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Una proposta molesta / Calcio e salute

Sapevate che ci sono malattie che colpiscono maggiormente gli ex calciatori? La SLA, in particolare, ha un’incidenza 6 volte superiore rispetto al resto della popolazione. Non si sa ancora se dipenda dai ripetuti traumi muscolo-scheletrici, oppure dall’abuso di sostanze legali o paralegali. Quello che mi colpisce è che la Società accetti tutto questo ma ritenga accettabile gli spot che mi dicono, per una decina di volte durante la partita, di bere alcol responsabilmente.

Se non te ne frega niente della salute di 22 ragazzi, ma vuoi sensibilizzare la popolazione sui danni da abuso di alcol, allora promuovi il “Calcio Alcolico”.

Nel Calcio Alcolico potrebbero giocare solo atleti maggiorenni ma ubriachi. Prima della gara l’arbitro, oltre a controllare i tacchetti, sottoporrebbe ogni giocatore ad alcol test. Non ci sarebbero più squadre under 19, under 20, under 21, ma under 0.8, under 1.5, under 3.0, laddove il numero indica ovviamente il tasso alcolemico.

I Bar Sport diventerebbero i nuovi vivai, e si trasformerebbero da luoghi di rancore a luoghi di speranza.

Un universo di nuove tattiche imprevedibili e barcollanti si aprirebbe agli allenatori. Il manuale dei gesti tecnici si arricchirebbe del dribbling involontario, mentre la rovesciata in aria sarebbe sostituita da quella di stomaco.

Il tanto criticato VAR non servirebbe più, perché la partita sarebbe giocata già direttamente alla moviola.

Le risse ci sarebbero comunque, ma sarebbero molto, ma molto più divertenti; immaginate uomini avvezzi a rompere bottiglie di vetro per procurarsi un’arma, ma in mano avrebbero delle morbide borracce di plastica… come dei mercenari sanguinari che si fronteggiano in una battaglia dei cuscini.

Massaggiatori e personale medico sarebbero sostituiti da barman esperti. Il ghiaccio secco e il ghiaccio spray lascerebbero il posto al giacchio vero, purché immerso nel whisky o nella vodka. La sbornia triste sarebbe considerata infortunio. In caso di svenimento in area si darebbe rigore.

La panchina, con quelle poltroncine fighette che si usano da un po’ di anni, andrebbe eliminata, altrimenti le riserve ci si addormenterebbero, meglio gli sgabelli da pub, ma gli sgabelli senza bancone sono ridicoli… ecco: cambiamo il concetto di panchina con quello di bancone. La sostituzione si chiederebbe spillando una birra.

Non so se funzionerebbe, so però che sarebbe un mondo un po’ meno ipocrita, e che nessuno griderebbe allo scandalo se un terzino dell’Inter di 20 anni venisse fotografato con un mojito in mano in discoteca, ma al contrario ci si incazzerebbe se in mano avesse un cocktail analcolico, del resto come è giusto che sia, perché non c’è nulla di più immorale di un cocktail analcolico.

 

Le cronache della vodka (distribuito anche come “ubriaco erotico stomp”)

Ieri sera, con sulle spalle una semi-deprivazione del sonno dovuta a impegni para-lavorativi, ho avuto un vivido flusso di coscienza; se fossi vissuto a San Francisco negli anni 70 probabilmente sarei stato coadiuvato da una goccia sublinguale dell’elisir del dottor Hoffman, ma vivendo in un quartiere residenziale di Roma nel 2013 mi son dovuto accontentare di una vodka da hard discount. A beneficio degli psiconauti eventualmente approdati su queste pagine senza sapere come, in quanto obnubilati dalla psilocibina (a voi va tutta la mia più biliosa invidia), riporto un report sintetico:

Dopo 6 cl (due shot): al termine di una serie di considerazioni sul problem-solving pervengo alla conclusione che l’idea che per prima balena in una mente umana davanti a una situazione problematica è sempre quella ascrivibile come la più idiota in assoluto, ma non è affatto detto che sia quella sbagliata. Nota a margine: rivalutare la comicità demenziale come neorealismo psichico.

Dopo 9 cl: mi viene in mente il nome di Valerio Millefoglie, scrittore e cantautore, qui un suo strampalato e struggente pezzo. Non mi è chiaro il processo mentale che me lo ha fatto ricordare; non pervenendo a risultati apprezzabili procrastino la riflessione attendendo stati di coscienza più elastici.

