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Appendice sui fatti di Barletta

Guardo la trasmissione Piazza Pulita di Corrado Formigli su La7, e il servizio sulle operaie di Barletta morte in uno scantinato mentre lavoravano a 3,90€ l’ora. Un’operaia sopravvissuta, dal letto d’ospedale, difende quel datore di lavoro che gli ha offerto quel pur misero stipendio. Ed è una difesa sincera. Io ho vissuto i miei primi vent’anni di vita in Puglia, e credo a quella paradossale riconoscenza. La descrive bene Nicola Lagioia in “Riportando tutto a casa”, riporto alcuni stralci:

Il giorno dopo, papà mi svegliò all’alba. Facemmo colazione con latte e caffè mentre il rosa del cielo contagiava lentamente la cucina. Si spazzolò i calzoni da qualche briciola di fetta biscottata. Accostò l’orecchio alla porta del corridoio per verificare se la mamma fosse sveglia. «Si parte?» disse raccogliendo dal pavimento la sua ventiquattrore di pelle.

Uscimmo da Bari a bordo di questo Fiorino bianco il cui chilometraggio era stato azzerato un numero di volte sufficiente a coprire parecchi giri della linea equatoriale. Oltre i confini della città si aprivano scenari leonardeschi con l’aggiunta dei metalli economici: campi di fango a bordo strada, cieli carichi di nubi e dappertutto muri sottili di lamiera che avanzavano di giorno in giorno per contenere l’espansione della proprietà privata. Il Fiorino rallentò a pochi metri dai primi centri abitati.

Bitetto, Triggiano, Capurso, Cellammare… Nei paesini ci aspettavano le ricamatrici. Mio padre le riforniva di lino, di seta, di cotone e loro trasformavano quei semplici  tessuti nella dote di qualche ricca sposa di cui non si avevano notizie fuori dei rendiconti dei dettaglianti. Erano donne anziane, spesso vecchissime. Le loro case, ai margini di vicoletti o strade senza uscita, erano strani paradossi temporali: si respirava un’atmosfera prerisorgimentale ma tra i bracieri, i tavolacci di legno, le gabbie piene di conigli c’erano anche i televisori e rediosveglie. 

[…]

D’accordo i conigli sgozzati. D’accordo il braciere e le gengive scoperte. Ma le mani! Che cos’erano le mani di quelle donne… Secche, legnose, piene di nodi e chiazze rosse, portavano l’ago da una parte all’altra del tessuto con una velocità, una regolarità, una precisione. Sembravano governate non da un dio, ma da un destino anteriore alle scritture. Neanche la malattia: solo la morte poteva fermarle. Per il resto se ne fregavano dei glaucomi e dei disturbi mentali: era sufficiente che almeno una volta ci fosse stato un dialogo tra il loro tessuto nervoso e il corpo cellulare di un singolo neurone – ed ecco un punto croce, un punto smock, un fiore di seta, un grappolo d’uva…

Non appena quel giorno entrammo in casa loro, almeno venti mani smisero di ricamare e si posarono in attesa sulle gonne. Diciotto occhi si abbassarono. Annina abbandonò la sedia e ci venne incontro. Mi accarezzò la faccia. Poi abbracciò mio padre con la profonda benevolenza che si potrebbe riservare a un figlio fragile che ha incontrato la fortuna. Iniziarono a parlarsi in dialetto. Tra quei violenti raddoppi di consonanti non ero mai stato a mio agio: dei loro discorsi non capivo quasi niente. […] Mentre mio padre e Annina continuavano a parlare, due di loro si diressero con discrezione verso la cucina. Un’altra alleggerì il passo e imboccò la scalinata che portava in magazzino. Annina fece cenno a mio padre di aspettare, si allontanò verso la camera da letto. Tornò da noi circondata dal silenzio, con una pila di lenzuola ricamate tra le braccia. Poggiò la merce sul tavolo. Papà le consegnò la busta col contante. La stanza tornò a riempirsi allora di voci e di sorrisi: le altre donne iniziarono a muoversi verso di noi, all’improvviso eravamo completamente circondati. Portavano il caffè. Portavano vassoi pieni di ciliegie, cartellate, fichi secchi e altri doni votivi. Dicevano: «Vogliate gradire! Vogliate gradire!» con uno sguardo di riconoscenza che superava il soffitto della casa. 

Come la maggior parte dei ragazzi, soffrivo di una certa ipersensibilità a basso costo per le situazioni dispari. Eppure, non avvertì una vera sproporzione di ruoli. Noi avevamo il Fiorino e la Bmw, tra poco saremmo andati a stare in villa mentre loro vivevano in una specie di stamberga e intraprendevano il suffragio universale come supplemento d’obbedienza degli abbagli dei mariti. Però il denaro non le contaminava come faceva con noi. Fuori dalla casa di Annina il nostro rapporto non avrebbe potuto definirsi se non con il nome di sfruttamento. Ma dentro… dentro si consumavano questi bonsai si scene bibliche: l’assenza di malizia spaccava interi oceani di studi sulla lotta di classe.  

