Archivi tag: barabba marlin

Quello non ero io – ultima puntata

ATTENZIONE: QUESTA È L’ULTIMA PUNTATA DI QUESTA SERIE, SE SEI CAPITATO QUI PER SBAGLIO PARTI DAL VIA!

“Wish you were here” by slinkachu

Puntata precedente

Non sento più le gambe. Sono chiuso nel portabagagli del Bmw. Ho le ginocchia al petto, la schiena mi fa un male atroce. Continuo a sputare sangue che mi finisce in bocca non so come, non so da dove. Ogni frenata, ogni curva, è un altro calcio nelle costole. Direi che ho poche vie di fuga, e lo direi, se non fosse che non sono dell’umore adatto per scherzare. Questi sono i titoli di coda, o quasi: finora, nel racconto della mia vita, ho escluso alcuni passaggi, il resoconto di alcune azioni che a prima vista potrebbero sembrare rilevanti. Non l’ho fatto semplicemente perché non era necessario, come in un film non viene spiegato perché lo sceneggiatore ha fatto uscire di scena un personaggio o perché gli abbia messo in bocca una battuta piuttosto che un’altra; ma le attuali circostanze impongono alcune precisazioni.
Quando uscii dalla villetta di Carlito, la notte in cui incontrai i rimasugli umani del mio gruppo operativo, non tornai subito a casa, rimasi per un po’ in auto; non volevo andare via, ma non volevo nemmeno rimanere. Non volevo che quel capitolo si chiudesse così, senza che potessi fare qualcosa, e non volevo rivedere quelle facce, quei corpi, non volevo riascoltare quelle voci che al solo pensiero mi provocavano una specie di rigurgito, portandomi in bocca il sapore del fallimento. Non volevo. Non volevo e non potevo permettere che ciò che avevo creato continuasse senza di me. Senza che io lo volessi. Avevo in macchina un rotolo di nastro adesivo, nastro da imballaggio, forse me lo portavo dietro dai tempi in cui lavoravo con Zapata, col nastro coprii la superficie di una finestra del primo piano, prima seguendo il perimetro, poi le diagonali, come mi aveva insegnato Carlito anni prima, perché quello che fa rumore non è tanto il colpo per rompere il vetro ma l’infrangersi dei pezzi a terra e lo stridore del vetro sul vetro, mi tolsi la maglietta e mi ci fasciai la mano, e colpii, un colpo secco, al centro. La finestra era quella della cucina. Sapevo benissimo cosa fare: al posto mio qualcuno avrebbe semplicemente aperto i rubinetti del gas, ma non io, raccattai un coltello e allentai la cravatta che saldava il tubo del gas al contatore, un tocco di classe: la prima cosa che fa chi si accorge di una perdita di gas è controllare i pomelli della cucina, e possono passare diversi minuti prima che il tipo realizzi che deve chiudere la valvola centrale. Sarebbe stato inutile fare tutto ciò con una finestra rotta che permetteva il ricambio d’aria, quindi prima di uscire dalla finestra tirai giù la tapparella, completamente, poi la forzai usando il coltello di prima come leva e aprii uno spiraglio in cui mi infilai poco alla volta, prima le mani, poi la testa e poi tutto il corpo, stando attento a far cadere il coltello all’esterno della stanza, questa fu la cosa più complicata; non dovevo avere fretta, per fare tutto nel massimo silenzio, ma non potevo nemmeno prendermela con troppa calma, per non essere stordito dal gas. Ero quasi sicuro che i ragazzi non si sarebbero accorti di niente, ubriachi come erano, e prima o poi qualcuno si sarebbe accesso una sigaretta, quello che mi preoccupava era il vicinato, ma nessuno si accorse di niente fino allo scoppio, che avvenne tra le 2:15 e le 2:35, come sostenne un mediocre cronista dalle colonne della nera locale. “Nonostante tutto farebbe pensare ad un tragico incidente, il ritrovamento del corpo di Giacomo Santoro, noto pregiudicato, introduce l’ipotesi di uno spietato regolamento di conti interno alla malavita romana” . Questa frase mi fece sorridere a lungo: a leggere l’articolo Spud veniva fuori come un criminale vero, un boss del narcotraffico, e neanche una parola sull’onesta carriera di Carlito e Bradpitt. Già… Bradpitt, “inutili i soccorsi per le tre vittime” aveva scritto quel fottuto giornalista, ma evidentemente non era così; Bradpitt si era salvato, sicuramente ha conosciuto lo strazio della lungodegenza, magari i medici gli hanno negato lo specchio per settimane, per mesi, allora lui si è fatto un’idea del suo nuovo volto poco alla volta, rubando con lo sguardo il riflesso nel metallo delle brande, nel vetro delle flebo, negli occhi delle infermiere, le uniche donne che da quel momento in poi avrebbero avuto il coraggio di toccarlo.
“Quella donna merita la sua vendetta e noi meritiamo di morire” dice Budd nel finale del primo “Kill Bill”. Mi era sembrata una battuta di una banalità insopportabile, eppure ora non mi esce dalla testa, e mi inietta nelle vene un senso di rassegnata tranquillità: quest’uomo merita la sua vendetta e io merito di morire.
Quella non è stata l’unica volta che ho ucciso. Ho soffocato l’Americano con un cuscino, come in “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, la notte del suo capolavoro, quella dell’orologio; è stato tremendamente facile, ha smesso di dimenarsi quasi subito, per un attimo pensai che stesse fingendo, e forse lo fece, forse quello fu il suo ultimo bluff. Ho avvelenato mia nonna, con i semi di stramonio, l’erba delle streghe, li ho messi nel suo minestrone delle venti e trenta, quello prima del rosario. Se ne accorse, ne sono convinto, ma accettò il suo destino senza opporsi, sgranando il rosario fino al definitivo pater noster. L’ultimo prima del delirio e dell’agonia.
L’auto si ferma, il cuore mi pompa vigoroso, ma non sa che i suoi sforzi sono inutili, potrebbe anche fermarsi, anticiperebbe di qualche inutile secondo lo stesso destino, ma lui non lo sa. Il cofano si apre, la luce mi acceca e non riesco a percepire la sagoma del boia.
Io ho ucciso. E non l’ho fatto per legittima difesa, per vendetta o per rabbia, io ho ucciso per esigenze estetiche; ho ucciso i miei ex soci perché un ritorno del nostro gruppo operativo senza di me sarebbe stato patetico, ho ucciso l’Americano perché quello era il momento ideale per la sua uscita di scena, ho ucciso mia nonna perché, ridotta com’era, non poteva dare più niente dal punto di vista narrativo. Spartaco Scimè è colpevole di omicidio, ma non solo, Spartaco Scimè è colpevole di aver avuto la presunzione di decidere il proprio destino, Spartaco Scimè ha pensato di essere lo sceneggiatore della propria vita, l’autore di se stesso e di tutti quelli che hanno avuto la sfiga di conoscerlo.
E non pretendo che questa sia un’attenuante. Non chiedo di essere perdonato. No. Chiedo di non essere giudicato affatto, perché quell’uomo che  ha ucciso, tradito, fottuto, non è quello che attende la sua ora chiuso in un portabagagli, come un maiale portato al macello, non è quello che si è fatto fottere per salvare un ragazzino senza palle; non può essere lo stesso.
Io, quello non ero io.

Fine

Vai alla prima puntata

Licenza Creative Commons
Quello non ero io by Barabba Marlin is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at magaridomani.wordpress.com.

Quello non ero io – ventiseiesima puntata

 

opera di Bastardilla

Puntata precedente

Mi sono addormentato come i bambini a scuola, seduto e con la testa sul banco. Nel mio caso però il banco è un tavolaccio divorato dai tarli. Mi sono svegliato perché bussano. Sarà qualche parente che non ricordo, avrà visto le luci accese e la macchina parcheggiata.
Chiedo chi è, ma non rispondono.
Mi affaccio alla finestra più vicina alla porta, tra le sbarre vedo un uomo di spalle, e vedo anche che ha qualcosa lungo il fianco, non riesco a vedere al di sotto della cintola, ma dall’impugnatura sembrerebbe una pala. Lui si volta verso di me, con gli occhi trova subito i miei, sono tanto vicino da vedere la dilatazione delle sue pupille. Infila la mano tra le sbarre, all’altezza del mio collo, ma ha calcolato male le distanze. Mi sposto lungo il muro, striscio per due metri, lui non può più vedermi, e nemmeno io.
Se sono abbastanza veloce e fortunato posso uscire dal retro, dal giardino, se sono abbastanza veloce da scavalcare in tempo, e se sono abbastanza fortunato da non trovare nessuno che mi aspetta oltre il muro. E mi devo trascinare l’albanese, altrimenti fa la fine di Samuel. Se solo non avessi buttato la pistola ora avrei una chance in più.
-Scimè vieni fuori… fai l’uomo una volta tanto… non mi costringere a entrare… poi è peggio…
Dice l’animale. Cerco di pensare a qualcosa da dire, per capirci qualcosa, per capire se è solo, per capire cosa vuole. Poi comincia a sbattere la pala contro le sbarre, come un pazzo, come potesse romperle davvero quelle sbarre. Il fracasso fa uscire dalla stanza l’albanese, che rimane fermo, a bocca aperta, come un bambino che vede per la prima volta una donna nuda.
Scatto, afferro l’omero dell’albanese, e corro verso l’orto.
-Forza alzati, ti aiuto a scavalcare.
Ma l’albanese rimane a terra, tremante, come un vecchio buttato giù dalla sedia a rotelle.
-Alzati cazzo! Non l’hai capito che quello ci ammazza?
Me ne accorgo solo ora; sta piangendo. Bofonchia qualcosa, mi pare dica: -Vai.
-Scimè è questo quello che vuoi? Vuoi fare la fine del sorcio? E io te la faccio fare…
Dice il pazzo fuori, subito dopo sento uno scroscio, un liquido versato sul pavimento. Non so se l’odore di benzina che sento sia reale o una suggestione.
-Hai sentito? Cristo ti alzi o no?
Lui si alza, sì, ma solo per schizzarmi la faccia di lacrime, saliva e muco, si alza solo per urlarmi in faccia: -Vai!
E quella mano, quel braccio teso che sembra stia per spezzarsi, non indica il muro, non indica la via di fuga, indica la porta principale, indica la fontana di carburante che presto ci ucciderà. Questo albanese di merda vuole che vada a farmi ammazzare, perché non ha le palle, perché si sta cacando addosso, e lo pretende, perché è mio il problema, è me che vogliono ammazzare, e lui non ha nessuna intenzione di morire per colpa mia. Questo albanese di merda vuole che io vada a farmi ammazzare. E io ci vado.
Quando apro la porta mi trovo il pazzo davanti, mi ha visto arrivare dalla finestra. Non mi salta addosso, non mi colpisce, fa un passo indietro e sul suo volto appare un sorriso ebete.
-Finalmente Scimè… avevo ragione io; quelli come te bisogna andarli a prendere a casa, ma il nostro amico comune si è fissato… doveva fare una cosa simbolica… la chiesa, i santi bruciati vivi… ma l’importante è che alla fine ti abbiamo trovato, vero Scimè?
-Chi sei?
-Hai ragione Scimè, non mi sono manco presentato: io sono Federico Diana, ti ricorda qualcosa questo nome? È lo stesso di uno zio mio che però lo chiamavano Sentenza, hai presente mio zio? Peccato Scimè, tu gli stavi tanto simpatico a mio zio… a me invece mi chiamano Alex, perché quando giocavo a calcio io ero meglio di Del Piero… e lui…
Si avvita leggermente su un fianco e indica una macchina alle sue spalle, è un gesto copiato agli italo americani dei film di Scorsese, ed è un colpo di teatro che gli viene maledettamente bene.
-Beh lui lo conosci no?
La macchina è un fuoristrada di lusso, nero, in questo momento realizzo che il mio odio verso le Bmw è ricambiato. Lo sportello si apre, viene fuori un uomo, calvo, ha il volto gonfio, senza lineamenti, sembra un volto ricostruito chirurgicamente. Tecnicamente è la prima volta che vedo quella faccia, ma non ci metto molto a capire chi è. Quell’uomo è Michele Lerni. Quell’uomo è Bradpitt.