Dopo 12 cl: rifletto sul fatto che per valutare quanto un elemento del reale, ma pure dell’irreale, sia importante in un gruppo sociale, bisogna valutarne la varietà semantica nella relativa lingua/dialetto/slang. Un esempio: i quindici modi di dire “neve” degli inuit, o gli svariati termini relativi all’eiaculazione nel porno. Ok, mi sa che non è un concetto tanto originale e no, non ho bisogno di controllare su tubegalore (quest’ultima subordinata è un’imposizione del superego finita nel periodo per inerzia cognitiva)

A tipo 18 cl suona il citofono un amico. Mi ha portato in dono una resina avente alcoloidi con proprietà antidolorifiche, euforizzanti, antinausea, antiemetiche, anticinetosiche, stimolanti l’appetito, che abbassano la pressione endooculare, e che in certi soggetti possono abbassare l’aggressività: come si legge su Wikipedia. Insomma du canne. Dunque; i discorsi e i fiumi sinaptici di questo periodo rimangono chiusi, nella loro estrinsecabilità, in una traccia incognita che ha per parentesi i suddetti manufatti che nella vecchia Inghilterra verrebbero definiti “spleef”, nella romantica Île-de-France “joint” e infine nell’affascinante Berlino “stichling”; come si legge su Google interrogandolo un po’ alla cazzo di cane, ma comunque pe’ capisse le du canne de prima. Ricordo solo che siamo partiti a parlare della Serracchiani e siamo finiti a discernere di categorie del porno (aridaje). Ve lo giuro: in mezzo c’era tanta altra roba… non che la governatrice del Friuli non mi faccia sangue… ma questa è un’altra storia e soprattutto peccherei in metodologia, oltre che di garbo verso la diretta interessata, se non dicessi che i due capolinea avevano in mezzo un botto di fermate. Poi ricordo una personale tangente sulla definizione di Gonzo, con immancabile riferimento a Hunter Stockton Thompson e successiva associazione con il dogma 95 di Lars Von Trier. Nota a margine: il gonzo journalism mi fa venire in mente qualcosa… qualcosa che ha a che vedere con questo preciso momento…

Dopo 21 cl e ritornato in navigazione solitaria: mi viene in mente che l’ultimo argomento trattato nella fase precedente è stato Breaking Bad: mi capita sempre più spesso di tessere gli elogi di questo telefilm statunitense. O meglio mi capita quando sono più disinibito; devo avere qualche forma di pregiudizio da decrepito cinefilo che mi fa subliminalmente vergognare nel parlare bene di qualcosa che non nasce per quel tempio in rovina che è la sala, comunque lo sottoscrivo qui: Breaking Bad ha una rara raffinatezza nella scrittura, nonché un intricato cosmo simbolico che non escludo possa essere in realtà una mia personale sega mentale.

Dopo 24 cl e un richiamo di quella cosa lì sopra tradotta in tante lingue: Ah cazzo! Ecco perché forse mi era venuto in mente Millefoglie! Ho voglia di un dolce: ce l’ho da stamattina! Nel freezer ho una vaschetta di Algida Cucciolone, no, non un cartone di Cuccioloni, proprio una vaschetta con i gusti del cucciolone e il biscotto sbriciolato dentro. Lo so lo so, è una zozzata, e chi mi conosce sa che in poche cose sono un fondamentalista duro e puro come nel gelato artigianale. Però l’altro giorno, al supermercato, sono rimasto affascinato dalla deriva futurista del gelato in vaschetta. Da bambino pensavo che l’estro nell’arte gelatiera si sarebbe spinto verso presuntuosi orizzonti, gli stessi dell’alta profumeria, inventando gusti come “amore”, “libertà” o un wertmulleriano “sensazioni di una notte d’estate ai tropici”, questa strada è stata calcata dal gelato industriale per eccellenza, il cornetto o il magnum per capirci, ma non dalla terra di mezzo del gelato in vaschetta, che invece ora si reinventa pop-art: la vaschetta al gusto solero non-so-cosa è l’equivalente, nel banco frigo, di un poster della zuppa Campbell’s di Wahrol.

