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Breve racconto autobiografico da 64 kb

Da bambino andavo spesso a giocare da un compagno di scuola, scuola elementare ovviamente, un bravo ragazzo figlio di coltivatori diretti. Erano molto poveri, ciò nonostante era l’unica persona che conoscessi che possedeva un Commodore 64, che all’epoca chiamavamo semplicemente computer, oddio, l’avverbio usato non rende bene l’idea, perché all’epoca il termine computer incuteva un religioso rispetto, tanto per rendere il concetto in quegli anni si usava un adagio, poi lentamente tramontato con l’aumentare della complessità dei processori, che suonava più o meno così: “i computer non sbagliano mai”. Seppure le prestazioni di quel dinosauro dell’informatica oggi sarebbero uguagliate da un telefonino di fascia bassa da spento, a noi il fenomeno di quei pochi pixel sullo schermo a cui attribuivamo i significati di uomini, mostri, armi e mondi interi e che obbedivano ai nostri comandi attraverso l’inclinazione di una sorta di cazzo di plastica a due bottoni, costituiva la prova che un futuro fantascientifico ci aspettava dietro l’angolo. Fatto sta che un giorno, mentre attendevamo il loading di una cassetta, sentimmo dei rumori provenire dall’orto, il mio amico andò a controllare, io lo seguii, e ci si presentò la seguente scena; il suo cane, un vecchio volpino attaccato a una catena, girava freneticamente in tondo ringhiando contro il nulla, mentre a pochi centimetri un gatto bianco giaceva inerme con la testa in una pozza d’acqua appena tinta di sangue. Io chiesi se quel gatto fosse di uno dei vicini, e lui mi rispose di no, che era il loro gatto, e che era cresciuto insieme al cane, insieme al suo assassino. Poi mi disse di tornare in casa, un velo di tristezza gli coprì gli occhi ma tentò lo stesso di sorridermi, di essere cordiale; aveva la mia stessa età, ma in quel momento mi parve più adulto degli adulti, che sapesse della vita molto più di quanto ne avessi capito io, e di quanto ne avrei capito in futuro. Stupidamente pensai che quella tastiera, a cui attribuivo poteri magici e che intimamente gli invidiavo, lui se la meritasse molto più di me. Tornammo in casa e facemmo il record a Golden Axe.