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Quello che all’asilo non vi hanno mai detto – reprise

Le fiabe rispecchiano, attraverso metafore e allegorie, l’animo umano, e di conseguenza anche la sessualità, che dell’animo umano è parte integrante; Bruno Bettelheim (1903-1990), autorevole psicanalista (che compare nel ruolo di sé stesso in “Zelig” di Woody Allen), nel testo “Il mondo incantato” sosteneva che nelle fiabe dei fratelli Grimm sarebbero raccontati i miti freudiani, e quindi sarebbero sublimati anche i nostri istinti più “bassi”, perché come diceva lo stesso Freud, “Le pulsioni sono i nostri miti”.

Nobilitato da tale premessa, posso dare libero sfogo alla mia goliardia andando ad individuare quelle “particolari inclinazioni” individuabili nelle fiabe più note:

Cenerentola= fin troppo facile, feticismo: il principe è un retifista, un feticista del piede femminile e delle relative calzature. Uno che cerca la sua donna eclusivamente dall’osservazione del piede, nella ricerca del piede perfetto nella scarpa perfetta.

I vestiti nuovi dell’imperatore= esibizionismo. L’imperatore sfila nudo per le vie (pensando di indossare degli abiti speciali) mentre il popolo ne acclama la “naturale eleganza”.

La bella addormentata nel bosco= necrofilia: un principe che bacia quella che sembra una ragazza morta.

Il principe ranocchio= anche qui la soluzione è abbastanza semplice, zoofilia: una ragazza che bacia un rospo (o una rana/ranocchia, a seconda delle traduzioni), in alcune versioni il ranocchio si trasforma in principe dopo aver passato la notte sul cuscino della principessa, ovvero dopo essere stato a letto con la principessa. Jung, però (e per davvero), ne ravvisava la rappresentazione simbolica della perdita della verginità femminile.

Cappuccetto Rosso= travestitismo: il lupo che indossa gli abiti della nonna, e asseconda il gioco di ruolo rispondendo alle domande di Capuccetto Rosso sulle proprie caratteristiche fisiche (“che orecchie grandi che hai…”), inoltre il titolo della favola nonché il soprannome della protagonista sono un riferimento all’abbigliamento/travestimento.

Pinocchio= onanismo: Pinocchio è un burattino, nato da un intenso e solitario lavoro manuale (…) di Mastro Geppetto. C’è un’unica figura femminile nella sua vita, ed è una donna immaginaria (la fata turchina). La storia di Pinocchio è la storia della sua tensione e diventare carnale.

Raperonzolo= Scambismo ed esercizio della libertà sessuale. La cosa merita un approfondimento serio; ricordando solo la trama principale della fiaba non vi trovavo allegorie sessuali, fino a quando non ho letto il testo integrale, leggete questi estratti del prologo: “C’era una volta un uomo e una donna […] Un giorno la donna stava alla finestra e, guardando il giardino vide dei meravigliosi raperonzoli in un’aiuola. Subito ebbe voglia di mangiarne e, siccome sapeva di non poterli avere, divenne magra e smunta a tal punto che il marito se ne accorse […] Così, una sera, scavalcò il muro, colse in tutta fretta una manciata di raperonzoli e li portò a sua moglie. La donna si preparò subito un’insalata e la mangiò con avidità. Ma i raperonzoli le erano piaciuti a tal punto che il giorno dopo la sua voglia si triplicò. L’uomo capì che non si sarebbe chetata, così penetrò ancora una volta nel giardino”. A voler cercare necessariamente un’allusione si potrebbe pensare, con l’ausilio di una certa malizia, che i raperonzoli rappresentino uomini e amanti occasionali, e il marito vestire i panni di uno scambista ante-litteram, ma si tratta di esercizio di fantasia, fin quando il marito non viene beccato dalla maga, proprietaria del giardino in cui crescevano i raperonzoli (una moglie ignara delle avventure del marito?), la donna ascoltate le scuse dell’uomo rispose: “ti permetto di portar via tutti i raperonzoli che desideri, ma a una condizione: mi darai il bambino che tua moglie metterà al mondo”. Il collegamento verbale diretto tra l’uso dei raperonzoli e la nascita di un bambino vivifica l’impressione sopra esposta. Continuando a leggere la fiaba con la stessa chiave di lettura, si apprende una storia di ordinaria chiusura mentale, infatti Raperonzolo, la bambina che poi effettivamente nacque, fu cresciuta dalla maga e rinchiusa in una torre all’età di dodici anni, ovvero quando cominciava a diventare una donna, probabilmente per impedirle di diventare una “scostumata” come la sua vera madre, ma un principe trovò il modo di salire sulla torre aggrappandosi alle lunghe trecce di Raperonzolo; dunque, la tradizione orale e i fratelli Grimm non ci dicono che i due giovani fecero l’amore, altrimenti non starei qui a scrivere di simbologie, ma la cosa diventa alquanto chiara quando la maga, scoperte le visite clandestine che la sua figlia adottiva riceveva, ripudiò la ragazza che guarda un po’, dopo qualche mese partorì due gemelli, da sola e fra gli stenti, immagine tristemente suggestiva pensando alla situazione delle donne in quelle culture che non a caso hanno anche una rigida morale sessuale.

Contro l’appiattimento culturale, adotta un arcaismo (campagna di sensibilizzazione approvata dall’istituto nazionale Nerd)

Quando studiavo non avevo una grande simpatia per Levi-Strauss – l’antropologo, non quello dei pantaloni, ho studiato sociologia, mica jeanseria – , soprattutto riguardo alla centralità della lingua e dei processi linguistici nella Cultura. Poi mi sono, almeno in parte, ricreduto. Avete presente quando state discutendo con qualcuno e a un certo punto non sapete cosa rispondere, e poi soltanto ore dopo vi viene in mente una battuta brillante come un cristallo di berillio e tagliente come un bisturi, ma ormai è troppo tardi per usarla? I francesi a questo “fenomeno” hanno dato un nome, più precisamente un’espressione, “l’esprit de l’escalier”, lo spirito delle scale, perché è la battuta che ti viene sempre quando ormai stai andando via, e sei per le scale -l’equivalente italiano dell’espressione francese è caduto definitivamente in disuso decenni fa-. Ora qualcuno che non conosceva l’espressione, o il francese, o che non ha letto il racconto “Budella” da “Cavie” di Palahniuk*, avrà alzato il mento e pronunciato a mezza bocca un “Aaah…”, è la reazione fisica al fenomeno appena verificatosi; associando un nome a quella che sembrava solo una nostra impressione nebbiosa, si ottiene un frammento di conoscenza condivisa e universale. Ora la mia proposta è questa; scegliete un termine in disuso, adottate un’espressione desueta, sfogliate i dizionari, cercateli su internet, scegliete bene, non fatevi intenerire da un musetto dal suono armonioso, puntate su un significato specifico che colma una lacuna semantica, non scegliete un termine che ha un equivalente nella lingua comunemente parlata e scritta (anche se i sinonimi puri sono rari). Avete scelto? Bene, ora prendete la vostra creatura e piazzatela nei vostri post, nei dialoghi quotidiani, non abbiate paura che il vostro interlocutore non vi capisca, se è davvero interessato a quello che dite si sforzerà di capirne il significato, pompando sangue nello zombie che avete riportato in vita, come il Babau che diventa più forte solo se si ha paura di lui. Non è un atto di restaurazione linguistica, è un piccolo atto rivoluzionario, la liberazione dei prigionieri della massificazione culturale.

