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Una proposta molesta / Gli Oscar 2021

Oscar per il miglior film, miglior regia e migliore attrice protagonista al bellissimo “Nomadland”, la storia di una sessantenne che gira tutto il Paese col suo furgone. Probabilmente perché non lo sa parcheggiare.

Miglior sceneggiatura originale a “Una donna promettente”. Stupendo thriller: una cinica trentenne si finge ubriaca per rinfacciare agli altri le proprie mostruosità. Un po’ come me, a parte la faccenda del rinfacciare agli altri e il fatto che io non fingo.

Miglior fotografia e scenografia a “Mank”: un interminabile film in bianco e nero che parla di Grande Depressione. No, non è una diretta streaming del PD.

Miglior film straniero al danese “Un altro giro”. Pellicola molto originale di Vitenberg, che racconta di alcuni integerrimi insegnanti che decidono all’improvviso di lavorare solo da ubriachi. Una storia che voleva essere grottesco-surreale ma che la DAD ha reso neorealista.

Miglior montaggio e miglior sonoro a “Sound of metal”, il toccante dramma di un batterista noise che perde l’udito. Insomma, un film sul karma.

Migliori effetti speciali a “Tenet”. otatnocs oimerP

“Pinocchio” non ha vinto nulla, ma lui dice il contrario.

Lettera aperta alla HBO

Cara Home Box Office, i vostri prodotti audiovisivi incontrano piacevolmente i miei gusti, ma diciamocelo chiaramente; non tutte quello che producete è all’altezza del vostro potenziale. Questa non è una lettera di reclamo, è una proposta per migliorare il vostro lavoro; di seguito ci sono un po’ di idee del cazzo che potete liberamente usare, in maniera tale da impegnare le vostre menti migliori sui progetti di punta:

Genere sit-com per adulti (questa sarebbe fica girarla in Italia, in Brianza, o nel Nord-Est, in quest’ultimo caso si potrebbe citare il capolavoro “Signore e Signori” di Pietro Germi, ma voi che cazzo ne sapete…): Una tipa è a capo di una fabbrica di profilati plastici in una piccola comunità ricca e provinciale. La fabbrica va male e il marito della tipa è scappato all’improvviso, probabilmente a Cuba, lasciandola da sola con i debiti e due figli maschi. Quando sta per scrivere un comunicato aziendale sul pc di casa, per informare i dipendenti dell’inevitabile chiusura, si imbatte nel materiale porno che il figlio più grande ha visionato su quel pc. Arrossisce, anche se è da sola, e comincia a cancellare le pagine dalla cronologia del browser, ma mentre lo fa la sua vista viene attratta da alcuni oggetti, oggetti colorati che bellissime ragazze si passano sorridenti. L’illuminazione: la sua fabbrica produrrà sex toys. La riconversione andrà alla grande, ma la tipa dovrà fare quotidianamente i conti con l’ipocrisia, il moralismo, ma anche l’avidità della sua comunità.

Genere noir stupefacente (filone che nascerà dopo Breaking Bad, fidatevi): C’è un tizio sui trentanni, un biochimico, uno che nonostante l’età adulta e i titoli accademici viene frequentemente appellato come “ragazzo”, uno perbene, uno che ha sboccato il sangue sui libri tutta la vita, impacciato con le donne, simpatico a tutti, anche se nessuno lo conosce davvero. Svolge un’attività di ricerca su una pianta misteriosa, la salvia divinorum, pianta resa recentemente illegale in molti Stati per via delle sue proprietà stupefacenti, e proprio sul suo principio psicoattivo, il salvinorin-A, il tizio incentra la sua ricerca. Poi un giorno gli comunicano che il dipartimento per cui lavora non ha più i fondi per finanziare il progetto. Il tizio rimane senza lavoro, e in città avvengono dei misteriosi casi di delirio, un delirio molto simile a quello indotto dal salvinorin-A, gli episodi diventano sempre più frequenti e le autorità aprono le indagini; inizialmente si indaga sul tizio, ma egli riesce a dimostrare la sua innocenza, allora viene assunto come consulente, in quanto nessuno conosce meglio di lui gli effetti della pianta. La pista del folle trova riscontro, l’avvelenatore seriale comincia a rivendicare i suoi “scherzi”, firmandosi come “l’untore”; l’avvelenamento di un acquedotto, la nebulizzazione dell’allucinogeno nell’impianto di areazione di un centro commerciale, la contaminazione di derrate alimentari, ha anche individuato una molecola che in sinergia col Salvinorin-A ne allunga gli effetti nel tempo. Le conseguenze degli scherzi sono spesso drammatiche, con incidenti mortali e traumi irreversibili, ma si registrano anche casi più difficilmente classificabili, come persone che cambiano stile di vita e che si riferiscono all’attentato parlando di rivelazione. Si sviluppa anche una sorta di strano turismo in città, con gente che vi si reca sperando di capitare nei piani dell’untore. Alla fine il tizio giungerà all’identità dell’untore, che altri non è che il suo alter ego schizoide, slatentizzato dall’assunzione involontaria e duratura di piccolissime quantità di salvinorin.

Idee sparse per serial killer che tornano sempre utili: un testimone di geova che di notte ammazza chi la domenica mattina al citofono lo manda a fanculo. Un autore televisivo frustrato che rapisce i dirigenti di rete, gli legge tutto Pasolini e poi li accoltella. Poi, serial killer degli autisti di autobus che arrivano in ritardo, di blogger che copiano i post altrui senza citare la fonte, di quelli che dicono “apericena”.