Io sono un figlio di puttana, nel senso letterale; mia madre era una prostituta. La chiamavano Rosanna la Spampanata, o semplicemente La Spampanata. A diciotto anni scappò da casa; non andò lontano, si fermò a Matera dove cominciò il mestiere. A ventitre anni tornò dalla madre con un pancione di sei mesi, mia nonna non la picchiò per rispetto alla creatura che aveva in grembo. Ebbe modo di rifarsi direttamente sulla creatura svezzata, però. Quando avevo tre anni mia madre fece le valigie e partì per Roma, disse che sarebbe diventata un’attrice, molto probabilmente finì a fare la puttana pure a Roma. Mio padre sarà stato un cliente come tanti, senza volto, tecnicamente sono figlio di una transazione economica. Non è poi così male essere un figlio di puttana, nel senso letterale; se parti dal gradino più basso della dignità sociale è difficile peggiorare il tuo status. E se ci riesci sei giustificato; sei pur sempre un figlio di puttana, nel senso letterale. E nel mio caso non solo letterale.

Continua…

Vai alla prima puntata

 

Licenza Creative Commons
Quello non ero io by Barabba Marlin is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at magaridomani.wordpress.com.

Quello non ero io – venticinquesima puntata

 

"Flow" by David Ellis

Puntata precedente

Vado verso la mia camera; considerando che partirò tra qualche ora sarebbe meglio dormire un po’. Ma mi fermo; una cosa attrae il mio occhio nonostante la palpebra comatosa, è lo zaino dell’albanese, lì a terra, vicino la porta del bagno, finalmente se n’è liberato, magari lo ha messo fuori per non farlo bagnare, magari ci sono cose all’interno che è meglio tenere asciutte, ad esempio… i documenti. Mi inginocchio, infilo una mano nello zaino. Ferro freddo, la sensazione al tatto è quella del ferro freddo. Potrebbe essere qualsiasi cosa, eppure a me ne viene in mente una sola; tiro fuori la mano. Io non mi intendo di pistole, ma questo mi sembra un bel ferro, è come quella degli sbirri ma più piccola. La impugno, e mentirei se dicessi che non dà una bella sensazione, ma il sangue che mi pompa in testa, e dietro gli occhi, quello no… non dipende da quello.
Apro la porta del bagno, lui è lì, sotto lo scroscio dell’acqua, a pochi centimetri, non mi è difficile colpirlo, la prima volta, e poi ancora, lui rimane in piedi, non deve essere la prima volta che le prende.
-Che cazzo è questa eh?
-Quelli fatti miei.
-Fatti tuoi un cazzo… se ci fermavano inculavano pure me… che ci dovevi fare con questa?
-Ammazzare uno.
-Ah… chissà che mi pensavo io… lo potevi dire subito, me lo dicevi quando ti ho dato il passaggio, mi dicevi guarda ho una pistola, ma non ti preoccupare, devo solo ammazzare uno…
-Scusa.
Chiude il rubinetto della doccia, perde sangue dal naso, ma non si pulisce.
-Scusa un cazzo…
-Lui lavorava a centro di accoglienza di Otranto, io stato lì quando arrivato in Italia, e lui…
-Sì sì, fermati, non me ne frega un cazzo… dimmi piuttosto che non lo hai ammazzato, no perché non ci voglio credere che sono tanto coglione da aver portato a spasso un assassino con la pistola ancora fumante, non ci voglio credere che sono tanto coglione di aver rischiato l’ergastolo per un ragazzino di merda che manco conosco…
-Centro di accoglienza chiuso due anni fa. Io non sapeva.
-Perché se lo trovavi lo ammazzavi veramente?
-Sì.
Gli punto la pistola in faccia… cazzo che bella sensazione… lui non reagisce.
-Questa scordatela.
Dico, abbasso la mano ed esco dal bagno.
La maniglia della porta che dà sul giardino mi scivola dalla mano, mi accorgo di essere fradicio. Lo iurt è ridotto male, le piante sono tutte secche, resiste a stento un albero di fico, addossato al muro, e con i rami che tentano di scavalcarlo, sembra che voglia evadere. E poi tanta merda, spazzatura, sacchetti di spazzatura buttati dalla strada. Il pozzo è sulla mia sinistra, ci butto la pistola. Sento un rumore asciutto, del metallo sulla pietra; deve essersi esaurita la falda, infilo la testa nel pozzo per controllare. C’è solo buio.

C’è buio e buio. C’è il buio della sala cinematografica e il buio degli occhi chiusi in carcere. C’è il buio di quando svieni e il buio di un pozzo secco. E c’è anche il buio quando da bambino ti chiudono in una stanza buia, a riflettere su quello che hai fatto; mia nonna non lo faceva mai, era troppo affezionata ad altre tecniche punitive, ma Don Daniele, il parroco di Tiretola, era di parere opposto, mi chiudeva spesso nella stanza delle scope dell’oratorio. Oddio spesso magari no, ogni volta che facevo a cazzotti durante una partitella di calcio, e a ben pensarci… beh sì… succedeva abbastanza spesso. Ma non picchiavo i miei compagni gratuitamente, li picchiavo per difendere il mio diritto di espressione: giocavo in difesa, e se c’era una cosa che di quello sport mi piaceva era spazzare via la palla, non la passavo mai, calciavo con tutta la forza per mandare quella cazzo di palla alle stelle, ma poi quella stronza ricadeva sempre, e lì a centrocampo la poteva prendere chiunque, era come ricreare la sorte in provetta, il destino artificiale, ma evidentemente questa tattica non rientrava nelle strategie di squadra, e mi ritrovavo a difenderla con le nocche sui nasi altrui. Che poi di vincere, di arrivare primo, non me ne è mai importato nulla, a me stanno simpatici quelli che arrivano terzi, quelli che non hanno l’arroganza del primo o l’invidia del secondo, quelli che arrivano terzi e sono sereni, perché sanno di non essere i migliori ma sanno anche di essere i più forti tra i più deboli; l’oro e l’argento sono metalli per fighette, buoni solo per fare monili, invece col bronzo si facevano i cannoni e le statue dei re.

Continua…

Vai alla prima puntata

 

Licenza Creative Commons
Quello non ero io by Barabba Marlin is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at magaridomani.wordpress.com.

Quello non ero io – ventiquattresima puntata

 

opera di Lucy McLauchlan, 2010, Grottaglie (Ta)

Puntata precedente

La ricordavo più grande la casa. E ricordavo meno mobili, li ricordavo meno ingombranti, meno vecchi, c’è una cassapanca che ha almeno cento anni, forse dovrei fargli dare un occhiata da un antiquario.
-Parti per un anno o due e quando torni è cambiato tutto… bisogna andare via per moltissimo tempo per poi ritrovare al ritorno la tua gente, la terra, le tue cose…
Questo è quello che dice Alfredo al Salvatore adolescente di “Nuovo Cinema Paradiso”, cazzate; io manco da questa casa chissà da quanto tempo e c’ho messo un quarto d’ora per trovare l’interruttore della luce.
L’albanese si infila nel buio, lo sento aprire una porta; fa tanto il duro ma alla fine piscia pure lui… io mi guardo intorno, apro le poche finestre, e ci trovo le sbarre; quando in paese arrivarono i primi extracomunitari  per lavorare nelle aziende agricole, mia nonna fece blindare questo cubo di mattoni, fece anche alzare di un metro i muri dello iurt, cioè del giardino, del piccolo orto domestico, come se il barbaro infedele fosse venuto da lontano per fotterle il prezzemolo. Vado nella mia camera, è rimasta sempre la stessa, e non ci voleva poi tanto; c’è solo un letto e una sedia. E un comodino, un comodino grezzo, di un legno pesante e scuro, lo apro e ci trovo “Le vite dei santi”. Questo me lo porto a Roma. Apro una pagina a caso: “San Giovanni Battista [profeta e martire], I secolo, protettore dei carcerati e dei condannati a morte”. San Giovanni mi piaceva; primo perché era un asceta, poi perché mangiava solo locuste e miele selvatico, e infine perché gli avevano tagliato la testa per volontà di una donna corrotta, un finale perfetto per un noir.
Ho ancora il cellulare in mano, lo guardo, è scarico, chissà da quanto. Per fortuna ho il vizio di comprare cianfrusaglia in autostrada; vado a prendere il caricabatteria in macchina.
Mi chiudo la porta alle spalle e sento l’albanese che mi parla dal bagno, non lo capisco.
-Io posso lavare?
Si è spogliato, è rimasto in mutande, con uno slip bianco con l’elastico slabbrato. È magro all’inverosimile, sembra che abbia solo ossa sotto la pelle.
-Sì certo… ma fai scorrere l’acqua…
Dico, e me ne vorrei andare, ma non riesco a distogliere lo sguardo da quel torace esile, quel petto gracile, mi dà un senso di ribrezzo e curiosità, come guardando un freak, se allargo bene la mano riesco quasi a coprire la distanza tra una spalla e l’altra.
Lui fa un salto indietro per non essere toccato, si piega leggermente su sé stesso, come per essere pronto a scappare.
-Capo tu sbagliato se tu pensi che io fa marchetta.
Lo colpisco tra il collo e l’orecchio, uno schiaffo leggero, di quelli che fanno più rumore che male.
-Albania, se per assurdo, ma proprio per assurdo, un giorno decidessi di diventare frocio, immagino che mi cercherei un uomo, e non un moccioso rachitico.
Detto questo esco dal bagno, questa volta per davvero.
Collego l’alimentatore e accendo il telefono, mi arriva un messaggio: mi ha chiamato Renato. Lo richiamo, mentre di là scorre l’acqua della doccia.
-Oh Sparta… mi sto sgrullando l’uccello…
-Quale onore… ma con una mano sola?
-No, con due; mi sono fatto uno di quegli auricolari senza fili, hai presente? Sono fantastici, stamattina ho parlato con un cliente mentre ero seduto sul cesso…
-I vantaggi di vivere in questo secolo… dove sei?
-Sono in un ristorante sulla Nomentana, beh più precisamente nel bagno del ristorante… ecco Sparta ora sto rimettendo la tigre nella gabbia… tu invece dove cazzo sei finito?
-Sono fuori Roma. Al ristorante sei con Claudia?
-Sì, ma mica soli… ti pareva possibile? Ci sono pure Stefania e Matteo.
-Stefania chi? Il Pony?
-Suppongo di sì.
-E Matteo chi cazzo è?
-Il ragazzo che fa praticantato nel nostro studio…
-Ma chi? Forrest Gump?
-Smettila, Matteo è un bravo ragazzo, e poi che fai? Sei geloso?
-No no per carità… senti mi avevi chiamato solo per dirmi che ti sei comprato l’auricolare wireless?
-No. C’è una buona notizia: Samuel si è svegliato.
-Bene…
-Ma cazzo me lo potevi pure dire che era ridotto così, io sono andato in ospedale che gli avevo comprato il Corriere dello sport e me lo ritrovo coi tubi nel naso…
-Ti ha detto niente?
-È debole, non parla, però quando ho fatto il tuo nome mi ha guardato e ha detto una parola, non ne sono sicuro, ma mi pare abbia detto “bruciato”…
-Bruciato?
-Sparta… che cazzo è successo ieri sera?
-Lo vorrei sapere anch’io… ci vediamo domani in ospedale, io riparto domattina.