Quella raccontata da Lagioia e quella riportata dai giornali su Barletta è una sorta di “sfruttamento solidale”, che si è stratificato nei decenni, forse nei secoli, che guarda in faccia chi lavora, e che qualche volta ci muore insieme negli scantinati, ma è pur sempre sfruttamento, e per questo va sradicato, ma non si può pensare di farlo con la burocrazia o con un decreto (ammettendo che ci fosse un esecutivo interessato a farlo), parliamo di sistemi che hanno trovato un equilibrio spontaneo, seppur iniquo e precario, in realtà chiuse o semichiuse come erano alcune aree del mezzogiorno, equilibri che sopravvivono anche nell’era della globalizzazione perché funzionali ai nuovi sistemi di produzione, al neo-capitalismo. Le maglierie di Barletta non sono un problema di Barletta, non sono una storia di miseria che inizia e finisce in una sconosciuta neo-provincia che risponde all’acronimo BAT, sono un problema della comunità intera, se crolla il seminterrato crolla tutto il palazzo, anche il lussuoso attico.

Rear view mirror, 2010

Dopo aver pubblicato l‘almanacco dei racconti 2010 di Magari Domani, diciamo i vangeli secondo Barabba (mh… buona, me la devo ricordare…), provo a rievocare l’anno che sta per concludersi attraverso alcune notizie e relativi post da esse ispirati:

Gennaio: A Rosarno, in Calabria, è rivolta fra i migranti, un idiota su un tetto comincia a sparare contro i manifestanti [Articolo 3]. Fa discutere un editoriale del direttore del Tg1 Minzolini su Craxi, “C’è chi gli vuole intitolare una strada…” [la toponomastica spiegata a un bambino di otto anni].  Esce il nuovo film di Paolo Virzì, ed è un gran bel film [La prima cosa bella].

Febbraio: Un’indagine della magistratura rivela il marcio dietro il G8 a L’Aquila [l’esame]. Parlamento, un’ordinaria storia di cazzotti e voti [Il grande giorno di Evangelio Fabiani]. Berlusconi invoca i paladini della libertà in vista delle elezioni regionali di marzo [ci provo col pensiero laterale].

Marzo: disastro organizzativo del centrodestra in vista delle elezioni, rischiano di saltare la lista Formigoni, la lista Polverini e il Pdl per la provincia di Roma [L’autogol]. Dal palco di piazza San Giovanni, durante la manifestazione del Pdl in chiusura di campagna elettorale, Silvio Berlusconi annuncia che entro pochi anni il governo sconfiggerà il cancro [Una volta ho quasi vinto il Nobel per la fisica].

Aprile: indignazione per una dichiarazione del cardinal Bertone che mette sullo stesso piano pedofilia e omosessualità [Malachia e l’Arcigay, e un approfondimento su vaticano e omosessualità]. L’Eurpol fa sapere che il numero di nuove sostanze stupefacenti, sintetizzate per aggirare le tabelle delle sostanze proibite, è raddoppiato rispetto all’anno precedente [I-Buffalo]

Maggio: nuove rivelazioni su Diego Anemone e Bertolaso, la banda delle emergenze, intanto a S. Onofrio (VV) un singolare caso di processione sciolta per infiltrazione mafiosa [Il sangue amaro]. Continua il suo iter parlamentare il Ddl Alfano per la riforma della giustizia, nel testo diverse norme liberticide, tra cui una subito ribattezzata norma anti-d’addario [Arrestate Nanni Loy!, e anche Al capezzale dello stato di diritto – Bis].

Giugno: Marchionne minaccia Pomigliano, ma lui lo chiama referendum [Quinto: onora il padrone, perché egli ti ha dato la vita]. Tonfo della nazionale di calcio ai mondiali in Sudafrica [Le porga la chioma]. Berlusconi si produce in quello che diventerà uno dei suoi hobby preferiti: la telefonata in diretta a Ballarò [La testa nel forno e i piedi nel congelatore]. Un video che gira su internet inchioda l’autore Daniele Luttazzi; buona parte del suo reperterio appartiene ad autori americani [Non leggete questo post e Dagli appunti del dottor B.M. / 9 (il caso Luttazzi)]

Luglio: Vendola lancia la sua candidatura a leader del centro-sinistra [Lo sparigliamento]. Nuovo testo per la riforma della Giustizia, ai blog viene richiesto il diritto di rettifica esattamente come per la stampa [Al capezzale dello stato di diritto – Quater]. Un sindaco della provincia di Treviso dichiara guerra agli omosessuali [I valori]. Caldo eccezionale, Roma invasa dagli scarafaggi [Gli striscianti]

Agosto: Tre operai dello stabilimento Fiat di Melfi vincono una vertenza, ma l’azienda prova a togliergli la dignità [Barozzino, Lamorte e Pignatelli]

Ottobre: La trasmissione televisiva Report manda in onda un servizio sulle dimore del Presidente del Consiglio nel paradiso fiscale di Antigua, intanto viene fatto ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani [Everybody can be “Ministro”]. Visita del Papa a Palermo, maluomori per il denaro pubblico investito per l’evento, e atti di squadrismo nei confronti di chi manifesta il proprio dissenso [Il Papa e la cupola], Breve riepilogo della destra extraparlamentare [la riva nera]. Giro di vite sulla pirateria, chiuso il sito Mulve [Guardie e pirati].

Novembre: Grande attesa per le rivelazioni del sito di Wikileaks [Mail, bugie e Wikileaks]. Nasce Futuro e Libertà, il partito di Gianfranco Fini [Il curioso caso di Gianfranco Button (storia di un partito nato vecchio)].  Giuliano Pisapia, outsider di Sinistra e Libertà, vince le primarie come candidato di coalizione di centro-sinistra a sindaco di Milano [Di ideali e altre quisquilie].