Altro richiamo di quella cosa sopra in cui dicevo che stava sopra: In metropolitana chi chiede l’elemosina mi evita sempre; riflettere sul perché. Tenere a mente per il titolo di un racconto: “Non nominare il nome di Dio, Ivano!”. Jannacci mi piaceva tanto, per davvero… Spesso, quando si dice a una persona che è bella, le si fanno i complimenti: perché? che senso ha? io faccio i complimenti a qualcuno per un lavoro ben fatto, per un pensiero intelligente, per un gesto coraggioso, non perché, che ne so, è nata in un posto chic come Tokyo o New York, non faccio i complimenti a uno perché è ricco di famiglia o perché ha un nome fico, i complimenti si dovrebbero fare per quello che uno fa, e non per quello che uno è indipendentemente dalla sua volontà. Accidenti eccola, doveva arrivare prima o poi: la nausea. “La Nausea” è di Sartre o di Camus? Di Sartre non ho mai letto niente, di Camus ho invece letto “Lo straniero”, ero un pischelletto, avrò avuto quindici anni, e mi piacque, pur essendo all’oscuro dell’esistenzialismo e di quelle menate lì, per anni ho descritto il romanzo come la storia di uno che veniva ritenuto da un tribunale un assassino perché non aveva pianto al funerale della madre, poi l’ho riletto ed era un tantino più complicato, però mi sembra più ficcante la mia sinossi adolescenziale. Ficcante… ecco che ricomincio a pensare al sesso… e vabbè dai, famola sta veloce ricerca socio-linguistica sui sinonimi di cumshot…

Nel caso di Vittorio

-Cos’è quello?
Nicola si guardò il collo pensando a una macchia sulla pelle, poi realizzò che l’interesse di Vittorio era attratto dalla catenina. In particolare da quello che vi era appeso.
-E’ un cerchietto, un orecchino da uomo, me lo ha regalato Sara.
-E perché lo porti al collo se è un orecchino?
-Perché non ho il buco all’orecchio.
-E perché non te lo fai?
-E perché dovrei?
-Perché Sara ti ha regalato un orecchino.
-Allora se mi regalava un reggiseno dovevo farmi le tette?
Vittorio non è stupido, anzi, ma non ha una grande confidenza coi pensieri semplici; se gli fosse venuto in mente di chiedere come mai Sara avesse scelto quel regalo nonostante il lobo vergine, beh allora Nicola avrebbe sentito le corde tendersi dietro la schiena, invece di cavarsela con una piroetta sul ring. Fu una brutta storia quella che capitò a Nicola, una di quelle che quando te le raccontano ti ammali di paranoia per diversi giorni, poi magari guarisci e ti porti dentro gli anticorpi. Ma quando sei tu a viverla è diverso, l’angoscia si cronicizza e ti torna su all’improvviso, come la bronchite in una notte d’inverno.
-La vuoi rossa o bionda?
Nicola si guardò intorno nel locale, dimenticando per un attimo che Vittorio non era un pappone. Un dito misericordioso lo aiutò mostrandogli la spina della birra.
-Ace.
Rispose secco Nicola. Con l’alcol aveva già dato il giorno prima, e soprattutto la notte prima, la notte del fattaccio. Cominciò a bere nel pomeriggio, e in seconda serata era ancora in piedi, suonato ma in piedi, e non aveva intenzione di andare al tappeto, non subito almeno. Sara lo aveva scaricato, come ogni volta del resto, e come ogni volta gli aveva detto che era la volta buona, e come ogni volta buona lui ci aveva creduto…