Considerazioni a margine di un’affermazione di Marco Giusti su cinema horror, politica e calcio

Quello di seguito è un post semi-serio, non se la prendano gli eventuali lettori che, loro malgrado, sono affetti dalla malattia accennata nel finale.

“il vampiro è borghese e pariolino, lo zombi è proletario e romanista” citazione di Marco Giusti da una puntata di Stracult.

Al di là (in questo caso ci stava anche scriverlo senza spazi) della tassonomia immaginifica della singola creatura, è innegabile che dietro la cinematografia dei morti viventi vi sia una sensibilità marxista o da essa derivata, perché incentrata su una particolare lotta di classe (viventi vs non-morti);  il topos cinematograficamente inventato da Romero e ripreso dalla tradizione voodoo, è spesso usato come metafora della società consumistica, e nello specifico dell’atteggiamento dei consumatori. Probabilmente nel background di genere oltre a Marx trova un posto anche Marcuse. La letteratura vampiresca è senz’altro più individualistica, è difficile non pensare al super-uomo di Nitzsche, ma non trovo sia di per sé politicamente caratterizzata; può essere di destra o di sinistra, a seconda, ad esempio, che il vampiro sia eroe o anti-eroe, di certo non sbaglia il Giusti a definirlo borghese, almeno nella sua accezione classica (accezione di vampiro intendo, non di borghese), infatti il vampiro è spesso ricco, ma il suo benessere fisico implica un rapporto parassitario sul resto della società, i vampiri sono coloro che vivono di rendita finanziaria, a scapito di chi vive di reddito da lavoro, e i secondi accusano metaforicamente i primi (a ragione) di succhiargli il sangue. Tramontato da tempo il topos di Frankenstein; la chimica del romanzo di Mary Shelley consta nella reazione fra ardore scientifico e paura verso la manipolazione scientifica della vita, tema attualissimo alla luce della bioingegneria e delle frizioni morali ad essa legate, eppure il mito di Frankentein è stato divorato anzitempo, probabilmente a causa del talento comico di Mel Brooks che ha partorito la nota parodia dopo la quale nessuno ha avuto più il coraggio di sfruttare il romanzo, e il relativo immaginario, non in chiave comica (fa eccezione il solo “Frankenstein di Mary Shelley” di  Kenneth Branagh, che tuttavia già nel titolo ricorda l’autrice originale, forse per far recapitare a lei eventuali perplessità sul soggetto), quindi il chiedersi da che parte si porrebbe politicamente oggi il genere frankensteniano è argomento più da cultori del modernariato letterario che da amanti della settima arte, è innegabile però che le tensioni del romanzo di Shelley rivivano oggi in un filone nato da una costola del cinema zombi, ovvero quello dei contagiati, non contagiati da un vagente già presente in natura, ma da un germe, da un virus o da una tossina creati dall’uomo, alla “28 giorni dopo” di Danny Boyle per capirci. Per finire e tornando alla frase di Marco Giusti, non saprei connotare calcisticamente i generi finora descritti, non me la sentirei di associare il romanismo al genere zombi, ma una cosa la posso affermare tranquillamente: Lazio merda!

Di sguardi e memoria

Non so se avete mai visto il film “Il giocattolo” (1979) di Giuliano Montaldo, io l’ho visto di recente, e sono rimasto colpito da una scelta di sceneggiatura che qualche maestrino della materia potrebbe definire addirittura un errore. Il protagonista Vittorio Barletta, interpretato da Nino Manfredi, e sua moglie Ada (Marlène Jobet), invitano a pranzo Sauro (Vittorio Mezzogiorno), un poliziotto che Manfredi ha conosciuto in palestra e con cui condivide la passione per i film western. Durante il pranzo Sauro e Ada si lanciano degli sguardi, sguardi languidi e imbarazzati, e Vittorio se ne accorge, rimanendo per un attimo interdetto. La nostra abitudine filmica ci porterebbe a pensare che quel pranzo preannunci un tradimento (in gergo si parla di metonimia, che oltre ad essere una figura retorica è anche una tecnica narrativa), una liaison, e invece no, quel tango di sguardi non si rivelerà utile nemmeno per tratteggiare aspetti caratteriali dei personaggi, aspetti determinanti per il resto della storia, tipo la gelosia di Vittorio o la debolezza di Sauro verso le donne degli amici. No. In quel pranzo succederà qualcosa che segnerà irrimediabilmente la storia a seguire*, ma quell’embrione di triangolo amoroso ne sarà estraneo e rimarrà confinato per sempre tra il primo e il dessert di quel pranzo. Ecco, un maestrino dicevo, un maestrino definirebbe quella scena inutile e sbagliata; il mondo filmico che abbiamo creato è un mondo estremamente meccanicistico, dove ogni elemento è un ingranaggio atto al movimento della macchina filmica, spesso l’ingranaggio non funziona, è rumoroso, fa vibrare la macchina fino a mandarla in pezzi, ma il solo fatto di essere congruente con il flusso degli eventi ne giustifica la presenza, e raramente vi è spazio per le false piste, o quelle che nei romanzi gialli vengono chiamate “aringhe rosse”, insomma in un film “canonico” ogni sviluppo della trama deve essere anticipato da altri elementi. È qui che a mio parere la scrittura cinematografica perde con la letteratura vera e propria la sfida sul realismo. La vita vera è piena di storie abortite, presunti segni che non segnalavano niente, falsi allarmi, noiosi vicoli ciechi o inaspettati cambiamenti di trama, e un romanzo, anche per l’esigenza di riempire uno “spazio” narrativo più ampio rispetto a un film, spesso non lesina raccontare le digressioni e i ripensamenti del destino. Ciò nonostante, seppur meno realistica, la scrittura filmica è più naturale di quella letteraria, in che senso? Provate a pensare ad un’avventura che avete avuto nella vostra vita. Ora raccontatela. Fatto? Bene, son sicuro che nello stesso periodo vi sarà successa almeno un’altra cosa degna di essere raccontata; prendetevi un po’ di tempo per pensarci, per raccogliere i ricordi, e quando siete pronti raccontate anche questa. Ora confrontate le due storie; se nella prima la vostra preoccupazione principale era il lavoro, nella seconda potreste scoprire che il vostro cruccio era un altro, tipo un problema di salute o una bega sentimentale, se nella prima storia il vostro amico Mario era sempre presente fino a ritagliarsi il ruolo di coprotagonista, nella seconda potrebbe essere meno di una comparsa, e vostra madre apparire come la figura preminente per voi in quel periodo, eppure siete sempre voi, ed è sempre lo stesso periodo. La realtà ci sottopone a un bombardamento di informazioni che non possiamo memorizzare in toto, non nella memoria direttamente consultabile almeno, quella più “vicina” alla coscienza, per questo la nostra mente opera una sintesi, in questa sintesi non vi è spazio per ciò che non è funzionale, ai dettagli apparentemente inutili, nel momento in cui cerchiamo di ricordare qualcosa la nostra mente diventa uno sceneggiatore, e taglia tutto ciò che ritiene superfluo alla storia raccontata. Insomma, se siete in autobus, in aeroporto, al supermercato, e vi scoprite a scambiarvi uno sguardo malizioso e intenso con un perfetto sconosciuto/a, anche se sapete che non rivedrete più quella persona, non cancellate dalla mente quel particolare, quell’immagine, potreste utilizzarla se farete un film, e magari far riflettere qualcuno sull’umana percezione della realtà.

