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il mattone nel parcheggio dell’autogrill

E con quello di Renzi salgono a 3 i partiti che riportano il toponimo “Italia” nel nome.

Un tempo il nome di un partito ricordava l’ideologia di riferimento (liberale, socialista, comunista, repubblicano, monarchico, cristiano…), va be’, dici le ideologie sono morte, ma neanche la fantasia si sente tanto bene però. Eh sì che in politica ci sono molti più esperti di comunicazione rispetto a un tempo, si fanno ricerche, analisi, focus group, quindi ne deduco che i miei connazionali proprio desiderano che gli venga ricordato in che Stato abitano, hai visto mai si confondano con il Canada, La Norvegia, la Nuova Zelanda… ed effettivamente da quando Di Maio ha abolito la povertà il dubbio viene; confondere Tor Bella Monaca con Zurigo è un attimo eh.

Tutti a dirci che il genio italico è svanito, sfumato, dissolto nel vento, il Made in Italy depredato, svenduto, mortificato; eppure abbiamo sotto gli occhi una delle più brillanti trovate imprenditoriali degli ultimi decenni: l’Italia, cioè l’Italia proprio come brand. Il nome di un paese che non vale niente, sommerso dai debiti e dalla monnezza, avvelenato nel corpo e nell’anima, eppure… eppure c’è mezza nazione che pensa che dei disperati di un altro continente mollino gli affetti, affrontino un viaggio disperato, spesso mortale, per cosa? Per venire in Italia… ma quelli non sanno nemmeno dov’è l’italia, che forma ha, se è su un’isola o su una montagna, avranno sentito il nome, quello sì, perché… perché il cibo, mizzica, la storia, li mortacci, l’arte, maremma maiala, la moda, cazzofiga.

Per crederci meglio ce lo siamo raccontati tra di noi, ci siamo venduti a vicenda il mattone nel parcheggio dell’autogrill. Ci abbiamo perfino chiamato tre partiti politici.

Alessandro Manzoni avrà anche regalato la lingua all’Italia, ma è Piero che gli ha insegnato a vendersi, e a campare.

Per Vizio di Mente – Reprise

La notizia è passata un po’ in sordina, sintetizzata come “decreto per la chiusura degli opg” presentato dal governo giusto un mese fa e approvato dal Senato il 10 aprile di quest’anno. Ma il decreto n° 24/2013 non è il primo atto che prescrive la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari; infatti la commissione giustizia del Senato aveva già approvato nel 2012 la chiusura degli stessi entro la data del 31/3/2013, mentre il decreto succitato ne rinvia gli effetti al 1/4/2014. Per coloro che non sanno cosa sia un Opg, incollo questo breve articolo scritto nel 2010:

Ci sono dei detenuti, o meglio, dei soggetti affidati alla custodia dello Stato, che non hanno mai usufruito, e mai potranno farlo, di amnistie e indulti; sono gli internati negli Opg (ospedali psichiatrici giudiziari), che paradossalmente sono considerati dalla legge innocenti, pur avendo commesso materialmente un reato non sono imputabili per “vizio di mente”, incapaci di intendere e di volere, e la detenzione negli Opg è interpretata come una forma di tutela del soggetto e della società, e non di pena. La legge 180, quella che ha chiuso i manicomi, è una norma in materia sanitaria, mentre gli Opg rispondono alla giurisdizione penitenziaria, in sintesi, come molti sostengono, gli Opg sono gli ultimi manicomi, nello specifico manicomi criminali. In Italia ve ne sono 6; Aversa (Ce), Barcellona Pozzo di Gotto (Me), Castiglione delle stiviere (Ma), Montelupo Fiorentino (Fi), Napoli, Reggio Emilia. In totale 1547 internati contro 1322 di capienza massima. Per quanto le condizioni dei detenuti in carcere siano drammatiche, quelle degli internati lo sono di più. In Opg si finisce con una condanna-non-condanna di 2, 5 o 10 anni, di volta in volta prorogabili se il soggetto non presenta miglioramenti sostanziali. Si esce solo quando si è guariti, quando si è guariti da soli; il giornalista Dario Stefano dall’Aquila, agli inizi del 2007, fece una “irruzione civica” nell’Opg di Aversa insieme all’allora deputato di Rifondazione Francesco Caruso, vi trovò uno scenario pre-basagliano, con soggetti in grave stato di salute, fisico prima che mentale, nell’ospedale di Aversa il personale medico-psichiatrico non era assunto, gli psichiatri avevano delle consulenze a ore, dividendo il monte ore per gli internati si aveva una media di 12 minuti a settimana di assistenza psichiatrica. Dodici minuti. Un “soggiorno” in Opg di 2 anni può trasformarsi in una privazione a vita della libertà. “Fine pena mai”, come dicono gli ergastolani. E questo senza avere alcuna colpa. O meglio, la colpa c’è, ed ha l’aspetto di uno strato di lerciume depositato negli anni e nascosto sotto il tappeto della decenza. Non è vero che quello del disagio mentale è un vicolo cieco. Non è vero che il manicomio criminale è l’unico strumento in caso di reati compiuti da soggetti psicotici. La metà degli internati ad Aversa è lì per reati contro il patrimonio, non per delitti, soggetti non pericolosi, soggetti accoglibili in strutture a misura d’uomo, come previsto per i “disagiati non penali”. Solo nel 2003 la Corte Costituzionale ha ritenuto incostituzionale la parte dell’articolo 222 del codice penale che imponeva al giudice di non adottare strade “alternative” all’Opg, come la custodia a comunità qualificate, come succede per i tossicodipendenti. Una superficialità legislativa dovuta al fatto che il malato psichiatrico, sottoposto o meno a processo, è comunque colpevole di un reato, quello della malattia; i matti, insieme ai vecchi, ricordano al resto del mondo la miseria e la precarietà della condizione umana. I nazisti li uccidevano, noi ci limitiamo a ignorarli.