Continua…

Vai alla prima puntata

 

Licenza Creative Commons
Quello non ero io by Barabba Marlin is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at magaridomani.wordpress.com.

Quello non ero io – ventitreesima puntata


opera degli Os Gemeos

Puntata precedente

Una volta mi scopavo una di Firenze, andavo in Toscana due volte alla settimana, con l’Alfa, i miei profitti mensili finivano direttamente nel serbatoio senza fine di quella macchina. La tipa si chiamava Eleonora, assomigliava a Claudia Cardinale in un famoso film di Luigi Zampa. Lavorava in una galleria d’arte. Quando seguivo L’Americano ai tavoli spesso mi presentavo come mercante d’arte; io di arte non ci capisco un cazzo, né tanto meno me ne frega un cazzo, ma dire che ero un mercante d’arte mi divertiva troppo, solo dirlo era già un colpo di teatro. A volte al tavolo capitava qualcuno del giro, o un appassionato, allora ero costretto a essere scortese per non essere sgamato, a dire che quando giocavo non volevo parlare di lavoro.
Grazie a Eleonora cominciai a capirci qualcosa, se non dell’arte almeno del mercato dell’arte, e soprattutto realizzai che piazzare un falso non è poi così complicato come si crede, è difficile ma non complicato; basta una firma, l’autenticazione di un critico o di un docente universitario compiacente, certo non è così che si piazza un Caravaggio, ma sugli artisti contemporanei, ed entro determinate cifre, si può lavorare in relativa tranquillità.
Per prima cosa dovevo procurarmi la firma; sgobbai parecchio ma alla fine la trovai. La mia firma era un docente di storia dell’arte in pensione, originario di Palermo, aveva cominciato a giocare  forte quando era morta la moglie, in un anno di telesine e rilanci aveva dimezzato i risparmi di una vita. Me lo lavorai con l’Americano, una notte di black jack e poker; a pensarci dopo riconosco di essere stato crudele, gli tolsi tutto, in brevissimo tempo. All’inizio diceva che avrebbe pagato, e nonostante la mia generosità nell’offrirgli forme alternative di pagamento, rimaneva fermo nella sua illusione di poter fare il botto con la mano giusta, al tavolo giusto, al momento gusto. Fui costretto a passare alle maniere forti; un giorno lo aspettai al parco dove portava il nipotino, lo avvicinai e gli dissi di guardare all’interno della mia macchina, gli dissi che quello che vedeva era un delinquente slavo, uno di quelli venuti dall’inferno della guerra, uno che non aveva paura di niente, neanche di far male a un bambino. In realtà quello nell’Alfa era Spud, che al momento meno opportuno si addormentò come una vecchia in chiesa, ma il Professore ci cascò e accettò di firmare l’autentica, ma impose una condizione: il quadro lo avrebbe scelto lui.
Spesi una fortuna in cataloghi di artisti minori del novecento, poi chiesi ad un ragazzino che comprava il fumo da noi e che faceva l’accademia, se se la sentiva di fare qualche schizzo; il bamboccio quasi si commosse, non poteva credere che lo pagavano per dipingere e in più poteva fumare gratis, infatti sparse la voce tra i suoi amici e le sue amiche, e per una ventina di giorni l’ufficio di via dei Cessati Spiriti diventò una comune sotto il segno di Warhol. Sfornavamo falsi più di una fabbrica cinese, ma il Professore li bocciava tutti, cominciai a pensare che mi stesse prendendo per il culo, che quello della scelta del quadro era un trucco, ma non era così, non era quello il trucco; alla fine scelse una tela ispirata allo stile di un iperrealista americano, raffigurava un bambino africano seduto a terra, uno come quelli che si vedono in tv, con la pancia gonfia e le mosche sul viso. E uno sguardo maledettamente incazzato, uno sguardo che fissava negli occhi chi stava guardando il quadro.
Eleonora non riuscì a piazzarlo, allora cominciai a portarmelo dietro quando andavo a giocare. Improvvisamente parlare di lavoro per il me mercante d’arte non fu più un problema, tenevo la tela in macchina, come un rappresentate il suo depliant, ma era inutile, appena lo vedevano cambiavano idea, anche quelli che di arte ne capivano meno di me e compravano solo per il gusto di sperperare, anche quelli scuotevano il capo. L’ultima spiaggia fu Carlito e il suo giro di ricettatori, ma fu inutile. Il Professore ci aveva fottuto; aveva scelto un quadro invendibile, ma non perché fosse fatto male, ma al contrario perché era fatto troppo bene, aveva scelto un quadro che sfiorava la coscienza.
La tela la regalai a Eleonora quando mi lasciò… oppure mi lasciò quando le regalai la tela, ora mi sfugge…

Continua…

Vai alla prima puntata

 

Licenza Creative Commons
Quello non ero io by Barabba Marlin is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at magaridomani.wordpress.com.

Quello non ero io – ventiduesima puntata

 

opera di Blu, 2010, Rennes (Francia)

Puntata precedente

C’ho messo meno a fare Roma-Napoli che Taranto-Otranto, ma alla fine ci sono arrivato, quaranta minuti fa. Sono uscito al casello di Massafra, ho faticato un po’ ma alla fine ho trovato la strada giusta, la provinciale verso Lecce.
-Quando io scendo?
Mi fa l’albanese.
-Quando arriviamo.
Rispondo io.
-Dove?
-A Otranto.
-Tu detto che fermavi Taranto.
-Lo so, ma ho cambiato idea…
Allora lui comincia ad agitarsi, dice che vuole scendere, impugna il freno a mano e minaccia di tirarlo. Io lo spingo, forte.
-Sta fermo cazzo… questa è la mia macchina e vado dove cazzo voglio, se voglio andare a Otranto vado a Otranto, e se vuoi scendere… prego… quello è lo sportello, ma ti avviso, io non mi fermo… se vuoi devi buttarti in corsa.
Poi è stato buono per il resto del viaggio.
L’albanese è voluto scendere qui, a San Foca, non ha salutato, non ha detto ciao o grazie, la sua ultima parola è stata: -Qua.
Non mi è andata male; qua c’è una trattoria sul mare. Ho mangiato del pesce, non mi è piaciuto, quindi era buono, nel senso che generalmente il pesce mi fa schifo.
Mi infilo nella Coupè, questo è uno dei rari momenti in cui penso che un navigatore satellitare mi farebbe comodo. Mi rode affermarlo ma sono stanco. Procedo sul lungomare lento come una vecchia in bicicletta. Lo ammetto; stavo per fare una cosa da fighetta, volevo dare un po’ di soldi all’albanese, gli e li volevo lasciare nello zaino, in quello zaino lurido, ma lui non si è mai staccato da quel coso,  peggio per lui. Chissà dove è ora e che cazzo sta facendo, chissà perché è venuto proprio qui… lo penso e lo continuerei a pensare se non fosse che lo vedo aspettare un passaggio sul ciglio della strada. Mi fermo, sterzo un po’, con la ruota anteriore destra finisco nella sabbia.
-Dove vai ora?
-Torno.
-Già finita la vacanza? Dov’è che torni?
-Nord.
-Nord… senti io vado in Basilicata, se vuoi vieni, dormi lì e domani te ne vai… stavolta l’autista fino in Brianza, o dove cazzo devi andare, non te lo faccio, però domattina ti accompagno in stazione… o in autostrada.
L’albanese si infila in macchina, senza fare storie, pensavo non accettasse, invece è mansueto, rilassato, non ha la faccia di uno allegro, ma di uno che si è appena tolto un peso… niente niente è venuto fin qui per farsi una scopata?

Continua…

Vai alla prima puntata

 

Licenza Creative Commons
Quello non ero io by Barabba Marlin is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at magaridomani.wordpress.com.