* Una vera e propria “pistola di Cechov”

Tutti i santi giorni

Guardando Tutti i santi giorni di Paolo Virzì ho realizzato quanto il regista livornese sia profondamente italiano. Usando questo aggettivo non intendo indicare una determinata cifra, l’inclinazione a determinati stilemi o a particolari poetiche; quando dico che Virzì è profondamente italiano intendo che ha una maestria non comune nel descrivere l’ethos del popolo italiano, in tutte le sue declinazioni regionali e metropolitane. Che Virzì ci sappia fare non solo con la Toscana e col toscano lo ha dimostrato con diverse pellicole successive al duemila, come My name is Tanino, Caterina va in città e Tutta la vita davanti, in queste storie i protagonisti decidono, o sono costretti dagli eventi, a “migrare”, a trovarsi in un altrove che parla con un accento diverso o addirittura un’altra lingua, e ciò non serve a creare gag à la noiovolevamsavuà, ma a dare corpo fonetico alla solitudine dei personaggi. “Ora mio fratello passa le giornate in via Garibaldi con i suoi amici africani, nessuno sa in che lingua si parlano, ma forse mio fratello non è mai stato malato, era semplicemente straniero”, questa battuta (trascritta a memoria quindi sicuramente imprecisa) tratta da Ovosodo, descrive meglio di qualsiasi analisi la sensibilità di Virzì sull’argomento. Anche Guido e Antonia, protagonisti de Tutti i santi giorni, non sono esenti da questo destino. Il soggetto, tratto dal romanzo La Generazione di Simone Lenzi, cosceneggiatore insieme al solito Francesco Bruni e allo stesso Virzì, è un ritratto di coppia; buona parte del film, come si evince dal trailer, è la lettura in chiave comica delle vicissitudini cliniche della coppia nel tentativo di avere un figlio, un luogo narrativo abbastanza frequentato (mi pare di ricordare, ad esempio, un episodio per la regia di Cesena con Aldo Giovanni e Giacomo e un altro episodio in un film di Giovanni Veronesi), ma lo slittamento dalla risata alla lacrima che Virzì padroneggia come se non avesse fatto altro nella vita, stacca la pellicola dal gruppone dei film da spermiogramma e lo porta vicino ai picchi della comprensione e compassione dell’animo umano raggiunti da La prima cosa bella.

Pietà

Il cinema sudcoreano è ormai una certezza per i cinefili di tutto il mondo, ma non solo, dagli studi di Seoul spesso vengono fuori pellicole di genere indirizzate a chi non necessariamente ha un palato fine. Sull’abecedario del cinema, quello sudcoreano lo troveremmo alla lettera V; vengeance and violence, vendetta e violenza. È curioso come il tema della vendetta abbia imperniato tanto il cinema coreano, si pensi alla trilogia di Park Chan-Wook (Mr Vendetta, Old Boy, Lady Vendetta), all’efferato I Saw the Devil di Kim Ji-Woon o a La Samaritana dello stesso Kim Ki-duk, per citare quelli di maggiore successo e risonanza nelle nostre sale. Penso che questa caratterizzazione di una cinematografia nazionale attorno allo stesso tema sia abbastanza peculiare, escludendo il cinema di propaganda penso che solo il tema del sogno americano, del successo, ebbe una tale pervasività nella sua cinematografia di riferimento, ma in quel caso era funzionale alla struttura culturale della società in cui nasceva, mentre la vendetta dei film sudcoreani è spesso disfunzionale, si pensi alla critica verso il sistema giudiziario (ad esempio in Lady Vendetta), forse la parentela più stretta, a sorpresa, la vendetta di celluloide coreana la trova nella pietas del neorealismo italiano (anch’essa culturalmente disfunzionale), quindi non sorprenda che l’ultimo film di Kim Ki-Duk, vincitore del leone d’oro 2012, si intitoli appunto Pietà.