Didascalia alla foto: il soggetto ritratto è Michael “Charles Bronson” Peterson, da molti ritenuto il più famoso detenuto inglese, a lui è dedicato un film di Nicolas Winding Refn intitolato per l’appunto “Bronson”. Detenuto difficile e violento venne, come spesso capita, “parcheggiato” in un manicomio criminale per potersene liberare per sempre, in quanto quello della prigione dei pazzi è l’unico vero modo di “buttare la chiave”.

Una proposta senza pretese

Egregie Ministre Anna Maria Cancellieri e Paola Severino, Egregio Ministro Corrado Passera

Prima di esporre la mia modesta proposta vi chiedo di visionare questo video da un’inchiesta del Corriere della Sera, qualora non aveste tempo ve lo riassumo io; un ex agente penitenziario, alla sbarra per una serie di reati effettuati con la divisa, ammette davanti alla telecamera come nell’istituto penitenziario in cui prestava servizio, era comune picchiare, spesso senza motivo alcuno, i detenuti, non qualsiasi ospite carcerario però, solo quelli non affiliati a organizzazioni malavitose, a quest’ultimi invece si riservavano tutti i riguardi. In realtà avrei potuto scegliere altri reportage o citare dossier più completi o atti giudiziari, ma ho scelto questa confessione perché mette l’accento su un aspetto che in questo contesto ho intenzione di sottolineare, e che personalmente, scusate l’informalità dell’espressione, mi fa incazzare come una bestia: la questione della videosorveglianza. Come saprete tutte le nostre carceri e tutte le nostre caserme e commissariati sono attrezzati con dispositivi di videosorveglianza, eppure l’autorità giudiziaria in molti spiacevoli casi di cronaca che si sono svolti nei suddetti luoghi, non ha trovato in questo strumento tecnologico alcun aiuto, nonostante l’evidenza di altre prove e l’esito dello stesso iter processuale, la ragione è amaramente prevedibile e ce ne dà conferma l’ex agente del filmato: il controllo è affidato al controllato, il personale che potenzialmente può trasgredire la legge, oltre che le più basilari norme morali, può facilmente occultare le prove documentali, o impedire che queste vengano create (ad esempio spegnendo il sistema o privandolo del supporto di memorizzazione). Prima di andare avanti ci tengo a dire che il buon funzionamento del sistema di videosorveglianza è anche a tutela del personale di pubblica sicurezza; non credo e non voglio credere, come invece fa intendere il succitato ex agente, che la sospensione dei diritti umani sia la norma nei luoghi dove lo Stato si assume momentaneamente la custodia di alcuni suoi membri, che scampoli di macelleria messicana si svolgono giornalmente nelle nostre città, nei nostri quartieri.