Quello non ero io – ventunesima puntata

 

opera di Nunca, 2008, Sao Paulo

Puntata precedente

Siamo nell’area di servizio Ofanto sud, non è stato l’albanese a chiedere la sosta, me lo ha chiesto la vescica… boh… sarà lo stress… prima facevo tutto un tiro senza fermarmi mai, senza staccare la suola dall’acceleratore… o forse sto dicendo una cazzata, sto diventando come quei vecchi che raccontano imprese pazzesche risalenti a quando erano giovani… c’era un tipo a Tiretola, stava sempre seduto al bar, non appena beccava un ragazzino uscito da scuola raccontava di quando era stato in Norvegia, negli anni settanta, con la cinquecento, era andato da un cugino che lavorava in una segheria, ma lui in Norvegia c’era andato principalmente per scopare; il suo episodio preferito era quando si era svegliato e aveva trovato la baita invasa di pinguini, pinguini pazzi, incazzati neri, forse per la fame, con i becchi che sbattevano nel vuoto cercando qualcosa da triturare… io gli e lo dissi, un giorno non ne potevo più e gli e lo dissi, che i pinguini in Norvegia non ci sono, ma neanche nel resto del Polo Nord, che i pinguini vivono in Antartide. Lui si alzò, pagò il caffè e andò via; non era imbarazzato per la figura di merda, non era imbarazzato per essere stato sgamato, era incazzato. Era incazzato con me, come se fossi stato io a sterminare i pinguini del Polo Nord.
Manca poco all’arrivo ed è appena pomeriggio. Prendo l’ennesimo caffè, però questa volta non faccio la coda. Ne approfitto per fare un bancomat.
Esco nel parcheggio e fumo l’ultima sigaretta del vecchio pacchetto, non sono vicino alla Coupè ma posso vederla, e posso vedere seduto all’interno l’albanese, fermo, immobile, con lo sguardo puntato come un laser verso l’orizzonte, anche se, come in questo caso, l’orizzonte è l’autogrill aldilà della carreggiata. Se non fosse che ha smesso di piasciarsi a letto l’anno scorso, l’albanese potrebbe sembrare uno di quei killer russi nei thriller di cassetta.
-Quanto manca?
Mi chiede dopo che ho pagato il tipo della benzina.
-Siamo quasi arrivati. Senti… visto che hai tanta voglia di pagare… sai che mi devi la metà della benzina e dell’autostrada?
-No.
Stavolta sono riuscito a smuoverlo.
-Come no?
-Tu viaggio comunque fare, tu comunque pagavi benzina…
Se questo fosse un noir dozzinale americano, questo cecchino slavo col pannolino sarebbe il mio assassino, ma fortunatamente la vita reale è un film europeo, con una trama meno ovvia e con meno inseguimenti in auto rispetto a una pellicola a stelle e strisce, la vita reale è come quelle lente commedie francesi dove si parla tanto e non succede mai un cazzo, la vita reale è una commedia che non fa ridere.
-Quello è il suv che prima ci ha quasi inculato?
È una domanda retorica; l’albanese non mi caga di striscio, ma io me ne fotto, mando ai matti i giri del motore e punto il Bmw.

Quando io e Bradpitt arrivammo a Tiretola, mia nonna ci tenne a precisare di aver nascosto tutta l’argenteria, disse di averla portata via, al sicuro, lontano da noi. Ma se l’argenteria di casa, che tra l’altro io non ho mai visto, era al sicuro, di certo non lo era Bradpitt. O meglio; a Tiretola era anche al sicuro, ma prima o poi avrebbe dovuto schiodare da quel brufolo in culo al mondo, prima o poi sarebbe dovuto tornare, prima o poi avrebbe dovuto affrontare Alex, quindi no, guardando al futuro Bradpitt non si sentiva esattamente al sicuro.
Lo lasciai a Tiretola da solo per cinque giorni, io accompagnai Spud a Casablanca a fare un carico. Quando tornai lo trovai trasformato, da quando lo avevo lasciato non aveva più tagliato la barba, la sua impeccabile camicia era uno schifo, non faceva che parlare di perdono e sacrificio. Aveva letto d’un fiato “La vita dei santi”, quel libro lo aveva rincoglionito, oppure era stata mia nonna che lo aveva plagiato come in quelle sette americane. Fatto sta che voleva tornare a Roma e voleva incontrare Alex, era sicuro che con le parole lo avrebbe redento, io l’accontentai, lo riportai a Roma, ma a una condizione; che mi avrebbe fatto assistere all’incontro, magari di nascosto. Il mio piano in realtà era di saltare fuori prima che l’animale si potesse avventare su Bradpitt e colpirlo alla nuca con un tubo di ferro, tanto forte da fargli vomitare le vertebre, ma ovviamente questo al neo-chierichetto non lo dissi.
Arrivati a Roma ci fermammo all’ufficio di via dei Cessati Spiriti, per fare il punto della situazione, io uscì per comprare la cena dal cinese, e quando tornai trovai Bradpitt seduto sul divano con lo sguardo perso nel vuoto.
-È venuto.
Mi disse.
-Chi?
-Alex.
-Cosa è successo?
-Mi ha chiesto quanto gli davo per non farmi tagliare le palle.
-E tu cosa hai risposto?
-Io gli ho detto: “Qual è secondo te il valore di una vita umana?”
-E lui?
-E lui mi ha detto diecimila euro. Ha detto che se gli davo diecimila euro se ne andava.
-E tu?
-E io… io gli ho firmato l’assegno… che dovevo fare? Lui ha preso l’assegno, ha detto “A buon rendere” e se n’è andato.
Lo riaccompagnai a casa subito dopo, non mangiammo nemmeno, non ci dicemmo una parola, entrambi eravamo stanchi, stanchi e delusi, delusi del fatto che in questo mondo non ci si può fidare più nemmeno dei cattivi.

Continua…

Vai alla prima puntata

 

Licenza Creative Commons
Quello non ero io by Barabba Marlin is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at magaridomani.wordpress.com.

Quello non ero io – ventesima puntata

 

opera degli Os Gemeos

Puntata precedente

Siamo nell’area di servizio Casilina Ovest; ho pisciato e ora faccio la fila per un caffè.
Samuel potrebbe essere stato colpito di sorpresa, o alle spalle, non ricordo la direzione del taglio che aveva in testa, c’era un fottio di sangue, non si capiva un cazzo, e poi anche se lo avessi visto… che cazzo ne so io? Mica sono uno di quei super agenti di sto cazzo della sbirreria scientifica americana… per me un cranio aperto è un cranio aperto, cioè una cosa che è meglio non vedere.
Le variabili sono troppe, o sono io che non ci capisco niente, in entrambi i casi c’è solo una cosa da fare: aspettare che Samuel si svegli. Perché si sveglia. Non può non svegliarsi.
Bevo il caffè e compro l’acqua; due bottiglie, non una, ma due, metti che a Miss Tirana gli faccia schifo bere dalla stessa bottiglia dove ho bevuto io, certo comprare dei bicchieri sarebbe più comodo… ma in questo momento ho altri cazzi per la testa.
L’albanese è rimasto in macchina, non è sceso neanche per pisciare, spero che quella bottiglia la beva tutta: gli faccio scoppiare la vescica ma non mi fermo più.
Controllo il telefono. Non ci sono chiamate o messaggi. Ricontrollo il messaggio dell’appuntamento, di quel maledetto appuntamento, e noto una cosa che mi era sfuggita: “fiamme”. Dopo l’orario e l’indirizzo ci sono parecchi spazi, tanto da dover scorrere necessariamente il testo, e alla fine c’è scritto “fiamme”. Non ci devo pensare. Non ci devo pensare. Non ci devo pensare. Scrivo velocemente un messaggio a Renato dicendogli di andare a trovare Samuel all’ospedale, lascio il telefono sul cruscotto e chiudo lo sportello. L’albanese mi punta la mano addosso come un mendicante, ma dentro la mano c’è già una moneta, da un euro.
-Per acqua.
Mi dice.
-Ma fammi il piacere…
Metto in moto la Coupè.
-Tu prendi soldi!
Diventa aggressivo.
-Ehi Albania, sta calmo… dammi sta cazzo di moneta e facciamola finita…
-E io ha nome…
Mi fa lui.
-Ah sì? E quale sarebbe?
-Denis.
-Denis… ti chiami Denis… scusa se te lo dico, ma hai proprio un nome da frocio.
Sono le tredici e cinquantuno e fuori ci sono ventotto gradi, qui in questo imprecisato punto dell’emisfero boreale tra Pontecorvo e Cassino.
Ingrano la retro, sono quasi uscito dal parcheggio ma un fuoristrada della Bmw mi costringe a frenare, mi sorpassa, non importa…lo riprendo dopo.

Una volta a Tiretola ci sono andato con Bradpitt. Gli ho offerto asilo politico; aveva scopato con la donna sbagliata. Era la moglie di uno degli orefici più quotati a Roma. Un coglione; uno che avevamo spellato a poker insieme all’Americano, uno con la pancia, la villa, un sacco di soldi ma neanche un briciolo di personalità. La moglie invece era… come dire… nettamente più interessante; una bella donna, più giovane di lui, non una ragazzina ma sicuramente più giovane di lui. Aveva avuto un passato come presentatrice in una rete televisiva locale, una di quelle con interminabili televendite di creme dimagranti al pomeriggio. Lei però si presentava dicendo di essere una giornalista. Dubito che lo fosse davvero; e comunque non era certo la dialettica la sua qualità migliore, non era certo per quella che Bradpitt cominciò a perderci le notti.
Fatto sta che si incontravano in via dei Cessati Spiriti, più di qualche volta entrai in ufficio nel momento sbagliato, penso di aver visto quella donna in tutte le posizioni possibili che una donna può assumere su un divano. All’inizio non capivo perché scopavano proprio lì, potevo capire che non potevano a casa di lei, ma perché non a casa di Bradpitt o in un cazzo di albergo? Ebbi modo di scoprire che il motivo era grottesco come un film di Sergio Martino; la signora si eccitava di brutto se lo faceva in posti e modi plebei, dietro una siepe della Caffarella, sulle dune di Capocotta, in macchina a Tor Bella Monaca, o sul nostro divano in via dei Cessati Spiriti. Forse qualche amico del gioiellaro panzone aveva le stesse abitudini e li vide, o forse a parlare fu un cliente che sperava di ottenere così un trattamento di favore, ad ogni modo uno dei pischelletti che veniva a comprare il fumo da noi, ci disse che Alex andava in giro dicendo che si sarebbe fatto un portamonete con lo scroto di Bradpitt.
Se esistessero le liste di collocamento della malavita, Alex sarebbe iscritto come picchiatore, ma in realtà era molto di più; era un free lance delle azioni punitive, uno che a pagamento diventava il peggior nemico di chiunque. Si vociferava fosse legato a qualche organizzazione criminale, di sicuro era una risorsa umana insostituibile per la categoria degli usurai. Io non l’ho mai visto, non lo aveva mai visto neanche Spud, che pure conosceva tutta la feccia capitolina. So che aveva un aspetto inoffensivo, ma potrebbe essere una leggenda, una come le tante che si raccontavano su di lui nel quartiere, come il fatto che una volta spaccò quattro costole a uno solo perché lo aveva tamponato, come il fatto che una volta andò a pestare un carabiniere direttamente in caserma, come il fatto che una volta fece mangiare a un tipo un cucchiaino di sale per ogni euro di debito che aveva. Quest’ultima storia poi, sembrava ispirata ad una scena de “La Mazzetta” di Sergio Corbucci, ma qualcosa mi diceva che Alex non doveva essere un raffinato cinefilo, non ce lo vedevo… anche quel nomignolo, Alex, dubito fosse una citazione da “Arancia Meccanica”, forse si chiamava Alessandro, molto più banalmente, forse non era un tipo molto originale, del resto non si possono avere tutte le qualità…

Continua…

Vai alla prima puntata


Licenza Creative Commons
Quello non ero io by Barabba Marlin is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at magaridomani.wordpress.com.

