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La mia (breve) obiezione di coscienza

Siete in un supermercato, avete comprato le vostre cose, vi apprestate a pagare, davanti a voi due casse; una è una cassa automatica, l’altra è gestita da una commessa. Quale scegliete? Supponendo che non abbiate difficoltà con la cassa automatica probabilmente sceglierete quella con meno fila. Stesso discorso al casello dell’autostrada. Ma è solo questa la valutazione che fate? Un calcolo costo/tempo? Anzi no, ho sbagliato a porre la domanda: è giusto fare solo questa valutazione?

In Italia il tema dell’obiezione di coscienza nella sanità è da decenni al centro di dibattiti, in nessun altro ambito un lavoratore è contrattualmente tutelato qualora si rifiuti di adempiere a una delle mansioni previste dal suo ruolo, tale tutela è giustificata dalla sacralità (e dalla soggettività) del concetto di vita. Bene, con la presente mi impegno ad ottemperare ad un’altra forma di obiezione che qualcuno potrà ritenere futile o irrispettosa se paragonata ai temi della bioetica, eppure l’oggetto della mia obiezione riguarda comunque la dignità della vita: riguarda il lavoro, nello specifico l’automazione del lavoro. Chi mi conosce personalmente sa quanto io sia fissato con le nuove tecnologie, e ci tengo a precisare che non ritengo che l’automazione del lavoro sia di per sé un male; in una società giusta con un’equa distribuzione della ricchezza, dove ognuno riceve ciò di cui ha bisogno, i benefici dell’automazione ricadono sulla comunità tutta, in termini di minori carichi di lavoro e maggiori utili, ma in un sistema capitalistico malato come quello in cui viviamo, l’automazione riduce l’offerta di lavoro (umano) mentre rimane invariata la domanda, ciò comporta che il punto in cui si incontrano le due curve è sempre più a favore di chi offre, in termini di salari e condizioni di lavoro, in pratica a scapito della dignità della classe lavoratrice. Ripeto, non sono un amish, auspico che lo sviluppo tecnologico porti il lavoro umano ad essere sempre più sicuro, meno duro e perché no anche più “produttivo”, come è successo nelle fabbriche e nei campi dalle rivoluzioni industriali ad oggi, ma per l’ammirazione e il rispetto che nutro verso lo sviluppo tecnologico e verso gli uomini e le donne che lo hanno reso possibile, da consumatore non posso permettere che esso diventi uno strumento, seppur indiretto, per lo sfruttamento del lavoro.

Certo, la progettazione di un programma di boicottaggio in tal senso è assai difficile: si pensi a quei servizi che sono resi possibili proprio da un alto, se non totale, tasso di automazione, come quelli informatici, si pensi al sacrificio opposto, quello dei manutentori e delle aziende che producono automazione (per forza di cose, si deve però notare, numericamente inferiori ai lavoratori soppiantati), si pensi al “ricatto” economico come quello dei distributori di carburanti in cui il costo del self service è assai più basso del “servito” (sistema simile, poi abbandonato, è stato per un periodo anche adottato dagli operatori telefonici: facevano pagare un costo aggiuntivo per delle operazione che potevano essere fatte anche attraverso centralino automatizzato o sito, se queste venivano richieste a un operatore di call center) . Ma soprattutto il confine tra miglioramento delle condizioni di lavoro e riduzione di esso, attraverso la tecnologia, è spesso invisibile per i consumatori e per i lavoratori stessi, come difficile è per questi soggetti stabilire se l’automazione è utile a mantenere in vita un’attività, e quindi anche il lavoro, o lo è solo per aumentare il profitto dei padroni. Quindi la mia obiezione si risolve in un’acquosa speculazione (come quasi tutti i miei buoni propositi), utile solo per aggiornare il blog, ma voi… voi pensateci comunque, la prossima volta che siete al supermercato e avete due casse davanti, pensateci comunque…

Capitalism: a love story

“Capitalism: a love story” non è il film più importante di Moore dal punto di vista formale, ma forse lo è a livello sostanziale; in un unico pamphlet audiovisivo, Michael Moore può fotografare la madre di quelle ingiustizie affrontate nei documentari precedenti, come il mercato della violenza di “Bowling for Colombine” e l’iniquo sistema sanitario a stelle e strisce di “Sicko”, tale mostro si manifesta nella cultura del profitto, della prepotenza del forte sul debole, del ricco sul povero, in una parola: il capitalismo. L’occasione di guardare in faccia il peccato originale la dà la crisi di Wall Street degli ultimi mesi, improvvisamente il capitalismo non appare più il migliore dei mondi possibili, e addirittura un terzo degli americani prova improvvisamente simpatia per quello che un tempo, nella terra dei Canyon, era una bestemmia, la più terribile: socialismo. Ma Moore era pronto al suo definitivo viaggio al centro della Terra? Per me no. Se la sua verve appare intatta, meno informa mi sembra la sua visione d’insieme, la capacità di associare elementi apparentemente distanti tra loro, abilità che si palesa in maniera cristallina solo nell’assurdo racconto del giudice Mark Ciavarella e dell’istituto di detenzione minorile (privato) PA Child Care. Forse troppo materiale per due ore di documetario, e almeno una (inspiegabile) forzatura retorica, quella in cui l’autore sostiene che gli americani in Italia (ma anche in Germania e Giappone), avessero scritto la Costituzione nel ’47*, argomento usato per mostrare il paradosso per cui all’estero venivano concessi dei diritti che in madrepatria non venivano neanche presi in considerazione.
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*Se si accetta l’ipotesi che la Democrazia Cristiana fosse fortemente influenzata dagli Usa, c’è da considerare che quasi il 40% dell’Assemblea Costituente era rappresentato dall’asse comunista-socialista, la cui manovrabilità da parte della Oss/Cia era alquanto improbabile, mentre l’intervento dei servizi segreti per pilotare le prime elezioni politiche (1948) è ormai un dato storicamente acquisito.