Ministro Passera, lei si appresta a varare una serie di riforme nel nostro Paese per modernizzarlo e ridurne il gap tecnologico rispetto ad altri Paesi, alla luce di quanto da me esposto, e che trova in altre ben più autorevoli voci un’analisi più complessa e puntuale, non sarebbe forse il caso di pensare a una regia nazionale, magari ministeriale (e qui mi rivolgo a Voi, Ministre Severino e Cancellieri), dei filmati di sicurezza di carceri e caserme? Ciò sarebbe facilmente realizzabile qualora la banda larga diventasse una realtà nel nostro paese, obbiettivo al centro dell’agenda digitale del governo, ma anche senza di essa sarebbe possibile, attualmente, inviare all’ipotetico centro di archiviazione centrale quantomeno un montaggio automatico (pochi secondi stabiliti per ogni videocamera a successione randomica) in bassa qualità. La registrazione remota prevista da questo sistema non impedirebbe comunque la registrazione locale. Certo non è un metodo infallibile, ma sicuramente è un grosso passo avanti rispetto all’autogestione attuale che rende sostanzialmente inutili i dispositivi di videosorveglianza, se non quando il contenuto video documenta il corretto operato del personale di pubblica sicurezza. “L’Italia riparta da Internet e dalla tecnologia” è uno degli slogan dell’attuale ministero dello Sviluppo Economico, centralizzare la videosorveglianza penitenziaria potrebbe costituire un’opportunità per diverse aziende che operano nel settore dell’information technology, ma personalmente ritengo che non è tanto alla ricchezza economica che un sistema del genere potrebbe dare una mano…

Cordiali saluti.

(Re-bloggate o condividete se vi pare e se lo ritenete opportuno)

Rear view mirror, 2010

Dopo aver pubblicato l‘almanacco dei racconti 2010 di Magari Domani, diciamo i vangeli secondo Barabba (mh… buona, me la devo ricordare…), provo a rievocare l’anno che sta per concludersi attraverso alcune notizie e relativi post da esse ispirati:

Gennaio: A Rosarno, in Calabria, è rivolta fra i migranti, un idiota su un tetto comincia a sparare contro i manifestanti [Articolo 3]. Fa discutere un editoriale del direttore del Tg1 Minzolini su Craxi, “C’è chi gli vuole intitolare una strada…” [la toponomastica spiegata a un bambino di otto anni].  Esce il nuovo film di Paolo Virzì, ed è un gran bel film [La prima cosa bella].

Febbraio: Un’indagine della magistratura rivela il marcio dietro il G8 a L’Aquila [l’esame]. Parlamento, un’ordinaria storia di cazzotti e voti [Il grande giorno di Evangelio Fabiani]. Berlusconi invoca i paladini della libertà in vista delle elezioni regionali di marzo [ci provo col pensiero laterale].

Marzo: disastro organizzativo del centrodestra in vista delle elezioni, rischiano di saltare la lista Formigoni, la lista Polverini e il Pdl per la provincia di Roma [L’autogol]. Dal palco di piazza San Giovanni, durante la manifestazione del Pdl in chiusura di campagna elettorale, Silvio Berlusconi annuncia che entro pochi anni il governo sconfiggerà il cancro [Una volta ho quasi vinto il Nobel per la fisica].

Aprile: indignazione per una dichiarazione del cardinal Bertone che mette sullo stesso piano pedofilia e omosessualità [Malachia e l’Arcigay, e un approfondimento su vaticano e omosessualità]. L’Eurpol fa sapere che il numero di nuove sostanze stupefacenti, sintetizzate per aggirare le tabelle delle sostanze proibite, è raddoppiato rispetto all’anno precedente [I-Buffalo]

Maggio: nuove rivelazioni su Diego Anemone e Bertolaso, la banda delle emergenze, intanto a S. Onofrio (VV) un singolare caso di processione sciolta per infiltrazione mafiosa [Il sangue amaro]. Continua il suo iter parlamentare il Ddl Alfano per la riforma della giustizia, nel testo diverse norme liberticide, tra cui una subito ribattezzata norma anti-d’addario [Arrestate Nanni Loy!, e anche Al capezzale dello stato di diritto – Bis].