Dicembre: Voto di fiducia per il governo Berlusconi dopo lo strappo di Fini, il governo si salva per tre voti alla Camera. Nel frattempo scontri a Roma tra alcuni facinorosi e la polizia durante una manifestazione contro il governo, arrestati alcuni studenti che poi vengono scarcerati scatenando le ire di Alemanno, Maroni e Alfano [Nevica, governo infame!]. Niente funerali religiosi per Mario Monicelli, la leggenda del cinema italiano suicidatosi a 95 anni, finale amaro di cui non a caso era indiscusso maestro [Addio Mario]

I-Buffalo

Un rapporto dell’Europol riportato dai giornali ieri, rivela che le nuove sostanze stupefacenti apparse sui mercati illegali nel 2009 sono state 24, il doppio rispetto al 2008. Da anni c’è ormai una particolare gara tra guardie e ladri, è quella che vede da una parte i laboratori clandestini (siti soprattutto in Olanda e Russia, ma ultimamente anche in Cina) sintetizzare nuove molecole, e dall’altra i legislatori che devono continuamente aggiornare le tabelle delle sostanze proibite, questo vale sopratutto per le metanfetamine, le anfetamine psichedeliche, la famiglia dell’MDMA (extasy) per intenderci. Leggendo l’articolo mi è tornato alla mente il caso i-dose, ve lo ricordate? I-dose era una collezione di file audio da ascoltare esclusivamente con le cuffie, in quanto i due canali stereo emettevano dei segnali con frequenze dissonanti che avevano l’obbiettivo di “disallineare” l’attività dei due emisferi, producendo effetti che sarebbero dovuti esseri simili ad alcune droghe. Ovviamente si trattava di una bufala, la musicoterapia e l’uso di frequenze particolari può aiutare il rilassamento, o al contrario provocare un po’ di mal di testa, ma nulla di paroganabile a una sostanza chimica, ciò nonostante, nel 2008, un nucleo della guardia di finanza pensò bene di lanciare l’allarme, ricordo un alto ufficiale che durante un tg spiegava orgoglioso come aveva scoperto questa “cyber-doga”, mi pare avessero anche bloccato un sito dal quale era possibile scaricare i file, io non potevo credere alle mie orecchie, e chi in questo momento, invece, non credesse a quello che sto scrivendo può leggere questo articolo di Panorama. Mi chiedo perché uno Stato debba vietare una sostanza, e mi do tre risposte: la prima per salvaguardare la salute dei propri cittadini, nello specifico di quelli che userebbero la sostanza, la seconda per salvaguardare l’incolumità degli altri cittadini, qualora l’uso della sostanza da parte di uno possa in qualche modo danneggiare gli altri, infine per combattere le associazioni criminali che dal traffico della sostanza ricavano profitti. Personalmente condivido gli ultimi due punti, mentre ritengo che gli adulti debbano essere liberi anche di farsi male, purché informati, ma questo non conta, analiziamo piuttosto il caso i-dose alla luce di queste considerazioni: primo, che i file musicali di i-dose facessero male non lo aveva stabilito nessun esperto, per giunta i suoni non sono come gli alimenti per i quali è necessaria una certificazione sanitaria preventiva, quindi qualsiasi file audio è da ritenersi innocuo fino a quando non se ne dimostri scientificamente la pericolosità. Secondo, stento a immaginare una situazione in cui un presunto “drogato” di i-dose possa mettere in pericolo la salute di altre persone, non si può neanche sostenere per assurdo che uno si metta alla guida ascoltando i file in macchina, visto che le “istruzioni” di i-dose prevedono di ascoltare esclusivamente in cuffia e sdraiati su un letto. Terzo, i-dose era liberamente scaricabile da internet, nessuno ci guadagnava nulla. Tutto questo ragionamento mi fa concludere che la filosofia su cui si basa il moderno proibizionismo è quella di vietare gli stati alterati coscienza, a priori, indipendentemente dalle dinamiche criminali e di salute pubblica; in questo senso sarebbe da arrestare nove decimi di Paese, anche personaggi insospettabili, cittadini al di sopra di ogni sospetto, Roberto Saviano ad esempio, è un grande consumatore e spacciatore, parlo ovviamente di letteratura, di cinema, di cultura, di tutto ciò che altera la coscienza. Vabbè… mi sa che come al solito sono partito per la tangente, forse il caso i-dose è sintomatico solo dell’impreparazione su determinati argomenti delle forze dell’ordine. Forse.

La toponomastica spiegata a un bambino di otto anni

Il bambino percorreva quella strada quasi ogni giorno, era la strada che da scuola lo portava a casa; non ci mise molto a individuare la novità.
-Signore Signore…
Disse il bambino, richiamando l’attenzione di un uomo vestito come il suo papà: giacca, cravatta e scarpe marroni.
-Chi era quello?
E il bambino, che era un bambino intelligente e curioso, indicò una targa, e sulla targa c’era scritto “Via Bettino Craxi”.
-Era un ladro.
Disse l’uomo in giacca e cravatta.
-E perché gli hanno dato una strada?
Chiese il bambino.
-Perché era il più bravo di tutti.
Rispose l’uomo.
-Perché rubava ai ricchi per dare ai poveri?
-Non proprio…
Il bambino non capì, ma fece finta del contrario. Poi quasi cadde per uno schiaffo in piena faccia.
-Ora dammi gli spicci che hai in tasca.
Il bambino, piangendo, e già col moccio che gocciolava dal naso come da un rubinetto rotto, disse che aveva solo due caramelle e una gomma da masticare, e l’uomo in giacca e cravatta rispose che andavano bene lo stesso.
Da quel giorno il bambino capì che un criminale è un criminale anche se porta la giacca e la cravatta. O se gli dedicano una via.