Semi-digressione: Una delle polemiche più in voga in ambito linguistico, e a mio giudizio più sterili, riguarda i forestierismi; l’adozione di parole da altre lingue. Uno degli esempi più citati da chi vorrebbe la chiusura delle frontiere verbali è il puntatore da computer, da tutti conosciuto -in Italia e in buona parte del mondo- come “mouse”, mentre i cugini a ovest dei Pirenei lo chiamano “raton”, e i francesi “souris”, termini che indicano nelle relative lingue anche il più comune roditore, come del resto lo stesso termine in inglese. Avete presente i bambini? All’inizio usano poche parole per indicare più elementi del reale, due sillabe appiccicate, come “dada”, possono significare una marea di cose, poi crescendo si apprendono i termini specifici, e il glossario personale cresce di pari passo alla conoscenza del mondo; non vedo per quale motivo debba chiamare il mouse sorcio, topo, ratto, chiavica e via dicendo, quando nella mia lingua c’è un termine -d’accordo preso in prestito da un altro idioma, ma chi se ne frega, è sicuramente meno ridicolo dell’imposizione di un italico termine artificiale- che indica solo e soltanto quella cosa che sta sulla mia scrivania accanto al pc… oh scusate, al calcolatore personale.

Appendice: Ecco qualche prigioniero da liberare (o da salvare dallo stato di libertà vigilata) con la A (e con qualche ricamo personale):

Acqueruggiola: è la pioggia fitta e fine, innocua ma insistente. Acuzie: è l’apice di una malattia, il momento più critico. Afrore: la puzza di sudore, o comunque pungenti odori corporei. Allappante: dal gusto astringente, che dà sensazione di ruvidezza. Allure: portamento signorile. Ammazzasette: delinquente più sbruffone e millantatore, che pericoloso. Anartrico: a volte usato come sinonimo di muto, in realtà indica più specificamente l’incapacità di articolare i suoni fra di loro. Aprico: di un luogo aperto, soleggiato e panoramico. Atout: termine francese mutuato dal bridge e da altri giochi di carte, può indicare metaforicamente una “carta vincente”. Atrabile: nella medicina antica era considerato il fluido responsabile della malinconia e dell’ipocondria, più che sinonimo di malinconico e ipocondriaco, che alcuni dizionari gli attribuiscono, sarebbe interessante usarlo per indicare un’esperienza dolorosa, un “fantasma”, che genera disagio psichico.

* Mi pare che nello stesso racconto, quella canaglia di Palahniuk inventi un’espressione decisamente colorita e molto efficace; “carota nel culo”, per indicare un qualcosa che tutti hanno in mente ma che non può essere esplicitata perché troppo imbarazzante, facendo riferimento a una famiglia in cui il figlio adolescente è avvezzo ad ardite sperimentazioni sessuali.

Gli striscianti

Avete visto mai un serpente dal vivo? Non intendo in un rettilario o in una teca, ma nel suo ambiente naturale, io sì, ed è tutta un’altra cosa, se dovessi scegliere un solo aggettivo per descrivere questo rettile sceglierei “ipnotico”, anche la biscia più comune ha un modo di muoversi che è una specie di danza misteriosa, arcana, per non parlare dei colori psichedelici di alcune vipere. Non è un caso che il serpente sia l’animale più presente nelle religioni umane; per gli Aztechi era un dio, e anche per i Maya, Yaxchilan, il serpente piumato, e come serpente piumato gli antichi egizi raffiuguravano il dio Atum, mentre nella mitologia norrena Miðgarðsormr era un enorme serpente che cingeva il mondo. I serpenti sono animali venerati nell’induismo e nel buddismo, secondo la leggenda un cobra si posò sulla testa di Buddha per proteggerlo dal sole cocente, per gli antichi romani il serpente era legato a Esculapio e quindi alla medicina, per la religione cristiana quello del serpente è l’abito preferito dal diavolo, quello che indossò in occasione del peccato originale, anche se per la religione ebraica antica il serpente non aveva una valenza univocamente negativa. In due paesini dell’Abruzzo, Cocullo e Pretoro, a maggio si tiene la processione dei serpari, in cui la statua di san Domenico viene avvolta da un groviglio di serpenti vivi (nella foto). E’ chiaro, quindi, che i serpenti vivano da sempre nell’immaginario degli uomini, e quindi anche nei loro sogni; per Freud, i serpenti, quando non rappresentano semplicemente dei serpenti, sono la rappresentazione della vitalità sessuale, mentre per Jung sono associati alle pulsioni inconsce che spingono per emergere. Nella cultura popolare e contadina le serpi oniriche sono simbolo di fortuna, ma anche di tradimento, malelingue, la cosa si rispecchia in alcuni modi di dire, “viscido come un serpente” o “avere/allevare una serpe in seno”. Il mistero della serpe, il suo fascino, ma anche l’avversione e la fobia verso il rettile strisciante, sono nel tempo parecchio inflazionate, probabilmente a causa dell’urbanizzazione, e al relativo allontanamento dell’uomo dall’animale in oggetto e dal suo habitat naturale. Ma lo zoo immaginifico del cittadino occidentale non è chiuso, ha semplicemente cambiato attrazioni faunistiche. Tra le bestie della giungla cementizia, quella che probabilmente ha stanato il serpente nell’antro più oscuro dell’animo umano, è la blatta… lo scarafaggio, lo scarrafone, il bacarozzo… Potrei essere tremendamente prolisso e tedioso nel descrivere forma e colore del mito scarafaggio, ma mi sembra più eloquente il seguente racconto trovato su Yahoo! Answers, che assomiglia più alla cronaca di un incontro ravvicinato del terzo tipo: Stanotte è successa una cosa: mi sono svegliato alle 3 perché sentivo un rumore accanto al letto e c’era un coso terribile (presumo uno scarafaggio). L’ho un po’ danneggiato con un libro e ha perso una specie di cosino (forma tipo pillola o capsula) rosso scuro. però nn era morto, anzi! è scappato via veloce. ho riprovato a ucciderlo ma questo scappava. alla fine l’ho chiuso fuori dalla finestra, tra la finestra e la zanzariera, ma questa mattina non c’era più.
domande:
1) dove è finito? vola? potrebbe essere entrato nel cassone della tapparella?
2) il resto che ha lasciato è un uovo o un’ooteca? perché ho guardato le foto, è simile, ma è più ovale e perfetto.
3) la mia camera è infestata? oppure uno non vuol dire niente?
cosa faccio?”

