l’unico inviato italiano durante il genocidio, Federico Marchini (cliccate per vedere un’intervista sull’argomento rilasciata per il sito di Beppe Grillo) descrive che quello che spingeva uno ad ammazzare il proprio vicino di casa, non era l’odio razziale, ma la minaccia, da parte delle milizie e dei gruppi che miravano al potere, che in caso si fosse rifiutato a morire sarebbero stati lui e i suoi parenti. Avevo quattordici anni quando cominciò il genocidio ruandese, ora ne ho trenta e quell’inferno si è solo arrampicato sullo stesso meridiano fermandosi dalle parti del Darfur. Ok, ma a cosa serve rivangare il passato? noi cosa ci possiamo fare? E’ una frase che almeno una volta nella vita ci siamo fatti. Ovviamente io non so cosa possiamo fare, ma ho qualche idea su cosa non dobbiamo fare; ad esempio dimenticare. I superstiti del genocidio che raccontano in giro per il mondo quello che hanno visto, rischiano la vita ogni giorno, come racconta la scrittrice Yolande Mukagasana, e se c’è qualcuno disposto a uccidere qualcun altro per un ricordo, ma soprattutto se c’è qualcuno disposto a morire per raccontarlo, un motivo ci sarà.