Attentato alla Bocconi, e a De Andrè

“Con un mano tenera e l’altra armata
così esprimo la mia solidarietà
Guadagnando in ogni battaglia
Una somma di preziosa libertà
2004”
Così comincia il volantino di rivendicazione dell’attentato di questa notte all’università Bocconi di Milano. Parole che potrebbero appartenere a Mauricio Morales, anarchico cileno morto il 22 maggio di quest’anno, mentre si preparava a un attacco con un estintore pieno di polvere nera, lo stesso anarchico che dà il nome al nucleo del Fai (federazione anarchica informale) che ha rivendicato l’attentato con una telefonata al quotidiano “Libero”. Alle 3 del 16 dicembre 2009 sarebbero dovuti esplodere due chili di dinamite, ma l’ordigno era confezionato male, e ad esplodere è stato solo l’innesco. Chiudere i centri di identificazione ed espulsione la richiesta del gruppo. Martedì la stessa sigla aveva rivendicato una lettera esplosiva indirizzata al direttore del Cie di Gorizia. Sull’autenticità della rivendicazione ci sono pochi dubbi, come testimonierebbero alcune scritte a penna in calce al volantino, che descrivono l’ordigno: “scatola di metallo, 4 viti e 8 bulloni”, anche se le notizie ufficiali parlano di un tubo metallico, e non di una scatola, e tra le righe stampate si legge di 2 kg di dinamite, mentre per la Digos i chili di dinamite sarebbero 3, imprecisioni che potrebbero far pensare a un “appalto” nella fabbricazione dell’ordigno. “Operazione eat the reach – Fuoco ai Cie”, questo il nome dell’operazione del Fai; dopo aver citato il De Andrè dell’album “Storia di un impiegato” (“chi non terrorizza si ammala di terrore”) il gruppo descrive di aver scelto un luogo inaspettato, ma dopo tornano a dipingere lo stesso come “avamposto del dominio, dove si formano i nuovi strumenti ed apparati del capitale, dove si affilano le armi che taglieranno la gola agli sfruttati”. L’orario sul quale era stato regolato il timer rassicura sulla volontà di non far scorrere sangue, ma le parole con le quali il gruppo descrive l’università Bocconi sono davvero preoccupanti, il pericolo è che in un’ubriacatura ideologica non si riesca più a distinguere tra i “padroni” e chi con la parte malata della classe dirigente c’entra poco o niente, il pensiero va a episodi come quello dell’undici dicembre settantanove (esattamente trenta anni fa), in cui un commando di Prima Linea irruppe nella scuola d’Amministrazione aziendale di Torino e dopo aver trascinato duecento studenti nell’aula magna, ne scelse a caso cinque da gambizzare insieme ad altrettanti professori. Certo non è più quel tempo, e anche il linguaggio dei rivoluzionari armati è differente, meno “burocratico” e più letterario, e viene voglia di chiedersi a cosa siano serviti i poeti della rivoluzione non violenta se poi le loro parole campeggiano nelle lettere dei nuovi bombaroli. Forse gli autori di questi atti dovrebbero ascoltare davvero De Andrè, prima di citarlo.

C’è un mostro sotto il mio letto

Ha fatto il giro del mondo questo video, in cui un robot mandato nelle fogne di Raleigh (North Carolina, Usa), ha ripreso delle masse gelatinose che stimolate dalla luce della videocamera reagiscono contraendosi. Ovviamente si è scatenata la bagarre delle pseudo teorie, chi sostiene siano larve aliene, chi essere mutanti, chi parla di video tarocco. A queste tre ipotesi si accostano tre correnti, tre scuole di pensiero che addobbano il web con le loro elucubrazioni: gli ufologisti (ho letto ultimamente che addirittura la crisi economica sarebbe, secondo loro, una strategia aliena), gli eco-apocalittici, gli scettici-complottisti (anche questo post è un fake scritto da un impiegato Cia per distogliere l’attenzione dai problemi politici mondiali)*. Il biologo Thomas Kwak ha sostenuto trattarsi di colonie di Brizoi, invertebrati che spesso formano colonie di quella dimensione, mentre l’ingegnere Mark Senior della ditta di manutenzione delle fogne di Raleigh, ha dichiarato che non c’è nulla di strano, si tratta del Tubifex Tubifex, verme che si nutre principalmente di batteri e vive in acqua o in zone umide, è comunemente presente nelle fogne e nei canali di scolo. Facendo un giro sul web non si può non dar ragione al buon Mark Senior, impiegatucolo municipale che ha sbeffeggiato gli esperti del News & Observer, basta ricercare su Google Immagini il Tubifex per trovare grovigli dello stesso colore e fattezze dei “mostri” delle fogne di Raleigh (inoltre c’è chi i Tubifex addirittura li vende o li alleva come mangime per i pesci d’acquario). Ma non è esattamente di questo che voglio parlare (cioè di cosa siano quei cosi nelle fogne), ma della psicosi sociale, già qui avevo sostenuto che la madre di tutte le leggende metropolitane è la paura, “La paura del progresso scientifico, la paura del degrado ambientale, la paura del diverso, la paura dell’ignoto, la paura della paura”. Le fogne sono un luogo mitico, come tutti i luoghi che esistono ma non si vedono, come i Paesi del cosidetto Terzo Mondo per l’occidente, come una stanza buia per un bambino. Inoltre le fogne hanno un significato simbolico ben preciso: esse raccolgono quello che il  nostro organismo produce ma di cui la mente si vergogna (per intenderci le feci, gli escrementi, lo sterco, le deiezioni, la cacca, la pupù, la merda la… ehm… sì, ritorno in me, è che da grande volevo fare il vocabolario dei sinonimi e contrari), è inevitabile che le fogne si carichino di una quantità di fantasie e miti non comuni: oltre ai citatissimi coccodrilli nelle fogne di New York, alcuni immaginavano colonie di umanoidi o società parallele, per citare uno dei tanti esempi nella letteratura e nel cinema, nelle fogne vivevano i sovversivi del film “Delicatessen”, di Marc Caro e Jean-Pierre Jeunet (quello de “Il Favoloso Mondo d’Amalie”). Vabbè, volevo concludere con una carrellata di questi esempi, ma il mio entusiamo si è esaurito come la batteria di questo vecchio notebook, quindi vi linko l’elenco delle creature leggendarie non umane.