Questo post è dedicato alla memoria di un ignoto scarafaggio che per comodità chiameremo Piero. In questi giorni, causa caldo e afa, a Roma c’è emergenza scarafaggi; l’uomo non ha mai imparato ad accogliere i propri simili, figuriamoci gli artropodi. Io non conoscevo Piero, ma ammetto di averlo odiato, e solo dopo aver fatto scricchiolare il suo esoscheletro ustionato dal Baygon sotto la mia scarpa, che ho capito che in fondo, non avevo nulla contro di lui. Ma è la guerra. E forse non sono stato io ad ucciderlo, ma lui a farsi ammazzare, correndo contro il mio piede, impazzito ed esasperato dopo 24 ore di bombardamenti chimici. Spero che tu abbia avuto una vita lunga e felice, Piero, e son sicuro che se in una vita futura i nostri ruoli si invertiranno, mi ricambierai la cortesia.

Baaria

Peppino Torrenuova è un bambino che è costretto a ritirarsi da scuola perché le capre gli hanno mangiato il libro. Ma l’assenza di un titolo di studio non gli impedisce di diventare qualcuno nel partito comunista. Tornatore racconta la vita di Peppino (Francesco Scianna), la formazione umana e politica, e parallelamente fotografa la storia di Bagheria, dagli anni quaranta agli ottanta, con un puntatina, nel finale, ai giorni nostri, tra leggende e fatti realmente accaduti. Due ore e mezza di terra siciliana venduta all’americana: anche se c’è tanto di buono, il premio Oscar Tornatore strizza l’occhio agli Usa concedendosi un irritante finale in stile blockbuster, per nulla migliorato dalla salsa onirica con cui il regista cerca di addolcire la chiusa agli spettatori dal palato fino. Le decine di episodi che costellano il film, a volte sono gustosi, come il tentativo di suicidio di Nino (Salvo Ficarra), a volte sembrano essere solo dei pretesti per permettere la special guest di qualcuno, come il giornalista Raoul Bova. Nonostante la mole di storie raccontate, sembra che manchi qualcosa al racconto, soprattutto nella prima parte; il protagonista cresce troppo in fretta rispetto allo scorrere del tempo e dei fatti, e lo spettatore se lo ritrova già grande senza sapere molto di lui, della sua psicologia, dei suoi dolori e dei suoi amori, eccetto quello per Mannina (Margareth Madè) e la passione per la politica, che pernia la vita di Peppino, senza però osare troppo nell’esposizione dei temi, tenendosi la falce e il martello più per folklore che per altro. Insomma, mi spiace dirlo ma Baaria assomiglia tanto a una mera operazione commerciale, il tentativo di riesumare la magia di Nuovo Cinema Paradiso, film più volte citato attraverso il personaggio di Ciccio, il figlio più piccolo di Peppino, e nel farlo Tornatore prostituisce il suo talento a destra e a sinitra, nel vero senso della parola; non è un caso che di questo film abbiano parlato commossi D’Alema e Berlusconi (che è anche produttore, anzi, mero produttore).

C’è un mostro sotto il mio letto

Ha fatto il giro del mondo questo video, in cui un robot mandato nelle fogne di Raleigh (North Carolina, Usa), ha ripreso delle masse gelatinose che stimolate dalla luce della videocamera reagiscono contraendosi. Ovviamente si è scatenata la bagarre delle pseudo teorie, chi sostiene siano larve aliene, chi essere mutanti, chi parla di video tarocco. A queste tre ipotesi si accostano tre correnti, tre scuole di pensiero che addobbano il web con le loro elucubrazioni: gli ufologisti (ho letto ultimamente che addirittura la crisi economica sarebbe, secondo loro, una strategia aliena), gli eco-apocalittici, gli scettici-complottisti (anche questo post è un fake scritto da un impiegato Cia per distogliere l’attenzione dai problemi politici mondiali)*. Il biologo Thomas Kwak ha sostenuto trattarsi di colonie di Brizoi, invertebrati che spesso formano colonie di quella dimensione, mentre l’ingegnere Mark Senior della ditta di manutenzione delle fogne di Raleigh, ha dichiarato che non c’è nulla di strano, si tratta del Tubifex Tubifex, verme che si nutre principalmente di batteri e vive in acqua o in zone umide, è comunemente presente nelle fogne e nei canali di scolo. Facendo un giro sul web non si può non dar ragione al buon Mark Senior, impiegatucolo municipale che ha sbeffeggiato gli esperti del News & Observer, basta ricercare su Google Immagini il Tubifex per trovare grovigli dello stesso colore e fattezze dei “mostri” delle fogne di Raleigh (inoltre c’è chi i Tubifex addirittura li vende o li alleva come mangime per i pesci d’acquario). Ma non è esattamente di questo che voglio parlare (cioè di cosa siano quei cosi nelle fogne), ma della psicosi sociale, già qui avevo sostenuto che la madre di tutte le leggende metropolitane è la paura, “La paura del progresso scientifico, la paura del degrado ambientale, la paura del diverso, la paura dell’ignoto, la paura della paura”. Le fogne sono un luogo mitico, come tutti i luoghi che esistono ma non si vedono, come i Paesi del cosidetto Terzo Mondo per l’occidente, come una stanza buia per un bambino. Inoltre le fogne hanno un significato simbolico ben preciso: esse raccolgono quello che il  nostro organismo produce ma di cui la mente si vergogna (per intenderci le feci, gli escrementi, lo sterco, le deiezioni, la cacca, la pupù, la merda la… ehm… sì, ritorno in me, è che da grande volevo fare il vocabolario dei sinonimi e contrari), è inevitabile che le fogne si carichino di una quantità di fantasie e miti non comuni: oltre ai citatissimi coccodrilli nelle fogne di New York, alcuni immaginavano colonie di umanoidi o società parallele, per citare uno dei tanti esempi nella letteratura e nel cinema, nelle fogne vivevano i sovversivi del film “Delicatessen”, di Marc Caro e Jean-Pierre Jeunet (quello de “Il Favoloso Mondo d’Amalie”). Vabbè, volevo concludere con una carrellata di questi esempi, ma il mio entusiamo si è esaurito come la batteria di questo vecchio notebook, quindi vi linko l’elenco delle creature leggendarie non umane.

