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L’equivoco dell’eufemismo

Ero in un supermercato, all’angolo dei prodotti parafarmaceutici, cercavo i tappi per le orecchie, palliativo per la mia sociopatia, quando mi cade lo sguardo su un “contenitore sterile per coprologia”, al ripiano inferiore i contenitori per le urine. Al supermercato, urine si può dire, feci no. Piuttosto si usa un termine (per carità, di normale uso in biologia e medicina) che letteralmente significa “discorso di merda”.
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Anno 6543; un archeologo ritrova un manufatto probabilmente risalente alla prima rivoluzione digitale, della civiltà italiota, popolo misterioso che pur avendo delle leggi scritte si faceva amministrare da chi meglio infrangeva le stesse. Dopo diverse ricerche ed analisi lo scienziato è riuscito a decifrare le scritte poste sul reperto: si tratterebbe di un recipiente provvisto di tappo per la conservazione di parole e discorsi sconvenienti e contrari alla morale, che nella cultura di questo popolo erano associati simbolicamente agli scarti solidi corporei. Si tratta probabilmente di un oggetto rituale. Nei pressi del contenitore sono stati rinvenuti oggetti di automedicazione già noti e catalogati, questo fa supporre che all’oggetto si attribuissero poteri taumaturgici. Grazie alla traduzione, ancora incompleta, delle istruzioni cerimoniali rinvenute, sappiamo che il rito consisteva nelle fasi di apertura del contenitore, “riempimento” simbolico -forse deponendo all’interno del contenitore un foglio manoscritto, o forse pronunciando il discorso con la cavità rivolta verso la bocca -, chiusura e cessione a un soggetto esterno, forse uno sciamano, o un sensitivo, molto numerosi all’epoca, anche se la loro principale attività era una complessa e misteriosa divinazione numerologica, nota come “Superenalotto”. L’autore della scoperta ritiene che ci troviamo a un punto di svolta nello studio della civiltà italiota, forse nel rito della defecazione verbale si trovano i codici culturali per la comprensione di questo popolo. Tra breve, magari, potremo sciogliere il più grande mistero di questa affascinante civiltà, ovvero perché i cittadini italioti, a un certo punto della loro storia, cominciarono regredire?

Tra il Mammut e il Betamax

Segnalo questo interessante articolo di Sara Ficocelli su Repubblica.it. Si parla del rapporto tra zoologia e mito, di come il dugongo abbia nutrito la leggenda delle sirene (il dugongo ha le mammelle pettorali e durante l’allattamento tiene “in braccio” i piccoli, con un atteggiamento assai umano), o l’okapi che per un periodo è stato scambiato per l’unicorno, ed altri casi, ai quali mi permetto di aggiungere quello del mammut, il cui scheletro veniva assemblato da paleontologi ante-litteram ottenendo la struttura ossea di giganti con un enorme buco in mezzo alla faccia (laddove passava la proboscide), che la fantasia antica riempì con un grande occhio, creando così il mito dei ciclopi. Ma ci sono anche casi contrari, quelli di animali ritenuti leggendari e poi rivelatisi reali, come il calamaro gigante e il pesce remo. Il sapere umano non procede sempre in linea retta, qualche volta zigzaga come un ubriaco, almeno a vederne il tragitto dallo specchietto retrovisore della storia; avete mai sentito parlare degli OOPart? Sono gli oggetti non identificati in ambito archeologico, gli ufo dell’archeologia; spesso si tratta di falsi, altre volte di equivoci, e qualche volta di scoperte eccezionali, come la macchina di Anticitera, un reperto datato intorno al 125 A.C. rinvenuto nelle acque dell’omonima isola greca. Oggi si ritiene che fosse un sofisticato planetario meccanico, grazie ad esso sappiamo che gli antichi greci conoscevano strumenti e concetti meccanici come il differenziale, eppure questo non permise di concepire l’orologeria di tipo meccanico, e per calcolare il “tempo breve”, gli scienziati greci batterono la traccia delle clessidre, arrivando a costruire orologi ad acqua. Se poi alla tecnologia si aggiunge la variabile mercato, i percorsi diventano ancora più improbabili, è il caso della tecnologia di videoregistrazione Vhs, che nonostante fosse decisamente inferiore alla Betamax, alla fine degli anni 70 si impose su quest’ultima. Dunque, a questo punto volevo chiudere con quel giochino nerd sul cosa penserebbero degli scienziati alieni, o gli archeologi umani futuri, ritrovando i segni della nostra civiltà, su quali equivoci provocherebbero oggetti come l’Iphone (non avrebbero i “codici” per “leggerne” i contenuti, per farlo funzionare, e forse la stessa cosa vale per qualche reperto che oggi abbiamo etichettato come semplicemente rituale o decorativo). Ma mi sembra più suggestiva una riflessione sul come potrebbero in futuro ritornare delle tecnologie oggi ritenute anacronistiche, come potrebbero dire la loro teorie scientifiche surclassate. Magari il modo per perturbare la quarta dimensione senza approssimarsi alla velocità della luce o a un buco nero, è descritto negli appunti di Nikola Tesla (nella foto). Magari la cura definitiva contro il tumore ci passa sotto il naso ogni giorno, soltanto che noi non lo sappiamo, come Alexander Fleming non sapeva che nella muffa c’era la cura per salvare la vita di milioni di persone (finché ovviamente non vi scoprì la penicillina).