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Una proposta molesta / La vecchiaia

La vecchiaia, le malattie, il decadimento fisico e mentale, sono le principali fonti di angoscia dell’essere umano. Qualcuno dirà che è la natura, nessuno può farci nulla, men che meno la politica. Io invece penso di no, seguitemi in questa idea: a partire dall’età di 70/75 anni dovrebbe essere legale farsi di eroina. Anzi, non semplicemente legale, cioè consentito, ma proprio fortemente consigliato.

Pensateci; cosa ci importerebbe di non essere più attraenti, di diventare ogni giorno più lenti, stanchi e demotivati, se per la maggior parte del tempo staremmo riversi per terra privi di sensi?

Sotto botta quanto sarebbero più divertenti il Bingo, i cantieri, la Messa e perfino le trasmissioni di Barbara D’Urso?

I costi della sanità crollerebbero: tutti gli under 70 condurrebbero vite salubri, equilibrate, irreprensibili, perché sarebbe insopportabile l’idea di morire prima della fatidica soglia. Senza parlare del calo di vendite di analgesici e antidolorifici, voglio dire: l’ibuprofene? Dai su…

Il mondo del lavoro italiano subirebbe uno svecchiamento senza precedenti, avremmo i notai e i manager più giovani d’Europa, perché, parafrasando il capolavoro di Welsh, chi ha bisogno di un lavoro, di una carriera e di un maxitelevisore del cazzo, quando ha l’eroina?

A Natale sarebbero i nipoti a dare i soldi ai nonni, ma solo previa frase di rito “Mi raccomando, con questi compratici la droga”. Ladri e truffatori si terrebbero alla larga dagli anziani, anzi sarebbero gli anziani a cercare loro, per cercare di rifilargli l’argenteria, quella del servizio buono, al quale misteriosamente mancano i cucchiaini.

Certo, ci sarebbero degli effetti collaterali: i nostri anziani, oggi spesso così soli, avrebbero improvvisamente la fila davanti alla porta, giovani tossici desiderosi di ascoltare i loro racconti, ma che in realtà sperano solo in uno schizzo gratis, ma in fondo che male c’è? È quella che gli economisti chiamano “win-win situation”, cioè una circostanza in cui ci guadagnano tutti. 

Concludendo; in Italia, lo sappiamo, il futuro di troppi giovani dipende dai risparmi dei genitori, quando i genitori non lavorano è la pensione dei nonni a garantire il sostentamento, per non parlare della situazione abitativa e immobiliare. Questo è stato possibile perché, da che mondo è mondo, maturità è sinonimo di responsabilità, ma che succede quando chi deve essere responsabile diventa irresponsabile, avendone, tra l’altro, tutto il diritto? Forse la rivoluzione? Non so, ma di sicuro un cambiamento radicale.

Quindi, amici, questa sera, prima di tornare a casa, passate per la stazione, o andate ai giardinetti, o in qualsiasi altro posto che fate finta di non conoscere, e portate in dono a quell’adorabile vecchietta che abita accanto a voi, una bustina.

Lei vi ringrazierà, il Paese ve ne sarà riconoscente, la Storia vi renderà onore.

Io sono scaleno

La mia vita è un trapezio. Chi nasce tondo non può morire quadrato, si dice dalle mie parte. A me, che non sono tondo, e non sono quadrato, mi disprezzano sia i tondi che i quadrati. Io sono scaleno. Con tutti i lati diversi. E nemmeno un angolo retto.

Lavoro per una società di recupero crediti. Mi dispiace, dico io. Ma quelli non ci credeno, quelli a cui chiedo i soldi. Ma a me dispiace davvero, e il boss lo sa. Per questo mi disprezza. Il mio lavoro è una linea spezzata.

Ho una relazione da due anni. La mia ragazza ne ha due, di relazioni. Io so dell’altro e lei mi disprezza. Perché non la lascio. E intanto resta con me. E per questo mi disprezza pure l’altro. La mia relazione è un triangolo. Scaleno ovviamente.

Il mio cane è Rombo. Non di forma, di nome. Era di mio zio, che era meccanico. A volte lo sento guaire di gioia, dietro alla porta, poi apro e mi guarda deluso. Forse aspetta ancora mio zio. O forse mi disprezza pure lui.

La mattina mi guardo allo specchio e non mi disprezzo. Ma non perché ci creda davvero, ma così, per fare un dispetto al mondo. Chi disprezza compra si dice dalle mie parti. Ma non credo neanche a quello. Io non credo in niente. Non credo alla gente, alle relazioni, al lavoro, ai soldi, all’ideologia, alla religione. Io credo solo all’iperbole. Io credo solo alla curva che si avvicina sempre di più al suo asse senza incontrarlo mai. Un concetto che la mente fatica a concepire. Io credo in quello. Il mio Dio è un’iperbole.