*Non me ne vogliano i diretti interessati. Ma soprattutto mi scusino per l’estrema semplificazione, tipica di chi non conosce quello di cui sta parlando, o degli intellettual-fascisti (quelli che “è come dico io, e chi la pensa diversamente è un idiota e non ha diritto di dire la sua”) , però se mi dovessi mettere ad analizzare tutte le ipotesi dovrei chiedere tre mesi di aspettativa al lavoro e nutrirmi via flebo per non perdere tempo (ho volontariamente tralasciato la parte inerente al catetere… ops… l’ho detto).

Piove, nonostante tutto e nonostante voi, governo ladro!

Oggi a Roma piove. E non mi dispiace affatto. Ma non solo oggi, sono sempre contento quando piove.

Decido di fare autoanalisi e mi faccio un caffè (la Sandoz ha smesso di sintetizzare l’acido lisergico a scopi psicoterapeutici nel ’68). Scopro che la ragione di questo mio sentimento ha ragioni politiche, ma non nell’accezione quotidiana, ma nel senso più nobile: sono cresciuto in una regione che ha ancora oggi grossi problemi di approvigionamento idrico, la Puglia, non tanto e non solo per una bassa piovosità e la natura del terreno che non trattiene le acque piovane, ma soprattutto per una mala gestione dei bacini idrici, ad ogni modo dicevo, sono cresciuto in Puglia e in un paesino a forte carattere agricolo, avevo forse cinque anni, era primavera e c’era una forte siccità, stavo giocando a casa di un amico, sentiamo una strana musica, ci affacciamo dal balcone e sotto di noi scorre una processione, una processione religiosa che aveva lo scopo di chiedere al santo patrono un po’ d’acqua dal cielo. La processione era misera, la seguiva qualche immancabile vecchietta col velo nero e una decina di uomini le cui enormi mani suggerivano un’intimità con la zappa. Eppure provai una forte emozione, sia per l’impatto scenico della processione (hanno evocato in me la stessa sensazione solo alcune scene di Tornatore), sia per il dramma sociale, che non tangeva di striscio nè me, nè la mia famiglia, nè quella del mio amico, ma si sa, la sensibilità dei bambini è pari solo alla loro cattiveria. Da allora per me l’acqua è diventata una cosa politica, ripeto, nel senso puro del termine. Quando sentii per la prima volta l’adagio “Piove, governo ladro!”, non pensavo al fatto che con quella frase si accusasse (ironicamente) un ipotetico governo di tutti i mali, compresa la pioggia, ma la interpretavo come un avvertimento al governo ladro in quanto il popolo aveva avuto un segno dal cielo della sua benevolenza (tradotto sarebbe “Piove finalmente, e ora sono cazzi tuoi, governo ladro!”).  Altro elemento che ora mi viene in mente, è che ho sempre avuto un rispetto totale verso chi si guadagnava da vivere con la terra; sempre da bambini, quando ancora non avevano fatto comparsa nelle nostre vite gli insulti a sfondo sessuale, l’insulto peggiore era “pecoraro”, ovvero l’allevatore di ovini, non so perché dovesse essere un insulto, ma so comunque che in qualsiasi altra parte d’Italia espressioni come “cafone” e “villano” non erano esattamente dei complimenti, ad ogni modo mi rifiutavo di usare queste espressioni, e quando lo facevo mi sentivo in colpa. Quando immaginavo un contadino me lo immaginavo solo, in mezzo alla natura, ma non in sintonia con essa, ma in conflitto, cosa che poi avrei focalizzato meglio leggendo “Il vecchio e il mare” diversi anni dopo, ma non era neanche questa immagine epica a suscitarmi rispetto… era… il senso di colpa, il senso di colpa per non aver sofferto per quella siccità quell’anno; io volevo stare dalla parte di quelli che godono quando piove, e non del governo ladro, chiunque e qualsiasi cosa fosse un governo ladro.

Bon, la seduta è finita, vado in pace… come? la parcella? ma che me la devo pagare da solo? Vabbè facciamo che ti offro una birra… Dici che offrendotela la bevo pure io? Vabbè allora ne bevo due.

Psicopatologia del Web Searching / 1

C’è un post (questo) in cui ho sostenuto che poche cose come le leggende metropolitane descrivono meglio una cultura, tra quelle poche cose c’è anche google; chiunque abbia un blog o un sito sa bene che tra le Keywords visibili nel proprio contatore (ovvero le parole ricercate nei motori di ricerca che hanno portato l’utente web a finire in una pagina del nostro sito), ci sono delle robe allucinanti, riporto alcune delle ricerche più bizzarre del mese di maggio per il mio blog:

dove comprare un kalashnikov
Emma Marcegaglia nuda
[lo giuro! ndr] e la variante Emma Marcegaglia al mare
Figlio di Franco Giuseppucci
[Franco Giuseppucci è stato uno dei boss della Banda della Magliana, lo cito qui e qui] e la variante Dove abita il figlio di Franco Giuseppucci*
foto soldi davanti e dietro
fidanzate spiate
lo stipendio di maria de filippi
come si scrive qualcosa
apparentato col come si scrive per la qual cosa
9,5 miliardi come si scrive
ma che cazzo è il ministero della gioven
[lo vorrei sapere anche io caro lettore, qui]
i miliardi con quanti 0 si scrivono?

*Nel mio Web Counter ho registrato anche un vecchio blog usato da me e da altri cialtroni come bacheca per una lega di fantacalcio, e la ricorrenza della categoria “dove abita xxxx?” è impressionante (Dove abita Mexes? Dove abita Materazzi? Dove abita Califano? … ), se queste informazioni sono ricercate da fan, ladri, finanzieri o paparazzi, purtroppo non è dato sapere.