*Non me ne vogliano i diretti interessati. Ma soprattutto mi scusino per l’estrema semplificazione, tipica di chi non conosce quello di cui sta parlando, o degli intellettual-fascisti (quelli che “è come dico io, e chi la pensa diversamente è un idiota e non ha diritto di dire la sua”) , però se mi dovessi mettere ad analizzare tutte le ipotesi dovrei chiedere tre mesi di aspettativa al lavoro e nutrirmi via flebo per non perdere tempo (ho volontariamente tralasciato la parte inerente al catetere… ops… l’ho detto).

Psicopatologia del Web Searching / 1

C’è un post (questo) in cui ho sostenuto che poche cose come le leggende metropolitane descrivono meglio una cultura, tra quelle poche cose c’è anche google; chiunque abbia un blog o un sito sa bene che tra le Keywords visibili nel proprio contatore (ovvero le parole ricercate nei motori di ricerca che hanno portato l’utente web a finire in una pagina del nostro sito), ci sono delle robe allucinanti, riporto alcune delle ricerche più bizzarre del mese di maggio per il mio blog:

dove comprare un kalashnikov
Emma Marcegaglia nuda
[lo giuro! ndr] e la variante Emma Marcegaglia al mare
Figlio di Franco Giuseppucci
[Franco Giuseppucci è stato uno dei boss della Banda della Magliana, lo cito qui e qui] e la variante Dove abita il figlio di Franco Giuseppucci*
foto soldi davanti e dietro
fidanzate spiate
lo stipendio di maria de filippi
come si scrive qualcosa
apparentato col come si scrive per la qual cosa
9,5 miliardi come si scrive
ma che cazzo è il ministero della gioven
[lo vorrei sapere anche io caro lettore, qui]
i miliardi con quanti 0 si scrivono?

*Nel mio Web Counter ho registrato anche un vecchio blog usato da me e da altri cialtroni come bacheca per una lega di fantacalcio, e la ricorrenza della categoria “dove abita xxxx?” è impressionante (Dove abita Mexes? Dove abita Materazzi? Dove abita Califano? … ), se queste informazioni sono ricercate da fan, ladri, finanzieri o paparazzi, purtroppo non è dato sapere.

Siamo tutti Ivanone

Questa notte ho sognato che ero su un molo, con un mare leggermente increspato, guardavo con un binocolo l’orizzonte, e riuscivo a vedere il profilo di qualcosa, forse un isola, forse una costruzione in mezzo al mare, come una piattaforma petrolifera, all’improvviso qualcuno, dalla spiaggia accanto al molo, mi urla di fuggire, mi guardo intorno e scopro il perché; vedo arrivare un motoscafo della guardia costiera, il mio pensiero in quel momento è “pensano che io sia straniero”, la barca accosta il molo, io la guardo e il mio sguardo “spinge” la barca giù, affondandola, con i due pubblici ufficiali che vengono risucchiati dal fondo in una postura assurda, tipo omini della Lego. Ora le voci dalla spiaggia sono molte, e mi urlano che sono un assassino. Io scappo, trovo riparo in una stradina buia e sento le sirene delle pantere circondare l’isolato. E io penso che se solo riuscissi a far capire che non sono straniero sarei salvo, ma mentre lo penso sento la mia voce parlare un italiano ridicolo, come la parlata di Oreste Lionello che doppia Peter Sellers in “Hollywood Party”. Appena sveglio ho pensato al sogno e mi è venuta in mente questa notizia, ascoltata la notte prima nella rassegna stampa notturna; ero troppo stanco per elaborare una considerazione in merito, l’ho appresa come farebbe un computer. Ma il mio inconscio era probabilmente meno stanco.