Lavanderia Lazio

C’è un articolo di questo blog particolarmente cliccato; Idiots Network, un articolo in cui censivo su Facebook le allusioni a vari criminali organizzati. I contatti arrivano principalmente dalle ricerche su Google e Liquida di due nomi: Franco Giuseppucci e Maurizio Abbatino, due boss della banda della Magliana. Per chi ha letto il capolavoro di De Cataldo, oppure visto il film di Placido o la serie televisiva di Solimma, Giuseppucci ha ispirato il personaggio di Libanese (in realtà soprannominato “Er Fornaretto” e “Er Negro”) e Abbatino il Freddo. Strana storia quella della Banda della Magliana; ma non mi riferisco tanto all’epopea criminale, bensì alla percezione di quel periodo storico da parte dei romani. Non poche volte ho sentito dire da qualcuno “quello è figlio di…”, “nipote a…”, se non addirittura ammettere dirette parentele o amicizie, a volte con un po’ di imbarazzo, altre con una punta di stupido orgoglio. Ma soprattutto mi è capitato di ascoltare la “spiegazione” di ricchezze materiali (quali ville, appartamenti e anche carriere) come eredità di quei soggetti oggi visti come membri di un’aristocrazia decaduta, per le strade e nei tribunali, ma non in banca e negli studi notarili. Certamente gioca a livello socio-psicologico il fatto che i crimini della Magliana sembrano lontani nel tempo, relegati a un’Italia che fu, in cui si sbranava per non essere sbranati. Ma è davvero finita quella Roma?

Liberainformazione, osservatorio sulle mafie e organo dell’Associazione Libera (la stessa che si adopera per riqualificare i beni confiscati alle mafie), è convinta di no. Anzi forse più che mai, oggi il Lazio è il crocevia per ogni genere di traffico e un’enorme lavanderia di denaro sporco. Il Dossier di Liberainformazione non inventa niente; tutti i dati riportati sono dati ufficiali raccolti dalla Dda e dalla Dna, alla faccia del negazionismo politico che cerca di vendere Roma come una “città sotto controllo” (espressione usata dal prefetto Achille Serra), in cui magari c’è un problema di microcriminalità, ma non di criminalità organizzata. La premiata Lavanderia Lazio comincia a Latina, provincia confinante col casertano, sia a livello territoriale che criminale. Ma a Latina non fanno affari solo i casalesi (Mendico, Moccia, Di Maio), ma si può parlare di un vero meltin’pot fra ndrine (Alvaro, Galati, Ienco, Tassone) e mafie esteuropee. Il segno più evidente dell’infiltrazione criminale a Latina è la miracolosa moltiplicazione del cemento, un’edificazione selvaggia in barba a un piano edilizio discusso ma mai varato, un’edificazione non supportata da una reale domanda, e così campeggiano nella città voluta da Mussolini, palazzoni a dieci piani (che forse sarebbero piaciuti allo stesso) completamente sfitti. Ma se nel Basso Lazio (oltre a Latina e provincia, anche Frosinone e soprattutto Cassino) la penetrazione criminosa è un fatto compiuto, la parte settentrionale della Regione non è da meno, l’inchiesta Cobra del 2002 ha mostrato come i fratelli Rinzivillo (legati ai Madonia), avessero tessuto una trama di rapporti con imprenditoria e istituzioni per controllare l’appalto del porto di Civitavecchia. Inoltre Rieti e Viterbo si stanno trasformando in terreno fertile per i “gemelli ammazza economia”; Racket e Usura. La regione Lazio è al secondo posto per quanto riguarda l’usura, col 28,7% di commercianti indebitati, del resto anche ai tempi della Magliana l’usura era uno degli affari preferiti, ottimizzata dall’attività di Enrico Nicoletti (“Il secco” nei film e nel libro sulla Banda). Ma veniamo alla grande centrifuga della Quinta Mafia: Roma. A Roma tutti i capitali del crimine laziale e molti capitali delle altre organizzazioni diventano alberghi, ristoranti, autosaloni, finanziarie, negozi di abbigliamento e grande distribuzione, sale giochi (videopoker ecc.), supermercati, centri commerciali, outlet, catene e discount. Al secondo e al terzo lavaggio, i capitali riciclati sono praticamente impossibili da individuare, e soprattutto da dimostrare in sede giudiziaria.

Chiunque voglia approfondire l’argomento può leggere il Dossier Lazio “Mafie&Cicoria” a cura di Alessio Magro, Gabriella Valentini e Adele Conte.

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P.s. Per conoscere tutte le attività dell’Associazione Libera cliccate qui o andate sul sito http://www.libera.it. Per donare il 5×1000 a Libera inserite nel riquadro indicato come “Sostegno delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale, delle associazioni di promozione sociale…” del Cud o 730, il codice fiscale di Libera. Associazioni nomi e numeri contro le mafie 97116440583