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Riportando tutto a casa – Nicola Lagioia

“Riportando tutto a casa” è il secondo titolo per Einaudi di Nicola Lagioia, gli altri si possono trovare nel catalogo della piccola e agguerrita Minimum Fax. È la storia di un’adolescenza nella Bari degli anni 80, tra capelli cotonati ed eroina, tra entusiasmo imprenditoriale e quartieri popolari, tra seghe alla vergognosa e prestiti a strozzo. Il libro si apre con la travolgente ascesa economica del padre del protagonista, che con furbizia sottile e chilometri macinati passa dalla vendita porta a porta di accappatoi a feste in yacht dove, inspiegabilmente per lui, a un certo punto tutti si spogliano. E poi c’è lui, il protagonista, la sua vita che si intreccia con quella di Giuseppe Rubino e Vincenzo Lombardi, ricchi e incasinati. La voce narrante è la sua, suo il lungo ricordo di quegli anni, ma non è un semplice esercizio di memoria, è una ricerca attiva; il protagonista, a decenni di distanza, cerca e interroga gli attori della sua adolescenza, ed è spesso un’attività dolorosa, alla quale tuttavia nessuno si sottrae completamente. Le tresche del liceo Cesare Baronio, le losche attività dello Sghigno, il declino del bancario Di Liso e tutti quegli episodi che cambieranno le piccole vite di quel piccolo posto, scorrono parallelamente a quei cambiamenti epocali che porteranno a un nuovo assetto mondiale e alla fine della guerra fredda, anzi, a ben pensarci non scorrono in maniera perfettamente parallela…

Lagioia esplora la crisi, sia essa economica che esistenziale, decretando come questa non è un effetto collaterale del binomio successo e prosperità, ma ne è il gemello siamese. È strano e interessante leggere oggi questo libro popolato di professionisti e imprenditori trafficoni, anche se non propriamente malavitosi, nella città di Bari (che il compianto Edmondo Berselli definiva la Milano del Sud), elementi che hanno portato sfortuna al più noto interprete degli ultimi venti anni di politica italiana, e con cui proprio in questi giorni fa i conti.

Lagioia ha un’abilità nel manovrare le parole davvero invidiabile, la loro scelta è di una precisione chirurgica. La sintassi è talvolta acrobatica; come per il lessico non vi sono sbavature, ma certi carpiati possono distrarre e scoraggiare il lettore meno avvezzo, ma si tratta in genere di brevi passaggi, il resto della lettura è, dal punto di vista formale, godibile, e il romanzo, nel suo complesso un’opera davvero notevole.

P.S. La copertina del libro è di Gipi, fumettista di fama internazionale che da circa una settimana è nelle sale con il suo primo film da regista, “L’ultimo terrestre” (che ha firmato col suo nome completo; Gian Alfonso Pacinotti), in concorso a Venezia e accolto calorosamente da pubblico e critica. Il film parte dallo sconcerto degli autori per la velocità e il modo con cui il popolo italiano deglutisce e assimila tutto ciò che lo riguarda rimanendo sempre lo stesso, impassibile e apatico. Da questa premessa la voglia di simulare cosa succederebbe se lo stesso soggetto fosse esposto alla più eclatante e sensazionale delle notizie: l’arrivo degli alieni.

La vita oscena

Come incontrare un amico, anzi no, non un amico, un amico di un amico, un conoscente, lo incontri dopo anni, parlate un po’ insieme e poi pensi, ma perché ci siamo persi di vista? Di Aldo Nove avevo letto “Superwoobinda” e “Puerto Plata Market”, in un periodo, forse dieci anni fa, in cui divoravo libri e film, avevo letto quei due libri ma mi erano scivolati via, anche la loro presenza mi appariva invisibile ogni volta che scorrevo con gli occhi i titoli nella libreria (quella di legno), poi mi capita qualche giorno fa, in libreria (quella di cemento), che i miei occhi vengano attratti da una mini pila di cinque volumi di “La vita oscena”, nascosti, infilati in basso, probabilmente in attesa di essere esposti più in vista, fra le ultime novità, come quando sei in mezzo alla gente e ti guardi intorno e incroci lo sguardo di qualcuno e… ciao… come stai?.. quanti anni saranno passati? E poi capita che quello cominci a parlare, e ti racconta la sua vita, e ti rendi conto che quell’amico di un amico, in realtà, non lo conoscevi affatto. E anche Aldo Nove racconta la sua vita, perché “La vita oscena” è la sua vita, una vita oscenamente drammatica e raccontata con oscena sincerità. La vita come una femmina gelosa, che ti sorride solo quando si avvicina un’altra donna, la morte. E poi poesia e pornografia. Un binomio che arreda lo spazio esterno del protagonista, attraverso libri e riviste, e lo spazio interno, sottovuoto spinto. Quello di Nove è un mondo post-moderno, tragicomico, disperato ma al tempo stesso predisposto alla speranza. Non è semplice leggere “La vita oscena”, bisogna avere spalle larghe e innocenza da bambino, una mancanza di sovrastrutture intellettuali che permetta di comprendere il mistero di un uomo che piange per una bottiglia di cola da discount: “Quella bottiglia mi sembrava simile alla vita dei più, di quelli che non ce la fanno, oh quanti, mi portava alla commozione e piansi. Era da tempo che non mi accadeva. Aveva quella bottiglia, qualcosa di cristiano, un’imago Christi da poveracci, incolpevole. Lei aveva fatto la sua ascesi dalla fabbrica ai banconi del discount dove aveva atteso di essere scelta in quanto oggetto di minor valore, in quanto imitazione ma dignitosa, quasi uguale, e si sarebbe manifestata nel suo splendore quando fosse riuscita ad assurgere alla stessa grandiosità del modello, e non ci sarebbe riuscita mai, povera bottiglia, e sarebbe rimasta una merce tra tante. Ma era mia. Era la mia bottiglia sul comodino dell’ospedale“. Questo è Aldo Nove, questo è l’amico di un amico che credevate di conoscere.