Nel finale del bellissimo “Ovosodo” di Virzì, il protagonista elenca tutti i personaggi alla fine della storia, compreso il fratello ritardato Ivanone, ed esattamente dice di lui (recito a memoria quindi potrei essere impreciso): “Ora mio fratello passa le giornate in via Garibaldi con i suoi amici africani, nessuno sa in che lingua si parlino, ma forse mio fratello non è mai stato malato, era semplicemente straniero”. Quello che intendo è che non c’è bisogno di scomodare Camus per capire che la condizione di straniero non è una condizione solo geografica. Tutti nella vita siamo stati stranieri; e lo siamo quando cominciamo un nuovo lavoro, quando finisce una relazione, quando perdiamo un amico, quando scopriamo di avere il conto in rosso, quando scopriamo di avere una malattia, quando ci fanno una multa, quando cambiamo quartiere, quando non ci sentiamo rappresentati, quando ci rubano in casa, quando dobbiamo lavorare di domenica, quando non abbiamo lavoro, quando facciamo cilecca, quando ci mandano a cacare, quando finisce la carta igienica, quando si rompono gli occhiali, quando nessuno ci ascolta, quando siamo incompresi, quando siamo soli.

Siamo tutti Ivanone. Anche Maroni.

I giovani non esistono

Stamane pensavo a Giorgia Meloni (la mattina c’ho i pensieri random), ministro della Gioventù… ma un tempo non si chiamava ministero delle politiche giovanili? Sto “Gioventù” mi apre un portale spaziotemporale nella testa e mi rivedo ai giochi della gioventù, e cosa che non mi spiego mi vedo con la divisa da balilla (io sono del 79), e altra cosa che non mi spiego è che la Meloni mi è simpatica, mi sarebbe piaciuto averla come compagna di liceo, per farci gli occhi neri ogni volta che si sarebbe parlato di politica, praticamente sempre. Ma soprattutto stamattina mi sono chiesto a che cazzo serve un Ministero della Gioventù? Per caso esiste un Ministero della terza età o uno dell’età di mezzo? Chi ha inventato questo dicastero mi spieghi cosa hanno in comune: un hacker, un terzino della Pescatori Ostia, un militante politico, uno che ha l’ambizione di finire su canale 5, uno che desidera diventare medico, uno a cui hanno insegnato a non avere ambizioni, uno che lavora da quando ha tredici anni, uno che non lavorerà mai perché è figlio di papà, uno che il padre non l’ha mai conosciuto e uno che avrebbe preferito non averlo conosciuto mai, uno che la madre è l’unica donna della sua vita e uno che la venderebbe per tremila lire a un nano [cit.], uno per cui esiste solo il Milan, uno che studia per il concorso in polizia, uno che va bene a scuola senza studiare e uno che anche se studia come un mulo proprio non ce la fa, uno che comincia a perdere i capelli, uno che passa le giornate in palestra, uno che si siede all’ultimo banco, uno che risparmia per comprarsi la moto, uno che ruba, uno che fa volontariato, uno che picchia gli immigrati e uno che picchierebbe chi picchia gli immigrati ma non ha il fisico, uno che conosce a memoria i film di Nanni Moretti e uno che pensa sia il signore coi baffi sulla birra, uno che si ammazza di seghe su youporn, uno che si tromba le sorelle degli amici, uno che c’ha una sorella e un sacco di amici, uno che scrive su un blog, uno che non sa scrivere, uno che vuole andare a New York, uno che ha paura dell’aereo anche se non ha mai volato, uno che c’ha lo zio onorevole, uno che c’ha lo zio col tumore, uno che per l’ultimo Nokia si venderebbe un rene, uno che il telefonino ce l’ha ma l’ultima volta che ha squillato è stato un anno fa (avevano sbagliato), uno che fotografa tutto, uno che spacherebbe tutto, uno che è stanco senza aver fatto nulla, uno che pippa, uno che quando ha provato a fumare una sigaretta ha vomitato, uno che pesa cento chili, uno che è alto un metro e un cazzo, uno che è sempre in lista per entrare nei locali giusti, uno che va a letto presto, uno.
Ecco, mi spieghi quel genio cosa hanno in comune. Ovviamente non vale rispondere l’età.
L’unico Ministro della Gioventù credibile sarà quello che dirà che i giovani non esistono.

Questo post è dedicato a tutti quelli che sono, ed erano, vecchi da ragazzi e bambini da adulti. A me e ad Enzo Jannacci.

Lavanderia Lazio

C’è un articolo di questo blog particolarmente cliccato; Idiots Network, un articolo in cui censivo su Facebook le allusioni a vari criminali organizzati. I contatti arrivano principalmente dalle ricerche su Google e Liquida di due nomi: Franco Giuseppucci e Maurizio Abbatino, due boss della banda della Magliana. Per chi ha letto il capolavoro di De Cataldo, oppure visto il film di Placido o la serie televisiva di Solimma, Giuseppucci ha ispirato il personaggio di Libanese (in realtà soprannominato “Er Fornaretto” e “Er Negro”) e Abbatino il Freddo. Strana storia quella della Banda della Magliana; ma non mi riferisco tanto all’epopea criminale, bensì alla percezione di quel periodo storico da parte dei romani. Non poche volte ho sentito dire da qualcuno “quello è figlio di…”, “nipote a…”, se non addirittura ammettere dirette parentele o amicizie, a volte con un po’ di imbarazzo, altre con una punta di stupido orgoglio. Ma soprattutto mi è capitato di ascoltare la “spiegazione” di ricchezze materiali (quali ville, appartamenti e anche carriere) come eredità di quei soggetti oggi visti come membri di un’aristocrazia decaduta, per le strade e nei tribunali, ma non in banca e negli studi notarili. Certamente gioca a livello socio-psicologico il fatto che i crimini della Magliana sembrano lontani nel tempo, relegati a un’Italia che fu, in cui si sbranava per non essere sbranati. Ma è davvero finita quella Roma?

