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Terraferma

Dopo nove anni Crialese torna a girare alle Pelagie, e se Respiro era ambientato negli anni sessanta, Terraferma è fresco di giornata, come il pesce che Ernesto (Mimmo Cuticchio) e suo nipote Filippo (Filippo Pucillo, presenza costante nei film del regista) tirano su sempre meno, fino a cedere alle insistenze di Giulietta (Donatella Finocchiaro) e di Nino (Beppe Fiorello), di convertirsi al turismo, un fiore delicatissimo che sboccia per solo due mesi all’anno e che appassisce alla sola ombra della parola clandestino.

Divoro cinema da una vita, ed ho la presunzione di riconoscere il talento quando lo vedo, ma ammetto che con Crialese non ci avevo proprio capito un cazzo. Quando vidi Respiro attribuii il fascino della pellicola, riconosciuto da pubblico e critica, esclusivamente alle incantevoli scenografie naturali di Lampedusa, ma poi venne Nuovomondo, e mi accorsi della mia incredibile cantonata. La parola chiave, a mio giudizio, per interpretare l’opera di Emanuele Crialese, è “contrasto”. E se in Nuovomondo il contrasto era tra la visione di Salvatore, un uomo che per trent’anni non aveva parlato altro che il suo dialetto e che non aveva visto altro che la sua terra, e quella di Lucy, raffinata e colta donna inglese, tra il mondo magico-arcaico dei protagonisti con quello pragmatico e disincantato della terra americana, tra la vita sperata e la vita disperata, in questo ultimo lavoro, del purtroppo poco prolifico Crialese, Il contrasto è tra l’antico e nobile codice del mare che non permette a nessuno di lasciare nessun’altro alla mercé delle onde, con la meno nobile legislazione recente, che definisce quell’aiuto favoreggiamento d’immigrazione clandestina, il contrasto tra vecchie e nuove generazioni, il contrasto tra le braccia sollevate per chiedere aiuto di alcuni disperati a bordo di un gommone, con le braccia sollevate e mosse a tempo di Maracaibo su un barcone pieno di turisti. Ma il contrasto (rispettato anche nella fotografia) non genera attrito, ma una nuova forma di energia, sconosciuta ai protagonisti dell’universo narrativo di Crialese, e che si avvicina assai al concetto di libertà, una libertà che poco ha che vedere con quella agognata dal detenuto, perché la catene e le grate che rompe non sono fuori dal corpo del liberato.

Poco prima dei titoli di coda

Avvertenza: questo post è pieno di spoiler quanto Villa Certosa di fanciulle in fiore. Questo post è uno spoiler.

Una volta lessi che la rivoluzione, dal punto di vista tecnico-musicale, dei Beatles, è stato l’uso dell’accordo in settima; l’accordo in settima crea un’attesa, un atmosfera sospesa, è un accordo di passaggio, e mai nessuno, prima dei Beatles, lo aveva usato alla fine di una battuta. Nonostante sia un analfabeta musicale, la cosa mi colpì molto. Un’altra volta, in una recensione a un libro di Soriga, scrissi: «La supremazia dell’incipit è un mito che hanno creato quelli che i libri li vendono, ma non li scrivono. Un autore vero sa che il finale è la cosa più importante, è la porta della gabbia, che il lettore può aprire per farsi divorare dalla bestia che vive nella storia». E’ una cosa che penso sinceramente, e mi è difficile descriverlo con altre parole, ed infatti finisce qui la mia inutile lezioncina sulla filologia del finale. Ieri sera ho visto l’ultimo film di Woody Allen, “Basta che funzioni”, un film che è stato subito considerato, non a torto, come uno dei migliori del regista, ma cavolo, il finale… di un buonismo… dopo le secchiate di cinismo in pieno volto dei minuti precedenti, quel finale proprio non mi è sceso giù, come una carbonara dopo il sorbetto al limone. Allen, che di suo ha scritto uno dei finali più poetici e anticonformisti della storia del cinema (quello di “Io e Annie”, qui per vederlo), è stato probabilmente costretto dalla produzione/distribuzione a piazzare una zolletta di zucchero alla fine… se non è così, vi prego, non fatemelo sapere. Penso che fare una classifica dei migliori ending sia odioso e insensato quanto fare una classifica dei migliori film (o una classifica e basta), quindi quelli di seguito sono solo dei gran bei finali che il momento mi suggerisce: Le vite degli altri (di Florian Henckel von Donnersmarck), Le conseguenze dell’amore (di Paolo Sorrentino), Piovono Mucche (di Luca Vendruscolo), Bianca (di Nanni Moretti), La grande guerra (di Mario Monicelli), Nuovomondo (di Emanuele Crialese), Tutti giù per terra (di Davide Ferrario), Stanno tutti bene (di Giuseppe Tornatore), Ovosodo (di Paolo Virzì), Le invasioni barbariche (di Denys Arcand), Arancia Meccanica (di Stanley Kubrick), La 25a ora (di Spike Lee), In nome del popolo Italiano (di Dino Risi) e continuate voi…

Nota Legale: i link ai finali sono ad uso e consumo di chi i film li ha già visti, quindi se qualcuno ha sbirciato senza aver visto il film, onde evitare conseguenze peggiori, si costituisca egli stesso alle forze dell’ordine.