Pietà rientra a pieno titolo nel filone della doppia V sopra descritto. Un riscotitore dell’usura sottopone dei poveri artigiani in crisi a delle torture fisiche e psicologiche, che, metto in guardia, molti potrebbero ritenere insopportabili, a tale attività, inevitabilmente, è collegato il congegno ad orologeria della vendetta. Seppure ciò che attiene strettamente le due V sia notevole e ben girato, il telaio che le tiene insieme è apparso a chi vi scrive, assai fragile, a partire dall’evoluzione psicologica del protagonista, troppo repentina e patetica, passando al comportamento delle vittime (inverosimilmente sottomesso), fino ad arrivare ad alcuni dialoghi che, mi spiace scriverlo, definirei quasi dilettantistici; mi riferisco in particolare al primo dialogo del film, un dialogo che nella vita vera non sarebbe mai avvenuto, perché ciò che si dicono i personaggi evidentemente già lo conoscono perfettamente, ma il dialogo avviene comunque a favore di pubblico, per comunicare una premessa che altrimenti sarebbe stata più complessa da veicolare.

Ciò nonostante, con i suoi limiti, Pietà rimane un bel pugno nello stomaco, ma, per quanto mi riguarda, Kim Ki-Duk è ancora molto lontano dalla perfezione espressa da Park Chan-Wook, suo conterraneo e quasi coetaneo collega.

Morale ’70

Ultimamente mi sto dedicando a una mia fissazione; il cinema italiano anni settanta. Quello in questione è spesso considerato il decennio d’oro per molte arti, la cosa dovrebbe essere dovuta al fermento culturale di quegli anni, e i film, oltre ad essere conseguenze di quel fermento, ne erano anche fattori catalizzanti, concause. Non penso che gli autori di oggi siano meno ispirati o creativi di quelli dell’epoca, ma più frustrati, loro malgrado, sì: è l’industria cinematografica ad essere cambiata, non la sensibilità degli autori, la disponibilità di argento, in senso di pecunia, che ha determinato la scarsità del relativo nitrato (il nitrato d’argento era una delle componenti principali della pellicola, nda) e non la brillantezza delle idee. Propongo una breve selezione di film di quegli anni, buttata giù d’istinto ma un minimo ragionata, non sono i film più popolari, anzi alcuni non lo sono affatto, ma andrebbero visti (o rivisti), talvolta per rendere omaggio a opere che non hanno avuto il successo che avrebbero meritato, altre per riflettere su tematiche che penetrano immutate i decenni, in particolare il filo che unisce tutti questi titoli è la moralità in tutte le sue declinazioni; dal dilemma dell’irreprensibile giudice istruttore Bonifazi nel finale de In nome del popolo italiano, al familismo amorale di Giovanni Vivaldi nel Un borghese piccolo piccolo, dalla morale cattolica impartita al piccolo Benedetto Parisi in Per grazia ricevuta, alla immoralità assoluta del Sodoma di Pasolini.

1970: Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, di Elio Petri; Per grazia ricevuta, di Nino Manfredi; Lettera aperta a un giornale della sera, di Citto Maselli

1971: La classe operaia va in paradiso, di Elio Petri; In nome del popolo italiano, di Dino Risi; Detenuto in attesa di giudizio, di Nanni Loy

1972: Sbatti il mostro in prima pagina, di Marco Bellocchio; Lo scopone scientifico, di Luigi Comencini; Alfredo, Alfredo, di Pietro Germi; Lo chiameremo Andrea, di Vittorio De Sica; Diario di un maestro, di Vittorio De Seta

1973: La grande Abbuffata, di Marco Ferreri;

1974: Romanzo popolare, di Mario Monicelli; Le farò da padre, di Alberto Lattuada; Finché c’è guerra c’è speranza, di Alberto Sordi

1975: Salò o le 120 giornate di Sodoma, di Pier Paolo Pasolini;

1976: Todo Modo, di Elio Petri; Brutti sporchi e cattivi, di Ettore Scola; Oh! Serafina, di Alberto Lattuada; Signore e signori, buonanotte, autori vari; Quelle strane occasioni, autori vari

1977: Un borghese piccolo piccolo, di Mario Monicelli; Casotto, di Sergio Citti;

1978: Ciao Maschio, Marco Ferreri

1979: L’ingorgo, di Luigi Comencini; Chiedo asilo, di Marco Ferreri

Ovviamente qualsiasi suggerimento è ben accetto

Terraferma

Dopo nove anni Crialese torna a girare alle Pelagie, e se Respiro era ambientato negli anni sessanta, Terraferma è fresco di giornata, come il pesce che Ernesto (Mimmo Cuticchio) e suo nipote Filippo (Filippo Pucillo, presenza costante nei film del regista) tirano su sempre meno, fino a cedere alle insistenze di Giulietta (Donatella Finocchiaro) e di Nino (Beppe Fiorello), di convertirsi al turismo, un fiore delicatissimo che sboccia per solo due mesi all’anno e che appassisce alla sola ombra della parola clandestino.