-Che fine hai fatto ieri sera? Avevi il cellulare spento…
-Sono stato al Morpheus.
Già, perché è al Morpheus che lo stronzo lavorava. Quel mezzo zingaro che faceva il barman. Sempre stati sul cazzo i barman a Nicola, si sentono importanti solo perché stanno dalla parte del bancone dove c’è meno gente, si sentono migliori solo perché alle dieci sono sobri. Se poi quel barman è anche il tipo per il quale la sua tipa sbava, beh allora quel barman, a Nicola, gli sta sul cazzo al quadrato.
-A che ora sei tornato a casa?
-Boh… da un certo punto non ricordo più niente, comunque stamattina… credo.
Al quarto gin-lemon aveva trovato il coraggio, Nicola, aveva trovato il coraggio di dire al barman che era l’amico di Sara, anzi lo aveva gridato, tra un drum e un bass, e quello lo aveva guardato strano, ma poi aveva sorriso come se avesse capito qualcosa, e siccome, per Nicola, non c’era un cazzo da sorridere, si incazzò ancora di più. Al sesto round la spugna per le ferite era intrisa di mojito, “dobbiamo parlare” gli aveva detto al mezzo zingaro, e quello gli aveva risposto che lo aspettava nel parcheggio. E così fu; si incontrarono nel parcheggio, cominciavano a cedergli le gambe a Nicola, ma quello che doveva dire lo poteva ancora dire, si avvicinò al barman, in modo che capisse bene le sue parole. Ma quello lo baciò.
-Ti sei ubriacato?
-Vittò… una ciucca da Champions…
Se fosse stato un bacio vero forse si sarebbe messo a ridere, ma quel bacio sfiorato da quattordicenni gli mandò in merda il cervello; partì il primo pugno, un diretto al volto, il barman guardò il sangue che gli colava dal naso sulla mano, e in quel momento Nicola ebbe un flashback, rivisse la sensazione che da bambino aveva quando per sbaglio rompeva un giocattolo, non poteva fare a meno di distruggerlo definitivamente, e così fece col barman.
-C’era qualcuno con te? Qualcuno che può testimoniare?
-Ma cos’è un interrogatorio?
Vittorio non rispose, e Nicola, nonostante il cervello ingolfato per l’alcol della sera prima, capì.
-E’ morto?
Chiese Nicola, ma non aveva bisogno della risposta, perché il film della notte gli si sbloccò improvvisamente, e si rivede anche strappare l’orecchino al barman, lacerandogli l’orecchio con uno strappo. La mattina se l’era ritrovato al collo ma non gli aveva dato tanta importanza; quando si ubriacava si ritrovava sempre qualcosa di estraneo la mattina dopo, a volte era un cappello, altre volte un accendino, qualche volta una malattia venerea, ma mai gli era capitata la prova di un delitto.
-Vittorio… non volevo… credimi… ho un problema con l’alcol…
E’ un bravo ragazzo Vittorio. E uno sbirro. Non necessariamente quando un bravo ragazzo diventa sbirro diventa anche un bravo sbirro. Ma nel caso di Vittorio sì.
-Non ti preoccupare – gli disse accompagnandolo fuori – in commissariato abbiamo solo la macchina del caffè.