Dog’s dick way post (post alla cazzo di cane)

L’altra sera ho visto il film “Soffocare”, tratto dal mio libro preferito del mio autore preferito, Chuck Palahniuk (in realtà è solo uno dei miei autori preferiti, ma così la frase suonava meglio). Il film mi ha abbastanza deluso; c’è una regola non scritta che vuole i film tratti da un libro sempre un spanna indietro rispetto all’opera originale. E’ una regola che odio. Posso citare almeno un caso in cui un film è nettamente migliore del libro da cui è tratto: “Auguri Professore” per la regia di Riccardo Milani, contro “Storie fuori registro” scritto dal pur bravissimo Domenico Starnone. Se fossi sincero direi anche che è l’unico caso che conosco. Ma la sincerità è una dote a cui non aspiro. Aspiro piuttosto a qualcosa che non viene comunemente definita  una dote, ma aiuta sicuramente a vivere meglio; non parlo dei sogni marzulliani, ma dell’ignoranza. Pensate al vantaggio esistenziale nel non incazzarsi al lavoro quando calpestano i vostri diritti, semplicemente perché non sapete di avere diritti. Pensate che bello la mattina aprire la home di Repubblica e non avere un reflusso gastroesofageo, leggendo le ultime cazzate dell’esecutivo, semplicemente perché non sapete leggere. Qualcuno dirà che non ci vuole niente a essere ignoranti, che è la cosa più facile del mondo, ma non è così: una volta uno psicologo mi spiegò che la difficoltà nel curare la depressione non è tanto la mancanza di una cura universalmente efficace, ma la tendenza del depresso a non seguirla, come se a quella vergine di Norimberga nella sua testa ci fosse affezionato. Anche se soffre come un cane non può farne a meno, perché quel dolore non è qualcosa di esterno, quel dolore è lui. Ecco la prima considerazione di questo post; come la depressione, la non-ignoranza è una malattia che si autoalimenta. C’è un bellissimo dialogo nel romanzo “Nero come il cuore” di Giancarlo De Cataldo (in realtà potrebbe essere un parto della mia immaginazione, ma dato l’oggetto del post sono giustificato);  in una sauna, un commisario si confida con l’avvocato protagonista della storia, e gli dice che loro non sono destinati alla carriera, perché sono intelligenti, e chi è intelligente sa che c’è sempre qualcuno che ha più diritto di fare strada, e inconsciamente si fa da parte, mentre chi questa sensibilità non ce l’ha ha, può andare dritto come un treno ad alta velocità. Indi, seconda considerazione, per fare carriera bisogna essere stupidi, e quindi necessariamente ignoranti.
Conclusione: mamme e babbi, crescete i vostri bimbi nel buio dell’ignoranza, non mandateli a scuola, bruciate i libri, insegnategli solo le parole necessarie alla sopravvivenza, e avrete dei figli felici e di successo.

P.S.: la non-ignoranza non è sapienza. La Sapienza non mi appartiene, ci ho semplicemente studiato.

P.P.S. Bis: cercavo su internet l’espressione “Dog’s dick way” e sono finito su una pagina di Wikipedia versione inglese, esattamente una pagina chiamata “Italian profanity” (qui), cioè una pagina in cui vengono “spiegate” le espressioni volgari italiane;  di quasi tutte le parole viene semplicemente descritto il significato, ma leggete questa:

  • coglione (pl. coglioni): roughly equivalent to testicle; where referred to a person, it usually means burk, twit, fool. In addition, it can be used on several phrases such as avere i coglioni (literally, to have testicles; actually, to be very courageous) or essere un coglione (to be a fool). Coglione was also featured in worldwide news when used by former Italian PM Silvio Berlusconi referring to those who would not vote for him during the 2006 Italian election campaign.[2] It derives from Latin culio, pl. culiones, and is thus cognate to the Spanish cojones;

E’ esattamente quello che intendevo quando ho scritto “Pensate che bello la mattina aprire la home di Repubblica e non avere un reflusso gastroesofageo, leggendo le ultime cazzate dell’esecutivo, semplicemente perché non sapete leggere”.

Questa notte Tony Soprano morirà (probabilmente il post più noioso che abbiate mai letto)

Ad un orario che alcuni definiscono ancora notte e altri considerano già mattino, io guardo le repliche de “I Soprano”. Un’ora durante la quale la maggior parte degli italiani dorme, qualcuno forse studia, qualcun altro si fa una canna, qualcuno ancora fa l’amore. Io guardo “I Soprano”. Non saprei fare una recensione di questo telefilm americano, so solo che si tratta di un raro esempio di narrativa pura. Racconto brevemente il plot di una puntata: Tony è in macchina col nipote Christopher, fanno un incidente, chi ha la peggio è il più giovane dei due. Tony riesce a uscire dalla carcassa di lamiera e va ad aprire lo sportello dell’altro, questo gli chiede di non chiamare l’ambulanza, perché è fatto di coca e passerebbe dei guai, Tony lo guarda, gli mette una mano sulla bocca e soffoca il nipote. Qualche minuto dopo Tony è in aereo alla volta di Las Vegas, va a fare visita all’amante di Christopher, le racconta dell’incidente e della morte di Christopher. I due scopano, poi prendono un bottone di peyote a testa, e Tony dichiara di avere un’illuminazione, di “aver capito”, ma lo spettatore non saprà mai cosa ha capito, come non saprà mai perchè ha ucciso il nipote. Annullando il principio logico del “perché”, lo sceneggiatore (David Chase) si avvicina paurosamente alla perfezione narrativa (qualcosa di simile lo aveva già fatto Ferreri con “Dillinger è morto”). Non dico che è un esempio di buona letteratura (anche se lo penso, ma è un altro discorso), quello che intendo è che mette a nudo la vera natura della narrazione: tutti gli animali comunicano, con tracce chimiche, con suoni, con danze e movimenti, solo i più evoluti hanno elaborato un linguaggio, l’uomo ha fatto di più, ha inventato la narrazione, che è la comunicazione 2.0. Quindi il raccontare è frutto dell’evoluzione, sotto quest’aspetto fanno ridere i secoli di discorsi sul ruolo della letteratura; raccontare è una funzione biologia, raccontare una storia senza che vi siano sovrastrutture morali e filosofiche è come mangiare perché si ha fame, bere perché si ha sete. Non che “I Soprano” siano primitivi da un punto di vista formale, anzi, la raffinatezza della tessitura psicologica ha pochi eguali; “I Soprano” è una nobil donna ben educata, che cita Flaubert e suona Cophin, ma alza la gonna al primo giovanotto che le aggrada. Una donna adorabile.
Probabilmente tutto questo è una mia, personalissima, pippa mentale, e probabilmente questa notte Tony Soprano morirà (non ne sono sicuro, ma me lo sento), probabilmente quello che ho scritto non ha senso, probabilmente. Ma probabilmente non importa.