Stabat Mater

Mi pare di non aver letto mai un libro come Sabat Mater, mi pare di non aver letto mai un libro in cui godimento e leggibilità viaggiassero su binari così distanti. Perché il romanzo di Scarpa, insignito dello Strega nel 2009, non è semplice da leggere, per nulla; immaginate un racconto in prima persona di una ragazza di sedici anni cresciuta in orfanotrofio nella Venezia del settecento, senza mai vedere un uomo e senza mai farsi vedere da un esterno (se non il vecchio Don Giulio, maestro di musica e compositore di stanche aree, che le più talentuose delle ragazze suonano in chiesa dietro a delle pesanti grate), senza sapere nulla del mondo fuori dall’Ospitale, immaginate un racconto in cui i fatti reali si fondono a quelli immaginari senza che il lettore possa distinguere gli uni dagli altri, poi versateci sopra i turbamenti di un’adolescente, il formalismo linguistico impartito dalle suore, e tanto, ma tanto, mal di vivere. Viene fuori una scrittura che di certo non si fa leggere da sola, ma che sa regalare, a chi ci prova, una merce rara: la bellezza. Stabat Mater è un viaggio nell’angoscia notturna di una ragazza che scrive lettere immaginarie alla madre e che parla con una ragazza con dei serpenti al posto dei capelli (la sua morte), Stabat Mater è un viaggio nell’angoscia di tutti. Con questo romanzo Tiziano Scarpa disegna le tavole anatomiche del turbamento, e del dolore. Nella seconda parte, però, l’autore introduce un nuovo personaggio, don Antonio, che altri non è che il compositore preferito dello stesso Scarpa (non esplicito la sua identità, anche se i cultori di classica avranno già capito chi è, mentre gli altri, come il sottoscritto, dovranno rifarsi alle note dell’autore), e in fondo al tunnel si accende una luce, una luce che a chi vi scrive è apparsa vagamente artificiale.

Signora Madre, se vi dicessi che quel vecchio è morto mentre suonavamo, forse queste mie parole ne guadagnerebbero in solennità, ma probabilmente vi mentirei. Non posso dire con certezza che si sia spento mentre suonavamo per lui. Ma eravamo noi a suonare per lui, o lui a morire per noi?

Non avevo capito niente

“Non avevo capito niente” è un romanzo di post-formazione; Vincenzo Malinconico apparentemente è un uomo fatto, ma ha tutta l’insicurezza di un diciottenne. Vincenzo Malinconico è figlio del suo tempo e del suo dove, un avvocatillo semi-disoccupato di Napoli, separato (e con un complesso di inferiorità nei riguardi della ex) e con due figli più maturi di lui, ai suoi occhi il tribunale ha le stesse dinamiche sociali di un liceo, e la prospettiva di essere un uomo incompleto incombe come una colonna sonora. Sulla testa del protagonista lampeggia al neon quella domanda che tutti, prima ho poi, ci siamo fatti nella vita: “ma che ci sto a fare qui?”. Poi un giorno una telefonata, dal tribunale lo chiamano per una difesa d’ufficio; lui si occupa di civile, ma un tempo ha avuto velleità da penalista, un’ambizione tanto piccola che è bastato dare la disponibilità per le nomine d’ufficio per soddisfarla (“tanto non chiamano mai nessuno”). Insomma un giorno lo chiamano e ad aspettarlo c’è Mimmo o’Burzone…
Avete presente quando vedete un film tratto da un libro, e quel film vi è piaciuto tanto che alla fine avete letto anche il libro? Io non l’ho mai fatto, ma se l’avessi fatto quel libro sarebbe stato “Certi bambini” di Diego De Silva, dal quale è stato tratto lo sconvolgente film di Antonio e Andrea Frazzi, e a quest’ultimo, scomparso nel 2006, è dedicato “Non avevo capito niente”.
Diego De Silva è nato con la camicia, la camicia dello scrittore, uno che sa esaltare il lettore descrivendo anche solo un uomo che beve il caffè, uno che ha la cornea a forma di grandangolo narrativo. Per leggere “Non avevo capito niente” bisogna essere dei surfisti, bisogna saper rimanere in piedi nel maremoto dei pensieri della voce narrante; se non si ha equilibrio si affoga, se invece le onde non mettono paura, ci si diverte un casino. In sintesi De Silva è un maledetto bastardo.
“Certe volte penso che quando alzi la testa, e cominci a muovere le cose e a chiedere, invece di subire tutto praticando il minimo sindacale di resistenza (che poi è il mio modo di vivere), la realtà ti nota. Acquista un po’ di stima nei tuoi confronti e ti rende la vita più facile. Ecco perché all’improvviso capita che trovi posto sotto casa, o una donna ti guarda, o ti offrono un lavoro. Come quando ti fai l’amante, che all’improvviso ti cercano altre quattro o cinque donne contemporaneamente (fra cui un paio di ex che non vedevi da qualche anno), e tu ti domandi: «Ehi, ma dove cazzo stavate fino all’altro ieri?»
da “Non avevo capito niente”, Diego De Silva, Einaudi, pag 151-152.

Prossima lettura ACAB (all cops are bastards), di Carlo Bonini.

*Guardate bene la copertina: la donna si avvicina o si allontana rispetto all’obbiettivo?