Divoro cinema da una vita, ed ho la presunzione di riconoscere il talento quando lo vedo, ma ammetto che con Crialese non ci avevo proprio capito un cazzo. Quando vidi Respiro attribuii il fascino della pellicola, riconosciuto da pubblico e critica, esclusivamente alle incantevoli scenografie naturali di Lampedusa, ma poi venne Nuovomondo, e mi accorsi della mia incredibile cantonata. La parola chiave, a mio giudizio, per interpretare l’opera di Emanuele Crialese, è “contrasto”. E se in Nuovomondo il contrasto era tra la visione di Salvatore, un uomo che per trent’anni non aveva parlato altro che il suo dialetto e che non aveva visto altro che la sua terra, e quella di Lucy, raffinata e colta donna inglese, tra il mondo magico-arcaico dei protagonisti con quello pragmatico e disincantato della terra americana, tra la vita sperata e la vita disperata, in questo ultimo lavoro, del purtroppo poco prolifico Crialese, Il contrasto è tra l’antico e nobile codice del mare che non permette a nessuno di lasciare nessun’altro alla mercé delle onde, con la meno nobile legislazione recente, che definisce quell’aiuto favoreggiamento d’immigrazione clandestina, il contrasto tra vecchie e nuove generazioni, il contrasto tra le braccia sollevate per chiedere aiuto di alcuni disperati a bordo di un gommone, con le braccia sollevate e mosse a tempo di Maracaibo su un barcone pieno di turisti. Ma il contrasto (rispettato anche nella fotografia) non genera attrito, ma una nuova forma di energia, sconosciuta ai protagonisti dell’universo narrativo di Crialese, e che si avvicina assai al concetto di libertà, una libertà che poco ha che vedere con quella agognata dal detenuto, perché la catene e le grate che rompe non sono fuori dal corpo del liberato.

La pecora nera

Ricordo che in un’intervista Celestini raccontò la genesi della propria poetica; era in sardegna, intervistava un ex minatore per la sua tesi di laurea in antropologia, e il vecchietto parlava e parlava, non si fermava mai, e non solo della miniera, di qualsiasi cosa, parlava e raccontava, ma comunque sempre di cose del passato, la moglie era lì e stava zitta, l’ex minatore a un certo punto disse a Celestini: “Scusi mia moglie eh… ma è malata e non si ricorda niente”. Quel minatore si era fatto carico della sua memoria e di quella della moglie, ricordava per lui e per lei. Ascanio Celestini capì che avrebbe voluto fare qualcosa del genere, teatro e letteratura della memoria, avrebbe ricordato per lui e per tutti quelli che non ricordavano più. Ora nel raccontare tutto questo potrò esser stato impreciso, ma considerando la materia, la cosa mi sarà perdonata, presupposto della metodologia di Celestini (e di tutti coloro che si basano sul racconto orale, e per gli esponenti del “teatro di narrazione”) è che una cosa “inventata” comunque fa parte del reale, perché essa esiste nella mente di chi l’ha inventata. Attraverso la stessa lente bisogna guardare la “Pecora Nera”, primo lungometraggio di fiction dell‘attautore romano. Il film è tratto da uno stupendo libro dello stesso Celestini e da relativo monologo teatrale, nati da uno studio sul passato “elettrico” della psichiatria italiana e sull’istituto manicomiale. Il film è decisamente fedele al libro, fino a ripetere, attraverso la voce off di Celestini (che interpreta il ruolo di Nicola), interi paragrafi del romanzo breve. Quello che non viene riprodotto però, è il ritmo della trasposizione teatrale; chi conosce Celestini sa che le sue narrazioni viaggiano come un treno sui binari della sua voce, e la cosa è croce e delizia di chi lo ammira, il film invece ha delle atmosfere più rarefatte, e soprattutto in alcuni punti il viaggio cinematografico rallenta fino quasi a fermarsi, per poi riprendere subito dopo a velocità di crociera. A godere della dimensione filmica, rispetto alla pagina, sono i personaggi della Nonna, Barbara Valmorin, di Marinella da grande, Maya Sansa, e l’altro Nicola, un soprendente Giorgio Tirabassi. “La pecora nera” è un film impegnativo senza essere elitario, è una lezione universitaria a cui può accedere anche chi non ha la licenza elementare.

Fantastic Mr. Fox e la recensione che non scriverò

Un po’ di tempo fa mi è capitato di vedere un bel film dal titolo “Il calamaro e la balena”, di tale Noah Baumbach, un film che a prima vista sembrava far parte di quell’odioso cinema “famigliare”, fatto solo di padri contro figli contro madri contro mariti contro figli ect…, ma che poi ha rivelato una profondità nell’analisi psicologica davvero rara, con una trovata narrativa (richiamata nel titolo) che mi ha ricordato quella piacevole inquietudine provata leggendo certe pagine di “The catcher in the rye” (“Il giovane Holden” ed. it.) di J. D. Salinger. Mi sono documentato sul regista/sceneggiatore scoprendo che è un collaboratore di Wes Anderson (“I Tenenbaum”, “Le avventure acquatiche di Steve Zissou”, “Il treno per Dajeeling”), autore di cui, a dire la verità, non vado matto. A leggere le loro collaborazioni mi salta all’occhio un titolo “Fantastic Mr. Fox”, un film d’animazione in “stop-motion” (altrimenti detto in “passo uno”), di cui mi aveva colpito il trailer (lasciate perdere il trailer ufficiale che fa schifo), soprattutto per l’impatto visivo, un finto “grezzo” in realtà curatissimo nei particolari, che scopro ora, leggendo qua e là su internet, non ha riscosso un’unanime approvazione, neanche fra chi ha poi apprezzato il film in generale. Il plot è costruito su un breve racconto dello scrittore (non solo per bambini) Roald Dahl, già autore de “La Fabbrica di cioccolato”, da cui sono stati tratti un primo film nel 1971 e il remake di Tim Burton nel 2005. I film di fantascienza e quelli di animazioni sono due universi per me parecchio affascinanti, almeno in via teorica, per le enormi potenzialità narrative, per la possibilità di reinventare realtà e ambienti, in pratica meno, non sapevo indicare nemmeno un film di fantascienza o uno di animazione che mi avesse fatto letteralmente godere. Poi ho visto “Fantastic Mr Fox”, e la pratica “animazione” è sbrigata. Non mi metterò a scrivere una recensione, semplicemente perché sul web ce ne sono di accuratissime, nonostante il film sia stato in sala pochissimo, ma soprattutto vedo con piacere che in molti hanno sottolineato la bellissima scena del lupo, una scena che non ho paura di definire come una delle più poetiche e misteriose che abbia visto negli ultimi anni, e che ha lo stesso odore di quella scena finale de “Il calamaro e la balena” (che con “Fantastic Mr. Fox” ha molte tematiche in comune), in particolare segnalo questo articolo da gli Spietati.it, che al film e alla scena dedicano una lunga analisi degna di una tesi di laurea. Se avete un figlio piccolo, un nipote, la prole di un amico/a a cui ogni tanto date un occhio, fatevi fare un regalo: con la scusa del marmocchio mettete su il dvd di “Fantastic Mr Fox”.