Postilla di quattro giorni dopo:  come ho potuto essere così ingenuo da pensare che Chase potesse uccidire Tony Soprano? Chase ha compiuto un omicidio, ma non di Tony Soprano, ma della storia stessa, perché cos’è un omicidio se non una fine prematura?  L’ultima puntata de “I Soprano” si conclude così: Tony è in un american resturant aspettando i suoi famigliari, per quella che diviene per lo spettatore un’ultima cena, entrano nel locale e si siedono al tavolo prima Carmela, poi Anthony Junior, e infine Meadow, anzi no, Meadow ha appena parcheggiato, si presume che entri nel locale, Tony guarda la porta e… niente, nero, è finito, tagliato così di netto, come un problema di trasmissione, come se fosse finita la pellicola. Sublime.

E morì con un felafel in mano (He died with a felafel in his hand)

Danny è un aspirante scrittore australiano in una cronica crisi creativa. Nell’attesa di scrivere il suo capolavoro,  naviga verso i trentanni dividendo appartamenti con improbabili personaggi, quali lesbiche neopagane, fanatici del militarismo, fannulloni, attricette nevrotiche, palestrati privi di cervello, tossicodipendenti. Senza un soldo nè una donna, provvisto solo di una chitarra elettrica (ma senza amplificatore) e di una Underwood (storica macchina da scrivere), Danny cambia ben 49 appartamenti (il film comincia dal 47°), ma i guai, portati in corpo dai suoi coinquilini, lo seguono ovunque. Il film è diretto da un regista australiano non particolarmente prolifico, che risponde al nome di Richard Lowestein, che firma anche l’adattamento dal romanzo di John Birmingham.

Ci sono film che diventano famosi nonostante li abbiano visti in pochi. Questo è uno di quelli, reso famoso per un titolo non comune e una colonna sonora di tutto rispetto (Moby, Bregovic, Nick Cave e altri), più che per il passaparola di chi lo ha visto. Basta farsi un giro delle recensioni in internet per rendersi conto di quello che dico; anche i siti che non si pongono il problema dello spoiler (l’anticipazione del finale in una recensione), raccontano una trama vaga che sembra scopiazzata da quella di una altro sito, che a sua volta l’ha ripresa da un altro, e così via come nel gioco del telefono, incappando in storpiature come quella del sito 35mm, che racconta di “due investigatori filosofi” che avrebbero abitato con Danny nel secondo appartamento (il secondo visto sullo schermo, il 48° nella storia), in realtà si trattava di due poliziotti corrotti che non abitavano affatto in quell’appartamento.

Questo film australiano meriterebbe più rispetto; oltre a una regia incantevole dal punto di vista formale, mostra una personalità non comune per quanto riguarda lo script, accostando senza attriti, situazioni grottesche con riflessioni mutuate dalla filosofia. Oltre alla già citata colonna sonora, spicca anche lo straordinario volto dell’attore protagonista, Noah Taylor, ultimamente comparso anche in “Lezione 21” di Alessandro Baricco. Ciò nonostante c’è un ingranaggio che non gira alla perfezione, impedendo a questo film di entrare nel Pantheon dei film sul disagio esistenziale dei trentenni (che a ben pensarci non sarebbe necessariamente un merito di cui vantarsi), probabilmente dipende dal non aver soddisfatto l’indole intimista della storia, per dare maggior spazio alle caricature dei personaggi e alle gag, come quella (gustosissima) in cui Danny manda al diavolo un suo coinquilino dopo che quest’ultimo aveva definito i suoi amici “eterosessuali fascisti”, perchè rimasti impassibili al suo coming out.

My Cousin tells me that…

Dopo anni di studi sulle scienze sociali ho appreso solo pochi concetti. Pochi ma confusi. C’è una cosa, però, che non mi hanno insegnato ma che ho capito da solo (in realtà non escludo che possa essere una cosa tanto scontata da non aver bisogno di essere sottolineata): non c’è nulla che descrive meglio una cultura quanto le sue leggende metropolitane. Tutte quelle notizie al limite del verosimile mi mandano in brodo di giugiole (oddio… “brodo di giugiole”, che espressione atavica, “atavica”… che vocabolo vetusto, “vetusto” che… e così ad libitum, “ad libitum”… vabbè, qui la ricetta del brodo di giuggiole), sia per la loro dimensione sociologica, sia per quella letteraria. Immagino che esistano dei trattati seri sul tema, ma io, che sono un cialtrone (ma un signor cialtrone), mi posso permettere di dire la mia senza aver fatto una ricerca approfondita; le leggende del nostro tempo, e del nostro dove, hanno una matrice comune, cioè la paura. “La paura del progresso scientifico, la paura del degrado ambientale, la paura del diverso, la paura dell’ignoto, la paura della paura” (questo virgolettato non ha senso in quanto mi sono autocitato, e per giunta da fonte inedita, ma per protesta gli do anche una mano di corsivo). Ovviamente ci sono leggende e leggende, storie e storielle, alcune vengono addirittura inventate e messe su pista per scopi commerciali!  Già… perché le leggende si possono anche “creare in laboratorio”, e la cosa intriga non poco il mio “Passegero Oscuro” (i fun di Jeff Lindsay e “Dexter” apprezzeranno la citazione). Un trucco per farlo, immagino sia cavalcare i pregiudizi e gli stereotipi,  mi ricordo un sociologo partenopeo, di cui però non rammento il nome (“rammento”, che parola… ect. ect.) che parlando con un suo amico si sente chiedere: “Allora cosa si racconta a Napoli? Cosa si sono inventati ora?”, il sociologo, che in quanto meridionale e intellettuale aveva il raffinato vizio della presa per il culo, gli raccontò che l’ufficio anagrafe di Napoli era pieno di genitori che volevano chiamare i figli “Dottor”, “Professor”, “Ingegner” ect, in maniera che da adulti sarebbero stati il Dottor Esposito, il Professor Russo, l’Ingegner Cavallo, pur avendo magari solo la licenza elementare. Qualche mese dopo la storia “ritornò” allo stesso sociologo sotto forma di racconto di un amico che sosteneva di aver visto con i suoi occhi un atto di nascita.

Concludo il post con una domanda e un link. La domanda è: e se la storia che ho appena raccontato fosse completamente inventata? Se fosse una  meta-leggenda? Il link invece è questo, magari all’interno del sito segnalato c’è anche la risposta alla domanda. Ma anche no.