Tremum

Fa veramente troppo caldo, i pensieri goccialano e per scrivere qualcosa dovrei mettere una bacinella sotto la testa. Ma non ho una bacinella, quindi a sto giro incollo un mio racconto pubblicato in una raccolta intitolata “Parole in corsa III” edito da Full Color Sound, nel 2004 o 2005 (non faccio lo snob, è che proprio non lo ricordo, ho perso la mia unica copia, su internet c’è il libro ma non l’anno di pubblicazione). Non è un granchè, ma il senso del dovere mi ha richiamato a dare il mio contributo all’intasamento della cloaca internettiana.


Il dottore ha detto che si chiama Tremum. Tremum e… e qualcos’altro. Non ricordo. Ma la verità è che non ci danno le coperte buone, e siccome la mattina fa freddo allora tremo; io lo so, mi succedeva pure quando dormivo in strada, soltanto che lì era normale, ma qui no, non è affatto normale, che uno va in ospedale e sente freddo…
Stamattina è venuto un prete, sembrava simpatico, ma lo sembrava soltanto, non lo era per niente: io ho detto che non è giusto che non mi fanno neanche bere un po’ di vino bianco che tanto lo sanno tutti non fa male, allora lui mi dice che c’ho il fegato distrutto e che è stato l’alcol: allora io mi chiedo perché se l’alcol mi fa male, ora che non sto bevendo sto peggio? Che mi fa male tutto e sono nervoso e non dormo e non riesco a mangiare e…
Io sono arrivato qui in città che c’avevo venti anni, più o meno, che al mio paese al sud che mio padre era morto e mia madre mi ha detto: -Vai parti che puoi lavorare come muratore che allo zio Enzo hanno detto che stanno costruendo i palazzi…
-Ecco- gli dico al prete- hai visto che il vino non mi fa male alla memoria?
Allora quello mi dice: -Prega il Signore, figliolo.
Come prega il Signore? Voi state qua ed io devo pregare Dio per mezzo bicchiere di vino? Ma questo non è peccato? Quello che dice tipo “non fare nomi…”? E poi come figliolo? Che io c’ho più di sessanta anni e tu… voi dovete solo capire perché io ogni tanto svengo e mi sento male e non avete nessun diritto a dire che non devo bere.
Mi spezzavo la schiena tutto il giorno, c’era pure chi si faceva male e non diceva niente e continuava a lavorare se no lo mandavano via… ma io no, io ero giovane e forte, che lavoravo e poi…
Racconto di quando lavoravo a questo qui, Id mi pare ha detto che si chiama, o Sid, o Said, non ricordo bene; c’ha la pelle scura che viene dall’Africa, che s’incazza con tutti: e col prete… e vabbe’ quello non conta, e col dottore, e coll’infermiere che non ho capito cos’è successo… Id dopo che ha mangiato gli ha detto un cosa sul maiale, che lui non lo vuole mangiare e l’infermiere ha detto che sul cibo non si discute, che è uguale per tutti e tutt’ al più non si mangia. Però a me Id mi sta simpatico.
C’è questo infermiere capo che ho scoperto ha una bottiglia di amaro nella sala dove stanno gli infermieri, che ogni tanto, specie di notte, si fa un bicchierino.
Allora io ho detto a Id di andare a chiederne un po’ che a me non lo danno che si sono messi in testa che mi fa male, ma quello mi dice: -No alcol, alcol no buono a me.
-Non ti preoccupare, me lo bevo io – gli dico – tu te lo devi solo far dare.
Ma non c’è verso di convincerlo e dice che non lo vuole neanche toccare, e dice una cosa strana, tipo che questi sono i giorni dell’Ambaradam… Rambradam, una cosa del genere.
Va bene: decido di andare a prendere la bottiglia da solo con le buone o con le cattive, pure a rubarla se necessario, che io non ho rubato neanche quando avevo fame che mi licenziarono che di palazzi non se ne potevano costruire più e io non volevo tornare a casa da mia madre, che pensava stavo bene e piangeva perché non tornavo al paese e poi pregava perché non ci tornassi che sicuramente stavo meglio dove stavo… io non ho rubato allora, ma sono pronto a rubare ora, perché non è giusto, perché hanno rubato a me, mi hanno rubato la libertà di bere.
Mi alzo, faccio due passi nel corridoio, e poi mi viene il solito male; tanti aghi nel petto e nella pancia poi vedo tutto bianco e cado a terra.
Quando mi sveglio tremo come al solito; vedo il dottore che mi indica come se fossi una cosa, ad un ragazzo, un dottore giovane credo, dice: -Delirium Tremens.
Ecco come si dice, non Tremum, ma tanto non serve ricordarlo, perché io non ce l’ho questa malattia, ho solo freddo.

Sto male, non mi alzo dal letto da due giorni, mi mancano le forze, ieri mi sono pisciato a letto e l’infermiere si è incazzato, allora io gli ho detto che non è colpa mia che non mi sanno curare e anzi da quando sto qua sto peggio, allora lui mi dice: -Ma ancora non l’hai capito che stai crepando?
Ma io lo so che non è vero, che lo dice per farmi paura…

Non so quanto ho dormito, comunque tanto, l’ultimo svenimento è stato davvero brutto, ho pensato davvero di morire. Davanti a me il prete, vestito diverso. Dice delle cose, forse prega, ma guarda me, vorrei dirgli di gridare che non lo sento ma vedo tutto bianco, e svengo.

Voci… anzi strilli, persone che litigano, non riesco a vedere niente, è tutto confuso come quando apri gli occhi sott’acqua. Sento che uno si avvicina, lo riconosco dal colore, è Id, ed è tutto agitato e mi dice di prendere, ma io non capisco cosa devo prendere.
Allora mi mette sotto il naso qualcosa, ci metto poco per capire cos’è: è l’amaro.
Vorrei dirgli grazie invece riesco solo a dirgli di aiutarmi a bere.
Id mi solleva la testa e mi pianta in bocca la bottiglia, la inclina, l’amaro mi va in gola, e forse mi bagna pure il mento e il collo. Di amaro questo amaro non ha nulla.
-Cazzo fai negro?
Non vedo niente ma ho capito che è l’infermiere. Io vorrei alzarmi e dirgli di farsi i cazzi suoi ma tornano gli aghi e vedo tutto bianco. E so che questa volta è l’ultima volta.