P.s. ho visto la versione in lingua originale con sottotitoli in italiano, non rispondo di eventuali zozzerie fatte in sede di doppiaggio…

Redacted

Le guerre riempiono i libri di Storia. Ma c’è qualcosa che la cronologia delle battaglie, le cronache militari, i resoconti politici, non restituiscono; quello è il compito della narrazione. Ogni guerra genera una produzione letteraria, e quindi cinematografica. Eppure le espressioni “storia di guerra” e “film di guerra” non evocano le stesse immagini: un storia di guerra può essere una racconto di miseria, di borsa nera, di radiogiornali, di rifugi antibombardamento, di giovani che si ostinano a innamorarsi nonostante il presente nero, mentre il film di guerra è sempre militare, o almeno è quello che ci si attende dall’etichetta. In passato, il film militare, è stato il film di genere per eccellenza, puro intrattenimento, e specie per Hollywood è stato il pulpito perfetto per impartire quel mito patriottistico tanto caro ai repubblicani. Poi qualcosa è cambiato, innanzitutto fuori dalla sala cinematografica; c’è stata la guerra in Vietnam, la contestazione, la rivoluzione culturale, e anche il film militare si è ribellato, con i Viet-Movies nasce un filone di film di guerra “contro natura”, la battaglia diventa non più il luogo dell’eroismo, ma della miseria umana, lo sprezzo del pericolo lascia il posto all’orrore della violenza, l’amor di patria all’incubo della morte. Uno dei protagonisti di quella stagione, Brian de Palma (“Ciao America!” 1968, e poi sempre sul Vietnam “Vittime di Guerra”, 1989), è tornato in divisa tre anni fa per “Redacted”, ambientato nel Vietnam moderno, ovvero l’Iraq, con riferimenti al vicino Afganistan. Il pretesto narrativo all’inizio del film, appare a chi vi scrive -scusate il gioco di parole- un po’ troppo pretestuoso: il soldato Salazar decide di filmare la sua vita e quella dei commilitoni, per poter accedere, a missione finita, alla scuola di cinema. Ma non è quello di Salazar l’unico “meta-obbiettivo”, alcune sequenze sono, nella finzione del film, catturate dalle telecamere di sicurezza della base militare, altre scene sono spezzoni di telegiornale della fantomatica Atv, e ancora ci sono videochat e un sito simile a Youtube. Le transizioni* sono pacchiane e spixelate, per richiamare i montaggi amatoriali. Non è una scelta casuale questa di De Palma, ma non tutto il film è sottoposto a tale artificio; nella prima parte c’è una lunga sequenza in cui vengono mostrate le regole di ingaggio di un posto di blocco americano. Dopo aver tratteggiato la noia del deserto iracheno, e dopo aver annusato l’odore della paura, la sceneggiatura di De Palma si concentra su una tragedia, un delitto ispirato a un fatto realmente accaduto: “Ho letto un episodio della guerra in Iraq in cui i membri di un plotone dell’esercito USA erano stati accusati di aver stuprato una ragazza di 14 anni e di aver massacrato la sua famiglia, sparando in faccia alla vittima e dando fuoco al suo corpo. Com’era possibile che questi ragazzi si fossero spinti tanto in là? Cercando le risposte a questa domanda, ho letto blog di soldati e libri. Ho guardato i video di guerra artigianali realizzati dai militari, ho navigato nei loro siti e ho esaminato i loro post su YouTube. Era tutto a disposizione e tutto su video“.
In questa dichiarazione dell’autore si ritrova la genesi di quella particolare regia a cui sopra si è accennato, e che è valsa a De Palma il riconoscimento alla 64a Mostra di Venezia. “Redacted” è un film di raro coraggio creativo e la cui importanza artistica e storica sarà chiara solo alle future generazioni, quelle che apprenderanno il conflitto iracheno come la mia generazione ha appreso la guerra in Vietnam, ovvero attraverso la settima arte.

* Per i non avvezzi allo slang da filmaker: con “transizione” si indica l’effetto che può accompagnare lo stacco da un’inquadratura all’altra, spesso viene posta alla fine di una scena per suggerirne la chiusura e l’indipendenza rispetto alla scena successiva. La transizione più comune è la dissolvenza in nero.

