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Il Grande Sogno

Come sarebbe, oggi, la società italiana se non ci fosse stato il 68? Non chiedetelo a Placido, o meglio non cercate la risposta ne “Il Grande sogno”. L’ambientazione sessantottina è un pretesto per raccontare tre storie che si tangono, spesso senza tanta convinzione. La storia di Laura, cattolica e borghese che scopre il suo vero sentire e pensare. La storia di Libero, leader del movimento studentesco. La storia di Nicola, ragazzo pugliese che sognava di fare l’attore e si ritrova celerino. Il demone del racconto a volte si invaghisce dei singoli personaggi, a volte li fa scontrare l’uno con l’altro, cambiando idea quasi subito per riprendere a raccontarli separatamente, fino al lungo finale, ben scritto e ben diretto, senza il quale Placido avrebbe bissato, con questa pellicola presentata alla 66° mostra del Cinema di Venezia, il flop di “Ovunque sei”. Tra i tre personaggi il più fragile (dal punto di vista narrativo, non psicologico) è Libero, interpretato da Luca Argentero, che nonostante le ignobili origini (Il Grande Fratello), ha avviato una carriera cinematografica inpensabile per qualsiasi altro ex-concorrente di un reality (“A casa Nostra” e “Saturno Contro” i titoli più pesanti). Riccardo Scamarcio, invece, veste i panni di Nicola, personaggio che omaggia una frase di Pasolini sugli scontri dell’epoca, pensiero in cui il poeta spiegava che erano i poliziotti, gli sbirri, i veri figli del popolo. Eppure riguardo la polizia c’è un piccolo giallo: nel film a un certo punto si fa riferimento agli scontri di Avola del dicembre 68, in cui persero la vita due persone uccise dalla polizia nel tentativo di disperdere una manifestazione (pacifica) di braccianti, Nicola prende la parola durante un’assemblea per esprimere il suo rammarico da ex poliziotto, e all’improvviso l’audio cambia, con delle battute vistosamente fuori sincrono, Nicola racconta che ad Avola c’erano poliziotti che gridavano ai propri compagni di non sparare. Magari il contenuto delle battute originali era lo stesso, magari le parole usate prima del final cut non convincevano totalmente Placido, o magari non convincevano qualcun altro… Ma tornando al plot, il vero protagonista è Laura, è suo il dramma finale in cui gli altri due si ritagliano un posto, e Jasmine Trinca è davvero convincente (e lo scrive uno che non l’ha mai apprezzata molto). Complessivamente questo non è il peggiore film di Placido come regista, ma sicuramente neanche il migliore, diciamo che tra i due estremi, il Grande Sogno si avvicina di più al primo, ed è a distanza di sicurezza dalla filmografia politica, o quasi, sul 68. E forse è questo il vero peccato di Placido, quello di non aver fatto respirare la Politica (con la P maiuscola) nel suo film, le ragioni vere delle contestazioni, i dubbi, i dissidi interni. Ad esempio Libero, a un certo punto, decide che la lotta non sarebbe dovuta essere più pacifica, e passa un manuale per costruire le molotov a dei ragazzi, il che provoca delle conseguenze determinanti per l’intreccio, ma tale decisione, seppur motivata (mi pare che il pretesto fosse proprio la strage di Avola), non è giustificata, perché non sofferta.

Sulla bagarre politica (con la p minuscola) che ha interessato il film, non spendo molte parole; mi limito a raccontare solo, a chi non conoscesse i fatti, che una giornalista straniera (mi pare spagnola), nell’introduzione alla sua domanda al regista, nel corso della conferenza stampa, ha fatto riferimento al fatto che Placido, che non ha mai nascosto il suo orientamento politico, faccia film con la casa di produzione della famiglia Berlusconi (Medusa). Placido ha prima espresso, con parole semplici ed efficaci, che l’alternativa sarebbe il nulla (letteralmente: “E se non lo faccio con Berlusconi con chi cazzo lo devo fare?”), poi ha degenerato alludendo alla nazionalità della giornalista. Fatto sta che Brunetta, il giorno dopo, si rallegra che il “placido cinema italiano” (ma leggasi anche il rosso cinema italiano), sta per morire di asfissia per colpa dei tagli decisi dal ministro Bondi. Potrei andare avanti nel riportare la risposta di Placido e la solidarietà di Bondi, ma mi arrendo alla constatazione che nel ’68 Il Grande Sogno era quello di una società migliore, oggi è già tanto sognare una società normale.