Quello non ero io – diaciannovesima puntata

 

opera di Ozmo, 2008, Campofelice di Roccella (Pa)

Puntata precedente

L’idea del mio lavoro attuale, intendo della pubblicità, mi venne qualche settimana dopo la retata che portò al gabbio Spud. Dopo il suo arresto chiamai Renato Festa e gli raccontai la mia situazione, lui mi riattaccò il telefono in faccia, ma un’ora dopo era a casa mia a farmi un cazziatone da prete. Dopo la paternale Renato dimostrò grande lucidità; se si erano bevuti Spud presto avrebbero indagato anche me, era inutile scappare, la cosa più intelligente da fare era cominciare a lavorare sulla difesa; dovevo dimostrare di averci guadagnato poco o nulla con gli smerci in cui ero coinvolto, dovevo fingermi un morto di fame per dimostrare un ruolo secondario all’interno del gruppo. Mi liberai della roba di valore che avevo in casa, portai l’Alfa a rifarsi il look in alcuni  dei cento sfasciacarrozze della Palmiro Togliatti, per farla sembrare un rottame, un delitto che ancora non mi perdono, ma soprattutto mi cercai un lavoro. Renato mi procurò un periodo di prova in una ditta di trasporti per la grande distribuzione; la mattina dopo mi presentai, mi diedero la mia uniforme, cioè un giubbetto catarifrangente, e mi dissero di salire sul furgone di Zapata. Il vero nome di Zapata non lo ricordo, o forse non l’ho mai saputo. Non fu un caso che misero proprio me, la matricola, con Zapata. Nessuno voleva lavorare con lui; penso per via delle sigarette, ne aveva sempre una tra le dita, impestava l’abitacolo del furgone, e non le aspirava mai, del resto la sua bocca era occupata in una produzione pressoché continua di scazzi e lamentele, nei riguardi dell’azienda, del sindacato, del governo, dell’umanità. Anzi c’era anche un altro motivo pur cui nessuno voleva lavorare con lui, ed era che Zapata, a cinquantatre anni, aveva avuto il benservito dalla ditta, quello era il suo ultimo mese di lavoro, e tutti volevano stare alla larga dalla sua incazzatura cosmica. Nella sua ultima settimana di lavoro, io e Zapata lavorammo alla fornitura di un megastore di elettronica che avrebbe aperto da lì a poco, l’ultimo giorno trasportammo televisori, all’epoca erano ancora a tubo catodico, ingombranti e maledettamente pesanti; quando ci chiesero di spostarne alcuni dal magazzino al negozio, Zapata stranamente non protestò, non tirò in ballo le condizioni contrattuali e lo sfruttamento della classe operaia, caricò i televisori a mano, da solo, con un inquietante mezzo sorriso. Zapata volle passare i suoi ultimi minuti del suo ultimo giorno da trasportatore in quel negozio, aspettando che il tecnico accendesse la piramide di schermi, e quando lo fece esplose un tramonto psichedelico; Zapata indossava sempre un pantalone da lavoro, con enormi tasche, che generalmente riempiva di pacchetti di sigarette, nastro adesivo e taglierini, ma quella volta si era armato di magneti, grossi magneti cilindrici, come quelli degli altoparlanti delle casse, e con quelli aveva smagnetizzato i cinescopi dei televisori mentre li trasportava. Rimase lì a godersi lo spettacolo, con l’immancabile sigaretta accesa tra le dita.
Il megastore chiese i danni all’azienda di trasporto, e Zapata si prese la sua buonuscita simbolica, il Tfr della dignità. Per sdebitarsi mi regalò il suo zippo d’acciaio, cioè quello che ora è il mio zippo d’acciaio, perché per via di quell’incidente io fui licenziato prima ancora di finire il periodo di prova. Fortunatamente.

Continua…

Vai alla prima puntata


Licenza Creative Commons
Quello non ero io by Barabba Marlin is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at magaridomani.wordpress.com.

Quello non ero io – diciottesima puntata

 

opera di Sam3, 2010, Lisbona

Puntata precedente

È ora di cominciare ad analizzare la situazione, a mente fredda; se c’è qualcuno che vuole fare la festa a me e a Samuel, l’ipotesi più semplice è che sia la vittima di qualche nostro lavoro. Non oso immaginare quanti figli di puttana abbiamo generato… Victor Lustig verso la fine della sua carriera si fece costruire una scatoletta in mogano piena di ingranaggi, che passò alla storia come la scatola rumena, il destino del marchingegno era di essere venduto come macchina copia banconote, infatti se si inseriva una banconota, dopo sei ore la scatola ne sputava un’altra, uguale in tutto all’originale, ovviamente si trattava di un biglietto che Lustig aveva inserito nel fondo della scatola; la grandezza di Lustig è che non lasciava nulla al caso, il fatto che la scatola ci mettesse sei ore per sputare la banconota falsa era la chiave di volta per venderla, infatti si presentava al pollo dicendo che doveva pagare un grosso debito di gioco, ma con i tempi di lavorazione della scatola rumena non avrebbe mai fatto in tempo a mettere insieme la somma necessaria per non farsi tagliare la gola, allora vendeva quella macchina, che in realtà valeva molto di più, a 25 mila dollari. Un giorno in Oklahoma venne beccato da uno sceriffo, Lustig offrì allo sbirro la scatola magica in cambio della libertà e di 10 mila dollari, lo sceriffo abboccò ma presto si accorse che la scatola non funzionava, otto mesi dopo i due si rincontrarono, Lustig disse allo sbirro che non aveva seguito le sue istruzioni, per quello il meccanismo non funzionava, e lo dimostrò tirando fuori dalla scatola una banconota infilata nel fondo otto mesi prima, e si salvò di nuovo. Qualche tempo dopo lo sceriffo fu arrestato per truffa e altri reati, aveva anche riproposto ad un altro pollo il gioco della scatola rumena; la morale della favola è che il fottimento genera fottimento, in maniera esponenziale e irreversibile, è la legge dell’entropia. Certo nel nostro caso si passerebbe da una semplice truffa al tentato omicidio… c’è qualche passaggio che mi sfugge…
Mi accendo una sigaretta, abbasso leggermente il finestrino e appoggio lo zippo sul cruscotto, vedo con la coda dell’occhio l’albanese che lo guarda.
-Non ci pensare; è acciaio, non è argento.
Dico, ma lui non coglie la provocazione.
-Allora dov’è che vai?
Gli chiedo.
-Otranto.
-Otranto… bel posto per andare in vacanza…
Dico, ma lui non si scompone, con una mano sulla gamba e l’altra sullo zaino lercio. Non deve avere un gran senso dell’umorismo.
-Ve bene: io ti porto fino a Taranto, poi te la vedi tu…
E se volevano lavorarsi solo Samuel? Il fatto che Samuel sia rimasto solo è stato un caso, se quella della chiesa era una trappola volevano beccare anche me. E come hanno ridotto Samuel poi… mi fa pensare che non era lui il vero obbiettivo; gli hanno dato un colpo alla tempia, secco, un colpo e basta, uno che mette in scena quel teatrino con la location religiosa e tutto il resto, non lo fa per dare solo una botta in testa a uno, perlomeno si vuole divertire un po’, tipo bisturi chirurgico e cavetti voltaici sulle palle.
C’è una macchina della polizia sulla corsia di destra, spingo l’acceleratore tanto da riuscire a vedere il profilo degli sbirri, ma soprattutto guardo l’albanese, che non fa una piega… forse è davvero a posto.
-Hai fame? Ci sono delle patatine lì dietro.
Deduco dalla mancata risposta che non ha fame.
-Che fai? Lavori?
-Certo che lavora.
-E cosa fai?
-Muratore.
-Scusa ma non hai proprio il fisico dell’operaio edile…
E se Samuel è stato ridotto così… non so… da un barbone pazzo che intrallazzava nella chiesa, anzi meglio, da qualche satanista o roba del genere, che prima ha forzato la porta per rubare qualche cosa da usare nelle sue pagliacciate sataniche… Ho trovato Samuel non lontano da dove l’ho lasciato, non hanno trascinato il corpo, c’era una pozza di sangue non una scia, Samuel è stato colpito lì, non ha provato a scappare; forse il pezzo di merda è uno che conosciamo, uno da cui non ti aspetti che ti spacchi la testa.
-Acqua?
-Come?
-Dov’è acqua?
Mi volto verso i sedili posteriori, come un idiota, tanto lo so benissimo di non averla comprata.

Continua…

Vai alla prima puntata

 

Licenza Creative Commons
Quello non ero io by Barabba Marlin is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at magaridomani.wordpress.com.