Liberainformazione, osservatorio sulle mafie e organo dell’Associazione Libera (la stessa che si adopera per riqualificare i beni confiscati alle mafie), è convinta di no. Anzi forse più che mai, oggi il Lazio è il crocevia per ogni genere di traffico e un’enorme lavanderia di denaro sporco. Il Dossier di Liberainformazione non inventa niente; tutti i dati riportati sono dati ufficiali raccolti dalla Dda e dalla Dna, alla faccia del negazionismo politico che cerca di vendere Roma come una “città sotto controllo” (espressione usata dal prefetto Achille Serra), in cui magari c’è un problema di microcriminalità, ma non di criminalità organizzata. La premiata Lavanderia Lazio comincia a Latina, provincia confinante col casertano, sia a livello territoriale che criminale. Ma a Latina non fanno affari solo i casalesi (Mendico, Moccia, Di Maio), ma si può parlare di un vero meltin’pot fra ndrine (Alvaro, Galati, Ienco, Tassone) e mafie esteuropee. Il segno più evidente dell’infiltrazione criminale a Latina è la miracolosa moltiplicazione del cemento, un’edificazione selvaggia in barba a un piano edilizio discusso ma mai varato, un’edificazione non supportata da una reale domanda, e così campeggiano nella città voluta da Mussolini, palazzoni a dieci piani (che forse sarebbero piaciuti allo stesso) completamente sfitti. Ma se nel Basso Lazio (oltre a Latina e provincia, anche Frosinone e soprattutto Cassino) la penetrazione criminosa è un fatto compiuto, la parte settentrionale della Regione non è da meno, l’inchiesta Cobra del 2002 ha mostrato come i fratelli Rinzivillo (legati ai Madonia), avessero tessuto una trama di rapporti con imprenditoria e istituzioni per controllare l’appalto del porto di Civitavecchia. Inoltre Rieti e Viterbo si stanno trasformando in terreno fertile per i “gemelli ammazza economia”; Racket e Usura. La regione Lazio è al secondo posto per quanto riguarda l’usura, col 28,7% di commercianti indebitati, del resto anche ai tempi della Magliana l’usura era uno degli affari preferiti, ottimizzata dall’attività di Enrico Nicoletti (“Il secco” nei film e nel libro sulla Banda). Ma veniamo alla grande centrifuga della Quinta Mafia: Roma. A Roma tutti i capitali del crimine laziale e molti capitali delle altre organizzazioni diventano alberghi, ristoranti, autosaloni, finanziarie, negozi di abbigliamento e grande distribuzione, sale giochi (videopoker ecc.), supermercati, centri commerciali, outlet, catene e discount. Al secondo e al terzo lavaggio, i capitali riciclati sono praticamente impossibili da individuare, e soprattutto da dimostrare in sede giudiziaria.

Chiunque voglia approfondire l’argomento può leggere il Dossier Lazio “Mafie&Cicoria” a cura di Alessio Magro, Gabriella Valentini e Adele Conte.

dossier_lazio

P.s. Per conoscere tutte le attività dell’Associazione Libera cliccate qui o andate sul sito http://www.libera.it. Per donare il 5×1000 a Libera inserite nel riquadro indicato come “Sostegno delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale, delle associazioni di promozione sociale…” del Cud o 730, il codice fiscale di Libera. Associazioni nomi e numeri contro le mafie 97116440583

Terremoto a Roma

Ore 3:40 am, Roma: Forte scossa di terremoto, durata circa 20-30 secondi. Nel quartiere Tuscolano zona Quadraro non sembrano esserci stati danni. Sostanzialmente questo post è inutile; domani tutti i giornali ei siti ne parleranno ampiamente, ma volevo provare l’ebrezza di dare la notizia in anteprima, un vezzo  inutile e sciocco… ma la vita è breve, e pochi minuti fa ne ho avuto il sentore.

Postilla del giorno dopo: ho deciso di non modificare questo telegrafico post, anche se le informazioni e la mente fredda consentirebbero un racconto più articolato e una riflessione più complessa, ma da una parte penso che sia “giusto” che rimanga così, una polaroid un po’ mossa scattata quasi per caso.

Idiots Network

Il 4 marzo è apparso sul sito di Repubblica un articolo in cui si raccontava che Nino Randisi, giornalista impegnato da anni nella lotta contro la mafia, era stato cancellato da Facebook. E Randisi Facebook non lo utilizza per cazzegiare con gli amici… il timore espresso dallo stesso Randisi era che l’account fosse stato cancellato su “richiesta” di qualche altro utente, ad ogni modo il profilo è stato ripristinato con tanto di scuse e spiegazione: Randisi era stato cancellato da un sistema automatico che individua flussi anomali di traffico, relativamente al numero di messaggi inviati, testi, foto e video caricati. Le condizioni d’uso di Facebook sono molto più rigide di quanto si pensi, riporto qualche divieto:

-caricare, pubblicare, trasmettere, condividere, memorizzare o rendere disponibili in altro modo video di natura differente da quella personale che: (i) rappresentano te o i tuoi amici, (ii) siano stati realizzati da te o da tuoi amici, oppure (iii) siano opere d’arte originali o animazioni create da te o da tuoi amici;

Quindi bando a quasi tutti i video di YouTube, cioè il 90%  dei video caricati sul social network

-registrare più di un account utente, aprire un account per conto di un altra persona o aprire un account per conto di un gruppo o di un’entità;

Questa regola è palesemente contraria alla consuetudine, chi conosce Facebook sa che è piena di qualsiasi tipo di gruppo, e di pagine aperte in “omaggio” ad alcuni personaggi, noti e non.