Capitalism: a love story

“Capitalism: a love story” non è il film più importante di Moore dal punto di vista formale, ma forse lo è a livello sostanziale; in un unico pamphlet audiovisivo, Michael Moore può fotografare la madre di quelle ingiustizie affrontate nei documentari precedenti, come il mercato della violenza di “Bowling for Colombine” e l’iniquo sistema sanitario a stelle e strisce di “Sicko”, tale mostro si manifesta nella cultura del profitto, della prepotenza del forte sul debole, del ricco sul povero, in una parola: il capitalismo. L’occasione di guardare in faccia il peccato originale la dà la crisi di Wall Street degli ultimi mesi, improvvisamente il capitalismo non appare più il migliore dei mondi possibili, e addirittura un terzo degli americani prova improvvisamente simpatia per quello che un tempo, nella terra dei Canyon, era una bestemmia, la più terribile: socialismo. Ma Moore era pronto al suo definitivo viaggio al centro della Terra? Per me no. Se la sua verve appare intatta, meno informa mi sembra la sua visione d’insieme, la capacità di associare elementi apparentemente distanti tra loro, abilità che si palesa in maniera cristallina solo nell’assurdo racconto del giudice Mark Ciavarella e dell’istituto di detenzione minorile (privato) PA Child Care. Forse troppo materiale per due ore di documetario, e almeno una (inspiegabile) forzatura retorica, quella in cui l’autore sostiene che gli americani in Italia (ma anche in Germania e Giappone), avessero scritto la Costituzione nel ’47*, argomento usato per mostrare il paradosso per cui all’estero venivano concessi dei diritti che in madrepatria non venivano neanche presi in considerazione.
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*Se si accetta l’ipotesi che la Democrazia Cristiana fosse fortemente influenzata dagli Usa, c’è da considerare che quasi il 40% dell’Assemblea Costituente era rappresentato dall’asse comunista-socialista, la cui manovrabilità da parte della Oss/Cia era alquanto improbabile, mentre l’intervento dei servizi segreti per pilotare le prime elezioni politiche (1948) è ormai un dato storicamente acquisito.

Bava e affinità elettive

Mario Bava è l’impersonificazione cinematografica dell’antico adagio nemo propheta in patria; quando Tim Burton, in un’intervista italiana, confessò l’influenza esercitata su di lui dal regista sanremese, rimase di stucco davanti allo sguardo interrogativo dei giornalisti nostrani che non avevano la minima idea di chi fosse Mario Bava. Ma lo sapeva Scrorsese, che lo adorava, e lo sapeva Ridley Scott, che da “Terrore nello spazio” trasse ispirazione per “Alien”, lo sapeva David Lynch, che omaggiò l’opera di Bava con delle citazioni in “I segreti di Twin Peaks”. E lo sa Quentin Tarantino, che da Bava (e da Fulci) prende i canoni per la composizione dell’inquadratura e il gusto per la fotografia. Il capolavoro di Bava è unanimamente considerato “Cani arrabbiati”, film del 74 che non uscì nelle sale per il fallimento della casa di produzione (destino comune a molti film, ad esempio ci è andato vicino anche il “My name is Tanino” di Paolo Virzì, dopo i guai giudiziari della Cecchi Gori), uscì per la prima volta in homevideo più di ventanni dopo in Germania, su impegno di Lea Lander che nel film interpretava una parte, poi si diffuse in tutto il mondo, spesso in varie versioni e altri titoli (ben sei diverse edizioni secondo wikipedia), come “Semaforo rosso”, e “Kidnapped” (rapito) in una versione statunitense, rimontata e con scene inedite girate dal figlio di Mario, Lamberto Bava. Ma quando l’opera maledetta di Bava toccò il suolo stelle e strisce, un ragazzo dal cognome italiano e che di quel regista aveva il culto, aveva già girato la sua opera prima con un titolo molto simile, parlo di Quentin Tarantino e de “Le iene”, il cui titolo originale è “Reservoir dogs” (“Cani da rapina” in una riedizione italiana), mentre il titolo inglese della versione da sala del capolavoro di Bava fu “Rabid dogs” (uscito nel 1998, sei anni dopo il film di Tarantino). Ma le affinità non si esauriscono al titolo, infatti entrambe le storie partono dalle conseguenze di una rapina finita male, con tanto di ostaggio, che nel film di Tarantino viene tagliuzzato da un tipo (Mr Blonde) che avrebbe potuto indossare il soprannome destinato a uno dei tre rapinatori di Bava, ovvero “Bisturi”. Ma l’elemento comune più interessante è forse la trovata narrativa del braccaggio, che pur non palesandosi mai fa impazzire i protagonisti fino a metterli gli uni contro gli altri. Background lo chiamano, anche se personalmente preferisco l’immagine di una frequenza radio, e quando uno vi si sintonizza, con una vecchia radiolina a pile o con un potente impianto hi-fi, in mezzo a una campagna desolata o in cima ad un attico metropolitano, accede alle stesse melodie, alle stesse atmosfere, agli stessi mondi.
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Upload delle ore 20: Zac mi segnala che nel pomeriggio di oggi, su Sky Cinema, è andato in onda un documentario intitolato “Italiani senza gloria”, in cui Tarantino parla a lungo di Bava. Ecco, scrivevo di frequenze di fondo e strane sintonie…
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Nota personale: suggestionato dalla somiglianza dei titoli dei film di Tarantino e Bava, cerco su Wiki il titolo del racconto tripartito da me pubblicato su questo blog la settimana scorsa, ovvero “Il mantenuto”. Ne viene fuori l’opera prima come regista di Ugo Tognazzi, film praticamente sconosciuto e di cui è difficile sapere qualcosa. Ma il nome di Tognazzi mi porta alla mente un film da lui interpretato, e diretto da Lattuada, “Venga a prendere il caffè da noi”, tratto dal romanzo di Piero Chiara “La spartizione”. In questo film Tognazzi interpreta un reduce della seconda guerra mondiale che, arrivato a una certa età, decide di accasarsi, la sorte lo porta nelle braccia di tre sorelle, tre donne non più giovanissime barricate nel loro bigottismo di paese. Approfitto per invitare alla riscoperta di un’altro autore che non può, e non deve, essere dimenticato: Alberto Lattuada.

