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La pecora nera

Ricordo che in un’intervista Celestini raccontò la genesi della propria poetica; era in sardegna, intervistava un ex minatore per la sua tesi di laurea in antropologia, e il vecchietto parlava e parlava, non si fermava mai, e non solo della miniera, di qualsiasi cosa, parlava e raccontava, ma comunque sempre di cose del passato, la moglie era lì e stava zitta, l’ex minatore a un certo punto disse a Celestini: “Scusi mia moglie eh… ma è malata e non si ricorda niente”. Quel minatore si era fatto carico della sua memoria e di quella della moglie, ricordava per lui e per lei. Ascanio Celestini capì che avrebbe voluto fare qualcosa del genere, teatro e letteratura della memoria, avrebbe ricordato per lui e per tutti quelli che non ricordavano più. Ora nel raccontare tutto questo potrò esser stato impreciso, ma considerando la materia, la cosa mi sarà perdonata, presupposto della metodologia di Celestini (e di tutti coloro che si basano sul racconto orale, e per gli esponenti del “teatro di narrazione”) è che una cosa “inventata” comunque fa parte del reale, perché essa esiste nella mente di chi l’ha inventata. Attraverso la stessa lente bisogna guardare la “Pecora Nera”, primo lungometraggio di fiction dell‘attautore romano. Il film è tratto da uno stupendo libro dello stesso Celestini e da relativo monologo teatrale, nati da uno studio sul passato “elettrico” della psichiatria italiana e sull’istituto manicomiale. Il film è decisamente fedele al libro, fino a ripetere, attraverso la voce off di Celestini (che interpreta il ruolo di Nicola), interi paragrafi del romanzo breve. Quello che non viene riprodotto però, è il ritmo della trasposizione teatrale; chi conosce Celestini sa che le sue narrazioni viaggiano come un treno sui binari della sua voce, e la cosa è croce e delizia di chi lo ammira, il film invece ha delle atmosfere più rarefatte, e soprattutto in alcuni punti il viaggio cinematografico rallenta fino quasi a fermarsi, per poi riprendere subito dopo a velocità di crociera. A godere della dimensione filmica, rispetto alla pagina, sono i personaggi della Nonna, Barbara Valmorin, di Marinella da grande, Maya Sansa, e l’altro Nicola, un soprendente Giorgio Tirabassi. “La pecora nera” è un film impegnativo senza essere elitario, è una lezione universitaria a cui può accedere anche chi non ha la licenza elementare.

Er rigazzino deve da dì la poesia

Non so se a voi è capitato. A me sì. Quando a scegliere come vestirmi non ero io, quando per arrivare al tavolo mi mettevano cuscini sotto al minuscolo culo, quando le ventidue e trenta erano le colonne d’ercole della notte, ebbene allora, la poesia nelle feste comandate era un comandamento. Oggi la poesia la sceglierei io, e la poesia farebbe così:

C’è stato un tempo in cui
noi eravamo cadaveri vivi
c’è stato un tempo in cui,
noi correvamo sempre
restare fermi era vietato,
pure i sassi stavano in divieto di sosta.
Sua Santità Babbo Natale
era ancora vestito di bianco e di rosso,
c’è stato un tempo in cui
ci aveva renne di lusso
ai potenti portava regali
ai servi carbone,
ma poi c’è stato il tempo in cui
noi siamo risorti
dall’happy hour del megaraduno dell’indulgenza
e i vampiri del sangue del santo ci hanno visto a noi…
Noi siamo i froci, siamo gli ebrei
palestinesi dell’intifada
siamo barboni lungo la strada
siamo le zecche comuniste
noi siamo anarchici, noi siamo spastici
siamo quelli col cesso a parte
noi siamo brutti sporchi ma buoni
che detto in sintesi significa coglioni
Noi siamo i negri, meridionali
siamo gli autonomi dei centri sociali
siamo l’elogio della pazzia
siamo un errore di ortografia
noi siamo i punti dopo le virgole
siamo drogati, zingari e zoccole.

da “Cadaveri Vivi“, dall’album “Parole Sante” di Ascanio Celestini