Quello non ero io – diciassettesima puntata

 

opera di Sam3, 2009, Campofelice di Roccella (Pa)

Puntata precedente

Ho comprato: una polo a righe orizzontali grigia e blu, un caricabatteria per il cellulare, dei confetti masticabili al guaranà e tre confezioni da due blister di valeriana, un pacco di sfogliatine a base di patate disidratate al gusto barbecue, un settimanale con in allegato il dvd del film “Signore e signori” di Pietro Germi, quattro pacchi di sigarette e un accendino con il logo dell’AS Roma. Mi piace comprare cianfrusaglia in autostrada, anche se tecnicamente non sono ancora in autostrada; tra cento metri c’è il casello per l’A1, direzione sud, quella che va a Napoli, ma io non mi fermo a Napoli, continuo fino all’A14, la Bologna-Taranto; vado a Tiretola, non so perché, forse perché conosco il tragitto, forse perché penso sia il posto ideale per guardare la mia vita dallo specchietto retrovisore, forse, ma in realtà non lo so. Però ci vado.
Appoggio i gomiti sulla schiena della Coupè e mi accendo una sigaretta, la prendo dal pacchetto nuovo, anche se non ho ancora finito quello vecchio.
-Capo vai giù? Mi dai passaggio?
Mi chiede un ragazzino alto e magro. Avrà sedici, diciotto anni al massimo, cerca di abbassare il tono della voce per sembrare più grande, ma così non fa che amplificare il suo inequivocabile accento.
-Sei albanese vero?
Gli dico.
-Cosa ti interessa a te eh? Io chiesto di passaggio…
Mi fa lui.
-Dove vai?
-Puglia.
-Puglia… ritorni in Albania?
-Capo ma cosa ti importa a te eh? Che sei di polizia? Perché se sei di polizia io regolare eh… io lavora… io faccio vedere carta…
-No no lascia perdere, non mi interessa vedere carta… spiegami piuttosto come ci sei arrivato qua, mica sei venuto in autostrada a piedi…
Il ragazzino volta le spalle curve e si allontana, con due passi lo raggiungo e lo afferro per la nuca, non gli do il tempo di reagire e lo spingo verso la macchina.
-Entra in macchina albanese di merda…
Gli dico.
-Va bene ma tu non alza mani ok? E non offende!
Mi risponde.
Gli albanesi mi piacciono. Se ci fosse una borsa valori delle minoranze etniche io comprerei azioni albanesi. Nessuno come loro ha avuto la fama di brutti sporchi e cattivi, nessuno come loro ha esportato tanta malavita. Nessuno come loro, eccetto gli italiani. E come gli italiani in America, i figli dei più disperati diventeranno le menti più influenti della futura Europa. La nostra classe dirigente sarà albanese.
Io non so se questo ragazzino è uno dei cugini buoni o dei cugini cattivi, o se è semplicemente uno che vuole una vita normale, non lo so e non mi interessa. A me serve solo qualcuno che sia seduto su quel cazzo di sedile, mi serve uno che respiri, che si muova, che puzzi, che faccia qualsiasi cosa per distrarmi quando il flusso dei pensieri scivola verso la paranoia. Mi serve una bussola. Ma una bussola che parli poco.

L’ultima volta che sono stato a Tiretola è quando è stata male mia nonna. Mi svegliò alle sette una telefonata: -Ciao Spartaco sono la zia Rita ti ricordi?
-Veramente no.
-Come no, che l’estate venivi sempre a mangiare i fichi a casa mia, che tuo zio Rocco, buonanima, li andava a prendere tutte le mattine al mercato di Taranto… com’è? La zia Rita sono… la cugina di tua madre…
-Ah sì…
Finsi di ricordare.
-Beh vieni a Tiretola che tua nonna ti vuole vedere… non è niente non ti preoccupare, quella la circolazione è, ma sai com’è fatta tua nonna no? E poi è tanto che non vieni giù, se ti vedo per strada manco ti riconosco…
Andai a Tiretola con l’Alfa 145, ci misi tre ore e un quarto: quella macchina beveva un pozzo di petrolio a chilometro, ma mi dava delle gran soddisfazioni. Mia nonna sul letto sembrava una balena arenata, era ingrassata di almeno trenta chili, ma sembrava serena, di sicuro era rincoglionita forte; la zia Rita, anzi la cugina di mia madre, gli strillò nell’orecchio: -Zia ecco Spartaco, hai visto che è venuto?
-Chi?
Rispose lei inebetita.
-Spartaco, tuo nipote…
Provai imbarazzo a pensare che quel catorcio qualche anno prima mi picchiasse.
Rimasi a Tiretola una settimana, non facevo un cazzo tutto il giorno; di mia nonna si occupava zia Rita, però alle venti andava via e lasciava in cucina un piatto di minestrone, che toccava a me imboccare al relitto, e me lo lasciava appositamente perché pensava mi facesse piacere. Ci metteva quaranta minuti a mangiare quel cazzo di minestrone, e dopo recitava il rosario, non so per quante ore. Poi una sera, di venerdì, ingollò senza problemi l’ultimo boccone e mi guardò con occhi stranamente vivi, in mente mi venne il termine lucenza, con cui lei e le vecchie col velo nero indicavano l’apparente ripresa di un malato immediatamente prima di tirare le cuoia.
-Vado nella grazia del Signore, Dio me lo deve; ho avuto una vita di sofferenza, un marito ubriacone, una figlia puttana e… e tu, che sei stato la sofferenza più grande… Dio me lo deve.
Disse.
L’arroganza con cui mia nonna batteva cassa presso il creatore non mi stupì affatto; per mia nonna Dio era una specie di Hitler dei cieli, un dittatore in cui conveniva credere se non si voleva finire male, un sovrano che ti chiedeva un’esistenza di dolore per omaggiarlo; e dopo una vita in trincea, mia nonna pretendeva la sua medaglia al valore.
Il giorno dopo mia nonna fu dichiarata morta.

Continua…

Vai alla prima puntata

 

Licenza Creative Commons
Quello non ero io by Barabba Marlin is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at magaridomani.wordpress.com.

Quello non ero io – sedicesima puntata

 

"tobacco explosion" by David Ellis

Puntata precedente

È mezzogiorno, e non è l’ora ideale per percorrere il Grande Raccordo Anulare, anzi, per provare a percorrerlo. Se cerco di ricordare come ci sono arrivato mi si visualizza in testa quel bordello che fanno i vecchi televisori quando perdono la frequenza, mi pare che gli antennisti la chiamino nebbia, o neve. E la nebbia diventa ancora più incasinata se cerco di ricordare dove volevo andare. Di certo non volevo, e non voglio, andare a casa. Non che abbia paura; se c’è qualcuno che mi vuole fare un servizietto come quello riservato a Samuel, non penso sia così idiota da farlo in pieno giorno in un megacondominio all’interno di uno dei quartieri più popolosi di Roma. Non penso sia così coglione. Lo spero per lui… e lo spero per me; nel senso che spero di meritare nemici più intelligenti. Non voglio andare a casa perché so già che finirò a guardare gli inserti speciali dei dvd nell’attesa che mi venga in mente qualcosa da fare, per poi ritrovarmi sul divano alle quattro di notte, ancora vestito di tutto punto a fumare la quarantesima sigaretta. Allora lascio che a guidarmi sia la lenta corrente del Raccordo, e l’istinto animale delle 16 valvole della Coupè.

Ogni uomo sa indicare il momento in cui da moccioso cacasotto è diventato adulto; la maggior parte fa coincidere quel momento con la prima scopata, altri col primo cazzotto dato o ricevuto, e non manca chi indica la morte del padre o di un amico. Ogni uomo sa indicare quel momento, e se non lo sa fare allora è ancora un moccioso cacasotto.
Il mio momento è stato quando ho comprato la mia prima auto; una Lancia Delta seconda serie 2000 cc a benzina, quattro cilindri 142 cavalli, era del ’95 ma era come nuova, alla faccia di Carlito che diceva di non comprare macchine italiane perché sono le più facili da rubare a da piazzare. Ho sempre avuto macchine italiane io; prima la mitica Delta, poi un’Alfa 145 milleotto di cilindrata, amore breve ma intenso, e infine la Coupè, amante fedele.
Se devo ricordare qualcosa del passato, per collocarla nel tempo penso a quale macchina avevo. Gli altri pensano alle case in cui abitavano, ai lavori che facevano, alle donne che scopavano, io alla macchina che guidavo. Ad esempio so dire con precisione che Spud uscì dal carcere due giorni dopo che comprai la Coupè.
-Segnati quest’indirizzo…
Mi disse al telefono, senza neanche dire ciao. Era il nuovo indirizzo di Carlito, presso un residence di Ostia, e quella sera ci saremmo rivisti per la prima volta dopo la retata della Digos. Io arrivai in ritardo; la concessionaria mi aveva promesso alcune modifiche gratuite, non cianfrusaglia coatta da corse clandestine all’Eur, ma roba di classe, che infatti poi mi volevano far pagare. Quando arrivai erano già ubriachi. Carlito aveva fatto crescere i pochi capelli e portava dei Ray Ban anni settanta con le lenti marrone chiaro, come quelli di Johnny Deep in “Paura e delirio a Las Vegas” di Terry Gilliam,  si era ritirato dai furti, si limitava a tenere d’occhio gli appartamenti di Ostia Lido per poi fare delle soffiate alle giovani leve sulle case da ripulire, era una specie di custode al contrario. Spud era ingrassato di quel grasso malato che solo il carcere sa produrre, ma sul viso aveva ancora i segni della fame antica, della fame e della rota, ed era insolitamente elegante. Bradpitt non era cambiato molto, almeno esteriormente, probabilmente dentro bruciava, bruciava dalla rabbia e dalla voglia di rivalsa: dopo la retata si era trasferito a Milano, in poche settimane di bella vita aveva sperperato tutti i risparmi, tentò di fare prima il modello, poi il puttano per signore, alla fine finì a lavorare nel call center di una compagnia telefonica, da dove fu cacciato quando scoprirono che s’inculava i numeri delle carte di credito dei clienti.
-Possiamo tornare…
Mi disse Bradpitt. A pensarci quella frase mi fa incazzare ancora oggi: tornare da dove? Io non me ne sono mai andato.
-Possiamo tornare.
Ripeté.
-Spud ha avuto la parola d’onore di Federico Diana… al gabbio ha conosciuto il nipote, che poi si chiama come lui… era dentro per percosse e lesioni personali… sicuramente un testa di cazzo, ma quello che importa è che ha portato a Spud la parola d’onore dello zio…
Mi informò Bradpitt, mentre Spud annuiva serioso come un bambino che finalmente viene preso sul serio.
Federico Diana, altrimenti detto Sentenza, come il personaggio interpretato da Lee Van Cleef ne “Il buono, il brutto, il cattivo”, era l’anziano luogotenente di una famiglia casertana che gestiva una fetta romana del mercato di droga. Avevamo sentito parlare di lui quando lavoravamo nel settore, ma nessuno di noi lo conosceva. Lui invece sì, ci conosceva, e sembra che gli eravamo pure simpatici, ma non poté nulla quando gli altri boss decisero di incastrare Spud; nei propri territori O’ Sistema campano non ostacola la libera attività imprenditoriale nel campo degli stupefacenti, ma al contrario la incentiva, purché si tratti di vendita al dettaglio, purché i grossisti rimangano loro, quando il nostro giro d’affari cominciò a diventare corposo sicuramente qualche commercialista di Casal dei Principi si accorse che i conti non tornavano.
-Perché ci avrebbero mandato gli sbirri e non c’hanno ammazzato?
Chiesi.
-E perché si dovevano sporcare le mani con noi quando la pula lo faceva gratis al posto loro? Non eravamo mica affiliati o roba del genere che potevamo fare nomi, o che ci dovevano sbudellare come messaggio politico… eravamo solo quattro stronzi che gli rubavamo un po’ di clienti…
Mi sembrò una tesi più che razionale. Ad ogni modo Sentenza voleva prendersi tutta la piazza di Roma Sud, sbaragliando i concorrenti, a Spud aveva proposto di occuparsi dello smercio di fumo e pasticche nel quartiere Tuscolano; a distanza di tempo i pischelletti della zona si ricordavano ancora di noi, per loro saremmo stati una garanzia, meglio noi che quattro albanesi o marocchini che nessuno conosceva.
Dissi semplicemente no, volevo insultarli, ma dissi semplicemente no; ero confuso, non riuscivo a focalizzare le parole da pronunciare, allora dissi semplicemente no. No grazie, io non ci sto. Guardavo quelle carcasse piene di alcol che a loro volta mi guardavano; non erano i miei ex-soci, non potevano essere loro, loro non si sarebbero mai abbassati a fare i tirapiedi di un camorrista di serie B, io non li conoscevo quei tre falliti.
Dissi no e me ne andai. Ma era un “no” che significava “addio”, “addio” e “andate a farvi fottere”. Soprattutto la seconda.
Federico Diana detto Sentenza, fu trovato morto tre mesi dopo il nostro incontro; gli avevano sparato nella pancia, e prima che potesse morire dissanguato gli avevano staccato la pelle dalla faccia. Per lui i killer si erano mossi, segno che lui contava, che sicuramente contava più di noi… e date le conseguenze la cosa non mi infastidì più di tanto.