La nostra vita

“Ora devi elaborare il lutto”
“No, quello che devo elaborare ora, sono i sordi”
In questa singola battuta si nasconde il motore degli eventi dell’ultimo film di Daniele Luchetti, che è valso il premio per la miglior interpretazione a Cannes 2010 al protagonistra Elio Germano, ex equo con Javier Bardem. Premiazione che a sua volta è stata il motore per una polemica politica e mediatica: “Dedico questo premio agli italiani che sono migliori della loro classe dirigente”, immediata la replica stizzita del governo e una presunta censura del Tg1; la cosa divertente è che Germano non aveva fatto riferimento diretto ed esclusivo al centro-destra e al governo, a leggere le sue interviste si scopre che l’attore ce l’aveva anche con classi dirigenziali insospettabili, come quella sindacale, ma il ministro Bondi si sentì subito chiamato in causa, quando si dice la coda di paglia…
“La nostra vita” racconta il tentativo di mettersi in proprio di Claudio (Elio Germano), operaio edile rimasto solo con tre figli dopo la morte della moglie (la splendida Isabella Ragonese), ma anche della sua ambizione di arricchirsi, speculando su una tragedia e minacciando un amico. Ma questo non è un film da guardare con la bussola morale in mano; come nella grande tradizione autoriale italiana Luchetti ci porta a fare un giro nell’umanità vera, che nella fattispecie vive e si spezza la schiena nei cantieri della periferia romana, questo non è un film della Warner Bros, qui non ci sono buoni e cattivi, qui c’è la realtà, e sotto questa luce è da valutare la scelta di Luchetti e degli altri due sceneggiatori, Sandro Petraglia e Stefano Rulli, di inserire elementi e snodi narrativi, che alcuni potrebbero ritenere troppo indulgenti, su alcune tematiche scomode, quali la sicurezza sul lavoro (la morte di un custode non a regola), e il razzismo spicciolo (“Lo vuoi svelato un segreto? I negri non servono per fare i tetti, so’ boni per sgobbà, ma non per fare i tetti: hai mai visto un tetto in Africa tu?”). La regia di Luchetti asseconda l’impressione dello spettatore di spiare la realtà dal buco della serratura, come del resto in “Mio fratello è figlio unico” dello stesso regista, tratto da un romanzo (“Il fasciocomunista”) del neo premio Strega Antonio Pennacchi, e in cui ritroviamo la coppia Elio Germano – Luca Zingaretti. Ma la decima fatica di Luchetti non è un film perfetto; nella parte finale sperpera una tensione drammatica che aveva saputo egregiamente costruire fino a quel momento. Ciò nonostante penso che Daniele Luchetti*, per troppo tempo considerato solo il ragazzo di bottega di Nanni Moretti, sia da annoverare come uno dei più bravi autori italiani di cinema in attività, un onesto capomastro, tanto per restare in tema col suo film, come del resto lo ero Bruno Pupparo, a cui è dedicato il film, che personalmente ho avuto la fortuna di conoscere anni fa attraverso amicizie comuni, un saggio capomastro dell’audio, forse il più bravo, di sicuro il più esperto.
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*A pochi minuti dai titoli di coda appare in un cammeo di due secondi: di profilo e con una videocamera in mano.

Good Morning Aman

Aman (Said  Sabrie) è un ragazzo di origine somala che bazzica i dintorni di Termini e sogna di vendere auto. Una notte, su un tetto, conosce Teodoro (Valerio Mastandrea), un insonne come lui, si scambiano poche parole, nasce una strana amicizia, alimentata dai centoni che Teodoro infila nella tasca del giubbino di Aman, e diosolosa quanto Aman ne abbia bisogno. Perché Teodoro lo fa? Cosa vuole da lui?
L’Italia è un paese multietnico, sembra strano ma è così, sono numerose le comunità ormai radicate da tempo nelle nostre città metropolitane (ma non solo; si pensi alla comunità cinese di Prato, probabilmente la più grande e la più importante dello stivale). Il cinema nostrano si è accorto dei migranti soprattutto dopo lo sbarco dei ventimila albanesi a Bari nel 1991, l’immagine della vecchia nave che tracimava corpi si è impressa nell’inconscio di tutti coloro che all’epoca avevano raggiunto l’età della ragione. Ma non ricordo molti film che abbiano esplorato lo stato e le storie dei migranti di seconda generazione, o meglio, degli italiani di nuova generazione. “Good Morning Aman” non ha solo questo merito*, il film dell’esordiente Claudio Noce, che firma lo script insieme all’attore/sceneggiatore Diego Ribon, è un film importante, snobbato dal pubblico e dalla critica che lo ha menzionato solo per l’egregia prova di Valerio Mastandrea (che ha talmente creduto nel film da co-produrlo). Il soggetto è solido e tagliente, la sceneggiatura a tratti presenta qualche opacità, ma ha il merito di essersi spinto in un territorio parzialmente inesplorato. La regia ha personalità da vendere, stupendi i primi piani, mai banali, come la composizione dell’inquadratura. Davvero difficile credere che sia un esordio.
*In realtà Aman non è nato in Italia, ma vi è arrivato da piccolo, molto piccolo, ed è a tutti gli effetti italiano, con tutti i pregi e i difetti del caso.