David Cronenberg

In omaggio a un lettore di questo blog, pubblico una breve retrospettiva del regista David Cronenberg, da molti considerato uno dei più grandi autori di cinema viventi. Cronenberg nasce a Toronto nel 43, figlio di un giornalista di successo e una pianista di origini ebraiche. Sempre a Toronto si laurea in Letteratura Inglese dopo aver abbandonato studi scientifici (ma la fascinazione per le scienze naturali sarà sempre presente nelle sue opere). Da giovanissimo tenta la strada del padre (che oltre a giornalista era anche scrittore) ma ben presto preferisce il cinema; a 26 anni scrive e dirige “Stereo”, a cui segue l’anno dopo “Crimes of the Future”, film mai usciti nelle sale. E’ del 75 il suo vero esordio, con “Shivers” (tradotto in Italia come “Il demone sotto la pelle”), che insieme a “Rabid” (trad. “Rabid sete di sangue”), “Brood” (in Italia “Brood – La covata malefica”) e “Scanners”, costituisce il suo periodo marcatamente horror, in cui Cronenberg affina un personalissimo stile registico; la sua eleganza in un genere tradizionalmente grossolano, lo porta ad essere notato e stimato da addetti ai lavori e colleghi autori, tanto che George Lucas lo voleva come regista de “Il ritorno dello Jedi”, opportunità da egli declinata come del resto la regia di “Atto di Forza”, rifiutata per divergenze creative con la produzione (De Laurentiis). Ma la svolta autoriale si ha nel 1983 con “Videodrome” (pellicola che era tra i “testi” del mio esame di Antropologia Culturale, qualche anno fa) col quale abbandona definitivamente l’etichetta dell’horror per virare su atmosfere più vicine al noir e al thriller psicologico, e dopo la parentesi commerciale (ma dignitosissima) de “La zona morta”, tratto dall’omonimo romanzo di S. King, gira il remake di un film degli anni cinquanta: “La mosca”. In questo film viene raccontata una metamorfosi kafkiana in salsa “sci-fi” (come si usa dire ora), ma è soprattutto il manifesto del pensiero di Cronemberg; una sorta di equazione matematica in cui l’incognita è l’esistenza, le variabili la scienza, la tecnologia e la dimensione biologica dell’uomo, e come costante il mistero della psiche. Successivamente a questo cult-movie dell’86, interpratato da Jeff Goldblum e Geena Davis, Cronemberg infila uno dietro l’altro i suoi migliori film: “Inseparabili”, “M. Butterfly”, “Crash”, “Existenz” (ho volontariamente saltato “Il pasto nudo”, che sembra un tributo del regista a uno dei suoi scrittori preferiti, Burroughs, più che un nuovo capitolo del suo percorso autoriale). Dopo “Existenz” (1999), film a mio giudizio sottovalutato dalla critica, Cronemberg girerà “Spider” (2002), pellicola in cui il viaggio nel delirio e nel tormento di uno schizofrenico passa in primo piano rispetto alla necessità di raccontare una storia, elemento che rende la pellicola uno dei film meno cronemberghiani nella forma, ma assolutanente in linea con l’attenzione verso la follia del regista canadese. “Spider” si rivela però un investimento infelice, e per pagare gli stipendi della maestranze coinvolte nella realizzazione, Cronenberg gira “A History of Violence”, un film sicuramente più vendibile di quello tratto dal romanzo di Patrick McGrath. Del 2007 è invece “La promessa dell’assassino”, una storia in cui per la prima volta Cronenberg affronta il “registro gangster”, raccontando il cammino di un uomo solitario (Viggo Mortensen) nella Mafia russa a Londra.
Leggere l’opera di Cronberg è come studiare una cartina geografica. Ogni film è un quadrante dello stesso continente, ma con forme e colori specifici. O meglio ancora una tavola anatomica. Chiudo con una curiosità: Martin Scorsese, dopo aver conosciuto Cronenberg di persona, dichiarò di essere rimasto sorpreso dalla serenità e l’equilibrio del regista canadese, la visione dei suoi film lo avevano indotto a immaginarlo come il tormento fatto persona.

Miracolo a Sant’Anna (Miracle at St. Anna)

Usa, giorni d’oggi; un vecchio impiegato postale con un passato nell’esercito, un tizio si avvicina allo sportello per chiedere un francobollo da 20, e l’impiegato lo fredda con un colpo di pistola. Poi un giovane giornalista che arriva in ritardo sulla scena del suo primo pezzo di nera. E ancora un giornale che vola da una finestra di un albergo italiano sul tavolino di un signore che rimane a dir poco basito. Italia (Toscana), seconda guerra mondiale; un manipolo di soldati di colore viene mandato allo sbaraglio da un comandante senza scrupoli. Tra i quattro sopravvissuti, il soldato semplice Sam Train (Omar Benson Miller) si imbatte in un bambino particolare…

Magari non l’ha girato Spike Lee questo film… era Ron Howard in ginocchio e col cappellino da baseball… ma sembra che il fu Ricky Cunningham abbia un alibi. Appena uscito in Italia, il film, provocò non poche polemiche; infatti la storia “spiega” la strage di Sant’Anna di Stazzema come la conseguenza del tradimento di un partigiano, in barba alla ricostruzione storica e a quella giudiziaria. Non trovo che sia un reato così grave, non c’è falso ideologico, James McBride (lo scrittore/sceneggiatore), non condanna i partigiani, incolpa il traditore, Rodolfo (interpretato da uno straordinario Sergio Albelli, il più bravo di tutti), ma gli concede le attenuanti generiche, voleva semplicemente “vendere” il compagno Peppi detto Farfalla (Pierfrancesco Favino), e non causare la strage di un intero paese innocente. Ma aldilà di questo, la narrazione è oggettivamente infelice, confusa tra la favola e il film di guerra, costellata da incongruenze e forzature. Due fra tutte; il soldato Train è davvero troppo stupido per essere arruolato in qualsiasi esercito, e quando l’impiegato postale (che come è facile immaginare era uno dei soldati impantanati in Toscana lungo la Linea Gotica) uccide l’uomo aldilà dello sportello, gli spara con una Luger tedesca facendola apparire dal nulla in un secondo, forse che negli Usa agli impiegati postali è permesso avere sulla scrivania una pistola d’epoca insieme alle raccomandate?

Insomma, dopo “She hates me”, il buon vecchio Spike toppa il secondo film nella sua carriera, che comunque rimane una delle più invidiabili di sempre.