Giugno: Marchionne minaccia Pomigliano, ma lui lo chiama referendum [Quinto: onora il padrone, perché egli ti ha dato la vita]. Tonfo della nazionale di calcio ai mondiali in Sudafrica [Le porga la chioma]. Berlusconi si produce in quello che diventerà uno dei suoi hobby preferiti: la telefonata in diretta a Ballarò [La testa nel forno e i piedi nel congelatore]. Un video che gira su internet inchioda l’autore Daniele Luttazzi; buona parte del suo reperterio appartiene ad autori americani [Non leggete questo post e Dagli appunti del dottor B.M. / 9 (il caso Luttazzi)]

Luglio: Vendola lancia la sua candidatura a leader del centro-sinistra [Lo sparigliamento]. Nuovo testo per la riforma della Giustizia, ai blog viene richiesto il diritto di rettifica esattamente come per la stampa [Al capezzale dello stato di diritto – Quater]. Un sindaco della provincia di Treviso dichiara guerra agli omosessuali [I valori]. Caldo eccezionale, Roma invasa dagli scarafaggi [Gli striscianti]

Agosto: Tre operai dello stabilimento Fiat di Melfi vincono una vertenza, ma l’azienda prova a togliergli la dignità [Barozzino, Lamorte e Pignatelli]

Ottobre: La trasmissione televisiva Report manda in onda un servizio sulle dimore del Presidente del Consiglio nel paradiso fiscale di Antigua, intanto viene fatto ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani [Everybody can be “Ministro”]. Visita del Papa a Palermo, maluomori per il denaro pubblico investito per l’evento, e atti di squadrismo nei confronti di chi manifesta il proprio dissenso [Il Papa e la cupola], Breve riepilogo della destra extraparlamentare [la riva nera]. Giro di vite sulla pirateria, chiuso il sito Mulve [Guardie e pirati].

Novembre: Grande attesa per le rivelazioni del sito di Wikileaks [Mail, bugie e Wikileaks]. Nasce Futuro e Libertà, il partito di Gianfranco Fini [Il curioso caso di Gianfranco Button (storia di un partito nato vecchio)].  Giuliano Pisapia, outsider di Sinistra e Libertà, vince le primarie come candidato di coalizione di centro-sinistra a sindaco di Milano [Di ideali e altre quisquilie].

Dicembre: Voto di fiducia per il governo Berlusconi dopo lo strappo di Fini, il governo si salva per tre voti alla Camera. Nel frattempo scontri a Roma tra alcuni facinorosi e la polizia durante una manifestazione contro il governo, arrestati alcuni studenti che poi vengono scarcerati scatenando le ire di Alemanno, Maroni e Alfano [Nevica, governo infame!]. Niente funerali religiosi per Mario Monicelli, la leggenda del cinema italiano suicidatosi a 95 anni, finale amaro di cui non a caso era indiscusso maestro [Addio Mario]

Dei trent’anni

Mi piace bere e fumare, ma non ho il fisico. Mi piace scommettere, ma non ho mai un soldo. Mi piacciono le donne, ma non mi si filano. Mi piace il francese, ma con le lingue sono una pippa. Mi piace pensare che uno possa contare sulle proprie capacità, ma vivo in Italia. E se c’è una cosa che non sopporto, sul tema della meritocrazia, è quando si invoca il ricambio generazionale, quando si dice che dovrebbero essere tutti mandati a casa e metterci a loro posto dei trentenni, come ha fatto ieri ad Anno Zero Beppe Grillo. Io sono un trentenne, e ad alcuni miei coetanei non affiderei nemmeno le chiavi della cassetta della posta, figuriamoci il Paese. Renzo Bossi è meno che trentenne, e non aggiungo altro. Non nego che alla mia generazione sia stata negata la possibilità di dire la propria, sono il primo ad affermarlo, ma a volere un colpo di stato generazionale si proroga solo la cambiale: i trentenni di oggi sarebbero, tra trenta e quaranta anni, i sessantenni e settantenni di oggi, tali e quali. Qualcuno obbietterà che il mio ragionamento è fasullo, che ricamo su una generalizzazione necessaria per esigenze di esposizione, che in realtà si intendono i “giovani” capaci. E i vecchi capaci? Pensate davvero che ad essere esclusi in questi anni siano stati solo i cosiddetti giovani? Io penso che la meritocrazia non ha bisogno di nessuna altro metro che i meriti stessi, sesso e orientamento sessuale, estrazione sociale e appunto età, sono variabili di un’altra equazione. La lotta contro lo status quo deve essere improntata non a una mera questione anagrafica, che in pochi anni esaurisce il suo senso, ma ad una più estesa concezione di Pari Opportunità. “Da ognuno in base alle proprie capacità”, come diritto ma anche dovere, se poi ci aggiungi “ad ognuno in base ai propri bisogni”, viene fuori un vecchio motto del socialismo libertario che non sarebbe male rispolverare.

P.S. sul tema della “gioventù” mi esprimo anche qui