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Culo Nudo

Con questo post voglio invitarvi a guardare questo reportage della rivista Vice, sulla Liberia, Stato africano che ricorda un passato recente che definire drammatico sarebbe un eufemismo. In questo viaggio Shane Smith incontra vari testimoni e protagonisti della guerra civile in Liberia, e tra questi ve ne è uno che all’epoca veniva chiamato Butt Naked, ovvero culo nudo, non fatevi intenerire dal nomignolo, Butt Naked ha fatto cose che solo compendiando i vostri incubi peggiori potreste immaginare, come aprire la pancia a un bambino ancora vivo e berne prima il sangue e poi mangiarne la carne. Fatto un’idea? bene, guardate ora Butt Naked, guardatelo nel reportage, guardatelo sorridere, guardatelo parlare orgoglioso della missione che sta costruendo, guardatelo raccontare commosso di come ha recuperato diversi ex bambini soldato, guardatelo vestito da pastore a portare la buona novella cantando e ballando, ma guardatelo soprattutto quando ammette il suo passato, quando ammette di aver commesso crimini indicibili e di attendere sereno la sua punizione. Noi siamo le stesse persone di venti, trentanni fa? Siamo responsabili di quello che un’altra persona con il nostro stesso nome ha fatto in passato? un uomo che ha perso la memoria può essere considerato colpevole di un reato che non ricorda? è un tema che mi ha sempre interessato, un dilemma a cui non so dare una risposta e che costituisce la sottotraccia di un romanzo breve che ho pubblicato a puntate su questo blog  un paio di anni fa (qui, per andare avanti cliccare “continua” alla fine di ogni capitolo). Con questo non voglio dire che Joshua Blahyi, altrimenti noto come Butt Naked, non debba essere processato dal tribunale dell’Aia per i crimini di guerra (l’eventualità è tuttora in discussione), un processo va sempre celebrato, anche quando i protagonisti non ci sono più, perché un processo non serve solo a decretare pene, ma anche a restituire a una comunità ciò che la rende libera, ovvero la verità (Veritas Vos Liberat, Giovanni 8:32, passo che lo stesso Butt Naked cita in una sua predica). E non voglio neanche sostenere che Butt Naked sia davvero pentito, che non sia capace di fare in futuro ciò che ha già fatto in passato. Lo stesso Shane Smith si chiedeva se il demone fosse semplicemente in letargo, in attesa di tempi migliori per svegliarsi, come il ritiro dalla Liberia delle truppe dell’Onu, così Vice è tornata a intervistare Butt Naked a due anni dal ritiro Onu (e tre dal reportage), ma nessun colpo di scena; continua a fare il predicatore, anche se alcuni sostengono sarebbe dietro a un nascente gruppo pronto a sovvertire con le armi il governo.

Un post per gonzi, ma non per tutti

“Gonzo” è un termine a cui il dizionario attribuisce il significato di credulone, sempliciotto, individuo facilmente raggirabile, altrimenti detto “pollo”. Non è inconsueto, in italiano ma anche in altre lingue, trovarlo come sinonimo di “bizzarro”. La sua etimologia è un mistero; potrebbe derivare dal tedesco “gans”, o dallo spagnolo “ganso”, traducibili entrambi con l’italiano “oca”, oppure dal latino “contus”, che indicava un’asta di legno presente sulle barche (forse qualcosa di simile a quello che nel gergo marinaresco viene nominato “mezzomarinaio”?), oppure dal veneto “gozzo”. Gonzo è anche il nome di uno dei personaggi del Muppet Show (nella foto), l’unico non antropomorfo o direttamente associabile a un animale, e per questo sua particolare condizione era il più poetico (sì lo ammetto, era il mio preferito), e curiosamente, prima del film “I Muppet venuti dallo spazio”, in cui viene svelata l’origine aliena del personaggio, si lasciò credere (attraverso delle battute della rana Kermit) che Gonzo fosse un tacchino (notare; oca-pollo-tacchino). Il Gonzo è anche un approccio cinematografico, in cui il regista/cameraman prende parte attiva nell’azione, ad esempio parlando con gli attori, ma il termine è in voga per lo più nel settore porno. Ma soprattutto, quando si pronuncia la parola Gonzo, non si può non pensare al Gonzo juornalism. Il termine non si deve all’ideatore dello stesso Gonzo journalism, Hunter Stockotn Thompson, ma a un altro giornalista, Bill Cardoso, nell’intento di descrivere la scrittura del collega, utilizzando quel termine, “gonzo”, che nello slang degli irlandesi di Boston indicava l’ultimo rimasto in piedi dopo una maratona di bevute. Erano i primi anni settanta, il New journalism di Tom Wolfe e le cronache deliranti di Thompson si fiondavano a tutta velocità contro il pilastro dell’oggettività giornalistica. Hunter S. Thompson dichiarò: “Non trovo nessuna soddisfazione nel vecchio, tradizionale pensiero giornalistico: ‘ho solo descritto il fatto. Ho solo dato uno sguardo neutro’. Il giornalismo oggettivo è una delle ragioni principali per cui ai politici americani è stato permesso di essere tanto corrotti e tanto a lungo. Non si può essere oggettivi su Nixon”. Si tenga presente che H.S.T. nel dire questo non intendeva solo la cronaca politica, ma anche un articolo sportivo, anche un pezzo su un concorso di bellezza, qualsiasi resoconto del reale, che per essere “vero” non deve necessariamente (il “necessariamente” ce lo metto io che mi piace di più) calzare le scarpe dell’oggettività. Non si trattava solo di prendere posizione su un determinato argomento (cosa attualmente abbastanza comune nel nostro giornalismo), ma riportare nel racconto giornalistico le percezioni dell’autore, senza filtri, senza artifici, in pratica senza ipocrisia.

Quindi se fate i giornalisti o scrivete su un blog, non prendetevela se vi chiamano gonzi…

 

Filmografia essenziale: “Paura e delirio a Las Vegas”, 1998, dell’ex Monty Phyon Terry Gilliam, tratto dal nonsisaquanto-autobiografico “Paura e Disgusto a Las Vegas, una selvaggia cavalcata nel cuore del sogno americano”, di Hunter S. Thompson, capitolo fondamentale anche per i cultori del “cinema lisergico”.