Vai e Vivrai (Va, vis et deviens)

“Vai e Vivrai” è un film del 2005 di Radu Mihaileanu, già regista del fortunato “Train de vie”. Premio del Pubblico al 55° Festival di Berlino e del Premio Cesar 2006 per la miglior sceneggiatura (scritta dallo stesso regista romeno e da Alain-Michel Blanc). Il film comincia in Sudan, fra le righe di una pagina di storia poco nota: l’Operazione Mosè, un’operazione internazionale che nell’84 portò in Israele diverse centinaia di etiopi di religione ebraica. Tra i veri ebrei falasha vi erano degli infiltrati, della povera gente che si era convertita per poter fuggire alla carestia, come il piccolo Schlomo (interpretato nelle varie età da Moshe Agazai, Moshe Abebe, Sirak M. Sabahat) e sua madre. Ma gli agenti del Mossad non erano così elastici da far imbarcare chiunque negli aerei per Gerusalemme, neanche se quel chiunque aveva attraversato il deserto e visto morire di stenti i propri cari. La madre di Schlomo rinuncia per sempre al suo unico figlio rimasto vivo per affidarlo ad Hana, una donna che con un solo sguardo capisce le intenzioni della donna, e le accetta. Hana e Schlomo si imbarcano, con l’aiuto di un medico che testimonia la maternità di Hana, anche se poche ore prima aveva chiuso gli occhi per sempre al vero figlio di Hana. In Israele Schlomo viene adottato da una famiglia progressista, la sua infanzia sarà marchiata dal senso di colpa di non essere realmente ebreo e di aver abbandonato la madre. Diventato prima ragazzo e poi uomo, Schlomo troverà la strada per la serenità che lo porterà laddove era partito.

L’autore affronta temi incandescenti senza mai scottarsi, un lavoro di precisione e di equilibrio che sbanda in un solo episodio; la gara di conoscenza e interpretazione bibblica, intrisa di retorica a stelle e striscie, non nei contenuti ma nel modus narrandi. Vai e Vivrai è una storia che tocca nel profondo senza usare, o abusare, i trucchi del cinema lacrimogeno. Ma soprattutto questo film è un omaggio, un monumento, alle donne; anche se il protagonista è un bambino/ragazzo, la colonna vertebrale della storia è costituita dalle tre madri di Schlomo, in particolare entra nel cuore la terza e più presente, Yael, interpretata da una bravissima e meravigliosa Yael Abecassis, la scena in cui presa dalla rabbia lecca la faccia di Schlomo per dimostrare alle madri dei compagni di scuola del ragazzo, che il figlio adottivo non ha nessuna malattia infettiva, è da pelle d’oca. Il tema del distacco dalla propria terra e il ritratto dell’universo femminile mi ha ricordato un altro film francese ambientato in mediorente, il film d’animazione “Persepolis”, di Vincent Paronnaud e Marjane Satrapi; non spendo parole per descrivere o commentare Persepolis, anche perché non saprei trovarle. Chi lo ha visto sicuramente mi capirà.

Fortapàsc

Fortapasc

A tre anni dal suo ultimo film, Marco Risi torna sugli schermi con “Fortapasc”, film sulla storia del giornalista Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra a soli 26 anni. Soggetto non completamente nuovo; nel 2003 Maurizio Fiume aveva scritto e diretto un altro film su Siani, “E io ti seguo”.

La storia raccontata da Risi cominica con Giancarlo Siani (interpretato da Libero de Rienzo) che corre per le strade di Napoli sulla sua Citroen Méhari, mentre la voce off del giornalista preannuncia la sua morte sulle note di “Ogni volta” di Vasco Rossi. Poi l’obbiettivo narrativo corre indietro nel tempo a mostrare gli inizi della breve carriera di Siani, da una scalcinata redazione periferica de “Il Mattino”, in forze come corrispondente di nera per Torre Annunziata (rigorosamente precario), fino agli uffici centrali del giornale napoletano. In questo lasso di tempo Siani individua le dinamiche criminali di Torre Annunziata (appunto definita Fortapasc) al centro di una guerra tra clan, e disegna i rapporti d’affari tra camorra e politica locale. Gli ultimi articoli gli costano la vita.
E’ difficile guardare questo film senza avvertire l’alito di “Gomorra” da dietro le spalle. Il film di Garrone è un miracolo di narrativa e celluloide, con un realismo tale da indurre lo spettatore a chiedersi se quello che sta vedendo/vivendo non sia un film ma un’esperienza reale. Non è facile tornare a raccontare le interiora di Napoli senza fare i conti con quel capolavoro. Se l’autore di un ipotetico film post-Gomorra non riuscisse a decifrare il nuovo immaginario che la coppia Saviano/Garrone hanno co-generato, ogni elemento della storia apparirebbe finto e poco realistico. Se poi la cosa accade a Marco Risi, autore che ai tempi di “Mary per sempre” e “Ragazzi fuori” lanciò di fatto la proposta di un cinema neo-neorealista, c’è da chiedersi se poi la sorte non sia una gran bastarda. Ma a parte la sfortuna di essere nato nel momento sbagliato, “Fortapasc” è comunque un buon film. Risi si prende la responsabilità di una scelta discutibile; non dare sufficiente peso ai dettagli delle inchieste di Siani a favore della sua vita privata (con i personaggi di Daniela e Rico, interpretati da Valentina Lodovini e Michele Riondino). Libero De Rienzo si conferma attore di rara bravura, ma a disagio con l’accento e il fare partenopeo. Alcune scene sono state troncate di netto, probabili tagli dell’ultima ora, ma le forbici del montatore dimenticano una scena in cui Siani parla a degli studenti durante un seminario; la banalità delle domande e delle risposte rende la sequenza assolutamente superflua. Ma complessivamente il film trasuda umanità, specialmente nei rapporti che Siani ha con alcuni personaggi secondari, come il giornalista-impieato Sasà (Ernesto Mahieux), il Capitano Sensales (Daniele Pecci), il garzone del macellaio Ciro (Raffaele Vassallo). Tornando all’inevitabile confronto con Gomorra (al quale Risi “ruba” il volto straordinario di Salvatore ‘Sasà’ Cantalupo) c’è un elemento che fa viaggiare i due film su binari diversi, paralleli ma diversi, il raccontare da parte di “Fortapasc” la Napoli che non ci sta, cosa che nel film di Garrone (ma non nel libro di Saviano) è solo accennata, anche se in maniera sublime (col ragazzo che molla l’apprendistato di broker di rifiuti).