Continua…

Vai alla prima puntata

 

Licenza Creative Commons
Quello non ero io by Barabba Marlin is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at magaridomani.wordpress.com.

Quello non ero io – quindicesima puntata

 

opera di Erica il Cane, 2010, Wroclaw (Polonia)

Puntata precedente

Ho parcheggiato Samuel al pronto soccorso circa alle undici e un quarto. Me ne sono andato subito dopo. So come vanno queste cose, è inutile farsi dire qualcosa nelle prime ore. Il tempo di dire il suo nome e che lo avevo trovato così, steso per terra, di mettere due firme su moduli che non ho letto, tanto il nome che ho messo non è il mio, e dopo sono sparito. Magari arrivavano gli sbirri e se c’è una cosa che agli sbirri piace fare e controllare se uno ha precedenti.
Da queste parti abita il pony biondo, sono andato da lei a dormire, o almeno a provarci. Non sapevo che scusa raccontarle ma lei non è sembrata stupita della visita notturna.
–Sono distrutta… ti aspetto a letto, quando vuoi vieni.
Mi ha detto. Ma io non ci sono andato. Sono rimasto sul divano a guardare la televisione.  Non ho chiuso occhio tutta la notte. Alle quattro su Rai3 hanno dato “Piccoli omicidi tra amici” di Danny Boyle. Danny Boyle è un regista operaio, non ha collaborato neanche a una delle sceneggiature dei suoi film. Lui si occupa solo della messa in scena. Ma è l’operaio più visionario dell’industria cinematografica. Mi sarebbe piaciuto avere Danny Boyle come socio; dubito che Boyle se la sarebbe cavata meglio di Samuel, qualsiasi cazzo di cosa sia successa ieri sera, ma almeno lui si sarebbe fatto sfasciare la faccia con una colonna sonora da paura.
Sono nel reparto di terapia intensiva. Sto aspettando che qualcuno mi venga a dire qualcosa su Samuel. Un’infermiera ha detto che lo posso andare a vedere, però devo indossare mascherina e camice, ma io non ci sono andato. L’ho lasciato qui otto ore fa, non mi interessa vederlo, mi interessa sapere quanto è messo male.
Finalmente si fa vivo qualcuno; è un ragazzino, avrà a stento ventinove anni, sarà uno specializzando o un’altra cazzata del genere.
-Era lei che voleva sapere di Samuel Russo?
Mi dice.
-Sì.
-Lei chi è? Un parente? Il fratello?
-Secondo lei?
Gli dico mostrando con l’indice il colore della mia pelle, della mia faccia.
-Non ho tempo per gli indovinelli. Chi è lei?
-Sì… sono il fratello.
Rispondo.
-Suo fratello è fortunato, sa? Dalla Tac è risultato che l’ematoma celebrale è meno esteso del previsto…
Il moccioso si blocca, fa finta di leggere qualcosa dalla cartelletta che ha in mano, probabilmente è il suo patetico colpo di teatro.
-Per ora è in uno stato di coma vigile, ma non le nascondo che siamo ottimisti.
Per Samuel ho fatto quello che potevo. Ora mi tocca capire che cazzo è successo. Ma non so da dove cominciare. Riavvolgo il film. Entriamo in chiesa. La chiesa. La chiesa di San Lorenzo sulla graticola.

San Lorenzo: santo romano vissuto nel duecento. Era il cassiere della comunità cristiana dell’epoca. La sua morte è da attribuirsi all’imperatore Decio che pretese da lui il tesoro della comunità. Lorenzo si presentò davanti a Decio con un stuolo di pezzenti, mendicanti e storpi, e disse: -Ecco il tesoro della Chiesa.
L’imperatore, che probabilmente non aveva un gran senso dell’umorismo, o ne aveva uno tutto suo, lo fece bruciare vivo. Per questo martirio San Lorenzo è il santo protettore degli ustionati.
“La vita dei santi” era le mia lettura preferita da bambino, non che avessi molta scelta: o quello o il Vangelo. Ma nelle vite dei santi ci trovavo storie incredibili. Ogni vita, ogni santo, era un film; un film pieno di torture, supplizi, vendette e sangue. Il mio santo preferito era San Simeone stilita, detto il giovane, si ritirò in meditazione sul capitello di una colonna, e là rimase per buona parte della sua vita. Si era fatto fasciare le mani chiuse a pugno, col tempo le unghie crebbero e trapassarono le mani, spuntando dal dorso. Simeone era diventato un santo ancora in vita, frotte di credenti lo andavano a trovare, per chiedergli un consiglio, una grazia o semplicemente per vederlo. Un giorno Simeone scese dalla colonna, lasciò la città, e vagò. Vagò fino a quando non trovò una nuova colonna su cui vivere, laddove non lo conosceva nessuno e nessuno gli avrebbe rotto il cazzo. Forse la storia di Simeone mi piaceva perché era la dimostrazione che anche un sociopatico può diventare santo.
Tornai a sentire parlare di santi in carcere, da Guglielmo Di Francesco, detto Giovanna D’Arco, anzi non di santi, ma di sante, era uno dei miei due compagni di cella, l’altro era Spud. Di Francesco non perdeva occasione di ammorbarti con le pene di Santa Lucilla da Roma e della Beata Luisa di Omura, e gli venivano gli occhi lucidi, la voce acuta, e giuro che più di una volta gli ho visto una specie di bava agli angoli della bocca. Era dentro per commercio di pezzi di ricambio da macchine rubate; roba da poco, ma se poi è tornato dentro per aver violentato una suora, la cosa non mi stupirebbe affatto.
La vita carceraria è molto diversa da come la immaginavo; passi la maggior parte del tempo in branda, è come essere ricoverati in ospedale, anzi non in ospedale, è come essere ricoverati in un ufficio pubblico. Pochi conoscono la burocrazia che segna le giornate dei carcerati; ogni minima richiesta deve essere inoltrata tramite domanda scritta, consegnata al superiore, cioè alla guardia penitenziaria, che la passa al suo di superiore, che a sua volta la gira a chi di competenza. Non ricordo molto dei miei primi giorni al gabbio, ricordo il buio delle palpebre chiuse, quello sì, ma nient’altro, non posso neanche dire che fossi depresso: non lo ricordo. Poi ci fu l’incontro e da allora in poi ricordo tutto, intendo l’incontro con Francesco Rosi, con la sua filmografia. Una delle psicologhe del carcere aveva messo su un progetto insieme ad un’associazione di volontariato, ogni lunedì facevano vedere un film, lo introduceva uno sbarbatello spocchioso che mandava giù a memoria un minestrone di recensioni eccellenti, poi veniva proiettato il film, e dopo la psicologa cercava di far commentare la storia ai detenuti. Probabilmente alle proiezioni mi ci portò Spud, che ne approfittava per passare in infermeria dove comprava sottobanco delle pastiglie di destrometorfano.
Non so per quale ragione chi sceglieva i film avesse scelto proprio quelli di Francesco Rosi; forse perché come in nessun altro autore c’è l’uomo da solo contro le istituzioni, forse perché chi li sceglieva era un ex sessantottino o aveva sempre sognato esserlo, forse perché erano i primi che aveva trovato. Di certo a non scegliere i film era il volontario addetto al proiettore; un ragazzino di colore che rispondeva al nome di Samuel Russo.

Continua…

Vai alla prima puntata

 

Licenza Creative Commons
Quello non ero io by Barabba Marlin is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at magaridomani.wordpress.com.

Quello non ero io – quattordicesima puntata

 

opera di Erica il Cane, 2010, Santarcangelo di Romagna (Rn)

Puntata precedente

Guido facendo bestemmiare il motore della Coupè. Spero che questa sia la direzione giusta; l’ospedale più vicino è il San Camillo, almeno credo. Samuel non dà segni di vita, ha la faccia sfasciata. Sfasciata come la fiancata di una macchina dopo un incidente. Sfasciata come la mia macchina se non riesco a sorpassare in tempo quel furgone… l’ho trovato così, dentro la chiesa, ci stava mettendo troppo e quindi sono andato a controllare. È la quarta volta in tre mesi che vedo Samuel a terra, in una pozza di sangue, del suo sangue. Questa volta però non si tratta di due cartoni sul naso. Ma non morirà, non può permetterselo cazzo… io l’ho salvato dalla selezione naturale, e non può andarsene così come uno stronzo qualsiasi.