-impersonificare qualsiasi persona o entità oppure fornire informazioni false sulla tua identità, sulla tua età o sui tuoi legami con qualsiasi persona o entità;

E qui faccio i nomi; innanzitutto mi autodenuncio, in quanto iscritto con uno pseudonimo… poi denuncio tutte quelle tardone che si sono palesemente tolte gli anni per vanità, quelli che hanno aperto delle pagine col nome “Nutella” senza aver alcun legame con la Ferrero, una tipa che si è iscritta col nome Parmigiana… Ma a parte gli scherzi il caso Randisi mi ha fatto pensare a tutte quelle pagine che citano apertamente riferimenti al mondo criminale (che sarebbe poi vietato da una specifica condizione d’uso), è una storia già raccontata, anche dallo stesso Randisi, ma mi sono permesso di fare una piccola ricerca personale, cercando ad esempio alcuni dei nomi inseriti nell’elenco dei 30 ricercati più pericolosi d’Italia stilata dal Ministero degli Interni, e altri nomi del “settore”. Succede su Facebook alle 2 di notte del 7 marzo 2009 che:

Matteo Messina Denaro, super latitante di cosa nostra, conta: 2 iscrizioni come Personaggio Pubblico, rispettivamente con 39 e 11 fan, 2 gruppi indicizzati come Fan club, 2 gruppi catalogati rispettivamente come organizzazione no profit e organizzazione professionale, 2 persone iscritte con foto del boss. Toto Riina, penso non abbia bisogno di presentazioni: 1 presenza come personaggio noto – Artista, 164 fan, 1 gruppo iscritto come Club con 149 membri, 1 Fan club, e molte, ma molte altre pagine. Bernardo Provenzano, arrestato nel 2006 dopo 40 anni di latitanza: 3 presenze come personaggio pubblico rispettivamente con 99, 54 e 18 fan, 3 fan club e diverse pagine associate. ‘Ndrangheta: 2 iscrizioni come organizzazione, con 44 e 40 membri, 1 fan club. Francesco Schiavone, il più noto esponente dei casalesi: presente come personaggio pubblico, 75 fan. Michele Zagaria, altro casalese, latitante: presente come personaggio pubblico con 10 fan. Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata, attualmente in carcere: 2 presenze come Personaggio pubblico, uno con 52 fan, l’altro con 16, un gruppo “Raffaele Cutolo Libero!” con 70 membri. Giovanni Strangio, membro della ‘ndrangheta: 1 gruppo iscritto nella categoria Affari-Aziende. Sacra Corona Unita, nota anche come la quarta mafia: 1 gruppo con 101 iscritti, 1 persona iscritta. Banda della Magliana: Gruppo iscritto come Affari – Aziende, 1.121 membri. Franco Giuseppucci, detto Er Negro, primo e spietato boss della Banda della Magliana: presente come personaggio pubblico con 290 fan. Maurizio Abbatino, altro capo della Magliana: 2 presenze come Personaggio pubblico, con un totale di 137 fan. Raffaele Arzu, giovane criminale sardo, latitante: 1 gruppo descritto come organizzazione di volontariato, più, probabilmente, un altro gruppo “Raffaele Arzu Libero!” non direttamente collegabile al criminale per mancanza di foto.

Aggiungo in appendice un “simpatico” gruppo dal titolo “Tutti contro Saviano” che riporta nelle notizie recenti la frase “Fa bene a stare nascosto”.

Ho ovviamente escluso dal piccolo e incompleto censimento, gli omonimi (ad esempio Raffaele Cutolo è anche un giovane attore-cantante che sembra essere abbastanza noto) nonchè quei riferminenti a film, romanzi o video giochi (molti per la Banda della Magliana) .

Io penso (ma soprattutto spero) che la maggior parte degli utenti che aprono o si associano a queste pagine lo facciano per goliardia. A questi dico che una provocazione è tale quando è originale, se si ripete è un cazzata.

P.S.: Sembra che lo staff di Facebook faccia spesso tabula rasa almeno delle pagine dedicate ai criminali più noti, da questo articolo del Sole 24 ore si evince che al 7 gennaio 2009 i fan di Riina erano quasi 5000 (l’articolo si sofferma anche su criminali non facenti parte di organizzazioni, come Luciano Liboni, Olindo Romano e Rosa Bazzi ect), da altri articoli sparsi per il web si apprende che un grosso nome era anche quello di Giovanni Brusca,  che oggi conta solo 2 miseri Fan Club con un totale di 10 iscritti. Per dovere di cronaca si deve sotolineare che il numero di utenti iscritti a gruppi che apertamente dichiarano il proprio sdegno sia per la mafia in generale, che per la presenza di questi buontemponi, è decisamente maggiore. E tra i vari eroi dell’antimafia (i vari Falcone, Borsellino, Impastato ect), si trovano anche dei gruppi dedicati a personaggi poco noti, come un omaggio a Rocco Gatto, mugnaio comunista che negli anni 60 e 70 si ribellò alla ‘ndrangheta, con ben 717 iscritti.