La prima volta che ho visto un morto avevo otto anni.
Io sono cresciuto nella provincia di Matera, in un piccolo agglomerato di case chiamato Tiretola, annegato tra le piantagioni di pomodori. L’estate venivano camionate di coltivatori a giornata, arrivavano la mattina presto e poi andavano via al tramonto, con dei camioncini scassati, peggio di quello che una volta sì e una volta no passava per portarmi alla scuola elementare di Metaponto. I fatiator erano per la maggior parte pugliesi, ma c’era pure qualche tunisino, molti erano allegri, o almeno ci provavano. I caporali erano spesso vecchi, zoppi e grassi, e non facevano niente se non guidare il camioncino, uno di loro mi offrì la mia prima sigaretta.
Una volta decisi che mi sarei alzato presto per vedere l’arrivo dei primi raccoglitori di pomodori della stagione. Non mi svegliai in tempo, ma ci andai lo stesso. Quando arrivai però, c’erano solo il caporale e due carabinieri, i contadini si erano dileguati, tutti eccetto uno, steso a terra su un fianco. Era un vecchio chiamato Totò, ed era morto di infarto. Non ricordo molto del cadavere, non mi fece molta impressione, non il cadavere, ma un’altra cosa sì; la distanza che il caporale e i carabinieri mantenevano dal corpo, lo guardavano, gli giravano intorno, ma non si avvicinavano più di tanto, come se da un momento all’altro potesse scoppiare, come se da un momento all’altro Totò potesse scattare in piedi e saltargli al collo.
Qualche mese dopo vidi anche il cadavere di Tonino. Tonino era un agricoltore che vendeva i suoi stessi ortaggi girando per Tiretola con un Ape Piaggio. Lo trovarono addossato ad un ulivo, seduto, con la testa all’indietro, in un’insenatura del tronco, da lontano sembrava decapitato. Era morto d’infarto pure lui, ma io pensavo che l’avesse ucciso mia nonna, anzi ne ero sicuro. Mia nonna odiava quel uomo, quando passava per la viuzza sterrata su cui dava casa nostra, lei recitava un rosario di insulti incomprensibili, a mezza bocca. Chissà, magari era stato un suo amante, o molto più probabilmente non lo era stato mai, e proprio per questo lo odiava. Pensavo che lo avesse ucciso lei Tonino, barando sulla santa monaca. La santa monaca era una specie di rito divinatorio, uno dei tanti che le vecchie col velo nero di Tiretola praticavano; mia nonna non era ancora una masciel, ma sulla santa monaca era ritenuta imbattibile. Se c’era qualcuno che stava male, i famigliari venivano da mia nonna per sapere se era il caso di preparare il funerale, allora mia nonna si metteva davanti alla finestra e cominciava a recitare il rosario, ininterrottamente, per ore, finché fuori, oltre la finestra, non passava qualcuno, se era un uomo o una donna il malato guariva, se a passare da quelle parti era un animale o un bambino, allora il Signore aveva deciso di chiamare a sé il poveretto. Quando chiesi a mia nonna se per caso morivano tutti perché i vicini avevano due cani e un numero imprecisato di gatti, fui costretto a bere un bicchiere di aceto e a pregare tutta la notte per i morti della nostra famiglia. Mia nonna conosceva esattamente quanti anni di purgatorio ci fossero per determinati peccati e quante e quali preghiere servivano per abbreviarne la permanenza. Era una cosa che mi affascinava; una volta pensai che sarei potuto andare dai vecchi in fin di vita e promettergli che avrei pregato per loro per dieci, venti, anche trent’anni anni, tanto io di tempo ne avevo. Lo pensai e basta, peccato, avrei tirato su un sacco di soldi.

Continua…

Vai alla prima puntata

 

Licenza Creative Commons
Quello non ero io by Barabba Marlin is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at magaridomani.wordpress.com.

Quello non ero io – tredicesima puntata

 

opera di Jr, 2010, Grottaglie (Ta)

Puntata precedente

A Las Vegas abbiamo giocato due partite; nella prima siamo andati in pareggio, ci siamo lavorati un avvocato di Prati, non abbiamo strafatto, era solo per testare il campo. E poi l’avvocato aveva un gran culo. La seconda volta capimmo che ci serviva uno meno rampante, qualcuno che fosse meno sveglio, Bradpitt puntò un vecchio che si aggirava con sguardo annoiato. Gli chiese se voleva essere il quarto al nostro tavolo, lui sembrò piacevolmente sorpreso. Le fiches le cambiavano gli uomini della sicurezza, uno di loro restava vicino al tavolo finché la partita non cominciava, rimaneva lì per ascoltare gli accordi tra i giocatori, sul tipo di gioco, le puntate massime, il numero di mani, e altre condizioni, rimaneva lì per ascoltare e ricordare, ed eventualmente districare controversie. Le prime mani andarono lisce, avevamo intenzione di affondare solo pochi colpi, pochi e decisivi. Facemmo il primo scambio; guardai le carte, avevo una coppia di dieci, Bradpitt mi comunicò di avere due assi, io ne avevo un altro, scartai le tre carte e preparai il full, Carlito fece quello che doveva fare. Io rilanciai, Bradpitt vide la giocata, il vecchio che fino a quel momento non aveva detto una parola, passò, ma non subito, prima lanciò le sue carte al centro, scoperte, mostrando un tris di donne, e solo allora passò. Le carte finirono il giro, prima che potesse farlo Carlito, il vecchio fece ad un gorilla il segno convenzionale per avere un nuovo mazzo. Gli fu consegnato, il vecchio porse lentamente le carte a Carlito, fissandolo negli occhi, e poi parlò: -Ah rigazzì la vuoi raccontata una storia? Io so diventato quello che so diventato partendo da zero… in America si dice che sò un self made man, comunque quanno ero un pischelletto nun c’avevo manco na lira, manco sapevo come erano fatti li sordi, però coll’amici andavamo in giro, prendevamo un sacco de treni, ma siccome pure loro erano spiantati come a me, di biglietti manco a parlarne; appena salivamo sur treno c’era chi si nasconneva in bagno, chi rimaneva in piedi pronto a darsela se vedeva il controllore, ma io no, io me ne annavo in prima classe, occupavo pure due, tre posti. E nun m’hanno fatto mai manco mezza multa, e lo sai perché? Perché chi si comporta così il biglietto ce l’ha di sicuro, sò  l’altri, quelli che se nascondono, che non ce l’hanno… ah rigazzì chi fa le cose di nascosto alla fine si fa scoprire sempre…
Poi scoppiò a ridere e scosse Carlito con delle pacche paterne. Era una cazzata, un colpo di teatro, ma funzionò alla perfezione; Carlito andò nel pallone, mentre mescolava tremava, quella mano la giocammo puliti; ci eravamo giocati il cartaro, per il resto della partita.
Arrivammo alle ultime mani con un leggero vantaggio per il vecchio. Con Carlito ko dovevamo arrangiarci io e Bradpitt, e alla penultima mano Bradpitt tirò su le maniche della camicia, non lo aveva mai fatto, non ci era mai capitato, significava che Bradpitt era servito, che aveva un punto a cinque carte. Il mazzo toccava al vecchio, e parlava per ultimo, Carlito e io passammo, Bradpitt puntò, puntò tutte le sue fisches, tutti i nostri soldi. Per un giocatore patologico perdere trentacinquemila euro in sette secondi non è un grande problema, è il costo del biglietto per i sette secondi più intensi della sua vita, ma noi eravamo uomini d’affari, non ce ne fregava un cazzo dei sette secondi, noi giocavamo per i soldi. Bradpitt aveva cinque carte di cuori, un punto quasi sempre vincente, quasi sempre. Il vecchio aveva un poker di sette, un poker debole, ma pur sempre un poker.
Quel vecchio si chiamava Antonio Bruno, detto l’Americano, o Rain man per il suo talento soprannaturale nel black jack. Quel vecchio era uno dei bari più temuti d’Italia. Dopo la partita ci portò a casa sua, un’enorme appartamento a Trastevere, ci offrì da bere e ci disse tutto, ci disse in cosa avevamo sbagliato, ci spiegò alcuni trucchi, ci disse come aveva fatto a servire il colore a Bradpitt, e a sé stesso il poker, ci disse un sacco di cose. Però i soldi se li tenne. Fu un seminario sul gioco d’azzardo, un master da trentacinquemila euro.
Io e Bradpitt cominciammo a seguire l’Americano di tavolo in tavolo, non avremmo mai imparato quello che sapeva fare lui, ma era uno spettacolo grandioso: godere di due mani che in pochi secondi fatturano il guadagno annuo di un impiegato è forse immorale, ma è terribilmente affascinante. Diventammo i ragazzi dell’Americano. Girammo le ville e gli attici di mezza Italia. Poi più nulla. Sparì.
L’Americano soffriva di depressione bipolare, la malattia dei grandi; oggi sei in grado di fottere Al Capone, domani non hai la forza di alzarti dal letto. Mi telefonò dopo due mesi.
-Stasera non si lavora; stasera mi voglio divertire.
Disse.
Andammo a giocare a casa di un sottosegretario. l’Americano aveva bevuto, biascicava le parole, e rideva, troppo. Mostrava a tutti il suo rolex che non avevo mai visto, diceva che era l’unico lusso che si era permesso nella vita. Il vestito poi; un completo da sartoria con un taglio che era fuori moda già nel quaranta, e che puzzava di naftalina da sentirsi male.
La partita fu un disastro, l’Americano perse ogni mano, e più perdeva più beveva. Poi una giocata dal nulla. Un tipo che si era presentato come imprenditore fece una grossa puntata, tutti passarono, eccetto l’Americano, ma non aveva neanche un quarto di quello che c’era nel piatto, chiese se potevano fargli credito, nessuno rispose, allora lui si sfilò il rolex e disse con gli occhi lucidi: -Questo è un Patek Philippe in oro bianco da diciotto carati, vale ottantamila euro, o forse novanta, chiedo di metterlo nel piatto… a sessantamila.
-Facciamo sessantacinque.
Disse l’imprenditore in un moto di arrogante generosità, e firmò un assegno per coprire il resto della somma. Aveva una scala, l’Americano un full.
-Fammi togliere sta giacca da vecchio rincoglionito…
Disse l’americano prima di entrare in macchina.
-Tiè, te lo regalo.
Era il suo Patek Philippe.
-L’ho comprato a Portaportese, a venti euri…
-Ok, a questo c’ero arrivato, ma come sapevi che avresti vinto con un full di dieci? quello stava giocando forte…
-E chi lo sapeva? Ti avevo detto che stasera volevo solo divertirmi… ora prendi la Cassia che andiamo a bere da Landini… ora mi voglio ubriacare per davvero.
Lo portai a casa alle cinque del mattino, non si reggeva in piedi. Lo accompagnai fino a letto, come si fa con i bambini. Con la testa sul cuscino smise di ridere, indicò la stanza con un movimento circolare del dito.
-Questa casa era di una mia zia zitella, era una sarta, e questa casa una sartoria, ma una sartoria di quelle… si serviva tutta la Roma bene da mia zia. Io ero sempre qua, e lo sai perché? Spiavo le donne che si provavano i vestiti, avevo fatto i buchi ai muri, me so fatto certe pippe… mia zia lo sapeva, ma faceva finta de niente, nun le importava che stavo qui per vedè le donne, je piaceva che stavo qui e basta. La casa l’ha lasciata a me, no all’altri nipoti, solo a me… forse l’altri nun se facevano le pippe.
Quella fu l’ultima volta che vidi l’Americano.

Continua…

Vai alla prima puntata

 

Licenza Creative Commons
Quello non ero io by Barabba Marlin is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at magaridomani.wordpress.com.